Francesco Erbani firma l’apertura delle pagine di cultura. Si parla di società letteraria, di premi, e di “senza”. Partendo da un documentario.
«Credo di non aver mai letto un vincitore dello Strega degli ultimi dieci anni»: le labbra strette e l´occhio strizzato, Tiziano Scarpa avrà certo messo in conto che, dicendo questo, la stesse cose potrebbe ripeterle il vincitore dello Strega 2010, infilando anche il suo Stabat mater, Strega 2009, nel buco nero e indistinto dove giacciono i romanzi lasciati intonsi.
Sono i paradossi di quel che resta di una società letteraria. La battuta di Scarpa, raccolta nel catino fumigante del Ninfeo di Villa Giulia, è fra quelle che introducono Senza scrittori, un film documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, critico letterario il primo, regista il secondo, una bella inchiesta prodotta da Rai Cinema e Digital Studio che stasera viene proiettata all´Azzurro Scipioni di Roma, in coincidenza non casuale con la trepidante vigilia del Premio Strega che, appunto, giovedì incorona il suo sessantaquattresimo vincitore.
Senza scrittori è un prolungamento del catalogo stilato da Alberto Arbasino nel suo Un paese senza, un elenco di tutte le cose di cui l´Italia è mancante. Racconta il predominio che la macchina editoriale, soprattutto quella dei grandi gruppi, ha assunto nel mercato della letteratura, dove non ci sono più opere o scrittori, critici o riviste, ma solo libri, solo produzione industriale, solo una filiera perfettamente assestata, e nella quale, però, quella che un tempo si chiamava la società letteraria ha pensato bene di accomodarsi, spintonando un po´ e anche dando di gomito, ma trovando un cantuccio nel quale sistemarsi.
Un cantuccio troppo stretto per Antonio Scurati, che ancor prima di essere battuto per un voto da Scarpa, confessa che, sì, è vero, «da qui uscirò triturato anche dal punto di vista del mio stato d´animo», ma che trova il coraggio di annunciare il suo disprezzo per una «società letteraria dalla quale stasera prendo congedo, vada come vada». Un cantuccio stretto anche per il giovane Giorgio Vasta, che lamenta come «la letteratura venga assunta solo se si incarica di essere manutenzione della realtà e che quando ha l´ambizione di essere qualcosa d´altro, le viene sottratta la fiducia». Un cantuccio che sia Scurati che Vasta guardano sempre dall´osservatorio del Ninfeo di Villa Giulia.
Cortellessa, camicia e pantaloni rossi, si aggira come un bonario diavoletto fra i tavoli imbanditi dello Strega, filma le calzature che stropicciano il brecciolino, sovrappone la camminata di un metaforico pavone e domanda a Francesco Piccolo se questa è una messinscena da commedia all´italiana, ottenendo come risposta che «qui c´è l´Italia, non la commedia, che in fondo era più dolorosa». Fra scalpiccii e risatine stiracchiate, ecco invece il corrucciato Valentino Zeichen: «Decadente? No, non è una società di grandi decadenti, questa è una società frolla, senza scheletro morale, priva di grandi progetti, di idealità. Una società stanca».
Lo Strega mostrerà pure lo spettacolo di una letteratura in cui, sentenzia il vincitore Scarpa, «tutto è vanità». Ma è un po´ come la nazionale di calcio, raccoglie quel che trova. E allora ecco che Cortellessa, sempre di rosso vestito, interroga giornalisti come Stefano Salis e critici come Marco Belpoliti, si sofferma spaurito fra i banchi di Fnac e deliziato fra quelli della Coop – accompagnato da Romano Montroni -, ascolta i due proprietari della storica libreria Tombolini di Roma e il responsabile della Demoskopea. Insomma insegue quella filiera produttiva che incasella lo scrittore e la sua opera, dal momento in cui questa prende forma a quando viene distribuita e recensita, meglio se esibita con il suo autore da Fabio Fazio o dalla Dandini o sul palco di un festival.
E allora il punto culminante non può che essere una visita a Segrate, dove c´è la Mondadori, cioè «la Xanadu dell´editoria italiana, la centrale dove si fanno i grandi giochi della nostra letteratura». Qui interroga Antonio Franchini, responsabile della narrativa Mondadori, che vive la grande scissione, annota Cortellessa, dell´essere scrittore e dell´essere editore. E qui si introduce anche un parola che non si sentiva da tempo: letterarietà. Che cos´è che rende letterario un testo? Può essere la letterarietà a distinguere fra scrittori di successo e scrittori che si concentrano sulla qualità e la sperimentazione, per esempio?
Letterarietà, risponde Franchini, «è un´idea discussa, allargata, non più condivisa». Ma il fatto che le discriminanti siano venute meno che effetto fa? (domanda Cortellessa) «Rende il tutto più divertente, più anticonformista». Il controcanto è affidato a Francesco Cataluccio, ex direttore alla Bruno Mondadori e poi da Bollati Boringhieri: «La società italiana è diventata più cinica, non poteva che diventare più cinica anche l´editoria».
@ Giuseppe Zucco
Grazie per i toni, intanto. Poi: io tutto ho fatto meno che stilare un canone. Ho snocciolato in due minuti i primi diciassette titoli che mi sono venuti in mente, che sono senz’altro tutti libri che amo ma non sono ovviamente gli unici – così come non tutti questi titoli li amo nella stessa misura. E l’ho fatto con un fine preciso. Mi è stato chiesto con insistenza da Wu Ming 4 un enunciato di teoria letteraria in grado di dar conto della mia idea di “letterarietà”, e io ho risposto che per fare una sintesi del genere non basterebbe (a me) una vita di studi. Ai suoi colleghi WM invece sono bastati alcuni mesi di discussione on-line; benissimo, ai posteri la sentenza al riguardo.
Invece ho raccolto la sollecitazione di un altro commentatore, mi pare Aldovrandi, il quale diceva in sostanza: al di là della definizione di “letterarietà”, non ci vuole poi tanto a distinguere una ciofeca da un testo letterario, basta metterli l’uno fianco all’altro e la differenza basta agli occhi (anche senza aver letto Bachtin, @ Pigna; ma l’aver letto Bachtin – e numerosi altri – aiuta a rendersi conto e a spiegare perché uno di quei testi sia diverso da una ciofeca, e con essa inconfondibile). Poi lo stesso Wu Ming 4, dopo che – preso da un eccesso polemico – ho tirato in ballo un testo, «Altai», che non ho letto, e un altro che non ha letto lui, mi ha scritto testualmente: «Purtroppo non ho letto “Cristi polverizzati”. Puoi fare un’altro [sic] accostamento così capisco cosa intendi?». E io appunto ho snocciolato quei titoli, che evidentemente non sono un canone – ma una serie di esempi-«accostamenti». Purtroppo Wu Ming 4 non ha ritenuto interessante commentare o discutere la scelta di questi testi, s’è limitato a dire (usando l’esempio fatto non da me ma da Gilda Policastro) che far digerire sta robaccia illeggibile al posto di Dan Brown sarà un compito improbo – dal quale lui ad ogni buon conto si astiene volentieri.
Il che mi dà agio di rispondere a un’altra tua sollecitazione. Chi l’ha detto che una teoria letteraria non si fonda – non deve fondarsi – su esempi letterari? Tu fai gli esempi di Eco e Barthes; ma sia l’uno che l’altro non hanno fondato teorie letterarie sul catch o la Citroen o il tour de France: hanno su questi esempi, come tu correttamente ricordi, fondato teorie della comunicazione. Quando hanno scritto dei saggi sulla sopravvivenza delle teorie tomiste nella cultura letteraria contemporanea o su una possibile lettura ipersegmentata e non lineare del testo narrativo non hanno evocato Nantas Salvalaggio o Giorgio Scerbanenco, hanno scritto Le poetiche di Joyce (Eco) e S/Z che è l’analisi di una novella di Balzac (Barthes).
Una teoria letteraria si fonda, mi si perdoni la tautologia, su testi letterari. E quella del «New italian epic» non è una teoria della comunicazione, è una teoria letteraria – e una proposta militante di valori letterari. Alla quale infatti io e altri abbiamo contestato che i testi su cui si fondava, nella loro stragrande maggioranza, molto semplicemente non erano letteratura – ma un’altra cosa.
Ecco un esempio di confusione di piani. Ma non è nell’occhio di chi legge, in questo caso; bensì nella mente (e negli intenti in tutti i sensi “politici”) di chi scrive.
«Spesso si dà alla parola “letteratura” una valenza positiva: un bel romanzo è “letteratura”, un brutto romanzo non è “letteratura”; un articolo assai ben fatto può essere considerato “letteratura” (specie se il suo autore, magari, pubblica anche opere di finzione): vedi gli articoli di Buzzati ecc. […] Trovo – sinceramente – un po’ bizzarro confondere un puro e semplice lavoro tassonomico, con il quale si stabilisce se un certo oggetto appartiene a una certa specie o a una cert’altra specie, e il lavoro del giudizio, con il quale si dichiara se si ritiene un certo oggetto, indipendentemente dalla specie alla quale appartiene, bello o brutto, buono o cattivo eccetera.»
Parole di un cristallino Giulio Mozzi, prese da qui:
http://www.stradepossibili.it/?p=518
Queste parole le citai l’anno scorso per aprire la mia confutazione della fallacia “Non è letteratura”:
http://www.carmillaonline.com/archives/2009/02/002945.html
La stessa fallacia che sta alla base di molte pseudo-argomentazioni qui.
“Non si rende un favore a Ottonieri, non si fa venire voglia di leggerlo, con quattro righe incomprensibili prese alla cazzo, solo per fare l’esegesi sborona. E’ solo e sempre di sè che si sta parlando, di quell’ego ipertrofico che vuole il posto davanti nella foto. Non dell’amore, della passione che la lettura di Ottonieri ci ha suscitato, perchè è stato importante per noi, e potrebbe esserlo per altri.”
Quoto questo passaggio di Luca, la spocchia non aiuta.
@ Andrea Cortellessa
Padronissimo di continuare a fare il furbo e a svicolare. C’è una differnza enorme tra il mio atteggiamento e il tuo: tu giudichi Altai “non letteratura” senza averlo letto, io non parlo di Cristi poleverizzati proprio perché non l’ho letto. Chiunque qui può giudicare quale dei due atteggiamenti sia più corretto.
Tu hai snocciolato alcuni titoli, con un approccio empirico che mi è piaciuto e l’ho scritto. Lo hai fatto per sostenere che quei titoli sono “letteratura” (non bassa o alta, ma letteratura tout court) al contrario di altri che non lo sarebbero. Alla domanda sul perché i titoli da te elencati sarebbero letteratura e altri no, rispondi dicendo che è evidente, non c’è bisogno di dirlo, basta accostare i testi e la differenza tra letteratura e non letteratura salta agli occhi. Agli occhi di chi? L’autoevidenza non è un criterio di valutazione o di classificazione, a meno che non si stia parlando di gusto personale, dal quale però non si possono derivare patenti di alcun tipo.
Qualunque insieme per poter essere difinito tale ha bisogno di un criterio. Non sono io che non ho ritenuto interessante discutere la tua scelta, sei tu che non sei stato in grado di motivarla. Troppo facile cavarsela dicendo che non basterebbe una vita per farlo, perché è ancora un modo di non rispondere. Se per dire una cosa non ti basta la vita intera, allora stai zitto e non pretendere di dare patenti di letterarietà. E soprattuto smetti di rigirare la frittata perché inizi a diventare patetico.
