Francesco Erbani firma l’apertura delle pagine di cultura. Si parla di società letteraria, di premi, e di “senza”. Partendo da un documentario.
«Credo di non aver mai letto un vincitore dello Strega degli ultimi dieci anni»: le labbra strette e l´occhio strizzato, Tiziano Scarpa avrà certo messo in conto che, dicendo questo, la stesse cose potrebbe ripeterle il vincitore dello Strega 2010, infilando anche il suo Stabat mater, Strega 2009, nel buco nero e indistinto dove giacciono i romanzi lasciati intonsi.
Sono i paradossi di quel che resta di una società letteraria. La battuta di Scarpa, raccolta nel catino fumigante del Ninfeo di Villa Giulia, è fra quelle che introducono Senza scrittori, un film documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, critico letterario il primo, regista il secondo, una bella inchiesta prodotta da Rai Cinema e Digital Studio che stasera viene proiettata all´Azzurro Scipioni di Roma, in coincidenza non casuale con la trepidante vigilia del Premio Strega che, appunto, giovedì incorona il suo sessantaquattresimo vincitore.
Senza scrittori è un prolungamento del catalogo stilato da Alberto Arbasino nel suo Un paese senza, un elenco di tutte le cose di cui l´Italia è mancante. Racconta il predominio che la macchina editoriale, soprattutto quella dei grandi gruppi, ha assunto nel mercato della letteratura, dove non ci sono più opere o scrittori, critici o riviste, ma solo libri, solo produzione industriale, solo una filiera perfettamente assestata, e nella quale, però, quella che un tempo si chiamava la società letteraria ha pensato bene di accomodarsi, spintonando un po´ e anche dando di gomito, ma trovando un cantuccio nel quale sistemarsi.
Un cantuccio troppo stretto per Antonio Scurati, che ancor prima di essere battuto per un voto da Scarpa, confessa che, sì, è vero, «da qui uscirò triturato anche dal punto di vista del mio stato d´animo», ma che trova il coraggio di annunciare il suo disprezzo per una «società letteraria dalla quale stasera prendo congedo, vada come vada». Un cantuccio stretto anche per il giovane Giorgio Vasta, che lamenta come «la letteratura venga assunta solo se si incarica di essere manutenzione della realtà e che quando ha l´ambizione di essere qualcosa d´altro, le viene sottratta la fiducia». Un cantuccio che sia Scurati che Vasta guardano sempre dall´osservatorio del Ninfeo di Villa Giulia.
Cortellessa, camicia e pantaloni rossi, si aggira come un bonario diavoletto fra i tavoli imbanditi dello Strega, filma le calzature che stropicciano il brecciolino, sovrappone la camminata di un metaforico pavone e domanda a Francesco Piccolo se questa è una messinscena da commedia all´italiana, ottenendo come risposta che «qui c´è l´Italia, non la commedia, che in fondo era più dolorosa». Fra scalpiccii e risatine stiracchiate, ecco invece il corrucciato Valentino Zeichen: «Decadente? No, non è una società di grandi decadenti, questa è una società frolla, senza scheletro morale, priva di grandi progetti, di idealità. Una società stanca».
Lo Strega mostrerà pure lo spettacolo di una letteratura in cui, sentenzia il vincitore Scarpa, «tutto è vanità». Ma è un po´ come la nazionale di calcio, raccoglie quel che trova. E allora ecco che Cortellessa, sempre di rosso vestito, interroga giornalisti come Stefano Salis e critici come Marco Belpoliti, si sofferma spaurito fra i banchi di Fnac e deliziato fra quelli della Coop – accompagnato da Romano Montroni -, ascolta i due proprietari della storica libreria Tombolini di Roma e il responsabile della Demoskopea. Insomma insegue quella filiera produttiva che incasella lo scrittore e la sua opera, dal momento in cui questa prende forma a quando viene distribuita e recensita, meglio se esibita con il suo autore da Fabio Fazio o dalla Dandini o sul palco di un festival.
E allora il punto culminante non può che essere una visita a Segrate, dove c´è la Mondadori, cioè «la Xanadu dell´editoria italiana, la centrale dove si fanno i grandi giochi della nostra letteratura». Qui interroga Antonio Franchini, responsabile della narrativa Mondadori, che vive la grande scissione, annota Cortellessa, dell´essere scrittore e dell´essere editore. E qui si introduce anche un parola che non si sentiva da tempo: letterarietà. Che cos´è che rende letterario un testo? Può essere la letterarietà a distinguere fra scrittori di successo e scrittori che si concentrano sulla qualità e la sperimentazione, per esempio?
Letterarietà, risponde Franchini, «è un´idea discussa, allargata, non più condivisa». Ma il fatto che le discriminanti siano venute meno che effetto fa? (domanda Cortellessa) «Rende il tutto più divertente, più anticonformista». Il controcanto è affidato a Francesco Cataluccio, ex direttore alla Bruno Mondadori e poi da Bollati Boringhieri: «La società italiana è diventata più cinica, non poteva che diventare più cinica anche l´editoria».
Siccome l’ancoraggio ai testi è fondamentale, propongo due stralci, scusandomi per la lunghezza. Se avete voglia e pazienza leggete, altrimenti saltate pure.
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«Palazzo Belvedere sfrigolava di voci. Domestici e vivandiere, uomini di fatica, giardinieri, fornitori di legna e chiunque fosse di passaggio, tutti andavano e venivano, le domande sollecitavano risposte, i capannelli si formavano veloci per poi sgranarsi come pannocchie quando il dovere richiamava e poco dopo ricomporsi altrove, nel salone, in cucina, nella dispensa, nei corridoi e anche fuori, nel parco, all’imbocco del viale alberato. Le donne rassettavano le stanze e intanto si raccontavano del Tedesco, el Alemán, tornato dall’Arabia dopo tutti questi anni, kon una barba blanka ke lo faze pareser un profeta, accompagnato da tre mori ke tienen fachas de lókos e fanno spavento a guardarli, ma se sono amici suoi sarà brava gente. Una cuoca disse che el barbarroja le aveva chiesto cinque tazze d’acqua bollente, poi ci aveva versato dentro dei gusci di noce, aveva offerto una tazza a ciascuno dei suoi amici e l’ultima a lei, perché assaggiasse quel beverone, che a quanto pare non erano proprio noci, ma una specie di caffè. Ed era tanto buono che la donna se n’era fatta regalare un pugno e se qualcuno lo voleva assaggiare poteva prepararlo in un attimo, il kishir. I due indiani, invece, avevano ingannato l’attesa ballando nel parco. Macché ballando, quella era una lotta, non hai visto quando hanno tirato fuori gli scudi e le fruste? Che agilità! Hai visto quando uno dei due ha saltato l’altro a piedi uniti?
