LETTERARIETA'

Francesco Erbani firma l’apertura delle pagine di cultura. Si parla di società letteraria, di premi, e di “senza”. Partendo da un documentario.
«Credo di non aver mai letto un vincitore dello Strega degli ultimi dieci anni»: le labbra strette e l´occhio strizzato, Tiziano Scarpa avrà certo messo in conto che, dicendo questo, la stesse cose potrebbe ripeterle il vincitore dello Strega 2010, infilando anche il suo Stabat mater, Strega 2009, nel buco nero e indistinto dove giacciono i romanzi lasciati intonsi.
Sono i paradossi di quel che resta di una società letteraria. La battuta di Scarpa, raccolta nel catino fumigante del Ninfeo di Villa Giulia, è fra quelle che introducono Senza scrittori, un film documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, critico letterario il primo, regista il secondo, una bella inchiesta prodotta da Rai Cinema e Digital Studio che stasera viene proiettata all´Azzurro Scipioni di Roma, in coincidenza non casuale con la trepidante vigilia del Premio Strega che, appunto, giovedì incorona il suo sessantaquattresimo vincitore.
Senza scrittori è un prolungamento del catalogo stilato da Alberto Arbasino nel suo Un paese senza, un elenco di tutte le cose di cui l´Italia è mancante. Racconta il predominio che la macchina editoriale, soprattutto quella dei grandi gruppi, ha assunto nel mercato della letteratura, dove non ci sono più opere o scrittori, critici o riviste, ma solo libri, solo produzione industriale, solo una filiera perfettamente assestata, e nella quale, però, quella che un tempo si chiamava la società letteraria ha pensato bene di accomodarsi, spintonando un po´ e anche dando di gomito, ma trovando un cantuccio nel quale sistemarsi.
Un cantuccio troppo stretto per Antonio Scurati, che ancor prima di essere battuto per un voto da Scarpa, confessa che, sì, è vero, «da qui uscirò triturato anche dal punto di vista del mio stato d´animo», ma che trova il coraggio di annunciare il suo disprezzo per una «società letteraria dalla quale stasera prendo congedo, vada come vada». Un cantuccio stretto anche per il giovane Giorgio Vasta, che lamenta come «la letteratura venga assunta solo se si incarica di essere manutenzione della realtà e che quando ha l´ambizione di essere qualcosa d´altro, le viene sottratta la fiducia». Un cantuccio che sia Scurati che Vasta guardano sempre dall´osservatorio del Ninfeo di Villa Giulia.
Cortellessa, camicia e pantaloni rossi, si aggira come un bonario diavoletto fra i tavoli imbanditi dello Strega, filma le calzature che stropicciano il brecciolino, sovrappone la camminata di un metaforico pavone e domanda a Francesco Piccolo se questa è una messinscena da commedia all´italiana, ottenendo come risposta che «qui c´è l´Italia, non la commedia, che in fondo era più dolorosa». Fra scalpiccii e risatine stiracchiate, ecco invece il corrucciato Valentino Zeichen: «Decadente? No, non è una società di grandi decadenti, questa è una società frolla, senza scheletro morale, priva di grandi progetti, di idealità. Una società stanca».
Lo Strega mostrerà pure lo spettacolo di una letteratura in cui, sentenzia il vincitore Scarpa, «tutto è vanità». Ma è un po´ come la nazionale di calcio, raccoglie quel che trova. E allora ecco che Cortellessa, sempre di rosso vestito, interroga giornalisti come Stefano Salis e critici come Marco Belpoliti, si sofferma spaurito fra i banchi di Fnac e deliziato fra quelli della Coop – accompagnato da Romano Montroni -, ascolta i due proprietari della storica libreria Tombolini di Roma e il responsabile della Demoskopea. Insomma insegue quella filiera produttiva che incasella lo scrittore e la sua opera, dal momento in cui questa prende forma a quando viene distribuita e recensita, meglio se esibita con il suo autore da Fabio Fazio o dalla Dandini o sul palco di un festival.
E allora il punto culminante non può che essere una visita a Segrate, dove c´è la Mondadori, cioè «la Xanadu dell´editoria italiana, la centrale dove si fanno i grandi giochi della nostra letteratura». Qui interroga Antonio Franchini, responsabile della narrativa Mondadori, che vive la grande scissione, annota Cortellessa, dell´essere scrittore e dell´essere editore. E qui si introduce anche un parola che non si sentiva da tempo: letterarietà. Che cos´è che rende letterario un testo? Può essere la letterarietà a distinguere fra scrittori di successo e scrittori che si concentrano sulla qualità e la sperimentazione, per esempio?
Letterarietà, risponde Franchini, «è un´idea discussa, allargata, non più condivisa». Ma il fatto che le discriminanti siano venute meno che effetto fa? (domanda Cortellessa) «Rende il tutto più divertente, più anticonformista». Il controcanto è affidato a Francesco Cataluccio, ex direttore alla Bruno Mondadori e poi da Bollati Boringhieri: «La società italiana è diventata più cinica, non poteva che diventare più cinica anche l´editoria».

791 pensieri su “LETTERARIETA'

  1. @ Luca
    Siccome sono io che spacco il mondo editoriale in «letteratura iperurania» e «monnezzaio di ciofeche» (così ama dipingermi Wu Ming 4), ti chiedo: dunque per te l’alternativa secca è tra strapotere del mercato senza freni né contrappesi e «feudalesimo» o «Signorie Illuminate»? Proprio non intravedi altre possibili forme di convivenza?
    Inviti poi alle «pratiche». Wu Ming 4 ha illustrato quelle che lui e i suoi compagni hanno adottato. Io ho promosso le Classifiche di qualità di Pordenonelegge-Stephen Dedalus, e ora ho fatto questo film. Ma sono più di dieci anni che segnalo – ovunque ne abbia lo spazio – opere e autori «validi» (mi spiace che qualcuno trovi ridicolo questo termine), come nel 1999 il collettivo «Luther Blissett» per esempio, specie se pubblicati da editori che non possono permettersi la turbopromozione a mezzo stampa e massmedia. È questa la mia forma di volontariato, e se dà fastidio che lo si paragoni a un’attività clandestina e «sopramonte» si vede che è perché con tale paragone si è toccato un punto vivo. L’egemonia di mercato dei grandi gruppi dell’industria culturale, infatti, è la forma di dittatura oggi in vigore. E non si tratta di una metafora, come dimostra l’assetto proprietario della principale forza industriale e la sua attività politica.
    Ciao, divertiti.

  2. @ Wu Ming 1
    Non solo sei violento e quando sei in difficoltà ti lasci andare a un linguaggio fascista. Ma sei anche arrogante, presuntuoso e leinonsachisonoio.
    Poco fa scrivi: «vi è ignoto persino l’ABC, come rivela per l’ennesima volta la tua domanda sul “Wu Ming che ha scritto anche in proprio”. State sotto il livello di chi almeno va a dare una rapida occhiata a Wikipedia». Dunque per partecipare a una discussione sull’articolo di Francesco Erbani e sul documentario «Senza scrittori» e sull’industria editoriale l’«ABC» è aver letto New Thing e averne censito dattili e spondei o la mescola linguistica fenogliana (!)? Oppure ha diritto di parola solo chi ha una voce su Wikipedia? Guarda che non sei l’unico ad averla. Ma vergognati.