Almeno quell’altra lo ha enunciato il suo criterio: la letteratura non c’entra con la narrazione, non deve attingere al potere consolatorio delle storie, né avvalersi di una prosa lineare. Vedi, non ci vuole tanto?
C’è un’ulteriore questione su cui non mi hai risposto.
Per quel poco di letteratura che ho letto e studiato, ho potuto constatare che nella storia la letteratura alta e quella bassa si sono sempre contaminate a vicenda e che esiste quindi un largo spazio intermedio. Che ne facciamo di quest’area di confine? La dividiamo in due con la Road Map, o di qua o di là? Chi fa lo smistamento?
Quando avrai voglia, con calma, restiamo in ascolto.
@Cortellessa
“non ci vuole poi tanto a distinguere una ciofeca da un testo letterario, basta metterli l’uno fianco all’altro e la differenza basta agli occhi (anche senza aver letto Bachtin, @ Pigna; ma l’aver letto Bachtin – e numerosi altri – aiuta a rendersi conto e a spiegare perché uno di quei testi sia diverso da una ciofeca, e con essa inconfondibile)”
continua a restare sul tavolo due questioni: 1) non tutto ciò che non è un testo letterario è una ciofeca (e comunque secondo quale metro di giudizio?), eppure restringendo il campo a pochi testi eletti, si finisce per forza a indicare il resto come ciofeca. Non credo sia così.
2) io sono uno di quei tanti che non è stato educato a pane e Bachtin, se lo avessi letto, insieme a numerosi altri, forse la mia analisi sarebbe meno semplicistica e capirei meglio il discorso (forse non chiederei “secondo quale metro di giudizio?”, ma forse non avrei neppure bisogno del discorso e di chi lo fa). Se Bachtin aiuta a spiegare, spiegate… magari citandolo, ma non usatelo come feticcio. Anche se presumete che il vostro interlocutore diretto non ne abbia bisogno. Siamo su un blog aperto a tutti, non state discutendo/litigando privatamente con i WM e gli altri autori intervenuti.
Se volete davvero educare i lettori cercate di non distanziarvi troppo da loro, ma di venirgli (venirci) incontro. Trovo più probabile che i lettori cerchino i libri e non i critici, quindi se volete raggiungere i lettori approfittate anche delle occasioni fortuite, tipo questa. Perché altrimenti davvero, si evince che dividete il mondo fra testi letterari e ciofeche, e i lettori fra quelli alla vostra altezza e tutti gli altri.
E’ uno sforzo titanico quello di voler decidere, di anno in anno, cosa sia letterario e cosa debba essere ascritto al complesso gioco del mercato editoriale. Un nominalismo impotente che non risolve quasi nulla, se non il comprendere, dal punto di vista umano, le eventuali critiche al Croce. “E che possiamo badare solo alla ‘poesia’? Magari individuando due righe in una produzione sterminata? Ma che ti dice la capoccia Benedè?”. Meglio andare a spanne per individuare la ‘letterararietà’. Più facile, non bisogna leggere necessariamente tutte le opere, si procede autore per autore. “Tu sei letteratura e tu no”. E se qualcuno prova a rispondere: “fai come ti pare, la penso in un altro modo”, l’esaminatore della ‘letterararietà’ – a questo punto assimilabile a quello della motorizzazione – s’inalbera pure. “Ma come ti permetti. Bocciato!”.
Sarà che, secondo il mio modestissimo parere, anche ciò che appare anti-mercato è mercato. L’altra faccia, ma della stessa identica medaglia. Forse per questo ogni combutta (o discussione) sembra che si svolga all’interno di un recinto. Chi prova a restituire la realtà, e i Wu Ming l’hanno fatto più volte in questa discussione, viene richiamato a delle regole sconosciute ai più. Come se, nella storia della letteratura, non si siano dovuti misurare tutti con il mercato editoriale. E pensare che quel poveraccio di Jauss si sarà scervellato per inventare il ‘cambio dell’orizzonte d’attesa’. Come se Flaubert, nel 1858, costretto ad osservare il successo di Feydeau, non avesse mai, almeno per un momento, pensato che Madame Bovary sarebbe caduta nel dimenticatoio. C’era qualcuno allora a dirgli “non ti preoccupa’ Gustav, che la Bovary rientra nella letterararietà”? Qualche amico, tutt’al più. Se ne sono accorti, lui e gli altri, con il tempo, con le polemiche, con l’evolversi del gusto dei lettori.
Insomma, compagni, perché tanta fretta?
Non so, oggi, se i Wu Ming rientreranno mai nella letterararietà. E se con loro ci rientreranno Baricco, Lucarelli, Evangelisti, Pennacchi, la Avallone, Saviano, Pavolini, Pascale o se invece bisognerà aspettare l’avvento di Vattelappesca. So soltanto che ci sono libri che vendono di più e di meno e questa classifica non coincide sempre con i miei gusti. Qualcuna delle opere che ho letto hanno cambiato i miei orizzonti d’attesa, altre no. Alcune ho ritenuto opportuno studiarle, altre nemmeno le ho finite di leggere. Dice: “ma tu non fai il critico”. E perché il critico ha l’esclusivo compito di mettere etichette sulle opere?
Ai Wu Ming ascrivo un grande merito: esser stati tra quegli scrittori che hanno provato a ‘ragionare’ sulle loro opere e sulle opere dei loro contemporanei. Provando a fare ‘critica letteraria’, mettendosi in gioco e aspettando contributi per poter arricchire o modificare o asciugare la loro tesi. E dico questo pur non essendo d’accordo con tutto quello che dicono nel saggio New Italian Epic. C’è un metodo democratico che – questo sì – prevede certe regole. Viene usato per le nuove scoperte scientifiche e credo possa essere applicato, con grande fortuna di tutti, alla letteratura. Si polemizza in base ad osservazioni puntuali e precise, frutto di uno studio meticoloso.
@ andrea cortellesa
hai ragione tu, magari mi sono fatto prendere la mano, tralasciamo questa cosa del canone, è davvero troppo esiguo il tempo e lo spazio perchè tu, come altri commentatori, possano dare la formulazione di una teoria (al massimo dimmi tu cosa lkeggere di tuo per recuperare una visione più ampia). quello che volevo dire quando ho preso come esempio eco e barthes, è che si può fare teoria, in questo caso teoria letteraria, analizzando non solo i cosiddetti capolavori, ma guardando attentamente come sono costruite le “ciofeche”, come dici tu, i prodotti squisitamente commerciali, o gli errori, i passi falsi, gli aborti che esistono in tutti i campi, compreso quello amplissimo della letteratura.
poi è chiaro: una teoria letteraria si fonda su esempi letterari, anche se non farebbe mai male conoscere cosa avviene in altri campi – chessò, al cinema, o nelle strutture del web – a volte i processi in atto, aggregati sotto il cosiddetto “spirito del tempo”, possono emergere con caratteristiche simili in tutti i campi.
quanto a eco a barthes, con i loro studi, loro contribuiscono a costruire ed ampliare non semplicemente le basi di una disciplina, ma di una metadisciplina, la semiotica appunto, che una volta costruita può essere usata tanto per decostruire e comprendere la pubblicità della citroen, tanto per capire come funziona omero o joyce o balzac. nel caso di eco poi, la cosa è abbastanza lampante, soprattutto quando dà vita ad una semiotica del testo: ogni cosa è testualizzabile, e all’interno degli infiniti oggetti testuali, siano essi libri o confezioni di yogurt, si possono rintracciare sempre anche se con declinazioni e gradi differenti alcune retoriche e mitologie costanti. se poi si considera greimas o genet spostando tutto sulle narrazioni profonde che presiedono i testi, la cosa si fa ancora più interessante.
però la cosa che mi piace, e che mi sembra emergere anche dal tuo elencare i libri, credo sia il fatto che nei campi delle scienze umane, dove la teoria critica della letteratura è compresa, i testi non discendono dalle teorie, ma sono le teorie a discendere dai testi, e questo secondo me è un passaggio fondamentale. la semiotica è nata così, e per questo motivo si sviluppa e si trasforma, perchè non è fissata una volta per tutte, ma in alcuni aspetti cambia e si complessifica secondo ciò che si trova ad analizzare. credo allora che anche la teoria letteraria debba correre questo rischio, altrimenti rischia di perdersi per strada la novità, sia essa positiva o negativa, delle cose che succedono o stanno per succedere nel campo della letteratura contemporanea. faccio un esempio provocatorio, ma lontano dalla letteratura, tanto per capirci: se non fosse arrivato truffaut e tutti gli altri, forse hitchcock non sarebbe stato riconosciuto per quel grande regista che è. ovviamente non sto paragonando hitchcock a nessuno dei presenti qui. sto solo dicendo che a volte arroccarsi sui principi, crea fedeltà ai principi stessi, ma non comprensione del mondo. ma questo è un discorso in generale, non conosco così bene la storia di chi ha scritto qui per avanzare critiche puntuali: è una cosa che mi piaceva ricordare.
La conversazione mi pare migliorata nell’ultima trentina di commenti o giù di lì, spero che continui lungo questi binari.
Ringrazio Gilda Policastro per aver riportato lo stralcio, stupendo, di Ottonieri, cerco di recuperare il volume quanto prima perché anche solo quelle poche righe mi hanno impressionato. Grazie anche a Cortellessa per aver elencato (alcuni) titoli che non conoscevo e sui quali ora cercherò di indagare più a fondo: fosse anche solo per questo innesco di curiosità sono più che contento di aver letto tutti i commenti da cima a fondo…
@Andrea Cortellessa
Se a lei non basterebbe un’intera vita di studi evidentemente è perché per lei è impossibile farlo, non perché la vita finisce, o perché potrebbero finire i testi da studiare, ma per come è fatto lei e come si è strutturato il suo modo di pensare. Oppure lei può trovare già adesso un’idea di letterarietà prendendo spunto da ciò che ha già studiato e\o da ciò che sente. In ogni caso stiamo parlando di un’idea arbitraria, non di una teoria scientifica ( e qui penso stia un problema di fondo, pensare che si possa parlare di scienze umane ) fondata su un insieme di opere prese in un determinato periodo di tempo. La letterarietà è come dio, ha bisogno di molti che credono o credono di crederci, di ministri che fanno da intermediari, e può anche essere positivo, ma sempre di un’idea inventata si tratta. Ma a parte tutto questo, non sono molti a pensare che tutto è uguale a tutto, io se vuole posso anche accettare la sua idea di letterarietà, o quella di altri, ma ritorniamo alla fede e ai suoi meccanismi. Invece un problema sentito da quasi tutti è quello della distribuzione delle opere letterarie, della possibilità per la gente di venirne a conoscenza e di quella per gli autori di riuscire a mantenere la propria autonomia in un tempo in cui il mercato la mette in discussione. Ma questo che c’entra con la letterarietà? Nessuno ormai combatte efficacemente mcdonald’s dicendo che il cibo fa schifo ( come gusto ) ma mostrando le conseguenze di certo tipo di produzione alimentare. Questo discorso con i libri non si può fare, e io non sono in grado al momento di pensare ad altre strategie.
Grazie a lei, Elvezio: la conquista di un nuovo lettore per libri non ovvi, non commerciali, non impilati, come si dice, nei supermarket del consumo, fa sempre un gran piacere.
