Francesco Erbani firma l’apertura delle pagine di cultura. Si parla di società letteraria, di premi, e di “senza”. Partendo da un documentario.
«Credo di non aver mai letto un vincitore dello Strega degli ultimi dieci anni»: le labbra strette e l´occhio strizzato, Tiziano Scarpa avrà certo messo in conto che, dicendo questo, la stesse cose potrebbe ripeterle il vincitore dello Strega 2010, infilando anche il suo Stabat mater, Strega 2009, nel buco nero e indistinto dove giacciono i romanzi lasciati intonsi.
Sono i paradossi di quel che resta di una società letteraria. La battuta di Scarpa, raccolta nel catino fumigante del Ninfeo di Villa Giulia, è fra quelle che introducono Senza scrittori, un film documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, critico letterario il primo, regista il secondo, una bella inchiesta prodotta da Rai Cinema e Digital Studio che stasera viene proiettata all´Azzurro Scipioni di Roma, in coincidenza non casuale con la trepidante vigilia del Premio Strega che, appunto, giovedì incorona il suo sessantaquattresimo vincitore.
Senza scrittori è un prolungamento del catalogo stilato da Alberto Arbasino nel suo Un paese senza, un elenco di tutte le cose di cui l´Italia è mancante. Racconta il predominio che la macchina editoriale, soprattutto quella dei grandi gruppi, ha assunto nel mercato della letteratura, dove non ci sono più opere o scrittori, critici o riviste, ma solo libri, solo produzione industriale, solo una filiera perfettamente assestata, e nella quale, però, quella che un tempo si chiamava la società letteraria ha pensato bene di accomodarsi, spintonando un po´ e anche dando di gomito, ma trovando un cantuccio nel quale sistemarsi.
Un cantuccio troppo stretto per Antonio Scurati, che ancor prima di essere battuto per un voto da Scarpa, confessa che, sì, è vero, «da qui uscirò triturato anche dal punto di vista del mio stato d´animo», ma che trova il coraggio di annunciare il suo disprezzo per una «società letteraria dalla quale stasera prendo congedo, vada come vada». Un cantuccio stretto anche per il giovane Giorgio Vasta, che lamenta come «la letteratura venga assunta solo se si incarica di essere manutenzione della realtà e che quando ha l´ambizione di essere qualcosa d´altro, le viene sottratta la fiducia». Un cantuccio che sia Scurati che Vasta guardano sempre dall´osservatorio del Ninfeo di Villa Giulia.
Cortellessa, camicia e pantaloni rossi, si aggira come un bonario diavoletto fra i tavoli imbanditi dello Strega, filma le calzature che stropicciano il brecciolino, sovrappone la camminata di un metaforico pavone e domanda a Francesco Piccolo se questa è una messinscena da commedia all´italiana, ottenendo come risposta che «qui c´è l´Italia, non la commedia, che in fondo era più dolorosa». Fra scalpiccii e risatine stiracchiate, ecco invece il corrucciato Valentino Zeichen: «Decadente? No, non è una società di grandi decadenti, questa è una società frolla, senza scheletro morale, priva di grandi progetti, di idealità. Una società stanca».
Lo Strega mostrerà pure lo spettacolo di una letteratura in cui, sentenzia il vincitore Scarpa, «tutto è vanità». Ma è un po´ come la nazionale di calcio, raccoglie quel che trova. E allora ecco che Cortellessa, sempre di rosso vestito, interroga giornalisti come Stefano Salis e critici come Marco Belpoliti, si sofferma spaurito fra i banchi di Fnac e deliziato fra quelli della Coop – accompagnato da Romano Montroni -, ascolta i due proprietari della storica libreria Tombolini di Roma e il responsabile della Demoskopea. Insomma insegue quella filiera produttiva che incasella lo scrittore e la sua opera, dal momento in cui questa prende forma a quando viene distribuita e recensita, meglio se esibita con il suo autore da Fabio Fazio o dalla Dandini o sul palco di un festival.
E allora il punto culminante non può che essere una visita a Segrate, dove c´è la Mondadori, cioè «la Xanadu dell´editoria italiana, la centrale dove si fanno i grandi giochi della nostra letteratura». Qui interroga Antonio Franchini, responsabile della narrativa Mondadori, che vive la grande scissione, annota Cortellessa, dell´essere scrittore e dell´essere editore. E qui si introduce anche un parola che non si sentiva da tempo: letterarietà. Che cos´è che rende letterario un testo? Può essere la letterarietà a distinguere fra scrittori di successo e scrittori che si concentrano sulla qualità e la sperimentazione, per esempio?
Letterarietà, risponde Franchini, «è un´idea discussa, allargata, non più condivisa». Ma il fatto che le discriminanti siano venute meno che effetto fa? (domanda Cortellessa) «Rende il tutto più divertente, più anticonformista». Il controcanto è affidato a Francesco Cataluccio, ex direttore alla Bruno Mondadori e poi da Bollati Boringhieri: «La società italiana è diventata più cinica, non poteva che diventare più cinica anche l´editoria».
@ Andrea Cortellessa
“sull’introiezione del punto di vista dell’aggressore” ho detto alcune cose. Magari più tardi provo ad aggiungere qualcosa.
Ma che brevimiranza, che prospettiva schiacciata sul breve periodo e su un presente asfittico… Terribile.
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Cortellessa, dovresti sapere meglio di me, o almeno quanto me, che essere pubblicati nel catalogo di un editore grosso, avere una superiorità (relativa e contingente) nella distribuzione in libreria, conseguire un buon successo di vendite (almeno rispetto a chi esce per un editore più piccolo), tutto questo non è in alcun modo una garanzia contro il dimenticatoio.