  3. @ Elvezio,
    che chiede «non sarebbe possibile trovare qualche modo per rendere fruibile gratuitamente in Rete il documentario in questione?», rispondo: no, al momento no. Raicinema e 01 distribuzione non hanno ancora deciso circa la diffusione del prodotto (già, si tratta di aziende, stanno sul mercato, eh sì; magari nella fattispecie hanno fatto una scelta editoriale responsabile, senza intromettersi mai nei contenuti del prodotto; il che non si può dire di altre aziende sui loro autori e collaboratori). Sin d’ora chi vive a Roma può andare allo storico cineclub Azzurro Scipioni, che su iniziativa di Silvano Agosti lo programma il primo agosto e, in seguito e per un certo numero di mesi, il primo giorno del mese. Ci saranno poi in settembre numerose proiezioni pubbliche (credo di poter anticipare: almeno Milano, Siena, Firenze, Palermo), intanto, e poi Rai Uno che ne ha acquisito i diritti potrà trasmetterlo (anche se in una versione ridotta di un quarto), non so ovviamente quando e in quale orario. Grazie dell’interesse.

  4. Una persona che stimo molto, e che si astiene dal partecipare a queste discussioni letterarie pur avendo secondo me molte cose interessanti da dire, sostiene che i dibattiti webbici non sono mai un discorso sull’oggetto (cos’è la letterarietà, per es.), bensì un’occasione di protesta identitaria, in funzione della quale l’oggetto non si dà quindi come oggetto, ma come estensione rappresentativa di se stessi, protesi narcisistica. Ragion per cui è ridicolo invocare argomentazioni sempre più onerose all’interno di dinamiche che tendono per loro natura ad escluderle. Sarebbe come pretendere che Paola si disamori di Mario se le dimostro che è un idiota. L’investimento personale produce resistenze, e dunque risposte emotive, come tali refrattarie a qualunque argomento razionale. Che è poi la ragione per la quale, anche dopo centinaia di commenti, ciascuno rimane sostanzialmente della propria idea e sul campo restano solo gli insulti. Fra questi, registro semplicemente che l’allusione meschina ai difetti fisici dell’interlocutore, vero e proprio record di volgarità, è provenuta da una parte sola, ma forse anche questo è un modo per dare al pubblico ciò che vuole, o ciò che gli si fa volere (a proposito di pelle di zigrino).

  5. @ Andrea Cortellessa
    Ben tornato. Noto che continuo a essere l’unico dei tuoi interlocutori a cui non rispondi, e che preferisci litigare con gli altri. Sono dall’inizio il più pacato, quello che cerca di argomentare e farti argomentare senza venire metaforicamente alle mani, e tu mi snobbi. Non è mica giusto.
    Ancora una volta, non sono io che amo “dipingerti” come manicheo, sei tu che non sei riuscito a spiegarti e finora ci hai proposto una divisione dicotomica delle letteratura. Il mio commento di giovedì, 1 luglio 2010 alle 1:17 pm non ha avuto replica. Perché non lasci perdere le polemiche e provi a entrare nel merito? Avevi iniziato a farlo, poi sei sparito, e adesso torni e ti rimetti a litigare con gli altri…
    Quanto alle pratiche che metti in campo, ben vengano. E spero che possano “ben venire” anche le nostre, mi sembra che ce lo avessi parzialmente riconosciuto (a fronte, va da sé, della nostra generale svendita all’ideologia di mercato). Per questo vorrei farti notare che se magari avessi provato ad adottarle almeno in parte, oggi potremmo tutti vedere il tuo documentario e magari parlarne. Invece io purtroppo non riuscirò a vederlo. Lo so, lo so, far digerire il copyleft a Raicinema è più difficile che farlo digerire a Einaudi-Mondadori. E che nessuno osi dedurre da questo che in certi casi il mercato dà più margini di manovra del pubblico…

  6. il termine “letterarietà” ricorre in questo thread 99 volte, con questa 100, finora, a meno che mentre scrivo ci siano state aggiunte.
    Greimas e Courtès, in “Semiotica, Dizionario ragionato della teoria del linguaggio”, negando che il concetto abbia valore per i linguisti, giustamente, visto che la letteratura non è il loro campo, citano Jakobson, il quale dice «l’oggetto della scienza letteraria non è la letteratura, ma la letterarietà».
    Sempre i due sopra citati devono dunque tirar via le mani dal concetto, nella manifesta – ed è questo che rende difficili definizione univoche e definitive – «impossibilità di riconoscere l’esistenza di leggi, o anche di semplici regolarità proprie del discorso letterario.» Questo, che può sembrare un limite a chiunque voglia un rapido vademecum o sia in caccia di definizioni sintetiche, è proprio quello che fa la ricchezza del discorso, quell’intreccio, o quel circolo interpretativo che fa sì che la letterarietà venga sempre definita all’interno di una tradizione e di un “colloquio” mai interrotto tra opere e interpreti, o se preferite, di una catena, i cui anelli, pur chiusi e autonomi in sé, non hanno senso l’uno senza l’altro.
    Chiedere in in una discussione su un blog, una definizione di “letterarietà” vuol dire immiserire il discorso per ottenere un qualche vantaggio immediato, nel ping pong della discussione, agli occhi dei lettori sprovveduti.
    Se etica e onestà intellettuale ci deve essere, sia autentica.

  7. @ sergio garufi
    non credi che sarebbe sufficiente ignorare gli insulti (e appunto i narcisismi) e provare ad argomentare? Non è vero che è impossibile. Se le argomentazioni vengono messe nero su bianco, poi restano, non è tutto fiato sprecato, qualcun altro può leggerle, ieri, oggi, domani. Vuoi un esempio di discussione da blog in cui si è dibattuto animatamente e senza risparmiare colpi, ma riuscendo a esporre tesi e argomenti? Eccolo: http://www.wumingfoundation.com/italiano/stelladelmattino/?p=33

  8. @ Wu Ming 4
    Sia detto senza ironia, mi fa piacere che – di fronte agli argomenti di chi non consideri evidentemente un avversario «draconiano», cioè Vincenzo Ostuni che ringrazio con calore per un intervento non banale e direi coraggioso (non dirà «sopramonte» se no all’altro gli torna il «ribrezzo») – tu dica che esiste (al di là della sua «definizione») «una letteratura più colta o più ambiziosa sul piano della ricerca linguistica, della complessità dei temi affrontati e della non scontatezza della trama» e che esiste (al di là della sua «definizione»), di contro, «una letteratura molto facile, banale, scontata, che si preoccupa poco della lingua e della trama ed è programmata solo per sfondare sul mercato». Sempre senza ironia: non mi pareva lo avessi detto prima. Poi dici: «pensare di poter stabilire la “letterarietà”, cioè cosa è letteratura e cosa no può funzionare al limite solo sugli estremi, ma fallisce completamente sull’ampia zona intermedia, che però, riconoscerai, è molto nutrita».
    Allora a mia volta farò un passo avanti e dirò che per me esiste (al di là della sua «definizione»: perché oltre a dire che esisrte anche tu non brilli nella produzione di definizioni) un’«ampia zona intermedia». Per esempio nella cinquina dello Strega di quest’anno c’erano due o tre opere, su cinque, passibili di rientrare in questa fascia.
    Ma il mio argomento è un altro, e sei tu che lo eludi sin dall’inizio di questa discussione: se la fascia «C» ci opprime con tutta la sua presenza prepotente su tutti i media e in tutti i punti vendita, e se la fascia «B» (l’«ampia zona intermedia») è pure largamente presente e rappresentata e raggiungibile dai lettori (se è vero che era addirittura numericamente maggioritaria, nella cinquina della principale vetrina italiana), che ne è della «letteratura più colta o più ambiziosa sul piano della ricerca linguistica, della complessità dei temi affrontati e della non scontatezza della trama»? Ha essa spazi adeguati? Ha editori importanti e ben distribuiti che abbiano voglia di investire in essa risorse (non solo economiche, ma anche di competenza e passione)? Ha spazi adeguati sui mezzi di informazione? È in grado di essere conosciuta dai lettori? Tu stesso dici che non hai letto e non sei in possesso di Cristi polverizzati di Luigi Di Ruscio, e io penso che questo sia un male. Ma non ti preoccupi del fatto che in nessuna libreria da te raggiungibile sia disponibile questo libro? Sono queste le questioni che sono state poste da Senza scrittori e dall’articolo di Erbani che stiamo commentando. Non la letterarietà o meno di Altai.
    Io credo che Ostuni ponga con forza un argomento che oggi in Italia – ma non altrove – è tabù: gli aiuti pubblici all’editoria di ricerca. È questa in cui ci troviamo la congiuntura economica meno favorevole, per porre tale questione; ma pure occorre che ci riflettiamo in profondità. Perché il Moloch Mercato, lasciato solo e senza contrappesi di sorta, non solo ha già sostanzialmente fatto piazza pulita della «letteratura più colta o più ambiziosa», ma presto comincerà ad aggredire anche gli spazi della «fascia intermedia». Perché sua prima regola è: massimalizzare gli spazi a disposizione, massimalizzare i profitti. Pensaci.

