Francesco Erbani firma l’apertura delle pagine di cultura. Si parla di società letteraria, di premi, e di “senza”. Partendo da un documentario.
«Credo di non aver mai letto un vincitore dello Strega degli ultimi dieci anni»: le labbra strette e l´occhio strizzato, Tiziano Scarpa avrà certo messo in conto che, dicendo questo, la stesse cose potrebbe ripeterle il vincitore dello Strega 2010, infilando anche il suo Stabat mater, Strega 2009, nel buco nero e indistinto dove giacciono i romanzi lasciati intonsi.
Sono i paradossi di quel che resta di una società letteraria. La battuta di Scarpa, raccolta nel catino fumigante del Ninfeo di Villa Giulia, è fra quelle che introducono Senza scrittori, un film documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, critico letterario il primo, regista il secondo, una bella inchiesta prodotta da Rai Cinema e Digital Studio che stasera viene proiettata all´Azzurro Scipioni di Roma, in coincidenza non casuale con la trepidante vigilia del Premio Strega che, appunto, giovedì incorona il suo sessantaquattresimo vincitore.
Senza scrittori è un prolungamento del catalogo stilato da Alberto Arbasino nel suo Un paese senza, un elenco di tutte le cose di cui l´Italia è mancante. Racconta il predominio che la macchina editoriale, soprattutto quella dei grandi gruppi, ha assunto nel mercato della letteratura, dove non ci sono più opere o scrittori, critici o riviste, ma solo libri, solo produzione industriale, solo una filiera perfettamente assestata, e nella quale, però, quella che un tempo si chiamava la società letteraria ha pensato bene di accomodarsi, spintonando un po´ e anche dando di gomito, ma trovando un cantuccio nel quale sistemarsi.
Un cantuccio troppo stretto per Antonio Scurati, che ancor prima di essere battuto per un voto da Scarpa, confessa che, sì, è vero, «da qui uscirò triturato anche dal punto di vista del mio stato d´animo», ma che trova il coraggio di annunciare il suo disprezzo per una «società letteraria dalla quale stasera prendo congedo, vada come vada». Un cantuccio stretto anche per il giovane Giorgio Vasta, che lamenta come «la letteratura venga assunta solo se si incarica di essere manutenzione della realtà e che quando ha l´ambizione di essere qualcosa d´altro, le viene sottratta la fiducia». Un cantuccio che sia Scurati che Vasta guardano sempre dall´osservatorio del Ninfeo di Villa Giulia.
Cortellessa, camicia e pantaloni rossi, si aggira come un bonario diavoletto fra i tavoli imbanditi dello Strega, filma le calzature che stropicciano il brecciolino, sovrappone la camminata di un metaforico pavone e domanda a Francesco Piccolo se questa è una messinscena da commedia all´italiana, ottenendo come risposta che «qui c´è l´Italia, non la commedia, che in fondo era più dolorosa». Fra scalpiccii e risatine stiracchiate, ecco invece il corrucciato Valentino Zeichen: «Decadente? No, non è una società di grandi decadenti, questa è una società frolla, senza scheletro morale, priva di grandi progetti, di idealità. Una società stanca».
Lo Strega mostrerà pure lo spettacolo di una letteratura in cui, sentenzia il vincitore Scarpa, «tutto è vanità». Ma è un po´ come la nazionale di calcio, raccoglie quel che trova. E allora ecco che Cortellessa, sempre di rosso vestito, interroga giornalisti come Stefano Salis e critici come Marco Belpoliti, si sofferma spaurito fra i banchi di Fnac e deliziato fra quelli della Coop – accompagnato da Romano Montroni -, ascolta i due proprietari della storica libreria Tombolini di Roma e il responsabile della Demoskopea. Insomma insegue quella filiera produttiva che incasella lo scrittore e la sua opera, dal momento in cui questa prende forma a quando viene distribuita e recensita, meglio se esibita con il suo autore da Fabio Fazio o dalla Dandini o sul palco di un festival.
E allora il punto culminante non può che essere una visita a Segrate, dove c´è la Mondadori, cioè «la Xanadu dell´editoria italiana, la centrale dove si fanno i grandi giochi della nostra letteratura». Qui interroga Antonio Franchini, responsabile della narrativa Mondadori, che vive la grande scissione, annota Cortellessa, dell´essere scrittore e dell´essere editore. E qui si introduce anche un parola che non si sentiva da tempo: letterarietà. Che cos´è che rende letterario un testo? Può essere la letterarietà a distinguere fra scrittori di successo e scrittori che si concentrano sulla qualità e la sperimentazione, per esempio?
Letterarietà, risponde Franchini, «è un´idea discussa, allargata, non più condivisa». Ma il fatto che le discriminanti siano venute meno che effetto fa? (domanda Cortellessa) «Rende il tutto più divertente, più anticonformista». Il controcanto è affidato a Francesco Cataluccio, ex direttore alla Bruno Mondadori e poi da Bollati Boringhieri: «La società italiana è diventata più cinica, non poteva che diventare più cinica anche l´editoria».
@ Loredana Lipperini: la questione dei nickname dietro cui si nascondono persone è patetica e fuorviante sempre. Il dibattito ne risente. Vorrei invitare aldovrandi a una maggiore educazione e a un verace rispetto per coloro che da anni, con passione e sacrifici, studiano un approccio come quello stilistico, che implica la ricerca di un abc della letterarietà, come imperfettamente ma efficacemente ha mostrato Gilda Policastro a proposito di Ottonieri. Nessuno ha sostenuto che la matrica garantisce letterarietà, tantomeno il Contini citato dai Conti Ni, dietro cui certamente si nasconde qualcuno della Scuola di Padova. Tuttavia la lingua è un elemento imprescindibile della testualità e soprattutto di quella artistica. A questo punto chiedo con urgenza a Cortellessa, Policastro, Wu Ming 4, Wu Ming 1, Zublena, Mazzoni e Casadei un parere in merito, perché mi pare che sia stato toccato il cuore della questione, grazie all’esame, impreciso, è vero, ma comunque efficace della prosa poetica di Ottonieri.
Chiedo anche a Cortellessa, Policastro, Wu Ming 4, Wu Ming 1, Zublena, Mazzoni e Casadei un parere in merito alla vittoria allo Strega di Pennacchi, che mi pare un autore linguisticamente molto interessante, e non della Avallone, come predicato continuativamente da Gilda Policastro in molti articoli. Dunque, in due anni, due scrittori veri, che venderanno tanto. Mi sembra che ci sia da riflettere, su Scarpa e Pennacchi, non solo su Giordano e la Avallone tanto temuti. L’anno prossimo potrebbe viuncere Piperno, un altro scrittore di livello. Tutti Mondadori, certo, ma intanto vincono gli scrittori veri. Scarpa non è facile anche se non è difficile come “Cristi polverizzati”. Però, lo dico a Lei, Cortellessa, che è anche editore direttore di collana, tentar non nuoce! Perché non provare a iscrivere al Premio, non dico in cinquina direttamente, ma provare, con romanzi ardui ma letterari come “Cristi polverizzati” o Gabriele Frasca? E’ davvero impossibile? Tutte le porte sono chiuse? Lo chiedo essendo sociologicamente non attrezzata rispetto a questo meccanismo distributivo che sono i premi.