Di libri che escono per grossi editori e, pur meritevoli, non vengono più ristampati e finiscono fuori catalogo sono piene la storia e la cronaca delle uscite editoriali. Capita che dopo anni l’autore torni in possesso dei diritti ma nel frattempo sia “uscito dal giro”. Il suo nome è finito ai margini del discorso letterario, e un romanzo come il suo non è più ritenuto interessante perché in apparenza appartenente a un genere “superato”. Così non riuscirà a rientrare nel circuito della grande editoria, e forse sconterà anche la diffidenza di quella “di qualità”.
Quante pregiate opere “popolari” sono finite nel dimenticatoio, e se riscoperte potrebbero dire e dare molto ai lettori?
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C’è anche il discorso dei “libri da edicola”, di collane come “Urania”, che non hanno un catalogo perchè sono tutte uscite “one shot”. Finiti gli arretrati, finite per sempre le copie.
Nel corso dei decenni, “Urania” ha pubblicato autentici capolavori, opere anche molto “letterarie”, persino nell’accezione tua, come i racconti di Thomas M. Disch. Oggi le trovi solo sulle bancarelle. Oblio.
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Quello della tradizione (nel senso del tramandare) e della battaglia contro il dimenticatoio è un discorso che riguarda la lunga durata, non il presente, e potenzialmente riguarda tutti quanti, altro che “fascia A” e “fascia B” etc.
@ Ekerot
«siam sicuri che tu faccia tutta questa fatica per raggiungere fisicamente Ottonieri? Forse il grande pubblico, ma non certo il critico».
Appunto, io non faccio nessuna fatica per «arrivare a Ottonieri», semmai l’ho fatta in passato. Ti invito a rileggere, o a rileggere l’apologo dell’albero e della scala che mutuo da Rorty, qui sopra alle 12.36. Io a Ottonieri ci sono arrivato, e mi sono convinto che sia meglio, per es., di Tolkien. Per poter deliberare ciò, ho letto sia Ottonieri che Tolkien (con minore attenzione quest’ultimo, sì, lo confesso; ma non l’ho non-letto, come appunto piace pensare ecc. ecc.), e sono dunque in grado di esprimere una scelta, in sé come tutte le scelte (@ Valter Binaghi) opinabilissima (Ottonieri fra l’altro è di quegli autori fatti apposta per dividere e selezionare a oltranza i loro lettori).
Ma penso pure che questa scelta non tutti abbiano avuto l’occasione di farla. Anzi, guarda, ne sono sicuro. Infatti il libro di Ottonieri tanto mi piaceva che me ne sono dovuto fare l’editore, affinché qualcun altro lo leggesse. E ciò malgrado nelle catene librarie non si trova. Anzi, la sai una cosa? Se a te venisse la curiosità di andarlo a cercare, e lo chiedessi al commesso di una libreria appartenente a una grande catena, lo sai cosa ti potrebbe rispondere? Che quel libro non esiste, che la collana fuoriformato non esiste, che non esiste neppure la casa editrice Le Lettere. Questa non me la invento, mi è stata riportata da diverse persone che appunto avevano tentato di ordinare un nostro libro. Ora, può darsi che si sia trattato di una svista, di una disattenzione, di un momento di stanchezza di una persona poco preparata e poco qualificata (anzi, di più sviste, disattenzioni, momenti di stanchezza).
Ma può anche darsi – e anzi ne sono proprio convinto, guarda un po’ – che faccia parte di una strategia precisa, appunto di massimalizzazione degli spazi (e dei tempi). Infatti. Ordinando due copie di Ottonieri prevedibilmente se ne vende una (quella della persona che lo ha ordinato), e nemmeno tanto sicura (perché nel frattempo potrebbe essersela procurata altrimenti). Ma per quel margine di profitto si deve spendere in: ricerca sul computer, telefonata o tempo per fare un’email al distributore, compilazione di una bolla in entrata, atto fisico della vendita e scontrinatura, compilazione di una bolla in uscita (per la resa dell’altra copia). E TUTTO QUESTO CHI CE LO FA FARE? Facciamo prima a sparare una cazzata, tanto chi controlla? Di quattro persone che sono venute a sapere dell’esistenza di quel libro, due lo ordinano su internet (e infatti fanno benissimo), e le altre due che lo chiedono a noi quando gli diciamo che non esiste se ne vanno con la coda fra le gambe pensando di essere rincoglioniti. Anzi, visto che ci siamo, molliamogli l’ultimo Lucarelli. Perché mentre Ottonieri per venderlo devo ordinarlo, Lucarelli ce l’ho lì, ce n’ho una pila alta un chilometro, e oltretutto ho pure sentito parlare di un saggio di certi tipi molto alternativi che dicono che è roba forte, è roba nuova, italiana, epica.
@ Cortellessa
Ah, sul libro di Di Ruscio che mi hai spedito. Su Nazione Indiana mi avevi appena definito intellettualmente disonesto, così quando mi scrivesti via mail che volevi spedirmi Cristi polverizzati, ti chiesi subito: perché? Perché ci tieni al giudizio di una persona che hai appena definito disonesta? Tu me l’hai mandato lo stesso, perchè evidentemente sono una “firma” che in certi frangenti può fare comodo. Io ho provato a leggerlo, disponibile e aperto. Non l’ho trovato nelle mie (limitate) corde, non ne ho terminato la lettura (spero sia ancora legittimo) e quindi non ne ho mai scritto nulla. Io non recensisco libri per fare favori a questo o a quell’altro, potente o sfigato che sia. Li recensisco se li ho letti dalla prima all’ultima pagina, io, e anche questa non è condizione sufficiente: devo avere anche qualcosa di significativo da dire al riguardo. Per onestà intellettuale – quella che tu mi neghi salvo poi pietire attenzioni in privato – del libro di Di Ruscio non potevo scrivere nulla. Ciao, e scusa se mi tocca scoprire altarini, ma quando è troppo è troppo.