Il problema è che la finta democrazia della rete, insieme ovviamente allo strapotere del mercato, ha fatto saltare i ruoli e le gerarchie, e se prima per parlare di letteratura autorevolmente bisognava minimo collaborare con un periodico o la terza pagina di un giornale, se non avere una cattedra universitaria, e comunque rispetto al critico come sapiente (per usare un termine di Fortini) si era normalmente in soggezione se non si possedevano le sue conoscenze, le sue letture, i suoi strumenti, adesso il critico (quell’essere ripugnante) deve quasi vergognarsi lui, di possederle, quelle letture, quelle conoscenze, quegli strumenti. Tacerle, dimenticarle, ridimensionarle ogni volta. Perché la letteratura non esiste, perché non esistono criteri di selezione/valutazione/giudizio condivisi da una comunità, ce li siamo inventati io e Cortellessa, a seconda degli autori che ci piacciono, che sono di solito quelli illeggibili, che non possono piacere alle masse e che dunque non diventeranno mai Wu Ming.
Sì.
Forse anche in questo caso conviene ribadire l’ovvio. Chi afferisce a un ambito in cui la letteratura è una professione (e dunque oggetto di insegnamento o di studio) non distribuisce le patenti di valore in base a un suo gusto personale, vale a dire il capriccio di un momento. Chi fa della letteratura l’oggetto della propria riflessione critica opera in un ambito sociale, a cui indirizza in primo luogo il proprio discorso. Esiste una comunità di riferimento (costituita non solo dai lettori ”comuni” come vuole una vulgata demagogica, ma anche dagli altri critici, io direi soprattutto), non ci si sveglia una mattina e si decide se Altai è un capolavoro o una ciofeca in modo gratuito ed estemporaneo, a seconda dell’umore del risveglio o la simpatia personale.
No.
L’esercizio critico che ho fatto prima sul testo di Ottonieri serviva a smentire che lo stile di Wu Ming fosse uno stile letterario: il sottinteso (ovvio anche questo, per me, ma conviene ribadirlo vieppiù, a quanto pare) è che Ottonieri non è uno scrittore di qualità perché scrive in quel modo lì esercitando la sua ars visionaria senza approdare a nessun significato. Mi pareva di averlo scritto, ma lo ribadisco: il tema di Ottonieri (uno dei temi) è la vita dello schermo, il disorientamento dell’identità di fronte al dilagare delle esistenze multiple e virtuali. Questo disorientamento, non dirò i Wu Ming, ma uno scrittore da libro seriale e commerciale, lo renderà in un modo piatto e attesamente descrittivo (ad esempio: sullo schermo scorrevano immagini fatte così e cosà, dirà lo scrittore seriale), Ottonieri lo racconta, lo suggerisce, lo evoca, lo riformula, lo indaga, lo svela, lo mette in forma sulla pagina. Ora, l’esercizio critico non è un’applicazione sterile di formule datate o regolette per far rientrare il testo in una griglia o escluderlo da essa (questo, sì, molto strutturalista, molto anni Settanta): è, piuttosto, la modalità attraverso cui il testo può esprimere tutte le proprie potenzialità, proprio perché è difficile, e proprio perché richiede uno sforzo di concentrazione e di comprensione da parte del lettore; e un testo letterario può arrivare a trasmettere dei significati complessi che hanno a che fare col mondo in cui si vive (l’ho detto o no, che il tema di Ottonieri è la vita dello schermo: non mi pare che ciò riguardi una bella pagina, ma la vita di tutti noi, visto che in questa discussione non siamo né a un convegno, né in un salotto, come molti ricordano, ma proprio davanti a uno schermo) in maniera molto più fedele al reale di quanto lo sia la fiction concepita secondo i modi tradizionali, che non stimola riflessione, ma, per l’appunto, ”consola” e appaga (cioè non suscita domande, non stimola curiosità, non incrementa la sete di sapere: ne coltiva l’illusione). Sono per lo straniamento, a tutti i costi: le masse non si emancipano leggendo le ciofeche a loro accessibili, perché tra leggere una ciofeca e non leggere, ma stare al bar con gli amici, per me non c’è nessuna differenza: anzi, al bar si impara di più. Le masse di lettori (io continuerei a chiamarli acquirenti, però, perché se tutti quelli che comprano i libri li leggono anche, non mi spiego poi come mai si sappia scrivere e parlare solo in modo sciatto e volgare, persino i sedicenti scrittori…) devono sapere (dalla scuola, dall’università, dai giornali, dai dibattiti nella rete, perché no) che c’è differenza eccome tra un libro di qualità e un libro-yogurt a scadenza ravvicinata. Soprattutto, devono avere la possibilità, prima ancora che la capacità, di misurarsi con qualcosa di diverso: lasciamo che Ottonieri in libreria ci possa almeno arrivare in una singola copia, non dico impilato, e non perché catturi le masse, appunto, ma perché sia a disposizione di chi vuol leggere, ogni tanto, un autore, e non sempre appagarsi (consolarsi? Leopardi? Mah…) del solito vasetto.
Io non mi farei infinnocchiare piu’ di tanto. Superati tutti gli esami per il pedigree, letterarieta’ o meno, Cortellessa crede che si debba arrivare ai fantomatici famosi 5.000 lettori forti per essere presi in considerazione come autori degni di un qualche interesse critico. E in Italia 5.000 copie non le vende quasi nessuno. Letterarieta’ o meno. Chiedete a Biondillo. Resta il fatto che oggi i grandi scrittori letterari da 5.000 copie non fanno piu’ notizia e non sempre ancora catalogo nelle grandi case editrici. Un dramma.
Quando cita Crema Acida, mi stupisce invece la Policastro, a cui allora consiglierei di leggere, sempre della Manni, Mucca tagliata cavallino. Ma sono sicuro che non possa farlo: deve esserci una discriminante… Metodologica.
E allora godetevi i vostri approcci.
Discussione, comunque, ripeto, televisiva. Con qualche piacevole sorpresa.
@ Policastro
Ottonieri lo si ordina online. Siamo seri. E tu per una volta hai citato un autore interessante, facendo il tuo lavoro. Comunque i libri seriali non sono yogurt a scadenza ravvicinata. Sono un altro prodotto. Spesso serissimo. A veicolare messaggi anche importanti.
“Le masse non si emancipano leggendo”
(Gilda Policastro)
Le masse vanno disinnescate, intrattenute, anche attraverso la lettura di libri seriali. E spesso e’ necessario. O no?
E’ un vero orrore che la finta democrazia della rete e il mercato abbiano fatto saltare le gerarchie. Prima per parlare di letteratura ci voleva la patente. E la patente te la davano se studiavi alla corte dei detentori delle cattedre universitarie. Se eri davvero bravo magari ti davano pure una terza pagina. Poi è arrivata la tecnologia che ha dato la parola a tutti, ha creato ambiti di discorso estranei all’accademia e alla critica, e così ha portato il caos, la finta democrazia, appunto, che dovrebbe farci rimpiangere il passato.
Questo si definisce pensiero reazionario. E’ la nostalgia dei fantomatici bei tempi, del piccolo mondo antico prima del Diluvio, quando eravamo in pochi ma buoni, e le gerarchie erano chiare, prima della Caduta nella rete. Anche Ratzinger vorrebbe tornare alla messa in latino… Però, siamo noi che sbagliamo, gente, perché la rivoluzione si fa così, mica stando in mezzo alle “masse di lettori”, anzi “acquirenti” (occhio a non nobilitarli troppo), ma pontificando da una cattedra per rieducarli. Educarli, sì, in un linguaggio ermetico, ultra-specialistico, accessibile a pochissimi, e decretando ciò che crea “spaesamento” e cosa no, perché solo lo specialista può spiegare al volgo quello che il volgo pensa ed esperisce. Ovviamente si dà per acclarato che la fiction tradizionale (?) sia sempre e comunque consolatoria e conciliante, e che la letteratura che facciamo noi altri poveri stronzi “non suscita domande, non stimola curiosità, non incrementa sete di sapere”. E chi lo dice? Lo dice qualcuno che ha una cattedra, e una volta – ai bei tempi – questo avrebbe dovuto bastare. Invece adesso non basta più, ladies and gentleman, vi tocca venire qui a discutere e ad argomentare, perché qua dentro non siamo in classe, né in sede d’esame, non ci sono gerarchie e siamo tutti uguali. Vi scoccia lo so, si stava meglio quando si stava peggio.
E a proposito, per chi sta in cattedra e si prefigge di educare e formare: tra leggere una ciofeca e non leggere affatto c’è una bella differenza. Se si comincia a leggere si potrà forse un giorno leggere anche qualcos’altro. Se non si comincia mai non si leggerà mai niente.
Chiedo venia per l’ausiliare sbagliato (all’una di notte!): “sarebbe dovuto bastare”, ovviamente.
@ Gilda Policastro: oh se si impara più al bar con gli amici, ma anche nel retrobottega a prescindere dalla lettura, che te lo dico a fare, ma questa storia delle ciofeche non mi convince e la storia che sei per lo straniamento poi, bah (cioè ti fanno male i capelli?).
Son rintontito ma non è Pennac che rivendica il diritto di non leggere? Che si è felici ugualmente, anzi di più, perché non si ha bisogno di storie per sopportare l’orrendo e osceno atto del vivere (o è Cioran?)? Forse la letterarietà è soltanto un modo sghembo per ricordare Sherazade?
@ Pigna, il tuo commento è interessante come molti altri, quindi capisci l’irritazione?
Tieni presente che del post precedente, letto molte volte, della Policastro, invece di Ottonieri e me ne scuso, mi sembrava fosse citato più e più volte Ottieri, nel senso di Ottiero e mi sfuggiva il nesso. Che pigna che sono, ma rivendico la mia svagatezza, senza farne vanto.
@ Simone Ghelli
Non sono certo un patito della commedia all’italiana, e la messe di raffinati studi teorici che l’hanno eletta a propria palestra di sofisticate esercitazioni (altro che il lembo di pelle al posto della bella donna evocate da Luca; a proposito, c’è un bellissimo racconto di Balzac, Il capolavoro sconosciuto, che un teorico fantastico dei nostri giorni, Georges Didi-Huberman, ha letto proprio come racconto dell’ossessione per il lembo di pelle al posto della bella donna cui esso appartiene, il suo libro s’intitola La pittura incarnata e da noi è uscito dal Saggiatore; dal racconto di Balzac Jacques Rivette ha tratto anche un notevole film, La belle noiseuse) non da ora mi pare un monumento alla sovrainterpretazione.
Però, visto che tutta questa discussione prescinde – et pur cause – da quanto si vede in Senza scrittori, e tu qui sei il primo suo spettatore a entrare nel merito, cercherò di risponderti appunto nel merito. Tu stesso dici che di carne al fuoco, lì dentro, ce n’è persino troppa, dunque aggiungere il ruolo delle biblioteche (al quale pure nell’intervista a Piero Gelli si fa cenno: perché se tutto il discorso sulla letteratura – e sulla letterarietà – è schiacciato sul presente, che fine fa la nostra tradizione, cioè la nostra memoria?) e di Internet avrebbe vieppiù costipato un tessuto che si vuole denso ma non specialistico. Anche se più di uno spettatore ha invece trovato la trattazione “troppo interna alla materia”, e dunque qualcosa di vero ci sarà.