Io mi aggiravo, un poco smarrito, nel turbinio di voci e di racconti. Nessuno sembrava far caso a me, la novità del giorno era la riapparizione del vecchio. Chi aveva conosciuto Ismail prima che andasse a Mokha – e perciò iniziassero a chiamarlo Il Mokhese – sembrava avere per lui grande stima, vi era solennità nel modo in cui ne parlava, rispondendo ai quesiti dei novizi. Questi ultimi erano fanciulli e fanciulle che servivano don Yossef e donna Reyna soltanto da pochi anni, o addirittura pochi mesi. Ascoltavano ammirati le storie che, danzando, passavano da una testa all’altra. Annuivano e tornavano alle loro mansioni più curiosi di prima, ansiosi di vedere el Alemán, quando in uno dei giorni a venire fosse di nuovo giunto a palazzo.
Anch’io seguivo quelle storie: si annunciavano come riferimenti vaghi, due frasi buttate lì come a dire dài retta a me, ché so come stanno le cose, poi venivano riferite, commentate, fornite di glosse come si fa coi poemi antichi, e per quelle glosse si collegavano e riversavano l’una nell’altra, prendevano nuove forme e consistenze. Il vecchio compariva ora in un paese ora in un altro, era stato in Africa e in Francia, nel Cipango e nel Catai. Aveva conosciuto Martin Lutero, stava dicendo una cuoca a una giovane sguattera, sull’uscio dell’anticucina. Io ascoltavo da dietro una colonna, la schiena appoggiata al marmo fresco, e tenevo gli occhi chiusi. La donna parlava un giudesmo incantevole che mi ricordava l’infanzia, ogni sua frase terminava con una nota alta, un po’ come quando, in Italia, accade di ascoltare le genti di Ascoli o Ancona. La voce salmodiava la storia di Ismail e di Lutero, mentre un brusio faceva da bordone e nuove persone si fermavano a sentire.
Non soltanto il vecchio ha conosciuto Lutero: era insieme a lui quel giorno, quando inchiodarono al portale di una chiesa di Vienna un grande foglio, che venne letto da tanti e fece infuriare il papa. E cosa ci avevano scritto sopra? Che le reliquie dei santi sono solo immondizia, ossi da gettare ai cani. Che coraggio! Già, ma che incoscienza! Certo, ma che amore per la verità! Ma Lutero quando è morto? Fioccarono le risposte: guardate che Lutero è ancora vivo. Ma no, che dici, è morto vent’anni fa e aveva più di cent’anni, el Alemán è vecchio, certo, ma non così vecchio, non prestate ascolto a queste sciocchezze. È vero però che i papisti lo hanno inseguito per mezzo mondo, perché è un eretico di prima levatura. Sul suo conto ne ho sentite di cotte e di crude. E chi te le ha raccontate? Molte persone. Le ho sentite dire anche a don Yossef. Io so solo che era l’uomo di donna Gracia, disse infine una voce maschile, col tono di chi riporta al suolo i castelli in aria. È vero, aggiunse una ragazza. Raccontano che è morta tra le sue braccia, laggiù a Tiberiade.
Al menzionare Gracia Nasi e i suoi ultimi momenti, tutti si fecero assorti. Il tono si aggravò e il conversare si fece più rado. Nel giro di pochi minuti, il capannello si sciolse e ciascuno tornò ai propri compiti.
Io aprii gli occhi.
Di fronte a me c’era Yossef Nasi.
– Li hai sentiti? – disse. – Il viaggiatore del mondo è tornato.»
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Da Altai, cap. 17 IIa parte. Inequivocabile esempio di “paratassi” e “registro da bar sotto casa”.
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Questo invece è un esempio del respiro (il passo, il ritmo, la cadenza) prevalente nella terza parte del romanzo. L’esempio riportato è, credo, la frase più lunga presente in un nostro libro:
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«Corpi cadevano nel fossato, scivolavano indietro nella polvere e altri li calpestavano, incespicavano, salivano verso le ridotte, dov’era asserragliato un nemico che a dispetto di ogni cosa resisteva, che in quella piana orrenda aveva spedito all’altro mondo un’intera generazione e seguitava a combattere, gettava secchi di pece infuocata, cospargeva le macerie del Rivellino di chiodi a tre punte, gridava Viva san Marco e sparava ancora, e ancora era pronto all’arma bianca.»
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Insomma: chi si desse la pena di leggerlo, scoprirerebbe che in Altai abbiamo lavorato soprattutto su ipotassi, frasi lunghe, circonlocuzioni, similitudini barocche («Come un grano di ghiaia dopo una dura caduta si incista sotto la pelle, e occorre spingerlo fuori praticando un taglio, e la pietra se ne esce accompagnata dal sangue, così Venezia mi rigettava.»).
Lo abbiamo fatto anche come esperimento sui critici. Prevedevamo che alcuni, senza darsi la pena di leggerlo, ne avrebbero denunciato lo stile paratattico, le frasi brevi etc.
Quod erat demonstrandum.
@ melmoth
ma quelli erano scrittori, gente da “semplicemente grande” a “di grande talento”, non lettori, chi ha genio trova la sua strada da solo, anzi, i critici fanno a gara per occuparsene
Siamo seri, a Cortellessa e Policastro non gliene frega niente di niente della letterarieta’ di un’opera. Deve avere altri requisiti perche’ possa essere presa in considerazione. L’opera. Lo stesso fanno gli editori. Qualunque sia il loro target. Senza dimenticare che Cortellessa e Policastro non sono per niente antagonisti allo status quo. Come potrebbero? E spesso i loro autori da 5.000 copie non hanno maggiore letterarieta’ di quelli che vendono di piu’, sponsorizzati da altri. Anzi. Sempre ricordando che il 90% delle pubblicazioni universitarie sono delle ciofeche pazzesche. E l’umanita’ che ci lavora tendenzialmente squallida. Spesso e’ meglio andare al pub che leggere gli imbarazzanti carteggi pseudo-accademici di questa gente. Farsi invece di libri seriali a grande distribuzione potrebbe essere molto meglio. Potrebbe farti evadere soprattutto dal degrado assoluto di certi ambienti.
P.S. Per letture e verifiche, Altai si può scaricare gratis qui:
http://www.wumingfoundation.com/italiano/downloads_ita.htm
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E il libro New Italian Epic, completo e nell’impaginazione Einaudi, qui:
http://www.wumingfoundation.com/italiano/NIE3_Euridice.pdf
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Chi volesse leggere soltanto il saggio “La salvezza di Euridice”, può leggerlo a puntate su Giap:
http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=847
@ Cortellessa_ ad un certo punto scrivi, tra tante cose, che bulimia, degli scrittori “validi” che conosci. Valido è l’aggettivo più orripilante che esista. Si dice che è valido un certificato per l’espatrio o l’atto di una compravendita.