Benissimo. Opere meritevoli pubblicate da grandi editori successivamente entrano nel dimenticatoio. Infatti poi esiste un dibattito storico-critico che le recupera, se è il caso (è successo con Dick, sul quale persino io fra una pugnetta e l’altra ho scritto degli articoli; magari succederà pure con Disch; e comunque è accaduto con Sturgeon, con Matheson, e personalmente auspico che accada con Pohl & Kornbluth, con Sheckley, con Ursula Le Guin, con Leiber, con Simak ecc. ecc. ecc.). Ma qui stiamo parlando di un’altra cosa. Appunto non di Brecht, e neppure di Dick, ma di quanto avviene qui e ora. Se non ti interessa non ti interessa (lo dimostra il fatto che di Di Ruscio a te, che pure ti dici fenogliano, non frega una beneamata mazza). Qui e ora, Di Rusco non si trova. Mentre Lucarelli sì, ogni sera lo vedo in televisione reclamizzare un videogioco con quest’attacco da antologia: «Come dev’essere un mistero per appassionarci? Dev’essere misterioso» (testuale, giuro). Epico.
Come vedi, non ho proprio nulla da nascondere. Certo che ho pietito la tua attenzione, dal momento che (a torto) la tua firma è visibile quasi quanto quella del «misero misterioso» Lucarelli. Ti sei riempito la bocca per cento e passa pagine di «epica» (che ho letto, io pagina per pagina e nota sbagliata per nota sbagliata), abbiamo discusso per cinquecento e passa commenti di cosa si possa davvero definire epica. Poi te ne mando un esempio, a mie spese, di autoevidenza impressionante. Non per chiederti un favore, ma per sapere che ne pensi. E tu non solo non lo leggi e non me ne dici niente, neppure ringrazi con una mail. E pensi addirittura che rivelare questo comportamento squalifichi me.
«mistero misterioso», non «misero misterioso». Oh, sovrumana potenza della lingua. (Ah già, no, qui non interessa)
dai che in fondo vi volete bene 😉
@ Cortellessa
E daje con l’autoevidenza. Ma perché non ti rassegni all’autoevidenza del fatto che quel che è autoevidente per te può non essere autoevidente per altri?
Comunque, io ti ringraziai in anticipo nella mail in cui ti davo l’indirizzo, eccola, datata 7 marzo 2009. Come vedi, il mio tono era tutto fuorché entusiastico e conciliante, eppure ti dissi “grazie”.
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«Io mi attengo a come uno si comporta in pubblico, alla sua prassi e al suo comunicare, e da quelle inferisco come la pensa. Il contrario sarebbe impossibile e comunque poco utile.
Darmi in pubblico del censore e del servo del potere e del mercato per poi, in privato, propormi pacatamente un altro punto di vista mi pare comportamento schizoide, comunque siamo il paese del cerchiobottismo e delle doppie morali, quindi la cosa non mi sorprende più di tanto. E’ che io sono più “protestante”.
Se vuoi mandarmi il libro, l’indirizzo è:
Roberto Bui, via **************
Comunque ce l’avevi già, perché mi avete spedito copia di “L’esercizio della lingua”.
Grazie.»
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@ Tutti,
Lo so, è squallido dover precisare cose simili, ma non sono stato io a tirarle in ballo. Mi fermo qui.
Non è squallido. È molto utile, invece, precisare che mi hai scritto quanto mi hai scritto. Ed è utile che io precisi che tu mi hai scritto quello e, dopo, non mi hai scritto nulla. Cioè non hai trovato nulla di interessante in Cristi polverizzati, a differenza – poniamo – che nell’Ottava vibrazione. A me va benissimo. Autoevidente – ai miei occhi – è anche la tua qualità di lettore (e critico, e teorico).
Sta a vedere che adesso uno è obbligato a farsi piacere i libri che vuoi tu! Hai delle belle pretese!
Ed è singolare anche la tua strategia persuasiva:
– Censore! Fascista! Servo dei padroni! Farò di tutto per impedire a quelli come te di spadroneggiare, salirò in montagna per fare resistenza! A proposito, mi daresti il tuo indirizzo? Avrei appena pubblicato un libro che… 🙂
Nel corso dei decenni, “Urania” ha pubblicato autentici capolavori, opere anche molto “letterarie”, persino nell’accezione tua,come
come ad esempio, questo mese, Nova Swing di M John Harrison.
Che riuscirà sia a rimanere invisibile agli alfieri della letterarietà sia a sconcertare chi lo compra aspettandosi dalla letteratura di genere sempre e solo “a simple story, plainly told”.
magari succederà pure con Disch
magari Disch è gia nella parte finale del Canone Occidentale di Bloom, assieme a John Crowley e Russell Hoban, altri nomi che temo vi siano sconosciuti.
Sul dibattito critico che recupera ho la stessa fiducia che ho nella mano invisibile del mercato.
Ha ragione Marco, il fatto che Bloom includa Disch non ha avuto (né poteva avere) alcuna influenza sull’editoria, men che meno su quella italiana. Negli ultimi vent’anni sono stati ripubblicati solo quattro romanzi, se non sbaglio, e dopo la sua morte nemmeno uno.
Perché pensi che qui nessuno conosca John Crowley? Io ho due vecchi Urania, Faccia di bestia e La città dell’estate.
@ Marco
Non per bullismo, ma magari stai parlando con chi del Canone occidentale ha scritto l’introduzione all’edizione italiana BUR (che per me a torto, ma credo di concerto con l’autore, come sai non comprende la tabula finale che riporta i nomi che ricordi).