  9. @ aldovrandi
    “Questo, che può sembrare un limite a chiunque voglia un rapido vademecum o sia in caccia di definizioni sintetiche, è proprio quello che fa la ricchezza del discorso, quell’intreccio, o quel circolo interpretativo che fa sì che la letterarietà venga sempre definita all’interno di una tradizione e di un “colloquio” mai interrotto tra opere e interpreti, o se preferite, di una catena, i cui anelli, pur chiusi e autonomi in sé, non hanno senso l’uno senza l’altro.”
    Perfetto. Nessuno vuole definizioni sintetiche, ma proprio perché stiamo parlando di un “colloquio” perenne e di un ambito di discorso aperto, credo che non possiamo accettare a scatola chiusa una distinzione tra “letterario” e “non-letterario”? O siccome siamo dei liberisti autori di letteratura commerciale, non siamo degni interlocutori? Davvero non capisco la reticenza a discutere.

  10. @ aldovrandi
    scusa, c’era un punto interrogativo di troppo: Nessuno vuole definizioni sintetiche, ma proprio perché stiamo parlando di un “colloquio” perenne e di un ambito di discorso aperto, credo che non possiamo accettare a scatola chiusa una distinzione tra “letterario” e “non-letterario”.

  11. @ Wu Ming 4
    Ci siamo incrociati. Mi pare evidente che ti consideri un interlocutore aperto (a differenza di un tuo omonimo), e per elaborare una risposta nel merito ci ho messo un minimo più di tempo. (Una mia definizione di «letterarietà» te la scordi, comunque, per i buoni motivi poco fa richiamati da Aldovrandi; l’esempio di Bachtin fatto in precedenza era solo un esempio, e come tale presentato. Ne avessi il tempo ne potrei fare altri venti, uno diverso dall’altro.)
    Quanto alla mia assenza dal dibattito, è stata dovuta a un impegno preciso, cioè la partecipazione alla commemorazione di Edoardo Sanguineti giovedì sera a Bologna, organizzata da Niva Lorenzini con Federico Condello e Claudio Longhi. Stare a Bologna per Sanguineti la sera della consegna dello Strega – anche se solo per un caso del calendario – ha per me un significato simbolico evidente, che Angelo Guglielmi ha sottolineato ultreriormente leggendo proprio le pagine straordinarie di Ideologia e linguaggio sull’arte d’avanguardia sempre in bilico, nella seconda modernità (siamo nel 1965), fra la Scilla del Mercato e la Cariddi del Museo (o dell’Accademia, visto che qui ha prevalso questo termine – ai fini strumentali di insultare degli avversari). Se i partecipanti a questa discussione se le andassero a rileggere, avrebbero una prova non solo della lucidità mai moralistica dell’intellettuale più «draconiano» immaginabile (il che è forse un truismo), ma anche dell’assoluto non invecchiamento di questioni poste tanti decenni fa e che, ciò malgrado, restano assolutamente sul tappeto anche oggi.

  12. garufi di al tuo amico che mi ha spaventato con la sua teoria. la trovo drammaticamente vera. Senza polemica chiederei a wuming4 se non trova differenza fra stephen king e david foster wallace. certamente nel mezzo c’è di tutto, ma la l”letterarietà” di wallace si puo’ riconoscere, a differenza della “narratività” di stephen king? io credo che se venissero riconosciuti un paio di paletti potreste fare una partita invece di continuare ognuno a fare del freestyle nella sua parte di campo. con permesso.

  13. Andrea,
    ecco, le forme di convivenza, le ibridazioni, il confronto. Con le pratiche, e i loro limiti. Io non vedo altro che questo.
    Il film, le classifiche di qualità, a me vanno benissimo. A prescindere dalle tesi, o dai testi sostenuti. Da quanto per ME siano importanti, o quanto sia d’accordo. Proprio perchè sono pratiche, e si confrontano su un terreno difficile e, tu sarai il primo ad esserne consapevole, con i propri limiti.
    E anche il lavoro di segnalazione di autori e testi. Non lo trovo affatto ridicolo, tantomeno la parola “validi”.
    Quello che non accetto è che si faccia un cartoccio unico di qualche centinaio di autori e qualche centinaio di migliaia di lettori, marchiati acquirenti (che tra l’altro reggono l’intera baracca, e danno da mangiare a tutti gli addetti ai lavori), e lo si chiami intrattenimento, indottrinamento, stordimento, pacificazione, mero merdoso consumo, consolazione di sfigati. Lettura di cameriere, come cinquant’anni fa Grand Hotel, che non hanno avuto la fortuna di seguire i corsi della signora gilda.
    Andrea, ci sono molte cose là in mezzo, e un cartoccio solo non basta, perchè è così che tutto marcisce, e poi si sente la puzza.
    E ci sono anche un sacco di cameriere, come cinquant’anni fa, che avrebbero voglia di migliorarsi, di imparare qualcosa in più, di allargare un po’ il proprio mondo. E meriterebbero un po’ di rispetto in più.
    Ecco, a loro non consiglierei mai di rivolgersi alla signora gilda.
    L.