Ti dirò, e questo anche per rispondere all’esigenza sollevata da Pigna alle 4.58, che il tentativo – non so quanto riuscito, davvero – di Senza scrittori è per l’appunto quello di partire da considerazioni di sociologia della letteratura molto materialista e molto sofisticata, quasi da insider dell’industria editoriale (nella fattispecie il mio punto di riferimento, debitamente citato, è l’André Schiffrin di Editoria senza editori da noi pubblicato da Bollati Boringhieri), e cercare di costruire a partire da quel punto di vista una narrazione per luoghi concreti e personaggi concreti, che per toni e ambientazioni sia in grado di interessare anche un osservatore non specialista del mondo – peraltro “tecnicamente” assai complesso – di quella che si definisce “filiera editoriale”. Questo il tema, che dunque esulava dalle biblioteche o da Internet, dove i conflitti di potere fra macrorealtà editoriali si stanno preparando da tempo ma non si sono ancora manifestati appieno.
@ Pigna e Frau Dinosauro
Poi, più nello specifico di quanto richiesto. Entrambi mi chiedete, sostanzialmente, “che fare?” Naturalmente se sapessi rispondere a questa domanda la saprei molto più lunga di quella che già Wu Ming 4 o 1, non ricordo, qui ha definito il mio sapere solo apparente. Io moltissimi commenti fa, però, una risposta l’ho data: quella per cui gli strumenti critici specialistici (e che però sino a qualche anno fa i maggiori editori pubblicavano nelle loro migliori collane di saggistica: tutti i lavori principali di Bachtin uscirono fra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Novanta nei “Paperbacks” Einaudi; oggi, com’è come non è, quella collana – sulla quale io per esempio mi formai all’Università – non c’è proprio più) non restino lettera morta nei seminari universitari e si facciano parola e pensiero concreti nei luoghi di scelta e di orientamento: per es. nelle redazioni culturali dei mass media oppure nelle sale riunioni delle case editrici. Faccio un esempio concreto. Qualcuno, forse Pigna, chiedeva lumi su sto benedetto Bachtin. Beh, io forse non sono in grado di sintetizzare in modo sufficientemente chiaro il suo pensiero (più avanti comunque ci proverò), però Italo Calvino – che aveva un ruolo chiave nell’Einaudi del tempo, appunto – in un suo libro di saggi certo non rivolto a un pubblico specialistico, Una pietra sopra, fornì una sua bellissima lettura-interpretazione-utilizzazione del vasto e complesso armamentario teorico di Bachtin. Non c’erano le semplificazioni dilettantesche e le vere e proprie distorsioni di pensiero che di altri teorici (per es. del Benjamin del Dramma barocco tedesco) sono contenute per es. in New italian epic, e soprattutto Calvino naturalmente neppure si sognava di applicare Bachtin a testi che palesemente non ne sorreggevano le categorie (che so, Giorgio Scerbanenco o Carolina Invernizio: che peraltro come lettore onnivoro sapeva gustare quando e come voleva), ma prendeva da Bachtin quello che serviva a lui, nel concreto: come autore e come lettore. Ecco, è questo l’atteggiamento giusto e che bisognerebbe perseguire tuttora. Il pensiero complesso non è né una prerogativa castale da ostentare né una tabe nefasta da emendare: è uno strumento che si acquisisce, se si è messi nelle condizioni di farlo, e che poi va usato.
Perché è stato citato Bachtin, in questa discussione? Provo a spiegarlo. Nel suo capolavoro, Estetica e romanzo – che in Occidente, dato l’isolamento politico sofferto dall’autore nella sua URSS, arriva solo negli anni Settanta, ma è composto di saggi per lo più scritti negli anni Trenta (siamo nel Novecento, lo dico per Wu Ming 1) – Bachtin dice tante cose ma in particolare ci consegna un grande insegnamento: la parola romanzesca si differenzia per es. da quella della poesia lirica perché reca in sé – persino in una lunga tirata di monologo – una carica “dialogica”. Ossia le tracce linguistiche, concrete, di una comunità sociale che quella parola impiega e che è poi l’oggetto della rappresentazione romanzesca. Ogni narratore, abbia o meno un intento realistico, in realtà segue istintivamente questo principio. E se è un bravo narratore lo esalta, lo accentua, lo dinamizza in tutti i modi che può. Per esempio, se per caso decidesse di ambientare il suo romanzo nella Venezia del 1569 e volesse restituire il clima di conflitti fra Repubblica veneta e Impero ottomano, non dovrebbe impiegare sempre lo stesso registro linguistico (diciamo, per semplificare al massimo: «il modo di parlare del bar sotto casa»), inseguendo esclusivamente le svolte più o meno sorprendenti e “romanzesche” dell’intreccio. Per restituire integralmente quella realtà scissa e animata, dovrebbe scindere e animare anzitutto la propria lingua: facendo sì che echeggi concretamente, materialmente, quelle contrapposizioni ideologiche, religiose, sociali.
Più volte, con infinita supponenza e senza alcuno sprezzo del ridicolo, ho sentito alcuni scrittori qui paragonare la propria opera incompresa dai contemporanei (ma da quali di essi? non c’erano le decine di migliaia di downloads?) alle grandi rivoluzioni della letteratura del passato, riconosciute solo a distanza di decenni se non di secoli; oppure addirittura all’invenzione di un nuovo sport, con nuove regole che sfidano l’evidenza dei canoni contemporanei. Ebbene, Bachtin – ripeto, fra le infinite altre cose – ci insegna che proprio il cambiamento di paradigma, la rottura epistemologica o ideologica che una grande opera letteraria necessariamente comporta, si connotano anzitutto linguisticamente: ben al di là dei conflitti o delle scissioni che vengono narrate nel suo intreccio. Non c’è bisogno insomma di mettere in scena per forza le guerre d’Oriente o un guazzabuglio di intrighi di palazzo: il conflitto è tra noi, ogni giorno, e la letteratura lo radiografa impietosamente – anche, se non soprattutto, cogliendolo nelle sue proporzioni più ridotte. La storia di uno studente russo morto di fame che ammazza una vecchia in un tugurio e poi affronta il percorso della colpa e della redenzione – per evocare l’autore da Bachtin più amato e studiato, Dostoevskij – contiene l’intero universo del bene e del male, del tempo e dello spazio, del presente e dell’infinito. Altro che New italian epic.
@ Cortellessa
Oggi quali sarebbero questi autori che operano una rottura? E se ci sono, te ne occupi? E se te ne occupi, quali sarebbero i tuoi criteri di selezione?
@ AMA
Di mestiere faccio il critico, oltre che il leccaculo universitario. Scrivo da tredici anni su diverse testate, per lo più di autori italiani contemporanei. Dirigo anche, da quasi cinque anni, una collana di testi italiani contemporanei nei quali ovviamente credo molto. Fra di essi figura anche quel Tommaso Ottonieri che, seppure con un certo tono di sufficienza che non capisco bene da cosa ti derivi, hai sostenuto di trovare di qualche interesse (il titolo del suo libro è «Le Strade che portano al Fùcino»); inoltre nel corso di questa discussione, che forse non segui con attenzione visto che l’hai definita «televisiva» (e ci si chiede perché allora continui a frequentarla), ho per esempio evocato Luigi Di Ruscio col suo «Cristi polverizzati». Avendolo pubblicato io non posso essere del tutto obiettivo. Non dirò comunque che si tratti del nuovo Dostoevskij. Mi basta dire che è l’unico e originale Di Ruscio, classe 1930, operaio metallurgico marchigiano da 53 anni emigrato in Norvegia. Prova a leggerlo, poi mi dici.
Sempre per venirti incontro aggiungo che inoltre, sempre in questa inutile discussione, mi è stato chiesto di elencare alcuni titoli a forte tasso di letterarietà. Nel mio commento di ieri alle 11.50 trovi diversi titoli di autori italiani viventi, molti dei quali sotto i 50 anni d’età. Nessuno di loro è Dostoevskij, ma a me sembrano tutti autori più che validi.
Comunque, Grandi Geni non ce ne saranno più per un pezzo, forse mai più, e tanto meno Grandi Geni letterari, al massimo autori validi, anche più che validi, scrittori di qualità. Accontentiamoci.
in Alfabeta, n. 101, ottobre 1987, p. 3
I premi letterari
1. A favore dei premi letterari si dice che servono a dare «dignitosamente qualche lira agli scrittori». Obiezione: la «moneta» dei premi è oramai a così basso livello che gli scrittori potrebbero continuare a morire di fame, soprattutto se hanno famiglia.
2. Il costo dei premi letterari. Un «grande» premio come il Campiello costa cinquecento milioni all’anno (la dichiarazione è ufficiale) ma agli scrittori vincenti si danno solo trenta milioni.
Ma non servivano a dare soldi agli scrittori? Sì, ma pochi e senza dignità in rapporto ai costi generali.
N.B.: il regolamento del Campiello prevede che «devono essere segnalate» dai giurati le opere indipendentemente dalla volontà di autori e editori. Alla luce delle cifre sopra indicate questa «chiamata» può essere definita precettazione o forse meglio: lavoro forzato non retribuito.
3. Ci sono premi senza responsabilità e premi con responsabilità critica. Senza responsabilità sono i premi a giuria «allargata»; quelli con responsabilità critica si impegnano invece in discussioni e motivazioni che coinvolgono in pieno i singoli giurati. Quelli senza responsabilità (leggi: Strega e Super-Campiello) sono i beneamati dalla TV di Stato, che è poi quella che determina l’efficacia, sul piano delle vendite, del premio medesimo.
4. I premi fanno vendere. No, non fanno vendere per niente. Solo due fanno vendere: Strega e Campiello. Non è vero nemmeno questo: in alcuni casi sì, in altri clamorosamente no. Il pubblico fa i dispetti?
5. I premi tentano di conciliare l’inconciliabile: valori e promozione delle vendite, giudizio critico e pubblicità. Quindi perdono sia la capra che i cavoli.
6. Per conciliare quanto sopra, al punto 4., i premi necessariamente eliminano i libri di conflitto, i libri di rottura, e fanno passare i «valori» medi: prose patetiche e liriche, o altro di innocuo, sono le preferite. Gli scrittori «nuovi» che vengono segnalati e lanciati devono avere dato prova di assoluta malafede nella ripetizione di modelli collaudati per inefficacia.
7. Per vincere i premi l’editore gioca d’anticipo e privilegia i libri più facili.
8. Perché i grandi editori impegnano energie e denaro nel concorrere ai premi? Sembra un controsenso, dal momento che i premi non danno neppure la sicurezza di vendere di più. La risposta è semplice: perchè sono gli stessi scrittori a richiedere ai grandi editori non solo la normale partecipazione ai premi ma anche garanzie di vittoria.
9. Un piccolo editore di Bologna pubblica tutti gli anni un volumetto-repertorio con tutti i premi previsti. Ne vende 30.000 copie. C’è anche una rivista specializzata in premi letterari e il suo editore gode di buona salute finanziaria. Si calcola che i premi siano circa 2000 all’anno.
10. Ci sono responsabilità gravi degli scrittori in questa situazione? Pare proprio di sì. Se gli scrittori di un certo valore, anche quelli non «facili», fanno tanti capricci e alzano così alti lamenti in prossimità del premio cui ambiscono, perchè le migliaia di scrittori di serie B e C e D non dovrebbero reclamare una loro particina nello spettacolo cosiddetto di serie A?
11. I premi hanno premiato troppi libri mediocri e il pubblico ha voltato le spalle agli autori italiani. Il pubblico abbocca una volta, magari anche una seconda, ma poi si stufa (e fa i dispetti).