Ah, ma adesso ho capito che si sta accusando me non solo di scrivere post senza senso, ma di essere perfino una ladra d’identità digitali! Per vostra conoscenza, mi chiamo Anna Lisa Rubàno e faccio la filologa (Filologia romanza). Sono associata a Bari. Appartengo alla Società di Linguistica Italiana. Se non fosse rischioso viste le ben note minacce, ricevute anche da alcuni dei presenti a quanto mi risulta, pubblicherei la mia mail, del resto ricavabile dal mio nome e dalla mia professione. Se esiste un’altra Anna Luisa, mi scuso dell’inettitudine personale. Tuttavia mi sembra sgarbatissimo definire come privi di senso i miei interventi, che, nonostante io sia qui una “signora nessuno”, un loro significato ce l’hanno e un umile contributo alla discussione intendono apportarlo!
Anche questi 2 messaggi qui sopra non sono i miei (ore 9. 38 e ore 9. 44).
@ Loredana: che devo fare?
Anna Luisa Rubàno: cambia nick, grazie. Su.
@ Loredana Lipperini: mi perdoni, ho anche messo il mio cognome, è evidente che non sono Anna Luisa. Comunque, se vuole che muti il mio nome, d’ora in poi lo faccio, lo muto in A.L.R. Non mi pare di avere destabilizzato alcuno, e ho pure dichiarato di non essere tale “Anna Luisa”. Sono sorpresa, sia pure non turbata. Comunque non intervengo più, finché non vi sia risposta alla questione dei rapporti tra stilistica, letterarietà e postmoderno da parte dei critici e scrittori Cortellessa, Policastro, Wu Ming 4, Wu Ming 1, Zublena, l’ottimo Guido Mazzoni e Casadei.
@ all’esimia filologa
«Vorrei invitare aldovrandi a una maggiore educazione e a un verace rispetto»
e io vorrei invitarla a una maggiore souplesse, io poi sono repubblicano, ho titolo per chiamare ogni conte “vecchio arnese”
e resti qui con noi, sciacqui la lingua in rete.
per A.L.R., non era la mia facile ironia.
Mi sono solo accodato al brillante sense of humour di WM1 che postava dopo l’happening dei Conti NI.
Per quanto mi riguarda poi, io sto ancora aspettando l’epifania sulla letterarietà.
Né vedo per quale motivo si debba bastonare la povera enigmistica.
La metrica di per sé non è indice di qualità (chi l’ha mai affermato? Esistono tanti sonetti che puzzano di merda!), ma certamente è indice di un lavoro sulla lingua. E’ parte (una piccola parte) del lavoro che noi facciamo sulla lingua. Allora si può anche dire che questo lavoro non piace, non convince, ma non è legittimo negarne l’esistenza semplicemente perché non ci si è dati la pena di indagarlo. Tutto qui.
@ Ekerot, in “New Thing” – per continuare con quell’esempio – c’è anche molto più di quanto tu tema 😀
Come saprai, molti capitoli li scrissi prima in inglese, benché molto personale e idiosincratico (un pochetto à la Fenoglio, si parva licet). Ho lavorato sulla “bomba a scoppio ritardato”, nel senso che la traduzione inglese – se un giorno ci sarà – riporterà alla luce le rime interne e le assonanze che esistevano nella prima stesura. Ecco la “lettura a raggi X” del signifyin’ di Jitterbuggin’ Joe (cap. 10):
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Sono veloce, sono pronto, sono lo stile fatto persona, batti un ciglio e corro un miglio, spengo la luce e sono in strada prima di sentire il click.
[I’m quick and I’m ready, I personify style
blink an eye and I’ll run a mile
turn off the light and I’m down in the street
before you hear the click;]
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Cago dal tetto e corro giù, prendo la mazza, colpisco al volo la merda e batto un home run, sono peggio di un fucile a pompa.
[I shit from the roof and down I run
the bat hits the shit and I hit a home run
I’m badder than a shotgun]
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Piove merda funky sulla strada dello honky, “Dio Onnipotente!”, grida Whitey! Walter Cronkite dice che va tutto bene, ma a Charlene serve un ombrello sulla Upper East Side.
[Rainin’ funky shit on honky street
God Almighty!, shouts Whitey
Walter Cronkite sez it’s all right
but Charlene needs an umbrella on the Upper East Side]
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L’Uomo chiama gli spaccateste, arrivano en masse, nessun cane di sbirro morde il mio dolce culo nero. Arriva il Figlio di Whiteman, a lui non piace il jazz.
[the Man calls the tough, they come en masse
no dog ain’t gonna bite my sweet black ass
Here comes the Son of Whiteman, he don’t like jazz]
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Dito sul grilletto, vuole uccidere un negro.
[Finger on the trigger / he wanna kill some nigger]
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Batte le ciglia e sono già lontano, fa un passo e per me è già il giorno dopo, prende la mira in aprile e per me è già maggio, fa fuoco in maggio e per me è giugno, gli ficco la berta in culo e gli sparo le cervella sulla luna!
[he blinks an eye and I’m far away
takes a step but to me it’s the next day
he aims in April but
now it’s May
he shoots in May but
now it’s june
stick the piece up his butt
shoot his brains up to the moon!]
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E guardate che WM5 fa anche di peggio! 😀
Ahahah! Bellissimo!
(Ti lovvo direbbero i ggiovani).
E’ una cosa che amo molto questo tipo di lavoro sulla lingua. Rime, metrica nascosta, andamento musicale.
Tutti gli autori che “impongono” in qualche modo il ritmo della lettura, che sanno cos’è una virgola e quanto vale un punto e virgola, secondo stanno facendo qualcosa sullo stile e anche sui contenuti. Perché anche la lettura in sé può dare godimento (penso al leggere Dante ad alta voce, per fare un esempio).
Interessante questa cosa dei capitoli in Inglese tradotti poi in Italiano – che non sapevo. Fu una scelta arbitraria o spontanea? Del tipo, scrivo in Inglese per avere a disposizione un sound più facile (diciamo così), oppure è venuto così?
Fu una scelta intenzionale per entrare dentro la materia narrata (i movimenti neri degli anni ’60, la scena del free jazz). Studiai intensamente il Black English (African American Vernacular English, o anche Ebonics), e decisi che usare direttamente quello (o meglio, una sorta di “black wuminglish”) mi avrebbe portato verso la prosodia giusta.
D’altra parte, se non erro, la parte più amata dai lettori di “Manituana” è quella ambientata in Inghilterra, dove di sperimentazione linguistica ce n’è abbastanza – e peraltro mi piacque tantissimo.
Mi viene in mente “Tarantola” di Bob Dylan…
Spero che questa vostra vena possa emergere – magari in altri contesti, non so – in maniera ancora più forte.
@ A.L.R.: “Se esiste un’altra Anna Luisa, mi scuso dell’inettitudine personale. Tuttavia mi sembra sgarbatissimo definire come privi di senso i miei interventi, che, nonostante io sia qui una “signora nessuno”, un loro significato ce l’hanno e un umile contributo alla discussione intendono apportarlo!”.
Gentile professoressa Rubàno, solo ora torno davanti al pc e a leggere con la dovuta attenzione (dopo un’iniziale scorsa, lo ammetto, veloce e superficiale) i suoi interventi, che, a una disamina più attenta, paiono invece intrisi non solo di una cultura esente da ogni forma di pedanteria ma anche di una singolare arguzia (quella *metis* di cui il “Signor Nessuno” era campione indiscusso?)
Le chiedo scusa per la mia sgarberia, però provi per un attimo a… mettersi nei miei panni: stamani, ancora tra le braccia di Morfeo, mi sono collegata a Lipperatura e ho trovato 3 commenti a mio nome. Dopo aver escluso la possibilità di uno sdoppiamento patologico della mia persona e senza pensare alla possibilità dell’esistenza di un doppelganger omonimo, ho ritenuto che i suddetti commenti fossero frutto dell’opera di un fastidioso troll. Me ne dolgo.
Gli ultimi interventi mi hanno ispirato una domanda, che ancora una volta non è retorica anche se può sembrarlo.