  14. @ Luca
    L’ho già richiamato in un’altra discussione qui, si vede che non hai letto o non ricordi, se mi ripeto pazienza. Una volta Richard Rorty ha proposto l’apologo seguente; sin dal momento che l’ho letto l’ho fatto mio come regola di vita e di lavoro. Il processo di apprendimento lo paragona, Rorty, a chi vuole scalare un albero. Tenta di saltare per raggiungere il ramo più basso ma, specie se come a me non gli si vedono le costole, non ce la fa. Allora si procura una scala, la appoggia al tronco, ci sale sopra e si mette sul ramo. Da quel ramo potrà scalare l’albero. Ma prima di continuare a salire dovrà decidere cosa fare della scala. E gli si presentano due possibilità: lasciare la scala ai piedi dell’albero (anche se dentro di lui qualcosa si ribella, perché è lui che se l’è procurata, la scala, magari faticosamente se l’è costruita pezzo dopo pezzo; e una parte di lui prova fastidio per il fatto che quanti lo seguiranno si trovino la pappa già pronta) oppure darle un calcio e romperla a pezzi, in modo che nessun altro lo segua – nella sua bellissima scalata.
    Ora, in ciascuno di noi sono presenti entrambi questi moti interiori, e la nostra moralità si decide in base alla scelta che facciamo. Io è una vita che mi sforzo di offrire, a tutti quelli che posso raggiungere, la scala che faticosamente ho salito a suo tempo, anche se sono ben consapevole che – ove pure riuscissi ad arrivare sino in cima all’albero – ci sono tanti altri alberi che mi saranno per sempre preclusi.
    Altri (quelli che definisco «snob»: da «sine nobilitate») invece una volta saliti sul ramo non solo buttano via la scala ma dicono a gran voce: mi raccomando, non salite qui sopra, si sta meglio lì sotto, non c’è paragone.
    Ecco: chi fa critica, e a maggior ragione chi insegna, deve sempre tenere presente questa duplice opzione, e fare (secondo me) la prima scelta. La signorina Gilda, sulla quale tu tanto ironizzi, sono anni che si sbatte come una matta in questa direzione, senza remunerazione alcuna né economica né accademica (vergognati Girolamo, vergognati). Se i suoi toni sono aspri dipende dal fatto che in effetti è una persona aspra (ne faccio anch’io le spese, più spesso di quanto vorrei), ma anche appassionata e coraggiosa (ribrezzati Uno, ribrezzati). Ma il suo principio di lavoro e di vita è il mio stesso, e ha tutta la mia stima e la mia solidarietà (anche se io, che ho qualche anno più di lei, alla fine qualche remunerazione economica e accademica ho ottenuto).
    Io non ho fatto il cameriere, Luca. Ma per pagarmi gli studi ho fatto il barista. Per tre anni la notte lavoravo e di giorno studiavo. Avevo vent’anni e molte energie, che sono da tempo un ricordo. Anche se da allora ho sempre dovuto lavorare, per campare e leggere e seguire la mia vocazione. Il primo stipendio statale l’ho visto a trentotto anni, dopo quattordici di precariato e sfruttamento che non sto qui a vantare, se no Girolamo chi lo sente. E so bene quali erano i libri che avevo in casa, anche se i miei genitori non erano camerieri (erano impiegati piccolo-borghesi della più sprofonda periferia romana: dove abito tuttora). E ricordo bene lo choc culturale, linguistico, antropologico che subii la prima settimana di Università, alla fine degli anni Ottanta. Lì ci si poteva arrendere oppure tenere duro. Ho tenuto duro. Mi sono costruito la scala.
    Oggi però chi vuole farsela a sua volta, secondo me, incontra più difficoltà che non vent’anni fa. Forse sbaglio. Ma se ho ragione, secondo te, è giusto? Bisogna arrendersi? Io per carattere sono il tipo che non si arrende, ma vorrei che nessuno si arrendesse.

  15. A chi vorrebbe contrapporre o almeno allontanare il più possibile David Foster Wallace da Stephen King, faccio notare che DFW era un grande lettore e ammiratore di King…
    …tanto che “The Stand” (titolo italiano: “L’ombra dello scorpione”) figura al secondo posto della “Top Ten” che compilò per il News Observer:
    http://blogs.newsobserver.com/zane/david-foster-wallace-rip
    Volete sapere quali erano i dieci libri scelti da DFW?
    Eccoli:

    1. The Screwtape Letters – C.S. Lewis
    2. The Stand – Stephen King
    3. Red Dragon – Thomas Harris
    4. The Thin Red Line – James Jones
    5. Fear of Flying – Erica Jong
    6. The Silence of the Lambs – Thomas Harris
    7. Stranger in a Strange Land – Robert A. Heinlein
    8. Fuzz – Ed McBain
    9. Alligator – Shelley Katz
    10. The Sum of All Fears – Tom Clancy

    Ancora: nel 2005 DFW mise “Il silenzio degli innocenti” di Harris nel programma del suo corso all’università di Pamona. In più occasioni disse che “Il signore degli anelli” è un capolavoro, elogiò “Dune” di Frank Herbert etc.

    Credo che questo commento con link (ripeto: i link sono importanti) valga anche come risposta a tutti gli altri input, seri e meno seri, successivi ai miei precedenti commenti.
    E’ vero che i dati non stanno in piedi da soli senza le cornici concettuali, ma dove le cornici concettuali sono già presenti, evidenti, più volte proclamate e precisate, arriva un momento in cui i dati, i fatti, gli exempla, il 2 + 2 = 4 bastano e avanzano.
    DFW non vedeva il proprio lavoro in contrapposizione a quello di King né (men che meno) estraneo alla letteratura popolare. Si faceva meno pippe sulla Letteratura di quanta se ne facciano alcuni maestrini nostrani.

  16. Sì. Incontra più difficoltà.
    No. Non è giusto.
    No. Non bisogna (bisognerebbe) arrendersi.
    Penso solo che spesso nell’esercito nemico si arruola gente che non dovrebbe starci. Che non ci sta.
    Andrea, se parli come nella risposta che mi hai dato, (lascia stare i vergognati e i ribrezzati), mi piaci assai. Perchè sento vibrare corde.
    Cum nobilitate.
    Addirittura, mi fai venire voglia di leggere Di Ruscio. Che poi lo so, che non capisco niente e m’incazzo. Mica con Di Ruscio o con te, sia chiaro!
    Vabbè basta, che c’è l’Argentina.
    L.

  17. @ Luca
    L’Argentina è fra due ore. Ma non li lascio stare, i vergognati e i ribrezzati; perché le persone a cui sono rivolte sono in malafede, e sanno di esserlo.

  18. Aggiungo che DFW parla bene di King (e dice che la critica lo ha colpevolmente sottovalutato) anche in un libro di David Lipsky fresco fresco di stampa, basato su una serie di interviste che l’autore fece a Wallace. Si intitola Although Of Course You End Up Becoming Yourself: A Road Trip With David Foster Wallace.
    Queste sono cose che vieni a sapere prima, se segui tanto SK quanto DFW senza recinti mentali.

  19. Wuming1
    il fatto che gli piacesse King cosa vuol dire? Che scrivevano uguale?
    te la faccio ancora più ampia: wallace delillo e pynchon non sono king clancy e le carré. non è questione di farsi le pippe, anche il panino di mcdonald dentro ha la carne, ma non è un filetto.

  20. @ Luca
    «Com’è ’sta storia? Le dispute cominciano sempre con “le peggio ciofeche, turboliberisti asserviti alle lobbies, oggettivi sostenitori di totalitarismi e indottrinamenti, collusi al soldo del nemico…”, e poi arriva l’immancabile “violenti, mamma, mi ha fatto la bua, io volevo giocare”.»
    Esatto. E’ sempre così che va 😀

  21. i «recinti mentali» sono come l’«ideologia» secondo Terry Eagleton, per il quale «è come l’alitosi: sono sempre gli altri che ce l’hanno»

  22. @ Alessandro
    “il fatto che gli piacesse King cosa vuol dire? Che scrivevano uguale?”
    E tu cosa volevi dimostrare, che scrivono diverso? Nel caso, guarda che ce n’eravamo accorti anche da soli.
    Il punto è un altro: per parafrasare Todorov citato da dimitri (il quale ha lasciato un commento penetrante ma stupidamente ignorato dagli aspiranti hidalgos del Letterario), un romanzo pop può avere più caratteristiche in comune con un romanzo “alto” che con il resto della produzione pop, “di genere” etc. Come un romanzo “alto” può avere più elementi in comune con un romanzo pop che con il resto della letteratura “alta”. Ho appena finito di leggere La terrorista sconosciuta di Richard Flanagan e, cucù!, ho scoperto un romanzo apparentemente “di genere” (un thriller spionistico) che in realtà è un omaggio appassionato a L’onore perduto di Katharina Blum di Heinrich Böll. Ed è fortemente “letterario” in tutti i riferimenti, nell’impasto linguistico etc. E soprattutto è un libro fortemente politico. Però è anche un “thriller”. Ragion per cui verrà ignorato dagli Hidalgos, o meglio, messo automaticamente nell’insieme della “schifezza”.
    Ecco, DFW non ragionava così.