12. Gli scrittori importanti partecipano ai premi letterari perchè dicono di voler vendere un po’ di più i loro libri difficili. Obiezione: ma a chi vogliono vendere, a che tipo di pubblico? A quello che abbocca o a quello che non abbocca? Forse a tutti e due. Effetti dello strabismo da marketing.
13. Poiché gli autori italiani vendono poco, cioè in misura del tutto inadeguata rispetto agli investimenti, i responsabili editoriali si consolano con i premi ricevuti e possono dire agli azionisti insoddisfatti: il Tal dei Tali vende poco, è vero, ma ha vinto un Gran Premio. Scelta sbagliata scelta premiata, e l’editor si mette in salvo. Di conseguenza l’editor, con altri apparati della Casa editrice, occupa più tempo nelle manovre dei premi che nella selezione delle opere da pubblicare. Ha dunque ragione chi sostiene che l’industria culturale è «impropria».
14. Per essere sicuri di vincere, e tener fede alle garanzie di cui al punto 8., i grandi editori tentano di influenzare le giurie, soprattutto quelle senza responsabilità. Se l’operazione non riesce, ecco la sorpresa. Si premia il libro facile di un editore minore. È lecito, in questo caso, parlare di «scoperta» letteraria? Gli stessi che sostenevano il valore dei premi fino al giorno prima, in caso di sconfitta dicono subito che le giurie «allargate» sono inattendibili. Pensano dunque che sia più facile avvicinare e persuadere i giurati autorevoli?
15. Per mezzo dei premi la società letteraria esercita il suo potere in forma ritualizzata. Eliminare il rito dei premi comporterebbe, in premessa o come conseguenza, l’abolizione o l’autocancellazione della medesima società letteraria.
16. I premi possono essere modificati, migliorati, accentuandone la responsabilità critica, che a sua volta dovrebbe essere oggetto di critica.
17. Una vera modifica sarebbe questa: trasformare i premi in borse di studio, come quelle delle foundations negli U.S.A. Un comitato scientifico sceglie uno scrittore e lo stipendia adeguatamente per qualche anno (per esempio 100.000 dollari in quattro anni). Lo scrittore autenticamente beneficiato può scrivere quello che gli pare, facile o difficile, tanto sa di poter campare, almeno per quei quattro anni.
18. Una raccomandazione. Le giurie dei premi «con responsabilità» non devono essere troppo numerose. Se ci sono troppi giurati autorevoli (16, 21 ecc.) si è costretti a soluzioni di compromesso. Poiché molti giurati autorevoli sono anche eminenti cattedrattici, i riti universitari si sovrappongono a quelli della società letteraria. La lotta, in questi casi, divampa tra due opposte ritualità e gli scrittori rischiano di rimanere schiacciati come noci.
19. Le opinioni autorevoli qui riportate sono state tutte regolarmente espresse in luoghi pubblici vari e in alcuni casi anche scritte su giornali o riviste. Non sono tutte da buttare.
@ Aldovrandi
Sì, io mi accontento. Io non ho la tracotanza ridicola di presentare quel che piace a me – o che addirittura sono io, come s’è avuto l’impudenza di fare qui – come ciò che spacca il mondo in due, fonda nuovi paradigmi ecc. Io penso che intanto occorre dare spazio a chi ci prova – mentre il sistema editoriale contemporaneo tutto sembra voler fare meno che questo. E poi se chi ci prova ci riesce, rivelandosi addirittura un genio, lo diranno i posteri. Quei posteri, beninteso, che saranno stati messi in grado di conoscere quell’opera che ci provava (il che non è automatico).
Gianni Biondillo qui ricordava che Franz Kafka, autore senz’altro letterario e senz’altro arduo (non ricordo più chi, da qualche parte, ha scritto che invece è come bere acqua fresca… Il castello acqua fresca?), a mio avviso se interessa il maggior narratore di tutti i tempi, è oggi fra gli autori più ristampati e popolari del mondo. Vale la pena ricordare, a lui e a tutti, che Kafka in vita pubblicò solo poche plaquettes contenenti una manciata di racconti, tutte per piccoli o minuscoli editori praghesi. Chi si voglia fare un’idea della proporzione fra edito e inedito, nella sua opera, può vedere la bella edizione della Compagnia Extra Quodlibet, Un artista del digiuno, che raccoglie solo racconti pubblicati in vita (o che Kafka aveva licenziato per la pubblicazione al momento della sua morte).
Se un autore di oggi morisse avendo pubblicato solo quel libro, e con quel tipo di editore, quante migliaia di downloads potrebbe vantare?
Anch’io mi accontento, era un commento un po’ malinconico tra me e me, per un Grande Genio ci vuole un mondo che gli risuoni intorno, un mondo, non una piazza tra mille piazze, un arcipelago di piazze e per di più “democratiche”.
Kafka, tu dici? forse ce la fa, è già stato conosciuto da Grandi Lettori (ci vogliono i Grandi Lettori, per riconoscere il Grande Genio, a loro volta però riconosciuti come Grandi Lettori) ma appunto, arriva un cittadino di questo mondo democratico, dice che leggere Kafka è acqua fresca, che è deprimente, e magari dice anche IO sono uno scrittore, IO sono un poeta, lo ripete abbastanza a lungo perché qualcuno cominci a ripetere, e così va la vita in questi tempi bui.
Accontentiamoci, resistiamo e incrociamo le dita.
[Vedrai adesso la caterva di insulti che mi arriverà addosso, per la mia insultante idea di grandezza e per il mio ridicolo senso di valori pre-vetero-testamentario.]
“Ci vogliono i Grandi lettori per riconoscere il Grande Genio, a loro volta però riconosciuti come Grandi Lettori”.
Uhm.
Riconosciuti da chi?
Quis custodiet ipsos custodes?
@ :A:
“riconosciuti da chi?” forse non è la domanda giusta, forse bisognerebbe chiedersi anche “dove?”
“da chi e dove?” non certo qui da luca, non certo qui da da JohnGrady, non certo in un mondo di acquirenti dotati di tastiera, magari simpatici e dotati di senso dell’umorismo (ci sono anche acquirenti simpatici e dotati di senso dell’umorismo), perciò, poiché il nostro è un mondo fatto sostanzialmente di acquirenti dotati di tastiera, il mio malinconico commento delle 2:32 benché sgradito, ha una sua triste verità
@Aldo, riferito anche al commento delle 2:32:
Può essere, e nel caso, pazienza.
Però il Genio raramente è/è stato riconosciuto tale dai suoi contemporanei. Al momento mi viene in mente come esempio raro e relativamente recente (60 anni fa) Norman Mailer che definì “genio” Burroughs.
Ma appunto, eccezioni.
Il Genio riconosciuto tendenzialmente è un Genio morto.
Ho seguito il dibattito, la cui più sorprendente caratteristica è la modalità bellica. I critici si sentono in dovere d’aggredire quasi a prescindere, atteggiamento oramai diffuso a livello di istituzioni – la critica seria è un’istituzione. Comunque. Premesso che di Wu Ming non ho letto alcun romanzo, e che ho trovato New Italian Epic carente sotto tanti punti di vista, ciò che mi sembra fuori luogo è proprio l’argomento che figura a monte della discussione. Il concetto di letterarietà, va da sé, è talmente suscettibile di moti soggettivi, gusti, opinioni, specie poi se stabilito in cima all’onda della più prossima e urgente contemporaneità, che la pretesa d’imporlo a qualcun altro rasenta la follia. Anche la classifica di qualità di Pordenonelegge, cui Cortellessa assieme ad altri presiede, a mio avviso possiede la sola – anche se non indifferente – utilità di tenere informati i lettori sui nuovi titoli; ma assegnare un punteggio a qualcosa di così eminentemente sfuggente come il valore letterario di un’opera è utopico. Fra l’altro, anche un lettore forte come il sottoscritto non potrà mai aver letto tutti i libri esaminati da una commissione di 150 membri – io per esempio non ho letto nessuno dei libri che si sono piazzati prima de L’UOMO VERTICALE di Davide Longo (un romanzo poderoso), ma dubito che li troverei di “maggior qualità”, conoscendo altri lavori degli autori che lo precedono.
Il servizio non buono fornito da Policastro a Ottonieri (che non conosco, ma il cui brano riportato come esempio d’alta letteratura m’ha lasciato indifferente, a me che adoro Gadda e Rimbaud, tanto per citare due prosatori non proprio banali) ribadisce quanto prima affermavo: una modalità bellica, egoica e a petto in fuori della critica fa male alla critica e alle opere che tale critica intende promuovere. Così come mi sembrano fuori luogo le affermazioni apodittiche sulla trama o lo stile o il lessico; mi limito a fare due esempi. Se la trama è così deleteria buttiamo nella spazzatura secoli di capolavori (pensiamo all’800); oppure se mi si dice che oramai siamo nel 2010 dove va a finire il valore assoluto (la letterarietà, appunto) d’un testo? I FRATELLI KARAMAZOV, GUERRA E PACE, CASA DESOLATA, IL PROCESSO, LA METAMORFOSI, IL ROSSO E IL NERO, MIDDLEMARCH, MOBY DICK e decine e decine d’altri: tutti al macero? Secondo esempio: tre dei capolavori moderni – L’ARCOBALENO DELLA GRAVITA’, INFINITE JEST, UNDERWORLD – non posseggono una trama unitaria e lineare, ma ciò non vuol dire che la trama non ci sia; sono tre narrazioni che ruotano attorno a tre oggetti (rispettivamente un missile, un film e una palla da baseball); anche questa è trama, come parimenti lo svolgersi attorcigliato, cangiante, ipnotico e avvolgente della RECHERCE. Direi anzi che la RECHERCE è essa stessa trama, che assume la trama dell’esistenza a propria stella polare; anzi meglio ancora che assume la ricerca della trama dell’esistenza (anche se non esiste, anche assumendosi a priori il rischio che non esista) a stella polare. Degli ultimi libri che ho citato poi, eccezion fatta per INFINITE JEST, nessuno utilizza il linguaggio in maniera particolarmente oscura o immaginifica (benché L’ARCOBALENO sia molto, molto oscuro) – così come non lo fa Bolano in 2666, altro capolavoro dei tempi nostri che esula da ogni asfissiante classificazione. Questo per dire che la reinvenzione del mondo può operarsi benissimo attraverso un linguaggio adeguato (ma non per questo necessariamente pirotecnico o “alto” nel senso evocato da Policastro) a un’idea di mondo originale, innovativa, profetica, sghemba, acuta, spiazzante eccetera eccetera. Infine, la contrapposizione fra alta e bassa letteratura sulla base delle vendite è un’altra assurdità: Shakespeare otteneva un successo strabiliante, così come Goethe o Tolstoj o Dickens: e allora?
Io credo che la via sia quella d’una maggiore apertura all’alterità; soluzione oggi avvelenata dalla deriva culturale in atto, che ci rende fatalmente più aggressivi e dunque regressivi. Le parole pronunciate non molto tempo fa da Giorgio Vasta (ecco un altro autore che usa bene la lingua senza per questo diventarne un improbabile acrobata, ecco un autore che ha scritto un romanzo in cui si celebra un vero e proprio micro-mondo con stile sorvegliato, impeccabile, materico ma assolutamente accessibile) su Nazione Indiana, in occasione della sua risposta alle oramai celeberrime dieci domande, mi sembrano le più opportune per reimmettersi su un binario che sia costruttivo e, di conseguenza, anche creativo. In un tempo drammatico non abbiamo bisogno d’altre distruzioni.