Senza scrittori e senza grammatica, insomma.
@ Policastro, sì ti fanno male i capelli, non si capisce molto dalle tue tesine. Prima criptica poi pedagogica. Pessimo esempio. Ho sempre pensato quanto bene faccia coltivare un orto.
@Frau dinosauro: ti ha divertito la zanzara tigre? Mah
Quoto Luca: divertente e incisivo in sette righe, troppo crudele con Gilda però. Tempo perso.
«A WM interessa il formarsi dal basso di una comunità leggente e agente»
insomma, un consultorio aperto al pubblico una cultura dei servizi, ma i WM sono troppo svegli per crederci davvero, e sono anche troppo svegli per credere che basti lavorare sull’ipotassi, mi sa che prendono al volo le ingenuità retoriche di Policastro per usarle pro domo loro
@Cortellessa: forse hai una nozione diversa dalla mia di “commedia all’italiana” (comunque il punto non era questo), e dei relativi studi in proposito. Del documentario ci sono alcune cose che non mi hanno convinto, a partire dall’uso del montaggio (visto che si parla di scrittori e letteratura, sì, ma è pur sempre un documentario), ma mi rendo conto che questo non è il luogo adatto a sviluppare una discussione in merito… mi auguro che se ne presenti presto l’occasione..
@ Wu Ming 1
Ti confesso infatti un mio presentimento. In questa discussione c’è qualcuno che sostiene di aver letto 60 pagine di Altai, di averle trovate troppo veloci ed ebefreniche (nessuna subordinata, paratassi esasperata, etc.) e si riferisce al volume parlando di un “tomo”. Questi indizi mi fanno pensare che la persona in questione abbia avuto tra le mani Q e non Altai. Ma senz’altro mi sbaglio.
@ aldovrandi
O forse semplicemente facciamo riferimento a teorie della narrazione diverse.
@ aldovrandi
“i WM sono troppo svegli per crederci davvero”
E allora vorrà dire che siamo dormienti. Comunque, non siamo nel 1995, ma nel 2010. C’è un percorso, basterebbe guardare a quello. Da tanti anni manteniamo una prassi (non una teoria: una prassi) coerente. Dopo oltre 600 incontri pubblici, un costante confronto in rete e la piena accettazione di critiche anche dure pervenuteci dalla comunità (es. su come ci comportammo nei mesi prima di Genova, sulla mancanza di spessore dei nostri personaggi femminili etc.), i nostri lettori hanno avuto modo di verificarlo, se “ci crediamo” oppure no. Chiaramente, non è obbligatorio informarsi su tutto questo…
Sull’ipotassi: no, non basta lavorare su quella. Ma tanto non basterebbe alcuna nostra scelta, in un senso o nell’altro. Quindi ce ne fottiamo e andiamo avanti rispondendo a noi stessi e a chi si sforza di conoscerci prima di sputare sentenze.
@ Wu Ming 4
ma no che non ti sbagli…
Tempo addietro ho scritto questo pezzo per Carmilla: Quando la farina della Gelmini va tutta in Crusca, nel quale spiegavo come la fabbricazione di una griglia di correzione ad hoc da parte dei Cruscanti avesse prodotto (assieme ad altri fattori) una generalizzata “bocciatura” dei maturandi italiani del 2007 nella prova di italiano. Per inciso, faccio presente che la stessa operazione è stata ripetura e resa nota giusto ieri con un “significativo campione” (545 prove su circa 450.000 maturandi) delle prove del 2009.
Ora, un’esimia critica letteraria predispone dei propri criteri di correzione degli incipit (bontà sua, concedendo agli interlocitori, supposti ignoranti di Spitzer e Contini, la lettura di Barthes), e sfida a tenzone sulla verifica delle fonti scritte. Come se tale “oggettività” esistesse: come se i parametri, i criteri, la determinazione di ciò che è letterario e ciò che non lo è, il rapporto tra forma e contenuto fossero dati per scontati. Proprio come l’Accademia della Crusca rispetto alle griglie di correzione degli insegnanti.
Beh, questa oggettività talmente auto-evidente da poterne trarre un bignamino e un ABC farebbe sorridere il buon Calvino (Italo).
Cosa buona e giusta è dimostrare, come qui sopra Wu Ming 1, che certe pagine di letteratura “da impilare” reggono anche a queste griglie: e far vedere che non ci vuole molto a scoprirlo – basta leggere, e soprattutto voler leggere.
Cosa altrettanto giusta è denunciare il giochino in stile-Accademia (della Crusca) e rivendicare altre concezioni della letteratura e del lavoro culturale, mandando, se serve, affanculo chi enta nel campo di rugby e spocchiosamente continua a reclamare l’applicazione del fallo di mano e del fuorigioco.
Il tutto detto da un meschinello che Manni Editore si picca di sapere cos’è, non foss’altro che per averci pubblicato un testo solo per il piacere di dare una mano a un libro e a una famiglia editrice che se lo meritavano, e per aver organizzato un paio di presentazioni di loro volumi fuori dal Salento, sempre per le ragioni di cui sopra.
Dopo di che ciascuno è libero di tornare alle proprie occupazioni. Tra le quali, per tornare al testo da cui ero partito, c’è la concreta difesa della scuola pubblica (non a parole, non con una firma su un appello): non serve a niente almanaccare Manganelli e Ottieri, se la prossima generazione non sarà in grado di leggerli.
Premetto che questa discussione è davvero stimolante. Ha toccato diversi argomenti.
Mi preme particolarmente uno. E vorrei porre una domanda a Cortellessa. Senza alcun intento di provocazione o irrisione. E’ un dubbio che mi arrovella da sempre.
Ovvero.
Ma non è che i critici, di qualunque campo essi siano, poggino la loro critica su un assunto indimostrabile, ossia la possibilità di un giudizio oggettivo che debba poi concretizzarsi in un giudizio estetico?
Faccio un volgare esempio cinematografico (il Cinema ci toglie di mezzo il problema della letterarietà).
“C’era una volta il West” è a detta di molti critici, un capolavoro dell’utilizzo del montaggio e dei tempi epici del racconto western.
Questo fa di “C’era una volta il West” un bel film?
E soprattutto, chi stabilisce che quelli siano i tempi epici del racconto western, e non per esempio quelli di Ford?
Perché il ritmo ipnotico del geniale finale di “2001” può diventare il noioso e superficiale epilogo di un film troppo ambizioso?
“Barocco” è un aggettivo positivo?
Non dovrebbero i critici occuparsi solo delle opere che hanno apprezzato, in modo da evitare che il proprio disgusto\dispiacere li confonda?
Ovviamente questo non ha senso, perché un critico come qualsiasi altra persona ha il diritto di indignarsi di fronte alle boiate.