  23. “DFW non vedeva il proprio lavoro in contrapposizione a quello di King né (men che meno) estraneo alla letteratura popolare.”
    Appunto. quello che vede un autore di se stesso di solito non è che sia proprio realtà. prova? dai infinite jest a un lettore di narrativa. guarda quanto si diverte. dagli bodyart di delillo. non capisco come fai a non vedere le differenze. comunque, mi tolgo dal ring prima di prendere un fendente. cortellessa lo vedo bello carico.

  24. @ Andrea Cortellessa
    Sì, scusa l’immodestia, ma mi considero un interlocutore aperto.
    Forse eri troppo occupato a litigare con il mio socio et alii e ti è sfuggito quanto scrivevo il 30 giugno, cioè 4 giorni fa (!):
    “esiste senz’altro una letteratura più colta e una letteratura più popolare, una più complessa e una di più facile accesso. Le appartenenze all’una o all’altra si possono definire in base allo stile di scrittura, allo sviluppo dell’intreccio, ai temi affrontati, etc. Va da sé che il confine tra i due mondi non è una linea netta, ma tratteggiata e che ci sono infinite gradazioni nel mezzo.”
    All’estremo C, come lo chiami, fioriscono spesso prodotti editoriali pensati esclusivamente per fare soldi. Ne abbiamo un’infinità di esempi sotto gli occhi tutti i giorni, chi potrebbe mai negarlo?
    Tanto è vero che – quoto il mio socio WM1 – “bisognava e bisogna distinguere con nettezza, anzi: bisognava e bisogna muovere guerra contro la letteratura popular dominante, conciliante e ripetitiva, perché è reazionaria. Andava e va aiutata solo la letteratura che cerca di forzare regole e stilemi, per andare oltre gli incasellamenti preventivi.”
    Tu questo lavoro non ce lo riconosci, consideri la nostra produzione narrativa come parte della monnezza da combattere, cioè all’estremo dell’estremo C, mentre noi pensiamo di muoverci nel mezzo, nella zona B, e riteniamo che sia importante farlo, cioè battersi sul terreno della letteratura popular, ma esigendo sempre qualcosa di più dai lettori. Però almeno concordiamo sul fatto che una divisione manichea non è sufficiente per inquadrare la letteratura.
    Lo vedi che un passo avanti l’abbiamo fatto? Basta capirsi.
    E se una divisione “draconiana” non è possibile, e, come dici anche tu, UNA definizione di letterarietà non basta, allora – dicevo – si potrebbe discutere delle opere narrative, nel merito, conoscerle e riconoscerle per quello che sono, e lasciar perdere le “patenti di letterarietà”. Questo è l’approccio empirico che personalmente prediligo. Se tu ad esempio avessi del tempo da perdere e leggessi Altai (o qualunque altro libro), e poi decidessi di demolirlo anche parola per parola, nel merito, avremmo qualcosa di concreto su cui discutere. Giudicarlo monnezza a priori non è legittimo, è pregiudiziale, e soprattutto non è interessante.
    .
    Sulla questione, diciamo così, politico-editoriale, la situazione mi sembra anch’essa sotto gli occhi di tutti. Al lato pratico tu poni da un lato la questione di infiltrarsi (passami il termine) nelle redazioni e dall’altro quello degli “aiuti pubblici all’editoria di ricerca”.
    Quindi tu spingi per la tutela della letteratura più ricercata e colta (e vuoi costruire una scala perché possa essere raggiunta), mentre noi – anche se tu non vuoi distinguerci da Moccia – ci adoperiamo per innalzare il livello della letteratura popular e sfruttare tutte le pratiche collaterali a disposizione per liberarla dagli automatismi di mercato (non è costruire scale questo?). E liberarla anche dagli automatismi pubblici, però, che non sono mica pochi (parliamo del mondo politico, lo sai meglio di me). Ti facevo notare infatti che se il tuo documentario godesse di una clausola copyleft, io qui, a casa mia, mezzo guercio e zoppo, potrei vederlo, senza dover prendere un treno. Ti pare poco?

  25. e che ne so, mi sembra battagliero però. avrà portato le pratiche. Per chiudere io non so cosa pensasse DFW, però so che come scriveva lui non scriveva nessuno. “come”, intendo. io credo che il nodo del dibattire sia qui, nella lingua usata. al di là di trame o plot. c’eravate arrivati af are questo discorso ma poi vi siete incazzati.

  26. Incazzati??? Scusa, ma tu proprio non hai capito 🙂
    Noi pensiamo che questa discussione sia fantastica e sommamente utile, e a latere abbiamo solo espressioni di pura gioia per come sta andando.
    Tanto che – è appena stato deciso nella mailing list di Carmilla – nei prossimi giorni la prenderemo, la impagineremo tutta in modo da renderla più leggibile e la metteremo scaricabile in PDF (ottimizzato per la stampa) e ePub (formato per gli e-book reader).

  27. Ah, piace anche a me, altrimenti non mi sarei sciroppato tutti questi commenti. La cosa buffa è che entrambi tenete in considerazione il parere dell’altro, altrimenti non ci sarebbe questa “tensione”. però adesso sarebbe il caso di tornare sul ring, se aspettate un attimo che scendo, che secondo me c’è margine per svilupparla ancora. magari più avanti, chissà.
    Cortellessa, anche io sono interessato al documentario, possibile che a Bologna non si riesca a fare una proiezione?

  28. @ Alessandro,
    ma guarda, in realtà noi abbiamo già dimostrato quel che volevamo dimostrare. Al contrario di altri, abbiamo continuamente fornito riscontri, fatto tonnellate di esempi, segnalato tramite link diverse controprove e/o cose messe nero su bianco e disponibili in rete da anni, citato passaggi di testo che palesemente contraddicevano asserzioni fatte pregiudizialmente e le dimostravano false, rimarcato che altri parlavano di cose e persone senza essersi decentemente documentati al riguardo.
    Noi, dal canto nostro, non ci siamo sognati di parlare di cose che non conosciamo. Io, ad esempio, non posso dare un giudizio su Ottonieri perché non lo conosco ancora bene come autore. Però come persona l’ho conosciuto, ci ho trascorso insieme due giorni all’Absolute Poetry Festival del 2009 e mi ci sono trovato molto bene, non lo considero affatto un nemico di quel che faccio e mi fa ridere che lo si tiri per la giacchetta per “schierarlo” contro Wu Ming.
    Dall’altra parte, io ho visto quasi solo il ricorso a Universali (di cui io, deleuzianamente e foucaultianamente, diffido sempre e comunque), ho visto discorsi generalizzanti, ho visto preconcetti e molta millanteria.
    Non è uno scontro tra due pugili: sul ring, come ho scritto in precedenza, c’è un pugile solo che boxa coi propri fantasmi.