@ aldovrandi: incrocio le dita anche io insieme a lei e trovo che “leggere Kafka è acqua fresca” sia frase deprimente oltre ogni limite.
In linea di principio ritengo confortante che chiunque possa esprimersi in massima libertà grazie alla Rete, rimango però di solito deluso dalla (per me, ovvio, ma meglio ribadire) qualità media degli interventi (articoli, recensioni, pareri, chiamiamoli come vi pare) prodotti da questi cittadini del mondo democratico, qualità media che è molto, molto bassa.
Gilda Policastro in un solo commento riesce a invitarmi a scoprire un romanzo, motivando e spendendosi come ha fatto, mentre molti altri nei loro siti e blog non riescono, in uno o più post, a sortire lo stesso effetto. Non so per quale motivo ciò avvenga anche se sospetto che sia a causa della loro mancanza di formazione, del fatto che non abbiano certa cultura e mezzi tecnici senza i quali diventa difficile esaminare e criticare un testo e, di conseguenza, invitare o meno alla lettura dello stesso al di fuori d slogan o frasi fatte. Ma di questo ovviamente non posso essere sicuro, è solo supposizione.
Pur non piacendomi constatare questo effetto mi sento costretto ad ammetterlo, sarei disonesto altrimenti.
La sento, al momento, come una grossa sconfitta, una grande lacuna della Rete (non di tutta, ovvio, ma non posso fare discorsi generali basandomi sulle eccezioni) nella quale si corre il rischio che questo rumore di fondo possente, questa enorme produzione di pareri da bar spacciata per recensioni critiche soffochi con facilità le poche voci decenti e interessanti.
Credo che la situazione possa migliorare. O meglio, me lo auguro con forza e staremo a vedere in futuro…
no, caro, qualcuno, una manciata di persone di valore, se pur non dello stesso valore, che lo riconosce c’è sempre, (vedi Kafka/Brod, tra i due non c’era gara, ma Brod ha fatto il suo dovere, e a suo modo anche Benjamin) altrimenti finisce nel secchio dell’immondizia come carta straccia, ma può ancora essere così, oggi? rimando ai miei commenti precedenti, buona giornata
era per :A: il mio commento, di leggere gli altri adesso non ho il tempo, scusate
@ Cortellessa
Ti sbagli, per me Tommaso Ottonieri e’ molto interessante. Ho letto molti anni fa Crema acida. E quando usci’, il Fu.cino. Che dire, allora spero che i tuoi Fuori Formato abbiano lunga vita, anche senza di me.
@ WuMing4: credo di aver letto la maggior parte dell’involontario “trattato discorsivo” che vien fuori dialetticamente tra te ed Andrea.
Avrei una domanda, tu dici: “La vera differenza tra la mia posizione e la tua, Cortellessa, è che tu sei a favore di una forza d’interposizione tra i lettori e il mercato, costituita dai critici di professione che dovrebbero arginare il dilagare degli automatismi commerciali, mentre io ricerco in tutti i modi l’attivazione e partecipazione diretta dei lettori stessi, perché ritengo che la reattività debba svilupparsi da loro, dal basso, non dagli intermediatori. Perché io ho fiducia nei lettori, tu no, o non abbastanza.”
Io ritendo che un critico che non avesse fiducia nei lettori avrebbe la consapevolezza (idiota) di non stimare il “suo stesso” pubblico, e non credo neppure che un critico abbia la pretesa di “domar lettori” per il proprio circo. Non capisco dove sia, dove stia, in cosa consista, il conflitto tra le due posizioni (che diano una descrizione realistica dei fatti, questo è del tutto secondario).
Quello tra te ed Andrea è, per la maggior parte un mirabile esempio di cosa si intenda con lo “scambio dialogico equilibrato”: ma alla rovescia.
Di passaggio: è mia opinione che la prima citazione di Marx sia fuori posto, come minimo. Ma non si può discutere di tutto, e mi sembra che abbia già replicato qualcuno.
@ Gilda Policastro
Scusi, Professoressa, ma:
– se per parlare autorevolmente di letteratura bisogna come minimo farlo da un periodico o da una terza pagina di quotidiano, o meglio ancora da una cattedra universitaria;
– se la comunità di riferimento dei critici è costituita soprattutto dagli altri critici;
– se il web è questo luogo orribile, fintamente democratico, in realtà soggetto alla tirannia del mercato, dove sono saltati i sacrosanti ruoli e le giuste gerarchie;
se tutto questo è vero, Lei cosa ci sta a fare qui a parlare con noialtri zombie? Non vede che siamo irredimibili? Ci lasci perdere, a sguazzare nella nostra ignoranza e ad acquistare (senza poi neanche leggerli, dato che non ne siamo capaci) i nostri ignobili prodotti paraletterari…
@Andrea Cortellessa
grazie per la risposta e la spiegazione, questa sì può spingermi ad approfondire. Non penso, come dichiara qualcuno che il critico debba vergognarsi di possedere conoscenze e strumenti, ma che debba appunto usarle per dialogare con chi vuole capire, senza che questi debba a sua volta sentirsi per forza in soggezione.
E aggiungo. Per far sì che gli strumenti critici specialistici non restino lettera morta nei seminari universitari e si facciano parola e pensiero concreti, non guardate solo ai luoghi di scelta e di orientamento, ma anche a noi lettori, magari siamo più ricettivi. Il web, che dà la parola anche a chi non la merita, può essere uno strumento utile (per quei critici che davvero vogliono dialogare e non scagliare fulmini dall’alto della loro cultura). E’ in questo che trovo l’approccio di alcuni scrittori più funzionale.
Cercherò di vedere “Senza scrittori”.
Trombone.
Ci sono diversi modi di suonarlo, dice Mr. Cort. E c’ha ragione, perdio! L’unica cosa che serve, per tutti, è il fiato. E almeno lui ce lo mette, io questo devo e voglio riconoscerlo. Poi, io non sono d’accordo su niente o quasi, però c’è passione, animus pugnandi. Si contraddice, perchè dopo aver cominciato con il fatto che tutti i guasti vengono dall’industria e dal turbocapitale editoriale ci ricorda (lui a noi) che Kafka è morto pressocchè impubblicato. Ma come allora, mi chiedo io ignorante, non erano quelli i tempi dei Grandi Editori, dei Grandi Lettori, dei Grandi Critici, che sapevano riconoscere i Grandi Geni? E vabbè, però dài, alla fine siamo tutti pieni di contraddizioni, io ne sono un concentrato assoluto.
Oppure, Mr. Cort, accusa un po’ alla cazzo, vi mettete sul piedistallo, fate i grandi innovatori, non avete il senso del ridicolo, dice agli scrittori intervenuti. No, guarda, sei tu che hai detto, siete delle ciofeche, fate merda commerciale e basta, se non è LLLetteratura come dico io, è tutto uguale. Ma non fa niente, che la discussione accalora e uno fa pure un po’ la vittima, non c’è problema.
Ma diamine, il fiato ce l’ha. Il trombone lo suona.
Poi c’è una trombetta, la signora gilda; lì lo stridore diventa più acuto, si sente, con fatica, il disprezzo per chi sta ascoltando. E ti dice, io sono Archie Shepp, coglione! Sono Sonny Rollins, troglodita di merda, se non lo sai informati! E’ una trombetta di estrema destra, che poi non ci sarebbe niente di male, ognuno ha diritto, ma pretende pure la patente della Revolucion. E là non dico che uno si incazza, però la voglia di mandarla viene tutta. E allora meglio Totò.
Infine, e qui il caso si fa patetico, arriva il turno dei tromboni senza fiato, stile Aldo&Elvis. Quelli che non ci sono più le mezze stagioni e i geni di una volta. Queli che il mondo è diviso in acquirenti e spiriti alati. I sommellier che alla Conad non c’hanno mai messo piede. Mi piacerebbe incontrarli.
Io di fiato ne ho poco. Pochissimo.
Giusto per una pernacchia.
Che alle cose serie stamattina ci ha pensato Macioci, che non conosco. Ma vi ha calato le braghe.
L.
e puntualmente luca commenta, confondendo uno spirito realistico con uno spirito alato, deve avere una mazza incorporata nel cervello, un mazza-cip
@Elvezio
a me Ottonieri non interessa, la penso come Enrico Macioci, ma anche se non mi interessa, penso che Policastro faccia bene a sostenerlo, benché proprio parlarne qui sia un atto grandemente provocatorio dal quale si era astenuto, giustamente, visto che è qui a dialogare, Cortellessa nel commento in cui faceva dei nomi, scegliendo invece autori più affrontabili, benché validi, più che validi, di qualità
Sono felice che il dibattito sia divenuto più costruttivo nel corso dell’ultima giornata, e che i toni si siano un po’ addolciti. A proposito, @ Vincent: se intendevi annoverarmi tra quelli che dicono cose sensate nascondendosi dietro una falsa umiltà, bè… grazie! Visti gli insulti che sono fioriti spontanei da questo post, “zanzara tigre” mi è sembrato simpatico. Dico sul serio!
@ Gilda Policastro, una domanda (falsamente?) ingenua: che cosa ci guadagna, dall’alto della sua cultura e intelligenza, a permanere in questo tono di superiorità e disprezzo verso i suoi interlocutori? Se si rivolge con tanta sufficienza a dei lettori comunque mediamente colti, in che termini si rivolgerebbe all’enorme massa di assidui del Grande Fratello o, che so io, di lettori del (giustamente) famigerato Dan Brown? O forse tutte quelle persone non possono rientrare in questo dibattito? Io direi che potrebbero anche entrarci, visto che si è parlato, tra l’altro, di scuola, di istruzione. Sono d’accordo con lei che “la scrittura è una via diversa di accesso al mondo, perché dà la possibilità di comprenderlo e di farlo comprendere con un suo specifico linguaggio, modo, forma ogni volta diversa…” – parole bellissime. Ma lo scopo ultimo di questa comprensione qual è? Quello di potersi sentire, in questo mondo, un’anima bella e profonda? O non dovrebbe essere anche quello di cambiarlo, il mondo, di migliorarlo, di ridurre le distanze tra chi, in tutti i sensi, sta in alto e chi sta in basso?
Ecco, forse un limite (strutturale? intrinseco?) di quella che ho definito “critica alta” che mi sembra emergere qui è nella sua incapacità (impossibilità?) di rapportarsi direttamente a questa massa di persone, che esistono e che, almeno tecnicamente… sanno leggere. Io come lettrice media posso apprezzare il ruolo di pungoli, di
“guardiani” (in senso positivo) della qualità letteraria, di suggeritori e ispiratori svolto dai critici di professione, e non mi auguro assolutamente che spariscano o vengano esautorati in toto come categoria, ma… c’è tutto un mondo là fuori, che ha bisogno di intelligenza, e di stimoli positivi, che però devono essere anche alla sua portata. Allora forse, se le cose così stanno, in questa discussione come altrove invece di azzuffarsi e discutere sul valore e sulla legittimità del reciproco lavoro, avrebbe quasi più senso (pur cercando necessariamente di continuare a comunicare, magari civilmente) dividersi in qualche modo i campi, lasciando spazio e riconoscendo uguale dignità tanto a chi fa da tramite tra un (chiamiamoli approssimativamente così) “livello alto” e un “livello medio”, quanto a chi è disposto e anzi si sente in dovere di guardare anche verso il basso, verso la massa dotata di tastiera e magari non di molto altro. Sperando poi, chiaro, di poter stabilire delle interazioni virtuose tra questi vari livelli. Ma, insomma, vista la situazione della cultura italiana che tutti qui, in un modo o nell’altro, riconosciamo come un po’ desolante, auspicherei un po’ di realismo e di visione d’insieme.