È evidente che per potersi definire e operare come critico letterario è necessario possedere un bagaglio culturale specifico. E per essere scrittore, o meglio, per essere in grado di produrre opere letterarie degne di tale nome?
Ovviamente si possono possedere ampie conoscenze di metrica, stilistica, retorica, storia della letteratura ecc. ecc. e con tutto questo non essere in grado, in mancanza di altre qualità e talenti, di produrre opere letterarie di qualità. Ma è possibile il contrario? È immaginabile, per i critici e per gli altri lettori che intervengono in questa sede, che un autore possa creare un’opera di alto livello letterario pur se mancante o carente di un certo bagaglio conoscitivo (non parlo evidentemente di lauree o attestati, ma della capacità di confrontarsi in modo competente con certe questioni)? Potrebbe essere questo uno dei discrimini o, meglio, delle precondizioni di un’ipotetica “letterarietà”? La domanda a me non sembra così banale, perché cerca di capire in quale arco – tra gli estremi di una presunta “ispirazione pura”, quasi divina, e la scrittura come semplice frutto di conoscenze rielaborate e paziente lavoro – si dovrebbe collocare (secondo i partecipanti a questo dibattito) la “grande letteratura”.
@ Ekerot
Credo che al trecentodecimo (o giù di lì) commento sia più che naturale che qualcuno abbandoni il campo, magari perché ha di meglio da fare, magari perché deve, o perché nonostante le roboanti sparate iniziali non è riuscito a produrre buoni argomenti e quindi gliela dà su. Se dovessi basarmi sulle poche cose che sono state qui esposte, direi che per rientrare nella letterarietà come la concepiscono Cortellessa et alii non è sufficiente il lavoro sulla lingua sottotraccia o comunque non appariscente che facciamo noi Wu Ming. Tanto è vero che – siccome non lo vedono, né legittimamente gli frega alcunché di cercarlo – non ce ne riconoscono alcuno.
L’unico esempio concreto che è stato prodotto (e vivisezionato) in quasi tre giorni (!) di discussione è un brano di Tommaso Ottonieri. Se dobbiamo basarci – ancorché a occhio e croce – su quel parametro, è probabile che per lorsignori la nostra lingua rimarrà sempre troppo lineare e ordinaria.
Il punto è che come discriminante di letterarietà non sta in piedi neanche con il deambulatore, perché non tutto ciò che lorsignori considerano letterario ha una così evidente elaborazione linguistica.
Non solo. Credo che l’esempio di Tolkien che portavo (e che sai essere un mio personale pallino) mette già completamente in crisi un canone che pretenda di basarsi su un uso dirompente, assiduamente spaesante, della lingua per separare la letteratura dalla non letteratura. L’uso che Tolkien fa della lingua è del tutto ordinario. Poi però se lo leggi con un certo scrupolo – in lingua originale – inizi a notare alcune cose strane. E cominci a chiederti (non tu, o io, ovviamente, l’hanno fatto i filologi): “Perché in questa frase Tolkien ha usato questa parola? E’ un arcaismo? O piuttosto un neo-arcaismo? Cosa lo motiva? Quale sfumatura di significato sta cercando di dare o restituire a questo termine?” E così ti si apre un mondo, e scopri una mappa linguistica sotterranea del testo e una complessa rete di riferimenti filologici e filosofici. Scopri cioè il lavoro sulla lingua. Un lavoro ovviamente diversissimo da quello di Tommaso Ottonieri e di mille altri autori che Cortellessa et alii considerano “letterari”, ma una volta che è stato portato alla luce non è più possibile negarlo. Perché ci sono molti modi di forzare le maglie della rete del linguaggio, dicevo, e non solo quelli che certi critici letterari sono disposti a (o capaci di) riconoscere. Non a caso si è fatto più volte riferimento a una presunta autoevidenza (cioè quindi, una supposta oggettività) di ciò che è letterario. E infatti ricordo perfettamente che a gennaio, su questo stesso blog, proprio parlando di Tolkien, Cortellessa aveva usato la stessa pseudo-argomentazione a proposito dell’evidente – a suo dire – vantaggio di Musil su Tolkien in un eventuale raffronto. Sollecitato (da me) a spiegare in base a cosa affermava questo, si era affrettato a specificare che ovviamente trattavasi di valutazione soggettiva. Gira e rigira siamo sempre lì, mi pare. E’ il giudizio oggettivo-soggettivo del critico (o della critica letteraria come ambito di discorso) che stabilisce cosa è letterario e cosa non può esserlo. Benissimo. Ma se invece di ipostatizzare una distinzione del genere la lasciassimo cadere e ci occupassimo di studiare i singoli testi? Quelli che per noi vale la pena leggere, mica necessariamente quelli di cui non ci interessa. Come facevi notare tu, infatti, è la cosa che riesce meglio e lascia più libertà al critico letterario. Mentre quando pretende di erigere steccati e motivare “in negativo” finisce facilmente nella camera degli specchi (da scalare)…
@ Frau Dinosauro: ecco cara, la letterarietà è come l’araba fenice e non ci sono domande banali. Fa troppo caldo però per starti dietro, non ti mortificare. A volte penso che il tuo sogno recondito sia quello di scrivere di critica letteraria (basta!) e ciò mi turba. Ma è una ipotesi.
@ Vincent: non preoccuparti! In questo momento sto lavorando alla traduzione di un catalogo di accessori per trattori e le mie personali ambizioni letterarie non vanno oltre. Ciao!
Già Todorov, quasi venti anni fa, dimostrava chiaramente che “ogni tipo di discorso abitualmente definito *letterario* ha parenti non letterari che gli sono più vicini di qualsiasi altro tipo di discorso *letterario*”. (T. Todorov, I generi del discorso, p.21).
Riproporre oggi la distinzione di Bachtin tra generi “primari”, vale a dire afferenti al discorso ordinario, e generi “secondari”, ossia che appartengono alla sfera letteraria (M. M. Bachtin, L’autore e l’eroe. Teoria letteraria e scienze umane, pp. 253-290), mi pare una mossa involutiva.
Se prendiamo atto dell’impossibilità di individuare qualcosa di simile a un “discorso letterario” autonomo e coerente (la “letterarietà”?), conviene assumere una prospettiva di ricerca che prende le mosse da un’analisi dei generi inserita in un più vasto ambito di teoria del discorso.
E’ quello che fa WM1 quando introduce, nel suo memorandum, il concetto di ibridazione “endoletteraria”.
Ecco, io non sono un fanatico del NIE, ma credo che sia venuto meno il tempo dello “scontro di posizioni” e sia arrivato quello della “verifica testuale”. Non si tratta di schierarsi a favore o contro la proposta di Wu Ming, ma di restringerla, di riportarla a un campo d’osservazione maneggiabile dal critico attraverso gli strumenti a sua disposizione. Una verifica non può, però, che iniziare attraverso l’osservazione di alcuni “dettagli” a partire dai quali stabilire un territorio di esplicazione provvisorio e inquadrarlo in un prospettiva che permetta di analizzare le opere per blocchi più compatti.
Ciò che mi distanzia dalle posizioni di Cortellessa e (credo) della Policastro, è che il loro campo di indagine anziché restringersi si allarga. E il “testo” rischia di divenire un “pre-testo”.
Al di là del circolo ermeneutico (probabilmente inevitabile) “Grande Opera->canone->emulazioni e/o testi “minori”->scarto creativo/mutamento dei costumi->nuova Grande Opera”, per me il punto chiave è che l’attività di critico si può esercitare in molti modi e con diversi fini. E pensare ai fini da perseguire prima che ai canoni da proporre sarebbe un buon modo per far circolare ampiamente libri e idee.