@ Wu Ming 1
Anzi, guarda, visto che parli di altarini. Tanto volevo sentire l’opinione di chi la pensa così diversamente da me che insieme ad Alberto Casadei e Guido Mazzoni ti si è anche invitato, come ricorderai, a far parte del gruppo dei lettori di Pordenonelegge. Ma sia tu che Valerio Evangelisti che Giuseppe Genna, accomunati evidentemente da malanimo (o da «ribrezzo») nei confronti di chi vi critica, avete declinato detto invito. Poi mi spieghi chi è che alza steccati, fonda fazioni, se ne va – volontariamente – alla macchia, o elegge il proprio punto di vista a unico discrimine veritativo (come per es. chi, per dimostrare che non si è capito un proprio testo rinvia a… un altro proprio testo che commenta il primo).
Ma crisssto polverizzato! >:-( Se a me (o a noi, non sapevo degli altri inviti) l’iniziativa non risultava appassionante, perché mai avrei dovuto accettare? Per poi impegnarmici svogliatamente, rendendo così un disservizio ai lettori?
@WM4
«O siccome siamo dei liberisti autori di letteratura commerciale, non siamo degni interlocutori? Davvero non capisco la reticenza a discutere.»
io con te discuterei, e mi pare anche di averlo fatto, probabilmente resterebbe il disaccordo, ma sarebbe una discussione dignitosa, il tuo socio però, scusa, non mi piace, e di solito in questo blog è lui che impazza e detta lo stile.
comunque mi pare che qua la discussione continui, perciò – a parte quella impossibile, per le ragioni portate da più d’uno, definizione che chiedi – direi che la risposta è nei fatti, chiunque sia intervenuto qui riconosce all’altro la dignità di interlocutore, dopo di che ci sarebbe da prendere i testi, metterli sul tavolo e partire da lì, ma questo è un blog, riconosciamogli la sua natura di blog con tutti i limiti che comporta.
@Cortellessa
Oh lo so. Ho anche letto i motivi per cui Bloom ha ottenuto che la tavola venisse tolta da alcune edizioni straniere. Cambia qualcosa? L’ambiente critico/letterario/editoriale in cui lei si muove l’ha mai portata ad incontrare capolavori come Little, Big o Riddley Walker? Sono sicuro che l’avrà spinta invece molto più facilmente verso parecchie opere inglesi”midcult” che entrano più facilmente nella discussione “letteraria”.
E perché presupponi che ti ci saresti impegnato svogliatamente? Ti pare così una cazzata? Su quello che chiedo alle 2.56 non rispondi. Mi parli di Disch e di vecchi Urania, invece. Ne ho anch’io una montagna. Non stiamo parlando di questo.
@ Marco
Non so, se mi fa qualche esempio concreto di opere inglesi o anglosassoni “midcult” da me recensite o in qualsiasi modo segnalate, ne possiamo discutere.
Se ci penso bene, anzi, l’unico autore inglese contemporaneo (da poco estinto, anzi) di cui mi sia occupato è proprio J.G. Ballard. Mah, valli a capire sti accademici parrucconi.
«reticenza a discutere»??? al commento 419???
semmai difficile è discutere con chi alla domanda «che ne pensi che di certi autori contemporanei dalla letterarietà complessa non si trovi in giro neppure una copia» risponde «eh, ma allora che dire di Disch?»
@ Andrea,
“Su quello che chiedo alle 2.56 non rispondi.”
Il tuo commento delle 2.56 non conteneva domande.
Dimenticavo: “[la classifica di Pordenonelegge] ti pare così una cazzata?”
Diciamo che nemmeno quella è nelle mie (ripeto, limitate) corde. Non mi appassiona, non mi convince a fondo, non ho mai fatto parte di giurie nemmeno informali, avrei accettato solo per inerzia quindi pian piano avrei lasciato cadere la cosa.
Serve un punto interrogativo per fare una domanda? Sperimenta, su, sfonda le porte della percezione.
Alla questione da te posta degli autori di genere recuperati o meno dalla discussione ventura, e al tuo proclamarti autore di un testo su un grande classico novecentesco, replicavo: «Ma qui stiamo parlando di un’altra cosa. Appunto non di Brecht, e neppure di Dick, ma di quanto avviene qui e ora».
Autori contemporanei. Spazi a disposizione. Attività critica in merito. Restano tutti punti di domanda.
@ Cortellessa,
ma in quel commento non introducevi niente che non fosse già stato battuto e ribattuto. Vincenzo Ostuni ha descritto a grandi linee un lavoro per salvare opere dal dimenticatoio perché arrivino alle future generazioni. Io gli ho risposto che sono d’accordo, non solo non ho niente in contrario ma faccio anch’io la mia parte. Però ho precisato che estenderei questo lavoro a tutte le opere, non solo a quelle che dite voi. Il che – non occorre essere laureati in logica per capirlo – non equivale a dire che non vada fatto per quelle che dite voi. Io vorrei farlo per le une e per le altre. E lo faccio, recensendo anche libri di piccole case editrici, che non hanno spazio sugli scaffali (ma esiste anche la rete, se la si sapesse usare, purtroppo l’editoria italiana in tutte le sue articolazioni sconta ritardi imbarazzanti).