Detto questo, voglio ringraziare sinceramente Andrea Cortellessa per il suo impegno nel dare risposte.
Una domanda concreta a Wu Ming (1, 4…), per tornare sul terreno delle strategie politico-culturali: potete dare qualche informazione (non dico dati statistici, che credo sia impossibile, ma qualche idea) sul chi e sul perché sceglie di scaricare gratuitamente i vostri libri anziché comprarli (o viceversa)? Io ho letto alcuni vostri libri e li ho sempre regolarmente comprati in libreria. Mi sono chiesta perché e mi sono venute in mente così di getto, senza pensarci troppo, tre risposte: 1) perché sono abbastanza libro-feticista; 2) perché la spesa per i libri è una di quelle che posso permettermi; 3) perché, banalmente, mi sembra comunque giusto che si dia da mangiare a chi scrive. Mi interesserebbe però sapere se chi scarica gratuitamente lo fa tendenzialmente più per motivi economici, perché scarica qualcosa a cui non è sicuro di essere veramente interessato o perché attribuisce a questa scelta una valenza politica e magari trova altri canali per ricompensare gli autori per il loro lavoro, bypassando le case editrici e applicando qui come altrove il principio della “filiera corta”.
Immagino che abbiate trattato questi temi già altrove per cui, se non avete tempo di rispondermi qui, potete darmi un link?
Chiudo e mi scuso (di qualcosa dovrò pur zanzarescamente scusarmi) se il mio intervento appare pleonastico o capita fuori posto o in ritardo rispetto al corso della discussione, che procede tumultuosa e quindi difficile da seguire in tempo reale.
@aldovrandi
come sempre grazie per la gentile citazione! Sono in buona compagnia con luca, se non altro. Per quanto riguarda gli acquirenti muniti di tastiera… fa un po’ ridere perché i libri che ho letto e che mi hanno formato (magari male, lo riconosco) li ho quasi tutti trovati in biblioteca, nei lunghi anni in cui non ho avuto un reddito. Ora che a tutti gli effetti rientro nella categoria che citi, che grazie al cielo ho uno straccio di lavoro, posso finalmente comprare qualche libro ogni tanto.
Fa piacere notare come si sia andati anche *oltre* il concetto di “letteratura” e “non-letteratura” e si sia finalmente arrivati al concetto di “lettore” e “non-lettore (acquirente)”. Par di capire che l’acquisto di volumi facenti parte del mercato editoriale di massa squalifichi il lettore, come squalifica chi li scrive. Sempre lì stiamo. Se non altro mi avete fatto ricordare questo:
“Eravamo la cornice di un romanzo medievale
Noi
gli eletti
riuniti in una casa che cadeva a pezzi
immersi nel silenzio dei pomeriggi d’agosto
e fuori
fuori la peste”
@Anonimo, tu sei :A: ?
tutti qui siamo acquirenti muniti di tastiera, io pure, o tu hai un collegamento speciale?
comunque, c’è un mondo, fuori, che fa trama, anche se non fa massa
questa mania di parlare di alati eletti, senza guardare oltre il proprio naso, mah…
@aldovrandi
No scusa e scusate @tutti ho inviato per errore senza compilare.
Anonimo delle 11:21 sono io.
Gli eletti siete voi.
ciao
@Macioci credo l’abbia già chiarita con molta precisione Cortellessa (via Bachtin) la differenza tra la trama (o l’intreccio, o il romanzesco) dei Karamazov e la trama di Altai (chiedo scusa ai Wu Ming: non è accanimento, ma è l’esempio che s’è fatto fin qua). E trovo altrettanto inutile persistere nella solita discussione sulla tutela della libertà incondizionata o l’arbitrio assoluto del lettore: a te piace sbandierare l’ “io”, e ogni volta snocciolare le tue classifiche personali o ricordarci il canone della tua libreria di casa (pressoché tutta la letteratura già canonizzata, peraltro: non è un po’ comodo, così? Certo che pure io e Cortellessa abbiamo letto i capolavori conclamati, altrimenti a leggere e amare Ottonieri o Di Ruscio non ci saremmo mai arrivati), a me interessa piuttosto discutere o ridiscutere un’idea di letteratura che deve, certo, mutare coi tempi, come del resto hanno inteso molto bene le avanguardie a inizio e metà secolo scorso, e che però in questo tempo mi pare preveda come unica mutazione la rincorsa dei numeri (o dei download, scopriamo in questa discussione). “Mi piace l’insuccesso”, scriveva invece Manganelli da par suo, caldeggiando il worst-seller, libro “delicatamente scostante, schivo, un libro che dà del lei e si rivolge a pochi, pochissimi, nessuno”, a differenza del best-seller che (ri-citazione) “è certamente un libro cordiale, comunicativo, coinvolgente e sciarmoso”.
Tu, come i Wu Ming, fingete di non capire che il cuore del problema non è la spocchia dei critici che vogliono leggere solo libri inaccessibili per chissà quale ignota ragione (forse che la letteratura, quella ignota, marginale, faticosa, per niente “sciarmosa”, o sciarmosa in un suo modo unico, irripetibile, particolare dà un potere speciale, un’aureola, una via d’accesso all’alto dei cieli, cosa?). Il problema è la salvaguardia che non mi pare spetti ad altri se non ai critici, dal momento che ad essa hanno rinunciato la scuola e l’editoria, di spazi per una letteratura che non sia quella di massa, mercificata, facile, di consumo. È sempre esistita, d’accordo, come è sempre esistito il “maladetto fiore”, ma non è che in Dante fosse già perfettamente prefigurato Berlusconi (o forse sì). L’industria editoriale è diventata un colosso imprendibile, dominano il mercato le holding dei grandi gruppi che, come illustrava il doc di Cortellessa-Archibugi, acquisiscono anche i distributori o si consociano con essi, parlare con gli editori vuol dire sempre più parlare SOLO di una merce (quante copie può vendere il tal libro, quali fasce di lettori può intercettare, come si può confezionare al meglio per vendere di più, ci vai poi dalla Dandini?). A voi questa idea di letteratura piace? Non ritenete che necessiti di contrappesi, di proposte diverse, di sacche di resistenza, di alternative culturali, fondate su idee, progetti, ricerca, linguaggi, stili, gusto (inteso non come moda ma come esigenza estetica di una risposta ai bisogni che la letteratura intercetta diversa da quella banalmente contenutistica)?
Sempre Manganelli, nell’apologia dell’insuccesso letterario, ricorda proprio il caso di scrittori che oggi riteniamo classici e che furono ai loro tempi ritenuti cattivi scrittori (Dickens, ad esempio, che era invece, secondo Manganelli, uno scrittore “cattivo”, cioè un autore “della coscienza infelice”, ma ci volle una diversa consapevolezza storica e culturale per arrivare a decretarlo: dunque forse per gli scrittori coevi siamo un po’ in anticipo per la definitiva consacrazione) o, viceversa, di libri di grandissimo successo come I Promessi Sposi, il cui successo ha però anche comportato quell’indirizzo di lettura errato “che lo ha reso illeggibile a generazioni di ex liceali”. Ultimo, proprio il caso di Shakespeare, che non stampò il suo teatro, e che fu scontento degli insuccessi dei poemetti giovanili su cui molto puntava: “forse, voleva anche lui vincere un premio importante, con una giuria professionale: dopo tutto, non è detto che sapesse di essere Shakespeare”.
Qui l’impressione è che lo credano in troppi.
@Frau Forse i toni sono accesi perché la materia è incandescente, ma non certo per mia iniziativa o personale attitudine allo scontro (il mio primo intervento era molto neutro nei toni, e ciò non mi ha certo riparata dalla virulenza verbale dei Wu e dintorni). Non credo poi si possa eludere il problema principale della necessità di acquisire un codice comune e strumenti adeguati, per affrontare certi temi. Ma non lo si può fare ogni volta ripartendo dall’abc, non in una discussione che, dati i temi stessi, si presume comunque colta, con interlocutori competenti, come lei asserisce. O comunque io non riesco sempre a farlo, a differenza di Cortellessa.
Quando a Edoardo Sanguineti, una volta (e lo ricordo spesso questo aneddoto, perché mi pare illuminante), fu chiesto come mai non considerava che ai giovani potesse piacere più una canzone di De Andrè che un suo testo poetico, si limitò a rispondere: “mi spiace per loro, se non mi capiscono: che studino”.
Anch’io la penso così. E qui ci sto per disutere dei temi del doc di Cortellessa, ribadisco: non vedo perché non dovrei, dal momento che, a differenza della gran parte dei partecipanti alla discussione, quel doc io l’ho visto.
@Gilda Policastro
“non in una discussione che, dati i temi stessi, si presume comunque colta, con interlocutori competenti, come lei asserisce. O comunque io non riesco sempre a farlo, a differenza di Cortellessa.”
Mi spiace, ma dissento. Sono un lettore e non sono abbastanza colto. Ma questa non una conversazione privata fra lei e i WM, non è un seminario, non è uno scambio epistolare e non è molte altre cose. Siamo in un blog, in un luogo pseudo-pubblico del web, dove tutti hanno per fortuna o purtroppo, dipende dai punti di vista ma è così, diritto di parola (fatta salva la possibilità dell’azione moderatrice della padrona di casa oppure della proprietà della piattaforma a voler essere precisi).
Proprio in base a questa libertà, lei ha tutto il diritto di esprimersi come crede, e di non farsi capire da quelli come me.
Però ci siamo, e siamo proprio quei famosi lettori da educare. Ogni opera è scritta per un ipotetico lettore credo, non importa se poi l’opera finisce in un cassetto per sempre e viene dimenticata. Il vostro compito non è forse quello di combattere affinché le opere meritevoli, la letteratura alta, chiamatela come vi pare, riesca in qualche modo ad arrivare a noi? Non è anche questo il problema della distribuzione? Finché si è costretti nel mercato, e mi pare che ora come ora sia così, senza che s’intravedano altri spiragli incoraggianti, per convincere gli editori a ri-pubblicare e i distributori a distribuire appunto, forse una leva utile potrebbero essere lettori (quindi destinatari, pubblico, acquirenti…) formati che li convincano che ne vale la pena (magari anche diffondere gratuitamente on-line per favorire la reperibilità potrebbe essere utile, chissà).
Non siamo quindi parte del meccanismo? O forse l’unico vostro compito è quello di mettere un bollino di letterarietà che solo gli iniziati possono riconoscere? E chi sono gli iniziati?
E’ facile dire “mi spiace per loro, se non mi capiscono: che studino”. Ma voi non dovreste aiutarci in questo? E qui (internet > web > kataweb > lipperatura), ripeto, ci siamo anche noi.
Per questo non vi dico di vergognarvi di quello che sapete, anzi ve lo invidio, ma fino a quando io non sarò al vostro livello, in luoghi come questo vi consiglierei di scendere dalla cattedra e utilizzare la vostra conoscenza per farvi capire anche da noi. Altrimenti, presumo, finiremo per continuare da autodidatti o peggio, per seguire falsi maestri, come forse reputate gli autori qui presenti.
Allora è tutto perfetto. Il mondo è il migliore possibile. Meno male. La signora gilda stava facendo una finta, per farci preoccupare. Ma era uno scherzo.