A metà strada tra i professori accigliati e i pennivendoli da rotocalco, a me non dispiacerebbe veder emergere un James Wood di casa nostra. Che non è l’ideale “uomo di lettere” né un recensore infallibile né un commentatore sagacissimo, ma per lo meno è uno che ha capito come si parla di romanzi a un pubblico medio…
@ Frau Dinosauro: che meraviglia, lo dico sul serio, chissà che cela un catalogo di accessori di trattori, spunti per novelli Bouvard e Pécuchet.
A trovarli. Buon lavoro 🙂
@ Frau Dinosauro
La tua domanda chiama in causa i lettori e quindi da lettore rispondo.
Nel corso di questa lunga ed interessante discussione numerosi esempi sono stati fatti di opere letterarie che non nascono da apparati conoscitivi cosi profondi: ne consegue che essi sono sicuramente un buon punto di partenza, ma in se non necessario.
Forse avrei qualcosa di più da dire ma in una discussione che finalmente si è alzata di livello, capisco di non averne i mezzi.
Per il sig. Sascha, riguardo al suo commento delle 4:55 che leggo solo ora.
Dopo essere stato trattato da “acquirente” e non da lettore perchè i libri li compro e basta (per riuscire a continuare a leggere rinuncio ad un’ora di sonno ogni notte), dopo aver preso dell’ignorante perchè non ho una laurea in lettere, se un po’ me la prendo mi devo sentir dire che sono un piagnone aggressivo e che con me si può parlare solo di donne di calcio e di auto.
Capisco il suo nervosismo per l’aereo perso ma, anche a nome di tutti i lettori comuni che in questa discussione hanno cercato di non far degenerare la discussione e che comunque sfrutterebbero con piacere la possibilità di accedere alla letteratura di alto livello, penso di aver diritto a delle scuse.
O quantomeno ad una spiegazione di quello che lei intendesse dire.
@ Ekerot. Era ora che qualcuno facesse riferimento alla seconda parte di *Manituana* dove compare uno slang dei bassifondi inventato di sana pianta! Ho evitato (in più di un’occasione) di farlo io giusto per non essere poi simpaticamente incasellata tra gli “estimatori aprioristici e sostenitori a spada tratta” di Wu ming.
@Paolo E. Alla tua risposta per Sascha aggiungo una chiosa: se già dai primi commenti ci si permette di dare del liberista a chi, con evidenza, liberista non lo è, poi è facile che la conversazione si surriscaldi e che il confronto dialettico cominci a seguire più le regole del marchese di Queensberry anziché quelle del bon ton e a quel punto, non si può nemmeno pretendere che il destinatario dell’insulto giochi di rimessa. Ad ogni modo, una volta che gli animi si sono pacati, certi distinguo sono emersi; in un commento (che non trovo più) di Wu Ming 4 si diceva che non è la critica in toto ad essere rifiutata e messa in discussione, ma solo CERTE pratiche di ALCUNI critici.
Io faccio l’editor di mestiere, lavoro per un grande gruppo, il gruppo GeMS, e un libro da me pubblicato è persino andato allo Strega, classificandosi ieri quarto: intervengo qui, doverosamente, a vari titoli. Ho visto il documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi e, sebbene – come ho già avuto modo di dire ad Andrea – io sia in fiero disaccordo con la scelta estetica, ideologica (in senso neutro, Andrea) e politica del festival di Topolò e della poesia di Antonella Bukovaz come emblemi della via d’uscita da un rapporto senz’altro perverso fra editoria e mercato, trovo il documentario nel suo complesso prezioso ed esatto, anche se, o forse proprio perché, apre – proverbialmente – più problemi di quanti ne risolva. (Sia Andrea sia, credo, Wu Ming conoscono e, i secondi ovviamente il primo meno, disapprovano le mie posizioni sulla questione del pubblicare per Mondadori, che qui lascio tuttavia completamente da parte).
Ho potuto leggere solo per carotaggi quanto precede, e mi scuso in anticipo per le inevitabili inesattezze. Tengo a dire cose molto semplici e molto chiare. La prima riguarda la distinzione, qui più volte invocata o avversata, fra letteratura e non-letteratura, ovverosia fra prodotti di qualità e prodotti puramente mercantili, o ancora tra letteratura alta e popolare o bassa ecc. Chi nega che tale distinzione sia vigente e viva – e dico viva anche tra i più “crossover” (ahia) e “contaminanti” (ohiohi) fra gli editor – ignora dati di fatto basilari o, peggio, mente sapendo di mentire. Al di qua di ogni teoria estetica normativa, la letterarietà o meno di un testo è un parametro talmente innervato nel giudizio quotidiano che ciascuno di noi esercita da essere persino espresso nelle categorie _merceologiche_ correntemente in uso all’interno della lessicalmente micragnosa koiné del mercato letterario internazionale. Bollettini di agenti, cataloghi editoriali, e-mail di scout utilizzano continuamente “literary fiction”, “upmarket fiction” o semplicemente “fiction” – o i loro equivalenti a volte fraseologici in francese, spagnolo, italiano – come categorie certe e date, truismi, immediati strumenti, ripeto, merceologici. Con ciò, si badi bene, non sto dicendo che persino il giudizio di letterarietà è divenuto merce, con lo scopo – nel dir questo – di affondare un altro colpo contro la sua liceità e sensatezza; viceversa: sto dicendo che chiunque eserciti le nostre professioni utilizza continuamente una distinzione alto/basso, o letterario / non letterario, aderendovi convintamente; al negare che tale distinzione viga non può certamente bastare alcuna difficoltà di definirla in maniera esaustiva. Questa distinzione è uno strumento profondo della nostra cultura, così come profondo è il radicamento dei suoi connotati assiologici (alto è meglio, e basso è peggio, per intendersi), ed è strumento di tutti i giorni persino dei più mercatisti fra gli editori, anche quelli che paiono doversi arrampicarsi sugli specchi, come purtroppo accade a Franchini nel documentario, per negarla.
La seconda cosa molto semplice che voglio dire è che, sì, il mercato fa male alla letteratura. Sono d’accordo, d’accordo, d’accordo e non trovo nulla che non vada nell’esame di Cortellessa e Archibugi – semmai una conoscenza non completa di certe technicalities e il dover concentrare in pochi quarti d’ora tematiche gigantesche. Diciamo che i migliori fra noi lavorano cercando di mettere qualche argine, di mantenere un compromesso dignitoso fra quel che il mercato “vuole” – o fra quello che gli si fa volere, e appunto qui il discorso sul rapporto egemonico fra editoria e lettorato si allarga, e si deve allargare, fino a mettere in crisi seriamente l’idea che gli editori facciano quel che vogliono in lettori così, direttamente, sic et simpliciter e cercando di dare descrizioni soddisfacenti, semmai, di uno scenario che per certi versi è opposto; e dei lettori, di questi lettori io, sì, mi fido poco, lo dico chiaro e tondo, io mi fido poco della grande massa di lettori o lettori potenziali, turlupinati da noi editori, e più ancora che da noi da decenni di declino politico e scolastico e di orribile propaganda mediatica. Rispetto all’uroborico passaparola, cui si attribuisce – cui gli editori stessi attribuiscono magicamente – un potere ultroneo di autonobilitazione, mi vien da diligere di molte leghe il più casuale consiglio dei recensori o, persino!, degli italianisti, fatti salvi, certo, gli scalcagnatissimi.