Solo che a te non interessa che io recensisca o segnali altri libri, tu volevi che io recensissi per forza quello che dici tu, cioè Cristi polverizzati, da giorni continui a ripetere “Di Ruscio, Di Ruscio, Di Ruscio”, come se quel libro fosse diventato IL discrimine tra chi si impegna per la cultura e chi no, tra la civiltà e i barbari. E’ il capolavoro indiscutibile (autoevidente) dei nostri tempi, e guardacaso è uscito nella collana che dirigi tu. Uhmmmm…
Il fatto che Di Ruscio non mi abbia entusiasmato è diventato ormai un atto di lesa maestà, anzi, di leso genio. Di fronte a questo mortale peccato, non c’è cosa che possa redimermi.
«non c’è cosa che possa redimermi». Sì, è abbastanza così.
Ciao.
Il problema non è recensire/segnalare, ed ho parlato di sistema editoriale/culturale/critico. La “letterarietà” oscilla fra definizioni similtautologiche (su cui magari si può essere tutti d’accordo in astratto, salvo poi litigare ferocemente sui casi concreti) – categoria merceologica (che include lavori che sono contrassegnati come tali, che hanno un certo tipo di pubblicità ed esposizione, che si muovono in determinati circoli) e giudizio di valore che discrimina quasi esclusivamente all’interno della suddetta categoria merceologica.
Forse faccio male a fare esempi in lingua inglese, ma studi e interessi mi portano verso letterature in lingua straniera. Ma il punto è che lei fa parte di un discorso culturale che la impegna a leggere parecchi lavori che, pur essendo “letterari” in alcuni sensi, sono in ultima analisi facilmente dimenticabili. E le rende difficile leggere opere magari più ambiziose e riuscite – a tutti i livelli, da qualsiasi punto di vista – che circolano fuori da quei canali.
Che è situazione simile a quella che lei lamenta per Di Ruscio. O no?
@ Cortellessa,
se tu pensi di fare un favore a Di Ruscio, sventolando fanaticamente il suo libro come quelli di “Servire il popolo” sventolavano il libretto rosso di Mao… E’ solo un altro inconsapevolmente tirato in ballo, strattonato per la giacca e spinto in una mischia che non cercava, come Ottonieri “arruolato” dalla Policastro.
@ Marco
Mi scusi, ma dovrebbe – ripeto – fare esempi concreti. Quali sono i testi che leggo (e appoggio criticamente) che «pur essendo “letterari” in alcuni sensi, sono in ultima analisi facilmente dimenticabili»?
Quali sono i testi che leggo che «pur essendo “letterari” in alcuni sensi, sono in ultima analisi facilmente dimenticabili»?
3/5 dei finalisti dello Strega, mi pareva di aver capito. Appoggio critico o recusazione sono momenti successivi, Il problema è la selezione a monte. Come critico lei legge quei libri che entrano il discorso culturale contrassegnati da un marchio di “letterarietà”. Sicuramente fra queste ci saranno opere che lei sente molto, altre che ammira ma la lasciano freddo, altre ancora che, magari sono scritte decentemente ma secondo lei non hanno nulla da dire. E questo mi può anche stare bene. Mi sta meno bene se opere meritevoli che vengono infilate in altri cassetti rimangono ignorate da un discorso critico.
OT. Proposta per chi ci sta: leggiamo Nova Swing e troviamoci più avanti a discuterne (possiamo farlo qui, su Anobii, ovunque).
http://blog.librimondadori.it/blogs/urania/2010/05/31/urania-1559-nova-swing/
Io ce l’ho già, perché mio fratello compra tutti gli “Urania”. Di M. John Harrison non ho ancora letto niente, però credo nella serendipity.
ciao a tutti,
al sesto giorno di discussione, mi piace trovarvi qui come vecchi amici! però una cosa volevo aggiungerla, riguardo il discorso sulla distribuzione e il turbomarketing portato avanti da cortellessa.
nel momento in cui capiamo che il libro che abbiamo tra le mani vale – cioè un libro che esorbita il nostro piccolo gusto soggettivo, un libro che dovrà essere proposto e difeso come se ne andasse qualcosa di noi, che ci appartiene come esseri umani – bisogna promuoverlo e difenderlo a prescindere da e in qualsiasi situazione sociale e/o di mercato. non starei qui a fare la distinzione tra i libri che valgono e sono pubblicizzati, e libri che valgono e pubblicizzati non sono, solo perchè alcuni sono fortunatamente evidenziati in libreria dal turbocapitalismo. perchè la cosa potrebbe accadere oggi, ma potrebbe estinguirsi domani.
non sapete che fatica qui, oggi, nella milano del 2010, mica nella calabria profonda da cui provengo letterariamente disperato (anni fa, quando proprio non ce la facevo più, e internet ancora non andava, partivo per roma per fare scorta di libri) trovare una copia dell'”arcobaleno della gravità” di pynchon (per un numero infinito di mesi neanche su internet riuscivo a recuperarlo). per non parlare di libri italiani che hanno pure goduto successo, vinto premi, ed adesso sembrano essersi estinti: per dire, “lezioni di tenebra” di helena janeczek, io lo sto cercando da secoli. e solo quest’anno dopo infinite ricerche sono riuscito a leggere “assalto a un tempo devastato e vile”, scoprendo poi che a fine anno la minimum fax ripubblicherà “lo spazio sfinito” di pincio, altro libro introvabile. mettiamo – come è avvenuto qui – che qualcuno come andrea cortellessa mi indichi dei libri da leggere che non conoscevo: io non faccio altro che andare in libreria e cercarli. ma non potete sapere lo scoramento quando addirittura “tu, sanguinosa infanzia”, di mari, ripubblicato da poco, sembra essere sparito nel nulla (tra l’altro, grazie mille per le dritte ad andrea e ai wu ming, ho recuperato negli ultimi anni molti libri grazie a voi).
così mi sento di dire che non bisogna lasciare niente al turbocapitalismo, neanchè quello che a prima vista sembra un vantaggio del qui e ora, che poi di qui e ora molti ne sono passati sotto i ponti, e altri ancora continueranno ad affacciarsi sui nostri giorni.