  29. @ Wu Ming 4
    Abbiamo fatto un passo avanti. Purché non si passi il tempo ad accusare gli altri di farsi le pugnette, perché così parla Brunetta (che evidentemente se ne intende).
    Ma appunto un’altra cosa da evitare – e siamo d’accordo, su questo – è mettere in bocca agli altri quello che non hanno detto. Per esempio tu dici: «consideri la nostra produzione narrativa come parte della monnezza da combattere, cioè all’estremo dell’estremo C, mentre noi pensiamo di muoverci nel mezzo, nella zona B, e riteniamo che sia importante farlo, cioè battersi sul terreno della letteratura popular, ma esigendo sempre qualcosa di più dai lettori».
    Io non ho detto, mai, che la vostra «produzione narrativa» è monnezza o ciofeca da combattere. Ho fatto un paragone sbagliato, puramente polemico, fra Altai, che non ho letto, e Cristi polverizzati, e per questo errore mi sono scusato. Sin dall’inizio ho richiamato il pezzo che ho scritto su Q e che se rileggo ora trovo ancora giusto; ma se l’ho richiamato non è per farmi bello con un titolo in bibliografia, perché come ha avuto la bontà di richiamare «Dinosauro» (cioè, credo, Alessandro Gnocchi), ne ho alcuni altri. Tu però non mi hai mai dato atto di questo punto di partenza. Quello che ho contestato, e che continuerò a contestare finché avrò fiato, è la scelta dei tuoi omonimi di dedicare New italian epic a una produzione che, fatte numerate (e da me altrove esplicitate) eccezioni, è appunto ascrivibile alla ciofecheria imperante. Ghelli dice che una teoria letteraria non è un canone, e così (credo, perché non ho voglia di andare a leggere il link che imperativamente viene qui riportato) pensa anche Uno. Ma io (e con me tanti lettori, non non-lettori come fa comodo dire, di NIE) penso il contrario (e rispondendo a Ghelli, molti commenti fa, ho detto perché). Tutto qui.
    Quanto alla violenza, alla polemica ecc., fa pure comodo dire che ha cominciato chi ha accusato qualcun altro (nella fattispecie gli autori di NIE) di collusione magari inconsapevole (speriamo) col turbocapitalismo ecc. Ma io quando ho detto queste cose lìho fatto rispondendo a uno dei tuoi primi commenti, quasi una settimana fa, il quale diceva «l’unica cosa che tutela davvero un autore nel mercato editoriale sono le vendite, ovvero i soldi che riesce a far guadagnare all’editore e che guadagna lui stesso per poter scrivere un altro libro. Fare finta che non sia così sarebbe ipocrita». Formulazione che, per me, rappresenta in modo esemplare – come ho detto a più riprese -l’introiezione del punto di vista dell’aggressore (non, dunque, che identifica te con l’aggressore). Dal momento che tu scrivevi questa cosa commentando un articolo che parlava di un film (il mio) il quale sosteneva appunto una tesi diversa, ne ho dedotto (non credo arbitrariamente) che tu accusassi me, di «ipocrisia».
    Magari mi sono sbagliato, in questo caso ti chiedo scusa se ho ecceduto in aggressività anche nei tuoi confronti. Quella nei confronti degli amici di De Turris, invece, la rivendico volentieri.

  30. @ Alessandro Ansuini
    Spero proprio che si possa organizzare una proiezione pubblica di Senza scrittori anche a Bologna. Ormai, temo, dopo l’estate.

  31. In the clearing stands a boxer \ And a fighter by his trade \ And he carries the reminders \ Of ev’ry glove that layed him down \ Or cut him till he cried out \ In his anger and his shame \ “I am leaving, I am leaving” \ But the fighter still remains.
    Mi ricordo (so che non è un link ma non saprei dove andare a pescarlo) una volta un regista italiano famoso che venne rimproverato aspramente da un critico per un film scivolone.
    E gli disse. Dirmi che sono scivolato non mi serve a niente. Aiutami, dimmi precisamente cosa ho sbagliato e magari, se mi vuoi bene, proponimi pure qualche alternativa “migliore”.
    Ecco.
    E poi m’è rivenuta alla mente una discussione qui su Lipperatura che diceva “Feedback not criticism”.
    Ora, io non riesco a tradurre in una sola parola il concetto bellissimo di feedback (WM1 might help!), però c’è il nutrire. Il critico dovrebbe nutrire l’autore e il pubblico in una sorta di rapporto madre\figli. Mangia l’opera la rumina e la restituisce bella metabolizzata agli altri.
    Mica bruscolini.
    Proprio per questo motivo, continuo a credere, che il punto nevralgico sia sempre e comunque ancorarsi ad un’opera singola. Leggerla, rileggerla, e poi perderci tempo dietro. Ma tanto.
    Ora farò impazzire qualcuno, però penso che spesso sia più utile una recensione di un fan (anche critica), come faceva Gamberetta, che ci perdeva giorni e giorni, e magari non era illuminata su tutta la storia della letteratura da Omero in poi, piuttosto che un critico illustre liquidante il lavoro in 3 parole.
    Che me ne faccio di 3 parole?
    (sole cuore amore).

  32. @Wu Ming 1 (e passim @Andrea e @Gilda)
    Rispondo con ritardo e con qualche imbarazzo perché, lo confesso, non ho mai letto un vostro libro, né collettivo né solista. Ho letto solo qualche intervento pubblico, su stampa e in rete, su varie questioni editoriali; quanto alla vexata Mondadori o no ci siamo già parlati, non ricordo se con te, con 4 o forse qualcun altro ancora. Sul New Italian Epic, quel che ho letto – sui giornali e in rete, ripeto – non mi ha convinto affatto, non solo, anche se forse soprattutto, per l’articolazione del discorso, ma anche a causa del rapporto piuttosto anfibologico con la canonizzazione e la valutazione estetica – in sintesi, mi pare NIE funzioni ambiguamente da registrazione di un fenomeno, per cui si possono snocciolare avalutativamente nebulose, ma poi di fatto vale per teoria normativa, rischiando di canonizzare “dalla finestra” parecchia robaccia.
    Credo tuttavia che le questioni qui in gioco siano più ampie e più alte dell’accoglienza che Cortellessa ha dato ai vostri libri o alle vostre teorie letterarie, e credo, con Andrea, che si possa partecipare a questo dibattito anche senza avervi letti.
    La questione più ampia ed alta è quella che pone Andrea: la fascia del “pienamente letterario” (che però, @Andrea, non può esser solo quel è totalmente condivisibile, come per Andrea lo è Di Ruscio, altrimenti temo che lui in quella fascia metterebbe, semmai, tre libri l’anno e io altrettanti; bensì è un concetto per così dire parzialmente avalutativo, categoriale, e ci si potrebbe metter dentro anche, che so, un Cassola o un Cancogni pure se a te o ad altri fanno recere, ecco, e dunque secondo me nello Strega di quest’anno c’erano due libri pienamente letterari, e non tre di fascia B) va protetta e diffusa. Non si tratta di affermare la liceità della B, che ne facciate parte voi o meno; nessuno la mette in discussione. Si tratta di proteggere e diffondere la A, si tratta di proteggere e diffondere lo specifico della letterarietà, che ha da fare, probabilmente, e in maniera cento volte definita e mille volte indefinibile, proprio con l’essere «più colti o più ambiziosi sul piano della ricerca linguistica, della complessità dei temi affrontati e della non scontatezza della trama». Non si tratta di affermare la liceità della B, ma di sostenere oggi con forza un punto di vista che equivale a una scommessa, se vuoi, a un saltus fidei, se ti pare, ma al quale né Cortellessa né Policastro né io sentiamo di poter in cuor nostro né coram populo abdicare: che in quel tipo di cultura e di ambizione, persino a costo che la critica, difendendola, si faccia aspra, possa errare o eccedere, o muovere da mere irritazioni o abbagli – ecco, lì si trovano le opere che siamo disposti a combattere perché le generazioni future continuino – in certi casi, purtroppo, inizino – a leggere. Opere che possano rendere la nostra storia un fatto un poco migliore, opere che potrebbero forse portare con sé un gradiente di emancipazione purchessia.