Però, da umile lettore\spettatore, ho sempre la sensazione che quando un critico tenti di spiegare perché un’opera è riuscita, beh, lo sappia fare; quando invece deve tentare di farmi capire che un’opera è oggettivamente una boiata, questo vada troppo ad interlacciarsi coi gusti personali. E allora si inizi la pericolosa arrampicata sugli specchi.
Se invece che su Lipperatura fossimo qui, e se invece che oggi fosse domani, scriverei:
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#FF @luca @Giuseppe_D’Emilio @melmoth @Anna_Luisa @Vincent @Paolo_E. @Paolo_S @paperinoramone @Frau_Dinosauro @JohnGrady @Sir_Robin @Pigna @girolamo @giuseppe_zucco @Ludwig @paola_signorino @Simone_Ghelli @:A: @valter_binaghi @glanzid @Enrico_Macioci @Salvatore_Talia @Ekerot @Il_Grande_Marziano
Respect is due. I migliori sforzi per rendere questa discussione sensata e proficua.
Gilda Policastro chiede:
“A voi questa idea di letteratura piace? Non ritenete che necessiti di contrappesi, di proposte diverse, di sacche di resistenza, di alternative culturali, fondate su idee, progetti, ricerca, linguaggi, stili, gusto (inteso non come moda ma come esigenza estetica di una risposta ai bisogni che la letteratura intercetta diversa da quella banalmente contenutistica)?”
E a lei, allora, la parte per il tutto, chiedo, giuro senza malizia: ti sei abbonata a Murene? (http://www.nazioneindiana.com/2010/05/27/murene-la-collana/)
Quello che stiamo facendo su NI con Murene è un’ipotesi di lavoro (una delle tante che WM4 correttamente ricorda che occorre fare) sulla letteratura che cerca di scavalcare le logiche del turbomarketing, della distribuzione, dell’industria letteraria, etc. nel nome della diffusione di testi difficili, pubblicati per la prima volta in Italia, inediti, tradotti, editati, stampati, etc. il tutto cercando a malapena un pareggio economico (lavoro fatto gratuitamente, nessuno ci guadagna nulla, se riusciamo a pareggiare le spese è già molto).
Le terze pagine dei quotidiani dove, oggi, comunque, scrivono persone che anche solo per ragioni generazionali, Bacthin l’hanno letto, non ne hanno parlato. Tu – tu Gilda, sineddochemente – stai lottando con noi affinché una possibile modalità differente venga posta in essere, attecchisca, sovverta, nel piccolo, abitudini stanche?
Sennò, qui, diciamocelo, stiamo per davvero pettinando le bambole.
Mi hanno cancellato il volo per Praga e sono – lievemente – nervoso.
Poche cose (a parte perdere un giorno di vacanza già pagato) mi irritano quanto le lagne passivo-aggressive degli umili lettori sui cattivi critici che pretendono di imporre a loro, semplici lettori, delle categorie interpretative diverse da quelle dello snobismo di massa.
In effetti l’unico ruolo serio dei critici nel panorama letterario (e non solo) d’oggi è quello di fornire un bersaglio comune a quei lettori che preferiscono, per sentirsi superiori, semplici contrapposizioni commerciali fra generi (tipo quelli che considerano The Dark Knight un capolavoro e Twilight una m. per ‘ragazzine in calore’ come disse un noto scrittore italiano di ‘genere’) che richiedono solo potere d’acquisto e assidua presenza online invece di studi universitari e laurea e conoscenza di tre o quattro lingue straniere. Alla fine si finisce sempre con la solita solfa per cui esistono solo gusti soggettivi ma i miei sono cool e i tuoi shit.
Ho da tempo imparato che con certi persone si può fare benissimo a meno di parlare di libri o film o dischi: si parla di calcio, di mangiare, di viaggi, di pensioni, di auto e alla fine siamo tutti più contenti – per questo trovo che oggi fare il critico sia snervante almeno quanto fare l’arbitro di calcio e mi chiedo chi glielo fa fare.
Io sono un vecchio signore e mi sento affine alla sensibilità di Gilda Policastro. Nulla contro lo scavo nel pop, ma semplicemente non lo sento, non mi dice nulla, mi piace sentir la lingua suonare per così dire. Detto questo però credo che a questo mondo c’è posto per tutti, e se Wu Ming nel terreno pop sviluppa delle potenzialità implicite, ben venga anche Wu Ming, per quanto non sia nel mio gusto.
PS Signora Policastro, però: siccome le sue tesi sono le mie, non dica di non avere attitudine al combattimento. Lei è ormai nota nel web per le sue entrate aggressive, la sua penna rossa alzata e – mi perdoni – la sua antipatia. Se nega questo, ciò rischia di diventare un boomerang contro le tesi che lei ed io sosteniamo.
Gianni, perche’ ti rivolgi solo a Gilda? 🙂 Se si abbonasse anche solo la meta’ dei fini discettatori di questo thread (e non escludo nessuna parte in causa) Murene sarebbe a posto per i prossimo 3 anni e, senza false modestie, la cultura italiana ne avrebbe solo da guadagnarci.
Ma infatti, Adrea, prendevo la parte per il tutto. Sineddochemente. 😉
sineddo che??? 🙂
Stiamo parlando di autori italiani, mi pare, non di Murene.
Dunque i succitati D.F.W., Thomas Pincion, Balzac, Shakespeare, etc., erano errori di battitura…
si invitano, nella loro qualità di “grandi lettori” della classifica pordenonelegge, alcune delle persone coinvolte in questa discussione a rispondere alle domande porte sotto il post della classifica su NI, dove dovrebbe farsi questione affine ma sostanzialmente diversa alla presente. Grazie.
@WM (4): “E con questo rispondo anche @ Ivan Arillotta, che mi domandava chiarimenti. A WM interessa il formarsi dal basso di una comunità leggente e agente.[…]”
Questo lo davo assolutamente per scontato, da parte di WM. Continuo a non vedere la contraddizione, a meno di non essermi perso qualcosa, ma continuo a vedere benissimo uno pseudoproblema. E una certa vaghezza. La cultura pop non può essere tutta merda, per quanto il termine cultura POP prossa provocare reazioni allergiche (ma non divago). Se poi dici che la individui come principale campo di battaglia, ti perdo. In che senso e come? La battaglia l’avrei anche capita, suppongo.
Quanto al formarsi dal basso et cetera, niente di più auspicabile. Anche qui non vedo alcuna contraddizione con la “funzione” tradizionale della critica, che ha potere impositivo di alcun genere, a meno di considerarci tutti degli inebetiti.