giuseppe
@ Giuseppe Zucco,
eccellente, l’hai detto molto, molto meglio di quanto avessi fatto io. Difendere tutte le opere che valgono e meritano, senza discriminare tra chi, magari solo per un effimero momento, ha goduto di pubblicità e chi invece no. Non dobbiamo cadere noi per primi – paradossalmente – nelle trappole che la propaganda mercantile ci tende. Spesso vediamo una manchette di pubblicità su un giornale, leggiamo una recensione che è riuscita a ottenere un certo spazio tipografico, avvistiamo qualche copia in una vetrina, e pensiamo che si tratti di un libro “privilegiato”, raccomandato, che viaggia sulle corsie preferenziali e quindi non ha bisogno anche della nostra attenzione, e invece non è così, è apparenza, è contingenza. Magari è il classico caso del grande editore che “pesca con le bombe” e pubblica un po’ di tutto (per gonfiare il fatturato o altre ragioni), poi si scorda quasi subito dei suoi titoli e vende mezzi magazzini ai remainders. Ci sono libri oggi scomparsi che per una settimana furono strombazzatissimi, e magari furono scambiati per best-seller mediocri, e invece erano libri di valore inizialmente spinti in modo indiscriminato e sbagliato e poi lasciati affogare nel mare degli squali. Non guardiamo solo alla presenza in libreria o alle réclames sui giornali, a volte significano molto meno di quel che crediamo. Difendiamo tutte le opere meritevoli, e soprattutto cerchiamo di incontrarle, interroghiamoci sempre (ha ragione Marco) su quali siano i criteri della nostra “selezione a monte”. Non crediamo ciecamente al mercato, né per accettare né per rifiutare aprioristicamente quello che ci spinge addosso.
Allora: con questo commento siamo a quota 432. Come dicevo sopra, Carmilla farà di questa discussione pubblica un e-book scaricabile in diversi formati (pdf, odt, ePub), in modo da renderla più leggibile di quanto fosse qui, in questa schermata infinita.
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Questa decisione è stata presa perché qui dentro ci si è confrontati a tutti i livelli, dai più alti ai più bassi, con ogni sorta di approccio e di atteggiamento. Si sono prodotti ragionamenti importantissimi (ma anche risibili), si sono sviluppati sotto-dibattiti, e in generale è stata una discussione *bellissima*, anche nelle sue frequenti sbavature, anche nelle cadute di stile. Ed è stata emblematica, o meglio, rappresentativa. Sono state evidenziate quasi tutte le linee di forza del dibattito sulla letteratura italiana.
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Il file verrà assemblato entro domani sera (chiusura alle 0:00 di lunedì), impaginato il giorno dopo e messo a disposizione nella sezione “New Italian Epic e oltre” (martedì andrà on line un nuovo speciale, con svariati aggiornamenti).
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Chi ha tempo e voglia rilegga i propri interventi e, se pensa di non essere riuscito a farsi capire bene, a fare l’esempio migliore, a veicolare il messaggio che aveva in mente, ha ancora possibilità di spiegarsi meglio, infilare un esempio, una battuta, un link, un insulto.
Ovviamente la possibilità ce l’avrà anche dopo, da lunedì in avanti, perché Loredana Lipperini non chiuderà il thread, però a quel punto il pdf sarà già chiuso. L’ideale sarebbe non riportare nell’e-book più di 500 commenti, e già così verrà un tomo gigantesco.
[per l’OT, appoggio l’opzione Nova Swing. Non ho capito se “Luce dell’universo” sia una sorta di prequel, comunque ci sto. Direi non prima d almeno una decina di giorni, però che co’ sto caldo potrei evaporare da un giorno all’altro.]
per Cortellessa (intervento delle 2.49).
Giustissimo battersi coi mezzi a disposizione per un autore in cui si crede.
Ricordo il mio amato Truffaut che vide due libretti (secondo me straordinari) su una bancarella ad opera di uno scrittore sconosciuto e agé, ne tirò fuori due libri e a tutt’oggi se si trova Roché nel catalogo Adelphi penso sia merito del regista.
Bene.
Ma.
Questo cosa c’entrerebbe col NIE? Perché mai i Wu Ming non avrebbero dovuto dedicare le loro energie (peraltro ne hanno dedicate molte di più a doversi “giustificare” dopo gli assalti della critica) ad alcuni romanzi che a loro sembravano interessanti e stimolanti per aprire una discussione?
Ci rendiamo conto che dopo 2 anni siamo ancora qui a chiederci se avesse avuto senso quell’analisi, invece di entrare nei contenuti e capire “Magari c’è qualcosa di buono, partiamo da qui”?
Oltretutto, a meno di ignoranza mia, i Wu Ming non sono critici letterari. Quindi, teoricamente, i critici veri avrebbero solo dovuto gioire di questo tentativo. Ragionandoci, distruggendolo punto per punto, ma ringraziando per uno sforzo comunque notevole. Peraltro a mio sommesso giudizio in NIE ci sono delle idee assai interessanti, a partire dal saggio su Euridice.
Vabbè.
p.s. errata corrige: due film ovviamente!
Non era uno sconosciuto, Roché. Ma va bene lo stesso. E’ stata una buona azione.
Questo era quello che diceva Truffaut. Mi son fidato. Evidentemente si è sopravvalutato! 😉
Minchia, che lottatori!
Io sto tutto tumefatto per l’argentina, e qui dopo giorni si continua a pugnare (no pugnette). Una vera cosa italian epic, se permettete.