La distinzione letterario e no è vivissima, assiologicamente orientata, necessaria; il mercato fa male alla qualità letteraria dei libri; dei lettori, come degli elettori italiani e occidentali, c’è oggi poco da fidarsi. Che si fa? Non ho l’uovo di Colombo, anche se non credo si chiami, come nel documentario, rinuncia radicale all’egemonia e fuga dalla produzione materiale. Il prossimo libro, in uscita a novembre nel mondo inglese, di André Schiffrin, probabilmente il miglior analista editoriale degli ultimi anni, parlerà di finanziamenti pubblici all’editoria libraria e giornalistica: lo leggeremo da Bollati. Come possibile soluzione di medio termine, questo è un tema da approfondire senz’altro. Nel lungo, dobbiamo continuare a riflettere sul mercato e, sì, sulle nuove forme del capitalismo (è veramente possibile un altro mercato, un mercato mitigato, un capitalismo, o persino un berlusconismo dal volto umano? s tutto il corredo di domande che non credo valga la pena smettere di porsi). Nel frattempo, nel nostro piccolo e come possiamo – e questo, come riconosce lo stesso documentario, lo fa anche la SIS, ma potrebbe farlo meglio – cerchiamo di diffondere, di vendere un bel po’, o anche bene, dei buoni o ottimi libri, cosa che a volte càpita ancora e, soprattutto, che un’editoria più responsabile potrebbe far accadere molto più spesso.
Per lo Strega, sappiamo che necessita di riforme, alcune ce ne sono state, altre vengono anche proposte in questi giorni dalla stessa Fondazione Bellonci. Tuttavia, non credo che la differenza fra lo Strega di oggi e quello dei Landolfi e dei Volponi stia nei meccanismi che definirei paraelettorali del premio; e non credo lo credano neanche Cortellessa e Archibugi. Nel documentario, è intervistato Giuseppe Antonelli (al quale viene, credo erroneamente, ascritta dal sottotitolo una relazione intrinseca con la Bellonci), il quale sottolinea come un tempo i candidati fossero realmente scelti dagli Amici della Domenica, mentre oggi di fatto lo sono dagli editori. Quel che accade allo Strega è in gran parte determinato da editori che tentano di spacciare agli altri e, fin oltre i confini di un grossolano autoinganno, di spacciare in primo luogo a sé stessi per letterario quel che palmarmente non lo è. Detto questo, è trivialmente falso che allo Strega non passino spesso, o quasi sempre, almeno alcuni buoni o ottimi libri, e la cosa vale – senza che per ovvi motivi io voglia oggi scendere nei dettagli – anche per questa edizione. Né è vero che fra i giurati dello Strega non si trovino ottime menti critiche, lettori raffinati e appassionati, indipendenti nel giudizio e capaci di sottrarsi alle pressioni – quest’anno fortissime – degli editori: nella mia prima ma intensa esperienza, sono forse la maggioranza. Dallo Strega è giusto partire, ma con la chiarezza che quel che in esso potrebbe migliorarsi è il sintomo di un fenomeno molto più pernicioso. E mi sembra che di questo Cortellessa e Archibugi, siano sostanzialmente consapevoli: son partiti da lì, magari lasciandosi scappare qualche nota folkloristica di troppo, ma per fortuna del loro importante documentario sono approdati al cuore della questione.
Non so come si fa il pingback; ho fatto riferimento a questa discussione sul mio blog:
http://blogs.myspace.com/index.cfm?fuseaction=blog.view&friendId=393615375&blogId=536620757
grazie Ostuni
Vincenzo,
“La distinzione letterario e no è vivissima, assiologicamente orientata, necessaria; il mercato fa male alla qualità letteraria dei libri; dei lettori, come degli elettori italiani e occidentali, c’è oggi poco da fidarsi.”
Interessantissimo. Davvero.
Ma tu, per curiosità, ti sei abbonato a Murene?
@ Vincenzo Ostuni
E’ del tutto evidente che il nostro (intendo di tutti) modo di ragionare è classificatorio. Abbiamo sempre bisogno di categorie di comodo per poterci intendere. Tanto più chi si occupa di merchandising editoriale non stento a credere che applichi definizioni e categorizzazioni legate ai vari target d’acquisto. E nessuno in questa discussione ha negato che esista una letteratura più colta o più ambiziosa sul piano della ricerca linguistica, della complessità dei temi affrontati e della non scontatezza della trama. Così come esiste una letteratura molto facile, banale, scontata, che si preoccupa poco della lingua e della trama ed è programmata solo per sfondare sul mercato.
La questione che io e altri ponevamo, e alla quale nessuno dei sostenitori della divisione netta tra “letteratura” e “non-letteratura” ha dato risposta, è questa: che ne facciamo di tutto quello che si colloca in mezzo? Possiamo dividere in due soli macro-insiemi ciò che viene pubblicato nel mondo editoriale? Non esiste un’area intermedia – anche piuttosto affollata – che forse sarebbe difficile collocare nell’uno o nell’altro dei suddetti insiemi? Il problema che si sollevava non è tanto la classificazione, quanto la semplificazione con l’accetta.
Sulla seconda questione. Dei lettori, come degli elettori, possiamo pure non fidarci, ma purtroppo non sarà negandogli aprioristicamente la fiducia che riusciremo ad agire con una qualche speranza. Sarebbe come dire che non abbiamo più fiducia nelle persone, e allora tanto vale dargliela su (letterariamente e anche politicamente). Se continuiamo invece a pubblicare, cioè a rendere pubblico ciò che scriviamo, e se non lo facciamo solo per campare, è anche perché crediamo che la lettura di ciò che scriviamo possa suscitare qualcosa nel prossimo, oltre che in noi. Dunque nel prossimo dobbiamo credere, c’è poco da fare, oppure cambiare mestiere. Se appunto non è nella fuga dalla produzione materiale che si può trovare una soluzione convincente, allora è meglio agire sulle sue contraddizioni, sui suoi limiti, sulle smagliature della rete. O no?
@vincenzo: intervento, devo dire, davvero interessante, tra quelli che negli ultimi tempi arrivano da “dentro” l’editoria forse uno dei più convincenti. lo riprendo in un paio di punti.
il primo è quando dici “fra quel che il mercato “vuole” – o fra quello che gli si fa volere” che mi sembra sollevare una questione fondamentale. intendo il fatto che, in genere, si parla di mercato dando per scontato che si tratti di “libero” mercato, ovvero che davvero esista questa specie di luogo metafisico e/o di soggetto collettivo che si incarica di incarnare, di duplicare in forme più o meno mediate ma comunque conseguenti quello che si agita nella società, negli individui e così via. e questo non è vero, dato che sappiamo che il mercato è soprattutto lo spazio di azione di alcuni soggetti più o meno monopolistici ed egemonici, non necessariamente in contrapposizione e comunque mai, per così dire, esaustivi nell’offerta. ovvero il mercato non può essere lo specchio della società, non può avere “un volto umano”, perché è già “ordinato” da alcune soggetti più forti di altri. (sia chiaro: non è un discorso da duropurista quello che faccio – forse ricorderai che abbiamo già avuto modo di scambiare opinioni su argomenti analoghi e saprai che non credo in una “purezza” – è semplicemente una constatazione e, quindi, piuttosto che domandarmi se può esistere un mercato dal volto umano io mi domando se oggi, qui da noi, può esiste un uomo dal volto umano, ma ci allontaneremmo parecchio).
il secondo è quando dici “non sto dicendo che persino il giudizio di letterarietà è divenuto merce”. qui mi viene da chiederti: perché no? solo per salvare la liceità e la sensatezza di tale giudizio? piuttosto mi verrebbe da dire che determinati giudizi di letterarietà sono diventati merce come risulta evidente proprio dalla tua testimonianza e cercare di capire quali. e lo dico, per essere sincero, abbastanza a cuor leggero perché continuo a pensare che l’editoria non è la letteratura (come l’editoria vorrebbe far credere – per metterla giù piatta) e che, appunto, è l’editoria che, nonostante la sua posizione ora di quasi completo potere sulla produzione letteraria, è costretta a formulare continui giudizi di letterarietà per fondare i proprio prodotti (si noti che non sto dicendo che quei giudizi siano necessariamente kitsch, inautentici o cose del genere ma, anche qui, ci sarebbe scrivere ancora parecchio, mettendo sul tavolo anche la questione dei giudizi “altri” di letterarietà, addirittura del giudizio estetico, e non voglio tirarla troppo per le lunghe).