D’accordo anche sul calarsi nella comunità, per chi abbia voglia e intenzione di farlo. Ma alla chiarezza che non vedo (possiamo vedere cose diverse, e ho vari tipi di cecità, lo ammetto), si può forse aggiungere che parli – senza volerlo – di mente collettiva. La mente collettiva di cui parli e non parli, è storicamente il risultato delle menti individuali e delle forze in gioco (ho qualche dubbio, quindi, che alcune cose vadano “agite” intenzionalmente: piuttosto che vadano ottenute come risultato collaterale). Intuisco quindi che WM si preoccupi di qualche “scompenso” riguardo le forze in gioco, dico bene?
Ora, ammesso che non abbia preso una cantonata, capirai che io penso che sia sufficiente raccontare lo “stare nel mondo”, nel proprio tempo, con qualunque forma di narrazione, compreso tutto ciò che hai detto, ed eventualmetne rompere le palle dove qualche “forza” si oppone maldestramente, diciamo così, alla placida non-intenzionalità della mente collettiva.
perdona i refusi eventuali, a stento distinguo le lettere.
PS: ciao GIanni
Senti, Biondillo, stammi a sentire molto bbene. Io sono interessato a leggere scrittori italiani che nessuno s’incula. Poi, sai, siccome ormai sono londinese, certe Murene che voi tradurrete potrei decidere di sfogliarle, quando e se mi gira, nella traduzione inglese, se non sono anglofoni, tu che dici? Cosi’ faccio due cose bbuone.
E comunque non ci vogliono lauree specialistiche, dottorati di ricerca e la conoscenza di cinque lingue straniere per stare dietro alle vostre chiacchiere nazionalpopolari. E se lo credete siete solo grottescamente boriosi. O no?
e.c.: “che NON ha potere impositivo di alcun genere”
@ Biondillo
Wow. Solo adesso vedo che Murene pubblichera’ anche italiani. Non quest’anno pero’. Allora facciamo una cosa, mi abbonero’ nel 2011, ma solo se ci sara’ almeno uno scrittore italiano, possibbilmente ggiovane. Ostracizzato dall’industria culturale.
@ ama: “mi abbonero’ nel 2011, ma solo se ci sara’ almeno uno scrittore italiano, possibbilmente ggiovane. Ostracizzato dall’industria culturale.”
se oltre che giovane e ostracizzato abita anche a londra dici che puo’ andare?
E’ diventato all’improvviso un thread pubblicitario per Murene??
@ Ivan Arillotta,
noi stiamo nella cultura popular con l’attitudine che descrivevamo qui:
http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/culturaconvergente.htm
Attitudine problematica, conflittuale, tesa a valorizzare certe dinamiche e a contrastarne altre.
“All’improvviso” non direi proprio. Il caso di Murene, non l’unico esempio possibile, mi sembra del tutto pertinente rispetto alla discussione.
A me sembrate più quelli che una volta andavano di casa in casa a cercare di vendere enciclopedie.
@ raos
Si’, Raos, ci puo’ stare. Saluti.
@ Ivan Arillotta
infatti io non ho parlato di contraddizione, ma di differenza. Ho anche detto che non ho nulla in contrario all’azione sul terreno dell’editoria prefigurata da Cortellessa.
In generale non ho nulla contro la critica letteraria, purché faccia il suo mestiere. Quando non fa bene il suo mestiere? Ad esempio quando dà giudizi su libri non letti (questo mi sembra davvero il minimo sindacale). Oppure quando ci propone una visione manichea in base a cui i lettori sono una massa indistina di acquirenti, strumenti incosapevoli del merchandising, agiti dal capitale e incapaci di reagire se non toccati dalla luce del verbo critico. O ancora quando si propone di formare ed educare alla lettura critica dei testi, innalzare il gusto dei lettori, etc. e poi si sconfessa subito dicendo “se non mi capiscono, che studino” (come se buona parte del problema non fosse proprio l’analfabetismo di ritorno – e pure di andata). Come scrivevo ormai diversi commenti fa: avercene di critici letterari!
Il resto del tuo discorso invece, perdonami, ma non l’ho capito. Limite mio.
@ WM4: son d’accordo su tutto. E sei chiaro.
Riguardo il resto del mio discorso (un punto non trascurabile, perché inizia con una mia mancata comprensione), non mi sono spiegato affatto bene. Però, prima di spiegarmi meglio, leggo stanotte il link di WM1 (grazie).
dottor raos! se lei e il dottor biondillo avete bisogno di un colporteur per la vostra impresa enciclopedica e ittiologica, sappiate che sono a disposizione 😉
w murene!
Vorrei rettificare un’affermazione di Biondillo -inventata di sana pianta- secondo la quale avrei affermato che a me interesserebbero solo “quei cento lettori” ecc… Io non ho mai detto né pensato un’idiozia simile, non ho mai avuto un simile disprezzo per i lettori, molti dei quali -lo verifico continuamente- sono molto più sensibili e acuti di certi scrittori o presunti tali. Tutto il mio lavoro, la mia vita, le mie battaglie sono lì a dimostrare quanto invece abbia a cuore di arrivare agli altri con i miei libri, dove non si trova una sola frase che avvalori l’atteggiamento che mi si attribuisce. Certo, non sono disposto a tutto pur di avere più lettori, Ma, se chiedo di più ai lettori, è proprio perché non li disprezzo.
Sascha dentino avvelenato?
M’era parso d’aver già inteso codesti tuoi discorsi.
Ma come vedi, non riesci mai a rispondere a domanda precisa.
E se provi a volare un pochetto più basso, forse – chissà – magari riuscirai anche a capire cosa dico. Se ti va, figuriamoci.
Non penso affatto che esistano solo gusti soggettivi, tanto per cominciare.
*
Don’t feed the uruk-hai.
Antonio,
forse rammentiamo male tutti e due, che ti devo dire. Io ricordo una bella discussione, anni fa,alla Festa dell’Unità di Milano (quando ancora esisteva). Ma, detto fra noi, se il mio ricordo è fallace non è un particolare problema (e, ovviamente me ne scuso).
Io cercavo un esempio per dire una cosa che tu nel tuo commento qui mi confermi: “arrivare agli altri con i miei libri” è l’orizzonte di ogni scrittore appassionato (e non ti ho mai negato la passione, lo sai).
Un caro saluto. E un’altro anche a Ivan!
Rileggendo, mi rendo conto che devo un chiarimento a chi, leggendo questa discussione, ha visto due interlocutori attribuirmi reiteratamente – e truffaldinamente – la convinzione che New Italian Epic sia un libro non più valido. A sentir loro, noi WM lo riterremmo “scaduto”.
Infatti.
Tanto scaduto che stiamo proponendo su Giap, per una nuova fruizione, il saggio-chiave del libro.