Mi sembra di essere stato ad un grande simposio sul set di un vecchio film con bud spencer. Mi è tornata in mente l’esclamazione di un vecchio amico, molti anni fa, al termine di una notte, diciamo, movimentata.
“Soccia, che cartoni!”
Onorato, con le mie cazzate, di farne parte on carmilla.
Chapeau.
L.
Mi è semblato di vedele Vignocchi…
Rientro nella discussione dopo un bel po’ di commenti, e dunque non mi sento più di intervenire diffusamente, se non su un punto specifico, che poi mi pare quello cruciale.
Quando @Bortolotti scrive, ottimisticamente, ”dato che sappiamo che il mercato è soprattutto lo spazio di azione di alcuni soggetti più o meno monopolistici ed egemonici”, in quel ”sappiamo” si profilano e si ridefiniscono in realtà due posizioni forti: quella di chi sa e denuncia (Cortellessa, qui e soprattutto nel doc, dal punto di vista del critico, Ostuni da quello dell’editore, qui e già al tempo dell’appello a Saviano, per dire della sua mossa politica più recente ed eclatante) lo strapotere di un’editoria egemonica, editoria che, in generale, certo, da quando esiste si è sempre profilata come industria, ma che, evidentemente, non ha mai avuto prima d’ora le risorse economiche (dovute alle concentrazioni di singoli editori in grandi gruppi editoriali) mediatiche (e qui, l’epopea di Berlusconi docet) e le possibilità di diffusione capillare di un messaggio preciso: il libro è una merce, la merce si vende, la merce che si vende è buona, perché non può essere che migliaia (in alcuni casi milioni) di consumatori (lettori) siano ”popolo bue” (come scriveva molti commenti fa qualcuno – ma così prima di lui giustificava le sue demenziali trasmissioni sbanca auditel, Maria De Filippi).
In quel “sappiamo” di Bortolotti manca l’altra faccia della medaglia, che è quella purtroppo prevalente. Cioè non di coloro che non sanno, ma di coloro che, pur sapendo, fanno in modo che appaia che così non sia. Una domenica di qualche tempo fa, sfogliando il Domenicale del Sole 24 ore, mi imbattei in un articolo, cui veniva dedicato ampio spazio, di una tal Federica Manzon (dico ”tal” perché null’altra informazione veniva offerta all’ignaro lettore sulla medesima), la quale offriva un edificante raccontino di come nascano i successi editoriali con tanto di rimbrotto ai critici cattivi e demodè ai quali pare si debba spiegare una volta per tutte che il mercato non è altro che un variopinto, multiforme bazar, in cui ciascuno può aggirarsi in totale libertà, pescando a naso tra le sfiziosità più disparate. E gira che ti rigira, compra che ti ricompra, finalmente, a un certo punto, da questo bazar, come per incanto (il termine mi pare fosse proprio questo), possono fiorire le perle. Cioè, non (si badi) i capolavori letterari, ma i successi editoriali.
Dunque: forse al lettore del Sole andava spiegato un po’ meglio a nome di chi o di quale idea (ideologia) si esprimesse la ”tal” Federica Manzon: editor Mondadori, autrice Mondadori, redattrice di Nuovi Argomenti, sempre Mondadori (dove il pezzo in questione veniva poi ripubblicato per esteso, con effetto potenziato dalla transmedialità).
Ora: il lettore colto, laureato, che vuole leggere un buon libro, che vuole, attraverso un buon libro comprendere un po’ meglio di sé, del mondo, della vita etc. cosa farà, dove si andrà a cercare quel libro-perla? è evidente: nel bazar, cioè in libreria. Bene, qual è la libreria più frequentata in Italia? La Feltrinelli. Come si trovano i libri da Feltrinelli? Disposti secondo un qualche minimo criterio di valore, i classici distinti dai libri mediamente importanti, e a loro volta questi ultimi separati dalle ciofeche? No: disposti gerarchicamente, ovvero in pile di diversa altezza e collocazione, se sono novità editoriali; in banale ordine alfabetico, se si tratta di…ecco, veniamo alla domanda: se si tratta di cosa? Se si tratta di libri che non sono novità editoriali. Unico criterio di distinzione. Tutti insieme, affiancati nello stesso scaffale.
Roma, Feltrinelli di Largo Argentina, ieri pomeriggio. Guardo per curiosità cos’abbiano nello scaffale di poesia di Edoardo Sanguineti, gigante del Novecento, appena scomparso. Niente. Di poesia non hanno nulla di nulla, nemmeno Mikrokosmos (antologia Feltrinelli). Già un mio amico mi diceva di aver fatto analogo esperimento a Milano, alla Mondadori, e di essersi sentito rispondere dai commessi (impegnati a porsi domande circa la collocazione del libro di Amici di Maria De Filippi): Edoardo chi.
Non volendo rassegnarmi a questa orrenda constatazione, ho scavato meglio e ho scovato un piccolo librino Einaudi di Sanguineti: Il quaderno di traduzioni, di qualche anno fa. Minimo sospiro di menomissimo sollievo, subito attenuato dall’horror ancora in agguato: Sanguineti viene prima di Santacroce, e quindi il libro era posto accanto a un libro di poesia della medesima. Santacroce Isabella, Luminal.
L’opera lasciata sola è un bellissimo titolo di Viviani: non lasciamo sola l’opera, non lasciamo soli i lettori, non lasciamo soli gli autori (i Cristi di Di Ruscio hanno trovato solo in una collana come fuoriformato possibilità di accoglienza: è un libro che nessun altro editore ha mai avuto il coraggio di pubblicare, a quanto ne so).