@biondillo: non ancora, ma mi sembra un’iniziativa interessantissima, un possibile apripista.
@wu ming4: a me sembra si mettesse in dubbio – e comunque si mette in dubbio dovunque, sempre, a ogni piè sospinto – la mera liceità della distinzione, non la presenza di zone grigie. la stessa terminologia merceologica che citavo sopra le prevede, sotto il termine “upmarket”; e in un certo modo anche il midcult giustamente richiamato da Belpoliti per Acciaio lo è.
Per i lettori: io distinguerei fra il lettorato-masso e i destinatari. Ogni opera ha destinatari impliciti, o anche esplicitamente auspicati, quando non dedicatari ecc. Non sto dicendo che non bisogna essere letti. Sto dicendo che una fiducia aprioristica nella comunità estesa dei lettori è oggi piuttosto osé; ma sto anche dicendo che questo non dipende da un lettorato-Leviatano, impersonale e imperturbabile, ma dal modo in cui decenni di politica culturale di mercato hanno, appunto, prodotto un lettorato depersonalizzato e obnubilato. Di questo lettorato io non mi fido, non credo abbia possibilità autonome di riscossa. Credo che la riscossa va diretta, che si tratta di un compito egemonico, e credo, mi spiace, che dopo anni e anni passati a cercare queste smagliature, Wu Ming, voi, e tanti altri, e anch’io con voi, forse, non sono riuscito neanche un poco ad allargarle. Ci vuole la mossa del cavallo.
@gherardo
Sul primo punto mi limito a registrare, felicemente, l’accordo. Sul secondo, tento di spiegarmi appena meglio, nel pochissimo tempo che ho adesso. Non credo che l’utilizzo merceologico della distinzione sia esclusivamente segno del suo logoramento, ma credo sia in buona parte frutto della sua utilità e versatilità e, per così dire, della sua perspicuità antropologica. Quando esamino manoscritti caratterizzati come letterari dai vari “venditori”, mi trovo davanti oggetti estetici quantisticamente più interessanti, o decisamente meno insulsi, della media degli altri: è inutili che tenti di snocciolare una lista di tratti qualsiasi: sempre di stile e di acume si tratta. Il che non significa, certamente, che siano tutti degni, né che per la gran parte non paiano fatti con lo stampino. In questo senso, può darsi che l’_estensione_ dell’uso merceologico del termine sia indebitamente vasta, e anzi tendo a pensarlo; ma questo non significa che la sua _intensione_ – con la esse – sia vuota o troppo vaga.
anch’io sono di fretta e mi limito a sottolineare una cosa di volata: non considero indebito l’utilizzo da parte dell’industria editoriale del giudizio di letterarietà ma proprio per questo mi pongo la questione del giudizio in quanto tale e di quanto sia “vendibile”. ma, va beh, adesso scappo davvero. riprenderemo prima o poi.
@ Vincenzo Ostuni
“Credo che la riscossa va diretta, che si tratta di un compito egemonico, e credo, mi spiace, che dopo anni e anni passati a cercare queste smagliature, Wu Ming, voi, e tanti altri, e anch’io con voi, forse, non sono riuscito neanche un poco ad allargarle”.
Nemmeno un poco? Non so, può darsi. Non è però un motivo valido per smettere di provarci e di cercare nuove tattiche per farlo. Spero concorderai.
Quanto all’altro discorso, forse non sei riuscito a seguire tutto il lunghissimo dibattito. Il problerma non è la liceità delle definizioni in quanto tale, qui nessuno è indifferenzialista, nessuno pensa che Gadda sia indistinguibile dalla Mazzantini o da Dan Brown. Io ho detto che la distinzione netta tra “letterario” e “non letterario” definita in base all’uso della lingua (uno spaesante, complesso, radicale, o che dir si voglia, l’altro più ordinario, piano, accessibile) è insufficiente, miope, e implausibile. Ho detto che pensare di poter stabilire la “letterarietà”, cioè cosa è letteratura e cosa no può funzionare al limite solo sugli estremi, ma fallisce completamente sull’ampia zona intermedia, che però, riconoscerai, è molto nutrita. Quindi che me ne faccio di un criterio così draconiano e semplicistico? Niente.
Vincenzo perdonami, sto seguendo da tre giorni senza vacillare neanche sotto la Policastro che spiega Ottonieri, e apprezzo molto la tua franchezza nella triste descrizione dello stato attuale del “lettorato depersonalizzato e obnubilato” ma, veramente non dovremmo smettere di domandarci se fosse possibile un altro berlusconismo? Allora va bene, si, tutto è possibile.
Ma, scusa,che cacchio ce ne faremmo?
Il berlusconismo, quello che (è brutto ma si dice così) sta in ognuno di noi,ha vinto da troppi anni, quindi ha già un volto umano, anzi 12 milioni di volti umani, e a questo punto non so se spegnendo per un anno la televisione il berlusconismo calerebbe, proprio perché gran parte del popolo italiano è nelle stesse condizioni del lettorato.
Insomma lettorato ed elettorato depersonalizzato e obnubilato.
Un berlusconismo più morbido, oggi non reggerebbe; già adesso i suoi rappresentanti sono costretti ad alzare il tiro e forzare norme e istituzioni per coprire i malfattori. Ormai solo un berlusconismo dal volto ferino è possibile.
E magari noi potremmo domandarci se non ci convenga tentare di combatterlo fintanto che ci lascia un po’ di energia. Combatterlo, non trasformarlo, in quei 12 milioni di persone dal volto umano.
Per WM4.
Grazie infinite per la pazienza e la generosità della risposta.
Penso tu abbia colto molti dei miei dubbi.
Ricordi ai cari tempi universitari quando detti l’esame di Estetica. Tomi su tomi alla ricerca del “bello”.
Ma alla fine, ad essere proprio sinceri, nessuno jel’ha fatta.
E allora, domanda Ekerot: cui prodest?
A chi prude di trovare codesta risposta?
Non è forse meglio, come dici tu, dedicarsi ai singoli testi ed eventualmente analizzare le somiglianze di famiglia?
Penso, forse a torto, che uno dei compiti del “Critico” sia riuscire a tirar fuori il bello di un’opera e farla giungere al pubblico nella maniera migliore.
Utopia?
Come disse un saggio anni fa: né l’edonismo consumistico, né l’ascetismo accademico (che suona un po’ come “né con le BR né con lo Stato”, ma non mi pare che Andrea sostenesse quest’ultimo, limitandosi a stigmatizzare giustamente il primo), perché sono due opzioni ugualmente “seduttive”, invitano all’evasione, presentano l’opera come “altro”, forniscono entrambe un ruolo autogratificatorio. All’incauto lettore, in una fascetta apposita, io proporrei, con torva espressione, il seguente ammonimento: questa non è una finestra su Disneyland, né un campo di applicazione della formula di Boltzmann. Non è neppure un libro, a dire il vero: questa è la tua pelle di zigrino. Occhio!