Perchè “l’elogio dell’insuccesso” parte dal presupposto che di insuccesso debba trattarsi. Se no che insuccesso sarebbe? Si vorrà mica l’insuccesso di massa? Il lamento contro le holding era dunque un depistaggio. Non c’entra niente.
Il segreto sta nel rivolgersi a pochissimi, a nessuno. E poi, se in giro non si vede nessuno, proclamare sprezzanti. Stronzi. Il passaporto eterno della letterarietà.
Signora gilda, mi sto convincendo che se T. Ottonieri seguisse tutta questa pantomima avrebbe molta voglia di prenderla a schiaffi.
Io no, perchè mi ha molto rassicurato. Gliene sono riconoscente.
L.
Mmmm le istituzioni formano il gusto già, una buona università…
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Già. Non so, pensavo a Borges che nonostante la sua cultura enciclopedica ha fatto solo il liceo. E a Kafka, che era laureato sì, ma in giurisprudenza. E Steinbeck in chimica. E Burroughs (quasi) in medicina. Ed Hemingway, e… Non sono italiani: la Ortese? Svevo? Primo Levi? Anche loro, ahimè, niente corsi su Bachtin o Contini. Però…
[@Aldo: no, quell’anonimo non ero io.]
@ Andrea Cortellessa
Alla buon’ora una delucidazione. Proprio perché do per scontato che il tuo sapere non sia solo apparente (eccetto per quanta riguarda i nostri romanzi scritti dopo il 2002) ho insistito tanto perché mettessi un po’ di vera carne al fuoco e sono contento che alla fine tu l’abbia fatto.
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Dunque, sul piano strategico individui il terreno su cui agire nei luoghi intermedi tra scrittori e pubblico: redazioni culturali dei giornali e delle case editrici. Avevo capito bene, dunque. Avevo scritto, più rozzamente, che per te si tratta di agire come “forza d’interposizione”. Entrare nelle redazioni dei giornali e delle case editrici però ti riporterà sempre al discorso iniziale da cui eravamo partiti e cioè al fatto che, non trattandosi di enti di beneficenza, dovrai confrontarti con i loro fatturati. Io non ho niente in contrario ad adottare una strategia del genere, ma semplicemente, sono più realista di te e provo a escogitare strategie e tattiche variegate, che mettano in collegamento quelle stanze con tutto ciò che si muove là fuori. Perché la fuori non è tutto mercato, masse di pecoroni e di acquirenti, ma ci sono anche esperienze e istanze reattive, persone con bisogni e desideri non solo indotti. A loro si rivolge la mia/nostra attività. Come ricorderai, questo è già enunciato in New Italian Epic: “Il committente di un romanzo non è l’arte, l’editore o lo scrittore stesso. E’ una comunità di persone: una comunità potenziale, non legata a un tempo e a uno spazio precisi, ma non per questo meno reale. Un coacervo di bisogni, relazioni, meschinità e conflitti. E’ in quel contesto che una storia propone la sua visione. Non per insegnarla, ma per discuterla” (pag. 180). Perché può capitare che non ci sia solo da insegnare, ma anche da imparare…
E con questo rispondo anche @ Ivan Arillotta, che mi domandava chiarimenti. A WM interessa il formarsi dal basso di una comunità leggente e agente. Siamo convinti che nessuna azione “educativa” dall’alto riuscirà a essere efficace se non si cala DENTRO quella comunità e impara a parlare con essa. In soldoni, a noi la cultura pop, con tutte le sue contraddizioni e brutture e condizionamenti, interessa, non crediamo che sia tutta merda, anzi, la individuiamo come principale campo di battaglia.
Mi sembra che la differenza sia chiara.
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Ancora. Apprezzo molto lo sforzo di spiegare in poche righe a persone come me (che sono abbastanza ignorante) il pensiero di Bachtin. Peccato che, Cortellessa, perseveri nell’errore di parlare di libri che non hai letto (non quelli di Bachtin, ovviamente, ma quelli di WM). Chi ti ha detto che Altai è scritto con lo stesso registro linguistico? Quell’altra tua amica? Te l’ho già detto di non darle retta, fidati, no? Altai è scritto in io narrante, quindi è chiaro che c’è un registro prevalente sugli altri, ma non è il solo e certo non è “il modo di parlare al bar sotto casa”. Non so che bar frequenti tu, ma almeno qui a Bologna non senti parlare gli avventori come nel prologo di Altai postato qui ieri. Chi ti ha detto che la lingua di Altai non “echeggi concretamente, materialmente, quelle contrapposizioni ideologiche, religiose, sociali”? Prima leggere poi giudicare.
Tuttavia credo di capire dove vuoi arrivare, quindi sospendo la polemica e provo a raggiungere il nocciolo della questione.
Tu affermi che “proprio il cambiamento di paradigma, la rottura epistemologica o ideologica che una grande opera letteraria necessariamente comporta, si connotano anzitutto linguisticamente: ben al di là dei conflitti o delle scissioni che vengono narrate nel suo intreccio.”
La lingua dunque è il vero criterio che stabilisce la letterarietà di un’opera. [Ci voleva tanto a dirlo? Ci hai fatto aspettare due giorni. La tua spocchiosissima amica l’ha detto subito, è stata diretta e concreta, e bisogna dargliene atto.] E’ l’uso che si fa della lingua che implica la trasformazione di paradigma, la rottura, l’innovazione, lo “spaesamento”.
In New Italian Epic, riprendendo altri autori, noi abbiamo sostenuto che la lingua senza una storia su cui cimentarsi non trasforma proprio niente, perché appunto, come detto sopra, pensiamo che la narrativa sia un’attività comunitaria, rivolta a una collettività più o meno allargata. Finalizzare la sperimentazione linguistica alla narrazione – ovvero cercare di renderle complementari – non significa negarla, ma ipotizzare, ad esempio, che essa possa non essere sbandierata in faccia al lettore. La sperimentazione può essere sottile, una cucitura apparentemente invisibile, ma agente sottotraccia. Come sai spieghiamo questa cosa nel capitolo 5 di NIE.
C’è una fredda rete di linguaggio che ci avvolge, diceva un vecchio poeta inglese, e, aggiungo io, ci sono modi diversi di agire sulle sue maglie.
Il fatto ad esempio che Tolkien scrivesse in un inglese medio ha fatto sì che per molti anni i critici letterari che la pensavano come te non lo prendessero in considerazione. Ci sono voluti decenni perché (ad opera dei filologi allievi di Tolkien) ci si accorgesse che la sua narrativa è una specie di ipertesto lessicale, un elaborato di estetica linguistica, con una stratificazione di rimandi di senso, sfumature, riferimenti mitico-letterari, nessuno dei quali scelto a caso. La lingua in Tolkien è tutto e la trama, l’intera creazione di mondo letterario, DERIVA da essa. Ecco, continuando a ragionare come te non ce ne saremmo mai accorti.
Il tuo ragionamento, in sostanza, è miope, limitante, taglia via in blocco ogni opera che all’apparenza faccia prevalere l’aspetto narrativo su quello linguistico.
Dire che “non c’è bisogno di mettere in scena per forza le guerre d’Oriente o un guazzabuglio di intrighi di palazzo” perché “il conflitto è tra noi, ogni giorno, e la letteratura lo radiografa impietosamente”, non significa niente. In base a questa affermazione non si dovrebbero più scrivere romanzi storici e a poco servirebbe anche leggerli. C’è un testo relativamente celebre, mi pare, che racconta di una guerra d’Oriente e di alcuni intrighi di palazzo, ho il titolo sulla punta della lingua… Ah, già, l’Iliade. Che ne vogliamo fare?
Dici che “la storia di uno studente russo morto di fame che ammazza una vecchia in un tugurio e poi affronta il percorso della colpa e della redenzione – per evocare l’autore da Bachtin più amato e studiato, Dostoevskij – contiene l’intero universo del bene e del male, del tempo e dello spazio, del presente e dell’infinito.”
Quindi smettiamo tutti di scrivere? Siccome Dostoevskij ha affrontato quei temi al livello più magistrale non vale più la pena provare ad affrontarli di nuovo? E soprattutto: non è proprio il suddetto percorso, atto-senso di colpa-rendenzione, un esempio di andamento narrativo, direi quasi “mitico”?
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Un ultima quisquilia. Ti chiedi: “se un autore di oggi morisse avendo pubblicato solo quel libro, e con quel tipo di editore, quante migliaia di downloads potrebbe vantare?”. E chi lo sa? E’ una domanda interessante, sulla quale vale la pena interrogarsi. E non c’è modo migliore per farlo che studiare le trasformazioni della rete e delle comunità che la usano.
sto seguendo la discussione fin dal suo inizio. Astraendomi un poco mi pare di poter ricondurre tutto ad un quadro organico che fa della dialettica letteratura alta/bassa (definizione che non condivido ma che utilizzo per comodità) due aspetti dello stesso meccanismo: la formazione di un gusto di uno stile che sovverta e superi il gusto corrente passa attraverso un’opera di avanguardia, che parte dall’azione di pochi, i quali sperimentano forme “altre” di letteratura, come del resto in tutte le forme artistiche (musica,pittura,scultura,ecc). I più geniali delle avanguardie di 100 anni fa, ora sono i classici che attraverso i canali di diffusione culturali popolari (la scuola, la tv,le università) divengono la regola e il termine di paragone per approcciarsi alla narrazione del presente.
La lezione di di questi “classici”, a loro tempo avanguardie in qualche direzione (nell’uso linguistico,nell’uso della trama o di altre caratteristiche del romanzo che io da semplice lettore non so classificare) diviene gusto corrente, che viene a sua volta esploso e utilizzato da altri per esplorare altri aspetti e punti di vista della realtà che è poi il fine antropologico della letteratura e dell’arte in genere.
Assumendo che la patente alla letteratura (e all’arte in genere), in una società verticale come la nostra, non può fare a meno del ruolo di “certificazione” di un establishment (critica, accademia, responsabili culturali riconosciuti), possiamo affermare comunque che questa diviene veramente “rivoluzionaria” solo se condivisa. E non esiste una rivoluzione solitaria. Qualcuno in precedenza ha citato la bellissima novella di Balzac “Il capolavoro sconosciuto”, che tra le molteplici sfumature interpretative possibili, cela anche il senso di sterilità che può avere, la pur grandissima opera di un’autore, che però resti muta alle orecchie di chi è necessariamente il suo interlocutore : gli altri.
La critica dunque non è inutile secondo me, ma nemmeno può tentare di definire un principio di letterarietà universale e perenne, attraverso stili o pratiche letterarie, essendo queste mutevoli nel tempo e nello spazio. Svolge a mio modo di vedere invece il suo ruolo “politico”, come credo voglia fare nel miglior modo possibile, segnalando, attraverso gli strumenti acquisiti dallo studio esteso della materia, le possibili strade nuove della letteratura, le quali digerite nel tempo, possano arricchire il patrimonio culturale di una comunità. Non una comunità letteraria, ma tutta una comunità, compreso un lettore per diletto, ma cmq un lettore, come me.
E se a questa diffusione si associa il guadagno, beh, “è l’economia di mercato bellezza, e tu non puoi farci nulla…” (del resto pure Ottonieri, se domani vendesse un milione di copie, non lo farebbe gratis, dato che tutti veniamo pagati per il lavoro che facciamo; e se questo è la letteratura o la critica letteraria saremo sempre tacciabili di farlo solo per i soldi, qualsiasi cosa facciamo…)
In questo la rete e i suoi molteplici usi, possono veramente cambiare la situazione ( e in parte lo stanno già facendo).