  33. @Lucio
    Grazie per il tuo commento, evidentemente non si capiva: la mia era un’ironia frontale! Figurati se penso possa esistere un berlusconismo dal volto umano. Per parte mia, comincio a dubitare persino che possa esistere davvero un capitalismo dal volto umano.

  34. @ Ekerot
    Dici: «continuo a credere, che il punto nevralgico sia sempre e comunque ancorarsi ad un’opera singola. Leggerla, rileggerla, e poi perderci tempo dietro. Ma tanto».
    Sono d’accordo. È una vita che lo faccio. Una domanda pratica, che ti porrebbe appunto chiunque abbia avuto la medesima esperienza: come scelgo l’opera singola dietro alla quale perdere tempo?
    Come posso essere informato che vale la pena dedicarsi a quell’opera anziché a un’altra? Come ci posso mettere fisicamente le mani?
    Se decidi che quell’opera è, mettiamo, Il signore degli anelli, non avrai difficoltà. Se invece ti metti in testa, a torto o a ragione, che è il libro di Ottonieri, come fai?

  35. Per Vincenzo Ostuni,
    visto che alcune mie riflessioni erano rimaste inascoltate.
    Ma invece che dire “Dobbiamo difendere a spada tratta la letteratura di serie A, costi quel che costi”, non potreste dire “Dobbiam difendere a spada tratta la letteratura che ci piace”?
    Dov’è l’inghippo che non riesco a vedere?

  36. @ Andrea Cortellessa
    Grazie del chiarimento. In effetti non ho mai inteso accusarti di ipocrisia. L’ipocrisia, dicevo, è quella di chi si lagna senza fare nulla. In uno dei miei primi commenti scrivevo anche che non credo sia il tuo caso. L’esempio che facevo, se ricordi, era quello delle tirature gonfiate sulle fascette. Ci vuole tanto a proporre agli autori una scelta di trasparenza, affinché rendano pubblici i volumi di vendita reali? Se questo non avviene è perché in fondo alla maggior parte degli scrittori certi strombazzamenti fanno comodo.
    Quanto agli “amici di De Turris”, ti posso assicurare, senza falsa modestia, che stai discutendo con uno dei suoi più fieri avversari. Chiedi a qualche tolkieniano, se non ti fidi.

  37. @Ekerot
    L’aspirazione oggettiva del giudizio estetico è una cosa che Kant conosceva bene e, in parte, ci ha raccontato. Ci ha anche raccontato che non è proprio tutta nella nostra testa o nel nostro “indice di gradimento”. Ci sono comunità di esperti, ci sono strutture sociali e cognitive al servizio della valutazione estetica, ci sono tradizioni invalse, ivi inclusa quella della rottura delle tradizioni… Ci sono duemilacinquecento anni di estetica a mostrare che non è proprio tutto un fatto di “piacere”.

  38. @ Cortellessa
    ma scusi, non vale sempre la pena? da quel che scrive si nota sin da subito la sua passione, la passione per “lo specifico della letterarietà”, ma è la sua passione e quella di altri che lo tiene in piedi questo specifico, questo ideale, non lo rovinate applicandolo a forza sulle opere, non lo potete fare.
    Non capisco cosa intende con “Se decidi che quell’opera è, mettiamo, Il signore degli anelli, non avrai difficoltà. Se invece ti metti in testa, a torto o a ragione, che è il libro di Ottonieri, come fai?”

  39. @ Vincenzo,
    capisco il favore che rendi agli altri scrivendo “Andrea, Gilda e io” (“fossimo presi per incantamento…), ma tu stai ponendo la questione in modo molto diverso dal loro.
    Infatti io non ho nulla in contrario a che si faccia quel che dici, anzi, mi sia dato atto che mi adopero quanto voi per far conoscere autori e opere che vanno da DFW a “Petrolio”, da Walter Siti ai grandi classici (sul prossimo “Riga” uscirà un mio omaggio narrativo a “Trommeln in der Nacht” di Brecht, nella lettura che ne diede Furio Jesi in Spartakus).
    Dicendo questo, però, non intendo concedere nulla alla visione elitaria, arrogante, noi-contro-loro e affetta da sindrome dell’accerchiamento più volte espressa nel corso della discussione, e che si è dimostrata basata sul nulla.
    Ad ogni modo, io ho la stessa riserva appena manifestata da Ekerot: perchè non dovremmo adoperarci per salvare dal dimenticatoio *tutte* le opere che riteniamo meritevoli, indipendentemente da questa storia delle “fasce”, che a me sembra limitatissima? E bada, non mi sembra limitatissima per una diffidenza aprioristica, ma in base alla mia esperienza diretta tanto di scrittore quanto di lettore.
    Altra cosa: è vero che si può partecipare a questa discussione senza sapere nulla dei WM e dei loro libri. Ma allora che non si cachino epiteti sui primi e sentenze sui secondi. E’ chiaro che se io leggo idiozie sul nostro conto e giudizi sul nostro lavoro da parte di chi non lo conosce né vuole conoscerlo, mi attiverò per dimostrare che è un cialtrone. E così è andata. Potevano pensarci prima di aprir bocca per dare aria ai denti.
    Sul NIE, non ho voglia di ribadire ancora. Ho scritto tanto, in questi anni. Ho risposto a dubbi, perplessità, obiezioni, ci ho speso sopra prezioso tempo di vita. Qualcuno ha capito che il discorso era intenzionalmente lasciato aperto (infatti era un “memorandum”, contenente il ripetuto invito a precisare meglio e tutti insieme) e che soprattutto era teso a definire cosa si era scritto, non cosa si doveva scrivere in futuro. Altri hanno preferito vedere un canone, una precettistica, un manifesto, e hanno reagito con una stizza che è rimasta inalterata. L’osservazione di un fenomeno, sia pure fatta dal di dentro, è qualcosa di diverso dalla rassegna di chi è più fico. Una lettura comparata tra opere non è il cestino delle mele più rosse e profumate. Chi ragiona così, dovrebbe provare a sostituire “letteraria” con un altro attributo – chessò, “storiografica”. Provi a dire che una teoria storiografica deve essere anche un “canone”, e si troverà in piena teleologia positivistica, nel cantone più angusto del pensiero ottocentesco.