Tanto scaduto che il dibattito prosegue in tante forme e, tra l’altro, è appena uscita – in Gran Bretagna, dove c’era il distacco perché potesse avvenire – la prima monografia critica sul NIE, Overcoming Postmodernism: The Debate on New Italian Epic, edito dall’Institute of Germanic and Romance Studies dell’Università di Londra.
Quello che ho scritto tanti commenti fa è: rispetto al 2008 la discussione è andata avanti e oltre, e in campo ci sono prassi (non solo scritture) di cui quei primi appunti non potevano rendere conto, ma che nella discussione successiva sono state prese in considerazione. La situazione si è evoluta, contributo dopo contributo, convegno dopo convegno, litigata dopo litigata, uscita dopo uscita.
A fronte di quest’essere andati avanti, c’è invece chi è rimasto fermo alle obiezioni raffazzonate e “de panza” di due anni or sono.
Ecco la posizione che ho espresso, e che avevo articolato qui:
2008-2010, lo sfondamento
http://www.carmillaonline.com/archives/2010/01/003299.html
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Se poi a qualcuno vengono in mente immagini di yoghurt scaduti, vorrà dire che il suo inconscio lo porta verso rivelatrici immagini di acidità.
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Ora, si parla sempre di “vecchi tromboni”, ma qui è diverso. Ci troviamo in una situazione in cui alcuni vecchi accademici (forse perché non hanno più paura di perdere status e posizioni e si sentono più liberi) si dimostrano più aperti di molti accademici sui quaranta-e-dintorni, che invece si sono limitati a scagliare anatemi.
Penso ad Alberto Asor Rosa, da cui è arrivato il riconoscimento meno prevedibile:
«Di tutto si può disputare e dubitare meno che dei dati certi. E i dati certi sono che in Italia c’ è stata negli ultimi anni un’impetuosa fioritura di giovani autori di narrativa. In quali direzioni, con quali tratti comuni (ammesso che ce ne siano)? Com’è noto, fino a qualche decennio fa ragionamenti critici di tendenza e ricerca creativa crescevano il più delle volte di conserva e si aiutavano a vicenda. È un dato certo oggi anche la scomparsa pressoché totale del primo elemento dell’ endiade (la critica): la conseguenza è che gli “autori”, nel caso specifico i narratori, navigano a vista, al massimo con il sussidio, non sempre disinteressato, degli ufficiali di macchina ben piazzati sui ponti di comando delle case editrici. Volgendosi intorno, l’ unico tentativo recente di sistemazione teorico-letteraria di tale materia degno di questo nome è New italian epic. Letteratura, sguardo obliquo, ritorno al futuro di (dei?) Wu Ming (Einaudi, Stile libero, 2009), altamente meritorio per il solo fatto, – raro, ripeto, – di entrare nel merito.»
(La Repubblica, 15 dicembre 2009)
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Nel pezzo linkato sopra commentavo:
«…Dopo il polverone del primo anno e dopo che si è esaurito il “fuoco di sbarramento”, forse si può ragionare tranquillamente e senza steccati. Se persino gli ultra-ottantenni più novecenteschi e novecentisti decidono di dare per scontato che col NIE bisogna fare i conti (come farli è un’altra questione), vuol dire che un sentiero è stato tracciato.»
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Scusate l’acribia, ma è meglio affrontare fino all’ultimo equivoco o fraintendimento tossico. Credo poi sia importante *fornire link ogni volta che è possibile*, per dare a chiunque la possibilità di verifiche e riscontri, senza dover accettare o rifiutare quel che dico a scatola chiusa.
Salve, siamo l’aristocrazia vera, di sangue, blu. Anzitutto (paratatticamente): vorremmo ricordare al Signor Antonio Moresco una sua di se stesso presentazione dei medesimi “Canti del Caos” di sempre, presso Rizzoli, medesimi in quanto aventi avuto ben tre su tre editori differenti, ma era lo stesso libro. Egli, a una convention a cui partecipavamo entrambi noi due che scriviamo, disse testualmente che lui a vendere non ci teneva e che si rivolgeva a pochi lettori e non gli interessava affatto essere letto né di più né di meno, per l’orrore del capo rizzoliano e rizzuto Lattanzi, che infatti cacciò la editor che aveva tirato ben più che 8.000 copie di quel libro, e inoltre non volle più sapere nulla del Moresco.
@ (poiché qui siete molto, a differenza di noi Conti Ni, esperti della rete Internet) Gilda Policastro, vogliamo compiere insieme un’analisi stilistica corretta e spassionatamente dello incipit di “Altai”, che non è spin off nemmeno, figuriamoci seriale!, e ha in sé e non solo per se stesso (come da 30 Luigi Di Ruscio e Gian Carlo Majorino) moltissimi registri stilistici a uso e consumo del lettore di storie o historie se più L’aggrada?
Compiamo l’analisi stilistica dell’incipit di Altai!:
Dalle stanze del palazzo non arrivano rumori. DOPPIA ALLITERAZIONE IN ANDAMENTO ALESSANDRINO SCAZONTEO E INCROCIATO, A’ LA MALARME’.
L’alito del Bosforo – PERCHE’ QUELLO LA’ RIDEVA DI QUESTA ESPRESSIONE, CI TROVIAMO DAVANTI A UN MOVIMENTO ANTICIPATORIO CON DUE SDRUCCIOLE, MENTRE L’ETIMOLOGIA E’ TRATTA DA QUELLE ESOTERICHE DI ISIDORO DI SIVIGLIA, ALMENO CIRCA “ALITO” (CHE ALLITTERA CON “ALTAI”) ED E’ SPIEGATA DA ISIDORO COME “LEGGEREZZA IN ASSENZA DI PIETRE”, CON IL FABULOSO RICORSO AL PRIVATIVO GRECO ANTICO “A-LUTHOS”, CIOE’ SENZA PIETRA, CORRELATO AI DARDANELLI. IL LAVORO DI ETIMO E DI RITMO QUI E’ NON PERCUSSIVO, SOLO APPARENTEMENTE, SI NOTI, PARATATTICO.
e il canto del muezzin accompagnano i viventi dentro la sera, verso una parvenza di quiete. I DUE QUINARI “DENTRO LA SERA” “-VENZA DI QUIETE” INERISCONO ALLA FORMA DI UNA SAFFICA, SECONDO QUANTO MENGALDO IN PREF. CARDUCCI ED. BUR, CONFERMATO DAL VERBO SDRUCCIOLO “ACCOMPAGNANO”, CHE E’ A CHIUSA DI UN FALSO ENDECASILLABO.