In questo suo pippotto sul Foglio:
http://www.ilfoglio.it/soloqui/5653
Gianfranco De Turris (segretario della Fondazione Julius Evola e massimo responsabile dell’equivoco tutto italiano su “Tolkien fascista”) infila un riferimento en passant a questa discussione.
Di me si dice che uso uno pseudonimo maoista, ed è falso.
Cortellessa, invece, viene descritto come uno che dà del fascista a chi non è d’accordo con lui, ed è vero.
@ Vincenzo Ostuni,
quella che noi contestiamo è la dicotomia, la divisione dualistica e netta in due soli campi, due soli insiemi: quello della “schifezza commerciale” e quello della Letteratura – o meglio, di ciò che più si avvicina all’Idea iperuranica di Letteratura coltivata in quello che mi prendo la responsabilità di aver definito, credo piuttosto felicemente, “un Parnaso di stronzi”.
Non da ieri e non da soli, noi WM diciamo che questa distinzione non tiene conto di troppe cose. Non solo di ciò che sta “nel mezzo”, ma anche di tutto ciò che sta sopra, sotto, di lato, di sbieco, insomma altrove rispetto a questa stupida rappresentazione “zoroastriana”. Cioè tutto quello che se ne fotte di essere Letteratura come la intendono Policastro & Co. (perché vuole muoversi nel popular o comunque perché cerca i propri referenti tra i lettori) e al contempo aborre il seriale, il banale e il prevedibile.
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Chi ragiona come Cortellessa non farà mai alcuna distinzione tra i nostri libri e certo romanzo storico pedissequo e formulaico, come non farà mai alcuna distinzione tra i capolavori di Jack Vance e il romanzo di fantascienza scritto da Ligabue, o tra Jean-Patrick Manchette e certo “giallo all’italiana” legalista e reazionario da cui Carmilla, a nome di tutti noi, prese le distanze con toni anche violenti (cfr. l’articolo di Tommaso De Lorenzis intitolato “Termidoro”, che è on line dal 2005).
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Nell’introduzione al suo libro Distruggere Alphaville, Valerio Evangelisti scrisse che le apologie facili e indiscriminate della letteratura “di genere”, come se ne erano lette in Italia tra i tardi anni Novanta e i primi anni Zero, erano delle iatture, perché dentro la letteratura popular (dentro il fantastico, dentro la narrativa criminale ecc.) bisognava e bisogna distinguere con nettezza, anzi: bisognava e bisogna muovere guerra contro la letteratura popular dominante, conciliante e ripetitiva, perché è reazionaria. Andava e va aiutata solo la letteratura che cerca di forzare regole e stilemi, per andare oltre gli incasellamenti preventivi.
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“Termidoro” e l’introduzione a Distruggere Alphaville sono stati due testi fondamentali, per chi in Italia voleva percorrere le strade di una letteratura “popolare ma esigente, esigente ma popolare” (questa è la descrizione che noi WM diamo dei nostri libri in tutte le presentazioni). E costoro – quelli come noi – sono oggi i più motivati oppositori di certa merda bestselleristica e fiction banalizzante. Perché ce la ritroviamo sul terreno che anche noi vogliamo praticare, ma con tutt’altri intenti e approcci.
Ragion per cui, in quale dei due insiemi immaginari dovremmo andare a collocarci?
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In realtà, credo che la cosa che più è stata sul cazzo in New Italian Epic sia proprio la descrizione della cosiddetta “nebulosa”. Perché? Perché era un insieme che non c’entrava nulla coi suddetti due. Un corpus di libri che esisteva in una dimensione altra, terza, estranea alla logica dicotomica. E che escludeva a priori tutta la narrativa di genere “normale”, canonica, seriale.
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All’epoca, di Distruggere Alphaville Cortellessa non capì nulla, semplicemente perché non lo lesse. O meglio: lesse le prime due-tre pagine, in cui Evangelisti illustrava non la propria posizione bensì quella che intendeva contestare. Cortellessa la scambiò per quella espressa nel libro e scribacchiò su La Stampa una recensione totalmente sballata, che chiunque abbia letto il libro, in accordo o meno con le tesi di Evangelisti, non ha potuto che trovare demenziale.
In quella recensione, Cortellessa ricorreva alla sua solita allegoria, quella che usa sempre: la letteratura popolare è l’invasore nazista, noi critici che amiamo la Letteratura verremo deportati nei campi se non saliamo in montagna per fare la Resistenza.
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Mio nonno si fece undici mesi di campo di concentramento, vengo da una famiglia di antifascisti e partigiani, e considero quest’allegoria qualcosa di sconcio, perché in un sol colpo banalizza fascismo, nazismo, deportazione e Resistenza. Un autentico scempio della memoria, e un paragonarsi a vittime vere che – lo ripeto, nel caso non si fosse capito – mi suscita ribrezzo.
Ma attenzione: si tratta di un’allegoria/scempio inevitabile se si parte da simili premesse, da certe iper-semplificazioni del mondo, dello scibile e dell’immaginazione. E’ chiaro che se dividi il mondo in ciò che realizza l’ideale puro (la Letteratura) e ciò che invece lo tradisce ed è spurio, il prossimo passo sarà gridare al complotto dei fautori dello spurio. Dopodiché, scivolerai in quello stato di percezione alterata che ti fa straparlare di invasioni, deportazioni, lager, gulag etc. E svilupperai quello che alcuni hanno riconosciuto come razzismo. Attenzione: non razzismo in senso lato, bensì in senso stretto: ci siamo noi, che siamo acculturati e superiori, e poi c’è la razza inferiore degli zombi, dei decerebrati, degli…acquirenti, tutti eterodiretti, incapaci di distinguere il puro dallo spurio.
Ha ragione Salvatore Talia: come può gente che ragiona così, che manifesta questo disprezzo, credersi di sinistra?
La violenza di Wu Ming 1, che spinge (ma io non voglio) a rispondere con altrettanta violenza, è molto diversa dalla pacatezza di Wu Ming 4, con il quale mi sembra possibile dialogare sebbene su opposte posizioni e anche duramente.
In Wu Ming 4 sento, non so perché, una maggior capacità di vibrazione, perciò chiedo: l’autore dei Wu Ming che ha scritto anche in proprio, è Wu Ming 4?
Me lo sto chiedendo, al di là del libro che non ho letto, dall’inizio del thread.
Ah, leggo ora (mi ero fermato, respinto dai toni e dalla malafede) questa frase:
«Ha ragione Salvatore Talia: come può gente che ragiona così, che manifesta questo disprezzo, credersi di sinistra?»
guardarsi allo specchio, no?
(malafede perché non mi pare proprio che Cortellessa divida il campo con l’accetta, mi pare piuttosto intelligente, perché mai farlo passare per stupido, sia pure per vincere il contraddittorio?)
@ aldovrandi: E’ dalla nascita del collettivo che ognuno di noi Wu Ming scrive anche romanzi o racconti solisti (e li firma con il nome collettivo seguito dal proprio numerale). Dal 2000 a oggi sono stati pubblicati cinque romanzi solisti.
Se non ti sembra che Cortellessa divida il campo con l’accetta, allora ti consiglio di rileggerti ogni suo commento in questo thread. Non ce n’è uno in cui non abbia proposto una divisione della produzione editoriale in “letteraria” e “non-letteraria”, oppure quella tra “testo letterario” e “testo di intrattenimento”, o ancora “testo letterario” e “testo commerciale”. Più volte (almeno tre) gli ho chiesto di spiegarmi se per lui non esista una vasta area intermedia, con svariate sfumature, e lui NON HA MAI RISPOSTO su questo.