  40. @ Wu Ming 4
    Sull’ipocrisia. Evidentemente avevo capito male, rinnovo le mie scuse. Se tutta questa discussione nasce da un equivoco (ma sull’introiezione del punto di vista dell’aggressore non mi dici nulla), è un bell’esempio di eterogenesi dei fini. Tanto meglio, se di passi avanti – fra un insulto e l’altro – ne sono stati fatti. In ogni caso, parlando di «amici di De Turris» non alludevo certo a te, ma a chi lo ha citato come auctoritas, qui. Fai un «cerca» e lo trovi subito.
    La cosa delle fascette. Benissimo. Parliamone. Una delle persone che ho intervistato in Senza scrittori è Alberto Magnani, dirigente di Demoskopea (purtroppo questo tipo di prodotti invecchiano, perché fra l’intervista e l’anteprima del documentario Demoskopea è uscita dal segmento di mercato delle classifiche di vendite librarie), il quale fra le molte altre cose interessanti che mi ha detto (e che solo in minima parte purtroppo sono entrate nel montato; ma io spero di pubblicare il dvd insieme a un libro contenente le sbobinature integrali) mi ha confermato una cosa che intuitivamente sospettavo da tempo. E cioè che la presunta “oggettività” delle classifiche di vendita è un mito – che nessuno ha finora decostruito, quando basterebbe appunto andare da chi quelle classifiche realizza.
    Ricordo tempo fa l’amico Franco Cordelli che, inveendo (sul Corriere della Sera) contro le Classifiche di qualità di Pordenonelegge, diceva che – essendo esse il prodotto del parere di cento “addetti ai lavori” (un numero salito poi al doppio) – erano aleatorie e inattendibili, ed erano allora meglio quelle delle vendite che «almeno sono un fatto oggettivo».
    Siccome così pensa quasi chiunque abbia occasione di interpellare, al riguardo, mi pare opportuno segnalare quanto segue (e che, ripeto, può essere verificato con un “addetto ai lavori” statistici): lungi dal riflettere i dati del venduto effettivo (la cui elaborazione è assai più lenta e non potrebbe certo essere divulgata settimanalmente, e che comunque le case editrici si guardano bene dal divulgare a prescindere), le classifiche di vendita che si leggono sui giornali e sulla base delle quali vengono realizzate le pile che accolgono i lettori, o appunto gli acquirenti, all’ingresso delle maggiori catene di librerie (una pratica in sé vergognosamente conformista), sono niente più che un’astrazione (quale è, più o meno sofisticata, ogni statistica): attendibile più o meno quanto il dato Auditel per gli ascolti televisivi o gli Exit poll elettorali. Lo si è visto bene – o almeno lo ha potuto fare chi ha aguzzato gli occhi – quando su Tuttolibri e sul Corriere, uscita dalla lizza Demoskpea, si è passati a Nielsen (che già in precedenza serviva Repubblica): già la suddivisione diversa in generi dei titoli basta a proiettare in alto, o a far cadere in basso, esattamente lo stesso titolo! Senza contare che alcuni istituti di ricerca tengono conto, per es., della Grande Distribuzione Organizzata (leggi: autogrill, supermercati ecc., che a loro volta distribuiscono solo i bestseller), e altri no. E senza soprattutto tenmere conto del fatto che le librerie-campione “coprono” (statisticamente parlando) una tipologia di punti-vendita che non supera il 20% del totale.
    Ecco i «dati oggettivi», la potenza schiacciante del numero che quelli dell’Ufficio commerciale delle case editrici spacciano come scienza esatta!
    A coloro che insistono a chiedere «pratiche» concrete rispondo che è ora per esempio che chi ha gli strumenti (e i contatti) per farlo, appunto i critici per es., smettano di pensare alle astrazioni e alle guerre di posizione, e scendano nel concreto di analisi basso-materialistiche, per dirla à la Bataille. Per esempio: com’è fatta oggi una libreria, e com’era fatta dieci anni fa? Come viene selezionato il personale di vendita? Che tipo di istruzioni concrete riceve? Nel mio film di queste cose parla uno che credo se ne intenda, Romano Montroni. Ma quello che auspico è che si continui, che si approfondisca, che si entri sempre più nello specifico. Magari in questo modo dal «basso» – e sono sicuro che su questo sarai d’accordo – saliranno informazioni preziose per il prosieguo della battaglia. A tutti i livelli.

  41. per V.O.,
    sarà, ma appellarsi all’ipse dixit non mi pare che faccia intendere tutta questa sicurezza. E comunque il mio quesito voleva intendere: “Perché perdere tutto questo tempo a dividere l’arte in A, B, C?”. Questi 2500 anni di estetica in realtà hanno dimostrato che non si può dimostrare proprio niente – non per incompetenza di Kant o di altri, non c’è riuscita la logica figuriamoci l’estetica.
    E allora io mi domando. Ti piace Dante? Studia Dante! Perché devi perdere un sacco di tempo a ricordarti\ci che Dante è un grande, è uno della fascia A, e quindi tu stai facendo qualcosa di valido davvero per l’umanità?
    *
    Per Cortellessa. Ma siam sicuri che tu faccia tutta questa fatica per raggiungere fisicamente Ottonieri? Forse il grande pubblico, ma non certo il critico.
    Detto ciò, banalizzo. Leggere un libro non comporta una perdita di tempo abissale. Si può anche sbagliare. E son convinto che un critico abbia di che fregarsi le mani e mettersi al lavoro anche senza finire sui primi della classe (tipo Tolkien o altri).
    Non è che ogni critico debba lavorare sempre sul migliore possibile. Se ti piace, è fatta. Cosa ti serve di più?
    Ripeto, banalizzo, ma è per spiegarmi meglio.

  42. Ah, certo, era proprio una citazione come auctoritas, quella di De Turris. Infatti ho linkato il suo testo definendolo un “pippotto”, bella manifestazione di stima 😀
    Detto questo, se in mezzo a una caterva di cose inaccettabili De Turris, come un orologio fermo, dice ogni tanto una cosa vera (cioè che Cortellessa, se incalzato, usa l’insulto “fascista” come tentativo di chiudere il discorso), questa cosa la si può riconoscere.
    @ Cortellessa,
    ma tu credi, con questi trucchetti, di poter ottenere un effetto “divide et impera” tra persone che scrivono, lavorano, vivono insieme tutti i giorni da quasi vent’anni, e che le battaglie (compresa quella contro l’equivoco “Tolkien fascista”) le hanno sempre fatte nella totale condivisione, persone tra cui esiste una solidarietà che è umana prima che professionale?
    Mah.

  43. «perchè non dovremmo adoperarci per salvare dal dimenticatoio *tutte* le opere che riteniamo meritevoli, indipendentemente da questa storia delle “fasce”, che a me sembra limitatissima?».
    Il perché l’ho detto cento volte, è evidente che fai finta di non capire. Per il semplice motivo che fra «le opere che riteniamo meritevoli» ce ne sono alcune che sono *già* salvate dalle librerie di catena, dai megastore, dalla Grande Distribuzione Organizzata (e dunque, a cascata, dalle Classifiche di vendita, dai massmedia, dagli Uffici commerciali delle case editrici; e dunque – immediatamente, a cadenza settimanale: come testimonia Franchini in Senza scrittori – le case editrici nel loro complesso).
    E altre, invece, che senza la nostra passione, il nostro operato critico, la nostra forza di argomentazione, molto semplicemente nel panorama editoria *non* si salvano. Il problema non è Brecht, il problema è Luigi Di Ruscio: una cui copia mesi fa spedii a mie spese a una persona che non ne ha mai dato ricevuta, non ha evidentemente mai aperto il libro, fa finta di niente, e continua a difendere a oltranza se stesso, i suoi libri autodefiniti «fenogliani» e le ciofeche che pubblica il suo editore.

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