Oltre le finestre aperte, il cielo è un incendio di porpora e oro. CFR. L’ICONOSTASI IN FLORENSKIJ CCA “PORPORA E ORO” E LA TRADIZIONE REGALE IN FURIO JESI A PROP. RILKE, PER QUANTO RIGUARDA IL PIANO LESSEMATICO; QUANTO AL RITMO, VIOLAZIONE DI NOVENARIO PASCOLIANO TRAMITE ANTICIPAZIONE DEL PRIMO ICTUS, ENDECASILLABO SEGUE CON VIOLAZIONE DI POSSIBILE ALESSANDRINO INCROCIATO (“DI ORO” CON IL GENTIVO SOPPRESSO).
Barche di pescatori si staccano dall’Asia e fluttuano sulla corrente di miele. DUE INIZIALI SETTENARI CANONICI PER L’IMMAGINE MICRO-MACRO (“PESCATORI/ASIA”), SEGUITI DA ALESSANDRINO, CON ALLITTERAZIONE SEMANTICA IN “L/U/E/L” E IL DISTURBO DELLA SECONDA LIQUIDA CHE NON E’ ALLITTERANTE, RADDOPPIATA IN “CORRENTE”
Già sopra definitasi da alcunchì vigilessa, la d.r.ssa Policastro Gilda è invitata a rispondere ai quesiti qui siti:
– è in grado di interporre, se non anche opporre, una argomentazione di ordine altostilistico a questa corerenza che è dimostrata ritmica ma anche delle immagini e dell’etimologico?
– può non disturbarci con finzioni di analisi stilistica, non avendone Ella titolo, né catenaccio, ma solamente strillo, come risaputo?
– ciancia Pincio o si spancia?
Noi, i Conti Ni, togliamo il disturbo, dopo esserci scusati per la necessitata esibizione analitica, del resto richiestaci dalla imperizia nascostamente spacciata per sapienza della d.ssa Policastro, che non reggerebbe un quarto d’ora presso il Circolo di Trento, ammesso che abbia letto Folena e sappia a cosa stiamo alludendo.
Comunque bella discussione.
QUESTO COMMENTO E’ OTTIMIZZATO PER LA STAMPA DA CONSEGNARSI A ROMANO LUPERINI.
Interessante la lettura di “Il cielo è un incendio di porpora e oro” come martelliano – con sineresi, aggiungo – violato tramite elisione del genitivo (“[di] oro”):
Il – cie – lo – èun – in – cen – dio || di – por – po – ràe – [di] – o – ro
In realtà quando lo leggiamo ad alta voce diventa un doppio senario, perché terza e quarta sillaba del primo verso collassano l’una nell’altra:
Il – cie – loe’n – in – cen – dio / di – por – po – ràe – o – ro
(NB l’apostrofo della terza sillaba non indica una completa scomparsa della “u”, ma una sua pronuncia atona e tenue)
Invece la prima frase dell’incipit è un doppio ottonario tipo “Corriere dei Piccoli” (vedi anche paragrafo sulla lingua del NIE in “Sentimiento nuevo”, secondo testo di New Italian Epic):
Dal – le – stan – ze – del – pa – laz – zo / non – ar – ri – va – no – ru – mo – ri
Comunque complimenti per aver colto, sotto il testo in prosa, la primissima stesura in versi, successivamente “inceppati” o diluiti. Lavoriamo spessissimo in questo modo. Nel mio New Thing un capitolo conserva ancora echi della prima stesura carducciana e “barbara”, in asclepiadeo maggiore (!). Un vago riverbero di quella cadenza rimane nella lettura musicale che ne feci nel 2004, durante il tour con gli Switters:
BRADLEY (EZEKIEL CONNECTED THEM DRY BONES)
http://www.wumingfoundation.com/suoni/newthing_bradley.mp3
mp3 a 160kbps, 9:41
Ma già, quasi dimenticavo: noi non lavoriamo sulla lingua, la nostra lingua non suona… 🙂
Wow!
Mi manca solo un distico elegiaco, o un pentametro giambico…
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Potremmo anche prendere in considerazione solo il titolo. “Altai”.
L’anagramma di Talia, la musa della Commedia. Forse sincero omaggio al secondo libro della poetica di Aristotele distrutto dal venerabile Jorge?
Oppure di Itala, la segretaria d’edizione in Boris. Cosa vi spinge ad esaltare la Fox?
Ma anche ci vedo un po’ di Yalta, cari WM.
*
Per non parlare della copertina, che letta dal basso verso l’alto recita: “Alt ai Wu Ming”…
Che volevate dirci?
Scusa, WM1, ma il doppio senario (che poi è in effetti un alessandrino scazonteo) ha ascendenze anche più nobili del pur popolarissimo “Corrierino”. Penso, per esempio, all'”Adelchi” di Manzoni:
Dagli àtrii muscósi, / dai Fòri cadènti,
dai bòschi, dall’àrse / fucìne stridènti,
dai sòlchi bagnàti / di sèrvo sudór,
un vólgo dispèrso / repènte si désta;
intènde l’orécchio, / sollèva la tèsta
percòsso da nòvo / crescènte romór.
Forse il tuo richiamo a una cultura pop come quella dei fumetti sottintende il richiamo a un lavoro sulla lingua “alta”. Che mi sembra stia da sempre nella vostra poetica. Qui di poetiche si è infatti poco parlato. Mi sembra interessante questo confronto stilistico. Vorrei sapere da Andrea Cortellessa cosa ne pensa, sia della disanima di Gilda Policastro, che non mi sembra puntualissima sulla prosa poetica di Ottonieri (che infatti è un poeta, non un romanziere), e dell’analisi dei Conti Ni, dietro i quali si nasconde probabilmente qualcuno della scuola di Padova (il riferimento al Circolo di Trento!). Servirebbe qui anche un intervento del miglior critico attualmente in giro, Paolo Zublena.
Chiedo scusa a tutti, mi sono sbagliata! Ho confuso il doppio senario iniziale con il doppio ottonario che si richiama al “Corriere dei Piccoli”. Però il discorso non cambia per niente, mi sembra infatti che ci sia un riferimento a una cultura pop anche dal punto di vista dell’utilizzo dello stile alto, tanto è vero che si può allora, anzich Manzoni, prendere a riferimento, tra i molti, Carducci, con “La sacra di Enrico Quinto” – e quionndi il mio discorso e le domande che ho posto rimangono comunque valide:
Quando càdono le fòglie, / quando emìgrano gli augèlli
e fiorìte a’ cimitèri / son le piètre de gli avèlli,
monta in sèlla Enrico quìnto / il delfìn da’ capei grìgi,
e cavàlca a grande onóre / per la sàcra di Parìgi.
Van con lùi tutt’i fedéli, / van gli abbàti ed i baróni:
quanta fèsta di colóri, / di cimièri e di pennóni!