@ aldovrandi: scusa, ricordo ora che secondo te Cortellessa non avrebbe dovuto rispondere alle mie domande né venire su questo sito a discutere. In effetti se le argomentazioni portate sono labili e fumose, e di fatto si riducono a una fantomatica autoevidenza che dovrebbe sostanziare una divisione manichea della letteratura, allora forse il tuo consiglio non era sbagliato.
@ Aldovrandi
“La violenza di Wu Ming 1”
Si chiama critica, Aldovrandi. Abituatevi all’idea che esista.
E abituatevi all’idea che qualcuno porti avanti un discorso e delle pratiche *con passione*.
La violenza è invece quella di chi, a corto di argomenti, dà del fascista a chiunque.
…
E in fondo era violenza anche la tua. Hai esordito in questo thread dicendo a Cortellessa di non rispondere alle domande, perché questa era una trappola, era in corso una guerra etc.
Sempre la narrazione del Nemico, del complotto, del Noi contro Loro.
…
E’ l’unica vostra risorsa, questa violenza. Perché tutto il resto è solo disinformazione e pretesa di disquisire per centinaia di commenti di cose delle quali vi è ignoto persino l’ABC, come rivela per l’ennesima volta la tua domanda sul “Wu Ming che ha scritto anche in proprio”. State sotto il livello di chi almeno va a dare una rapida occhiata a Wikipedia.
La tua domanda dimostra, tra l’altro, che non hai letto nemmeno gli interventi sopra, dove si parlava di New Thing, che è il mio romanzo solista.
Quanto in basso pensate di potere ancora spingervi?
Non sarebbe meglio mettersi a studiare?
@Aldovrandi
“mi ero fermato, respinto dai toni”
Io invece un commento lo leggo tutto intero, a prescindere dai toni. Seguire la discussione, magari approfondire una cosa a latere, ogni tanto seguire un link, ecco, questi sono i prerequisiti minimi per potere a propria volta intervenire. E’ l’etica di base dello stare in rete.
“E’ l’etica di base dello stare in rete”.
Quoto con forza.
A prescindere da quel che penso dei loro romanzi, penso di avere un grandissimo debito con Wu Ming per quanto riguarda il modo di dialogare in Rete, di rapportarsi coi propri lettori e con tutti. Seguo molti loro commenti, pur avendo talvolta opinioni diverse, proprio per individuarne le strategie di comunicazione e rapporto coi lettori, persino quando l’argomento non mi interessa (non è questo il caso).
Questa capacità, più delle varie differenze di idee che possono e devono starci, è quanto mi sembra mancare in alcuni interlocutori e non posso far altro che sperare che le cose cambino a furia di risposte su risposte, di esempi su esempi.
Una domanda ingenua (ma non è provocazione, spero mi si creda e mi scuso se è già stata posta, ho letto tutti i commenti da cima a fondo ma potrebbe essermi sfuggito qualcosa): non sarebbe possibile trovare qualche modo per rendere fruibile gratuitamente in Rete il documentario in questione?
Aldo! Che bello, buongiorno!
Com’è ‘sta storia? Le dispute cominciano sempre con “le peggio ciofeche, turboliberisti asserviti alle lobbies, oggettivi sostenitori di totalitarismi e indottrinamenti, collusi al soldo del nemico…”, e poi arriva l’immancabile “violenti, mamma, mi ha fatto la bua, io volevo giocare”.
E hai giocato, no ? Che pensavi ti stendessero il tappeto?
Caso mai AL tappeto.
Aldo, la questione è una, sempre quella. Le pratiche. E le loro conseguenze.
Perchè ex cathedra si può dire ciò che si vuole. Ma il potere di cooptazione, di intimidazione, ce l’hai solo sui quattro studenti della classe. Che, poveracci, devono sostenere l’esame. Qui, e altrove per fortuna, sul campo, no. A maggior ragione quando si autoproclamano meriti rivoluzionari di risibile consistenza, o si evocano bei tempi che non esistettero mai.
Le pratiche, Aldo. Solo quelle. Sulla cornice e nel quadro. Con annesse le contraddizioni, che sempre le pratiche comportano. E riguardano tutti.
Con un solo modo onesto di affrontarle. Accettare instancabilmente il confronto, fare i conti con il proprio tempo, e il contesto in cui ci è dato vivere. Con il proprio limite.
C’è chi lo fa da venti, da quindici, da dieci anni, e per la spocchia di alcuni pare sempre abbia cominciato ieri. Il parvenu volgare che non doveva sedersi a tavola con i signori. Vi dovete rassegnare. Ci dovete mettere la faccia e il culo.
Camilleri, non montalbano in tv, ha fatto molta più letteratura di quanta la signora gilda possa neanche sognare. E anche molta più lingua.
Il mercato fa male alla letteratura. Ok. Mi va bene l’assunto, lo dico senza ironia.
Per caso qualcuno vuole proporre come soluzione il feudalesimo? Delle Signorie Illuminate?
Le teorie le abbiamo sentite.
Adesso fatevi avanti. Venite sotto. Con le pratiche.
L.
«Si chiama critica, Aldovrandi. Abituatevi all’idea che esista.»
anche quella degli altri, non solo la tua
il mio intervento di «scoraggiamento» nei confronti di Cortellessa era dovuto al fatto che dopo che son volati gli stracci, quando ci sei di mezzo soprattutto tu, essi medesimi stracci planano a terra in attesa che un nuovo refolo li sollevi – e così via per le generazioni a venire
la differenza tra te e chi ti critica è che tu sei tu e al tempo stesso il difensore di questa tua/vostra operazione, un bel cortocircuito questo doppio ruolo, e probabilmente responsabile del rumore e del radicalizzarsi senza sfumature del discorso
comunque pace, fratello, io di solito non spacco il mondo in due, ma se l’altro mi si pone davanti come bianco (rileggiti il thread anche tu, e magari non solo questo, ma altri in cui gonfi i muscoli) non mi lascia altra strada che pormi come nero, non accuserei mai di piattezza linguistica o di kitsch uno che si desse onestamente per artigiano, voi non fate questo, anche se alla fine, tirati assai forte per la giacca e i capelli, ammettete che sì, magari non siete proprio grande letteratura, ma subito indebolite l’ammissione dicendo che la Letteratura non esiste, spernacchiandola pure
per fortuna è intervenuto Vincenzo Ostuni, dicendo cose che condivido, e dall’interno della macchina
buona domenica, io depongo le armi
@ aldovrandi:
anche tu come Cortellessa, a corto di argomenti, inizi ad attribuirci cose che non abbiamo mai detto. Nessuno qui ha negato l’esistenza della letteratura. Al contrario io ho detto che la letteratura è l’unica cosa che oggettivamente esiste, e che invece è il concetto astratto di “letterarietà” che non so cosa possa significare. E infatti nessuno è riuscito a spiegarmelo. Come dicevo: il tuo consiglio era giusto.
non sono a corto di argomenti, sono a corto di interesse ad andare oltre, comunque, pace anche a te, WM4
@ Wu Ming 1
Per quanto riguarda l’epiteto di «fascista», riguardava il linguaggio che ti fa usare nei miei confronti la formula del «ribrezzo». Confermo e sottolineo: l’uso di questa metaforologia è storicamente connotato nell’area culturale-ideologica detta «fascismo». Io posso essere stato polemico e anche verbalmente violento, ma ti sfido a indicarmi una mia metafora che appartenga a quel lessico, ideologicamente connotato. Mi diverte che, una volta che ti si fa notare questo scivolone, tu ti appelli all’autorità di… Gianfranco De Turris sul Foglio, per scagionarti.
Che poi tu usi impunemente questa frase, «Si chiama critica, Aldovrandi. Abituatevi all’idea che esista», lo trovo addirittura esilarante. Lo dice la stessa persona alla quale tale critica fa «ribrezzo».