Potrebbero intervenire anche l’ottimo Guido Mazzoni, Raffaele Donnarumma e Alberto Casadei, che hanno competenze stilistiche, in particolare Casadei potrebbe offrire un contributo in ordine all’utilizzo dello stile alto in un contesto popolare provenendo lo stile alto da un pregresso contesto popolare sistematizzato in poesia, che è un’operazione non postmoderna, visto che Casadei è il migliore esperto di critica del Postmoderno in Italia (vedi per esempio: <http://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Casadei).
Mi scuso, ma credo che non sia questa la sede di facili ironie, Ekerot. Non voglio sembrare maleducata, ma il discorso sullo stile, che imperfettamente ha introdotto Gilda policastro, meriti più attenzione e serietà di approccio. Ekerot scambia metrica e retorica, e quindi anche la letterarietà, per enigmistica. Perché ridicolizzare un discorso non banale come quello svolto, sia pure con limiti evidenti, da Policastro, l’anonimo Conti Ni e WM1? (Non conto la sottoscritta, che, essendosi laureata proprio in questo ambito disciplinare, è interessata a questo approccio, anche se non ha rilevanza pubblica, e quindi non avanze che umili osservazioni).
Ovviamente i 3 commenti scritti qui sopra non sono miei. La persona che ha usato il mio nome per scrivere post privi di senso, non ha nulla di meglio da fare nella vita? Comunque, alla padrona di casa basterà controllare gli indirizzi IP.
ma davvero qualcuno pensa che un sistema metrico sia di per sé indice di qualità? conosco vecchiette di buoni studi che verseggiano con competenza, ma a nessuno verrebbe in mente di chiamarle poetesse
i conti qua sopra la applichino alla lista della spesa e potranno trovare inesplorate meraviglie, niente come il kitsch è capace di usare strumenti tecnici anche corretti per affossare un testo
anche l’illusione di essere spiritosi mi fa tenerezza, ma i conti, si sa, dopo la proclamazione della repubblica, devono agitarsi per esistere, tornate al circolo della staffa e bevetevi in pace il vostro aperitivo, vecchi arnesi
Infatti, confermo quanto detto da Anna Luisa: i tre commenti precedenti sono stati postati sotto nick da altra persona.
Mi stupisco che non siano intervenuti editori in questo dibattito.
E’ come parlare parlare di cucina senza il cuoco.
Ma anche gli editori sono spesso dei paraculi e pur di non inimicarsi questo o quello… se ne stanno zitti zitti aggrappati al mutandone della propria cerchi di critici (re)censori. Bon ton. Galateo. Leccaculismo. Per poter dire un giorno o l’altro marketta sia fatta.
Al dì là del sesso degli angeli e le disquisizioni su stili e incipit o quale romanzo di Wu Ming è migliore degli altri o di cosa sia la New Italian Epic, la cosa migliore e più sincera e più bella l’ha detta Gianni Biondillo all’inizio: non c’è nulla di male o di scandaloso nel voler vivere della propria scrittura. Ma il punto è un altro… Criticare il sistema va bene, ma se poi non si ha il coreggio di cambiare…
Capisco le analisi stilistiche, i moniti e i buoni propositi, le astrazioni e le regole, gli ideali i fervori. Tutto bello. Belle le analisi, le questioni di stile.
Purtroppo l’idea che mi sono fatto io in questi anni di lavoro è che, a parte qualche raro caso – Biondillo per esempio, come dicevo prima – il mondo (piccolo e furbastro) delle patrie lettere è un mondo di paraculi. Tutti lì a parlare di grandi logiche e grandi gruppi che mettono in pericolo la vera letteratura, di nobili ideali, ispirazione, ingiustizie e battaglie “epiche” e poi… stringi, stringi si finisce per essere il braccio armato stesso dei grandi gruppi e delle grandi logiche che si criticano, attaccati ai rendiconti come non mai e complici, assieme ad editor spietati e pagati per vendere a’ monnezza, del declino della nostra letteratura. L’immagine che diamo all’estero è proprio questa: italiani paraculi. Diciamo la verità, di scrittori che scrivono per vocazione o per nobili ideali non ne ho mai conosciuti, a parte qualcuno che veramente fa quel che fa per amore della letteratura (e sono tutti ferrovieri guardacaso o persone di una sensibilità mostruosamente alterata dai dolori della vita). Gli altri, la maggioranza, hanno ben altre vocazioni… piccolo borghesi.
E’ patetico – veramente – vedere gente che critica il sistema o lo rifiuta e poi finisce per diventare ingranaggio del sistema stesso. Patetico veramente. Patetico vedere corazzate Potemkin dell’editoria sleccazzare culi a critici e giurati per un voto. Patetico e triste vedere gli esclusi dell’ultimo minuto su facebook strombazzare all’ingiustizia ed esaltare in maniera inverosimile il proprio talento. Patetico sentir parlare di letteratura e di stile chi pur criticando la deriva italiana, pubblica per Berlusconi, principale artefice della deriva italiana. Patetico e triste prestare il proprio cervello e talento a chi i cervelli e i talenti li sottopaga riducendoli alla fame e lucrando sul proletariato letterario. Patetico e triste il fatto che le librerie, in Italia, e solo in Italia, siano di proprietà degli editori stessi. Paradossale. Così come i gruppi distributivi e promozionali. Così possono conoscere a fondo i fatturati di ognuno e acquisire in tempo gli editori “pericolosi”. Patetici gli sfigati direttori commerciali delle lobbie’s che – a mo dì squalo – ti scartano a proprio perché sei “troppo di progetto” e poi vendono manuali sul kamasutra dei pinguini all’Autogrill.
Patetici i librai che sono costretti a Ri.ba. da 20.000 € composte prevalentemente da troiette best-seller stampati in cartonato per occupare più spazio in libreria e inquinare maggiormente l’ambiente, producendo con rotative che assorbono energia come centrali nucleari su carte del cazzo di dubbia provenienza indonesiana o pakistana o cinese, disboscando a più non posso in paesi dove i controlli di qualità e la produzione stessa da cartiera e meno sorvegliata. Patetico triste che un’esordiente faccia boom solo se fa parte della categoria dei belli e dannati.
Patetici, veramente patetici, anche i critici da juke-box che ci metti il gettone e vien fuori lo slogan rigirato e ritorto, ma sempre lo stesso. Lo spot che fa audience ma che poi dentro, se ci guardi, non c’è nulla. Nulla. Il vuoto. D’altronde, quando l’editore “di progetto” in Italia è Vasco Rossi… ci vogliono critici da juke-box no? Noi, tutti quanti, che perdiamo ore a scrivere cazzate spacciate per letteratura sui blog, dovremmo invece unirci – Wu Ming compresi – per andare a Roma e occupare monte citorio, sbattendo fuori i disonesti e portando un minimo di poesia dentro la vita di questo paese, nella sua pancia ormai squassata dalla cacarella del malaffare e dell’impichement.
Requiem.