E a differenza di quanto sostiene Garufi, non credo affatto che questa discussione sia stata infertile e che abbia lasciato i partecipanti esattamente sulle posizioni di partenza. Ho visto invece molti sforzi dialettici reciproci, e grande voglia di parlarsi, soprattutto: tra editori, scrittori, critici, come non accade ormai da molto tempo fuori. Segno che (r)esistono delle necessità e delle insoddisfazioni, delle convinzioni e dei dubbi, tanti modi e approcci diversi al problema, che andrebbero, come dice Andrea, rivisti dal basso-materiale, ma anche consegnati a qualcosa di meno estemporaneo ed effimero di una discussione in rete. La butto là: una giornata di studi, un momento di confronto aperto e ”vero”, faccia e faccia, come (mutatis mutandis) ai tempi di Scrivere sul fronte occidentale? Libro discutibile, ma che ci consegna comunque i segnali di un momento storico preciso e dell’allarme che ne derivava agli scrittori (e solo scrittori, in quel caso, ovviamente).
Invece è utile e importante che la discussione sulla letteratura (e il letterario, perché no, ma direi anche la cultura e addirittura la politica e perfino l’ideologia) si sia riaperta arrivando a toccare tutti i settori coinvolti: proprio per questo è un peccato se si esaurisce così, lasciando ad altri l’impressione che ne ha tratto Garufi del solito chiasso (o peggio ancora dell’esibizione muscolare o narcisistica).
En passant, trovo molto bella e vera la citazione fatta da Garufi. D’altronde Balzac è uno degli autori seriali che preferisco.
😉
Wu Ming – Cortellessa 4 a 1
@ Gilda
Ci sto, lo sai.
Provo ad andare per orario. Scrive Wu Ming 1 alle 2 e qualcosa:
«essere pubblicati nel catalogo di un editore grosso, avere una superiorità (relativa e contingente) nella distribuzione in libreria, conseguire un buon successo di vendite (almeno rispetto a chi esce per un editore più piccolo), tutto questo non è in alcun modo una garanzia contro il dimenticatoio.
Di libri che escono per grossi editori e, pur meritevoli, non vengono più ristampati e finiscono fuori catalogo sono piene la storia e la cronaca delle uscite editoriali. Capita che dopo anni l’autore torni in possesso dei diritti ma nel frattempo sia “uscito dal giro”. Il suo nome è finito ai margini del discorso letterario, e un romanzo come il suo non è più ritenuto interessante perché in apparenza appartenente a un genere “superato”. Così non riuscirà a rientrare nel circuito della grande editoria, e forse sconterà anche la diffidenza di quella “di qualità”.
Quante pregiate opere “popolari” sono finite nel dimenticatoio, e se riscoperte potrebbero dire e dare molto ai lettori?»
Sottoscrivo due volte, e faccio un esempio. Qualche giorno fa ho trovato in una bancarella di libri usati “Il canto di Kali” di Dan Simmons. E’ un romanzo del 1985, pubblicato da Mondadori, editore certo non piccolo. Ed è uno dei romanzi più belli non soltanto del vituperato genere, ma proprio dal punto di vista della “letterarietà”. Lingua, stile, atmosfere, psicologia, trama. E’ sparito dalla circolazione, insieme a Malpertuis e a un’infinità di testi. Di genere, già. Popolari, già. Ma anche di sicurissimo pregio.
Il secondo esempio riguarda me, e chiedo venia per questo. Io ho esordito con Feltrinelli: editore, anche qui, di cospicue dimensioni. Questo non garantisce affatto nè attenzione nè classifica nè comprensione del testo stesso, e tanto meno diffusione: nessuna colpa, nessun piagnisteo. Come giustamente ha scritto un lettore, un romanzo fantastico nella collana Canguri fa l’effetto di un maiale in chiesa.
Appunto, generalizzare è molto poco utile. Porre attenzione a tutto il letterario, invece, è utilissimo.
@Cortellessa: temo non fossi io a parlare di teoria letteraria e canone, ma mi rendo conto che in tutto questo proliferare di commenti ci si possa sbagliare… riflettendoci, mi rendo conto che i miei studi sul cinema (su un’arte che ha cercato per un secolo di autodefinirsi tale, perché già nata come forma d’intrattenimento di massa) mi portano a digerire con difficoltà certe divisioni fra “alto” e “basso”, e per questo citavo la commedia all’italiana (ma gli esempi sarebbero tanti altri…).
@Gilda Policastro:
“non lasciamo sola l’opera, non lasciamo soli i lettori, non lasciamo soli gli autori”.
Giusto, ma gli autori, ai tempi della rete, dovrebbero essere i primi a non rimanere da soli (forse alcuni lo rimangono volontariamente). Fortunatamente, negli ultimi tempi di autori che hanno riscoperto la necessità del confronto ce ne stanno diversi, e penso che la critica sia chiamata ad occuparsi anche di questo scarto nelle pratiche di diffusione dell’opera (che per forza si riverberano anche nelle pratiche di scrittura).
@ Lara Manni ma non solo,
Dan Simmons è uno dei più grandi scrittori viventi, senza distinzioni di genere o tra “alto” e “popolare”: è uno dei più grandi scrittori viventi tout court. La saga di Hyperion per me si colloca ai vertici della letteratura del XX secolo, insieme ai libri di Thomas Mann, di Céline, di Camus, di Garcia Marquez. In Hyperion si trovano una costruzione di mondo tra le più complesse mai messe in pagina, personaggi tra i più strazianti, pagine tra le più commoventi, cadute agli inferi tra le più tragiche, sacrifici tra i più dolorosi, redenzioni tra le più esigenti e difficili, oltre a riflessioni vertiginose su cosa sia il tempo, su cosa sia la poesia, su cosa sia l’intelligenza, su quale sia il momento in cui una civiltà inizia a morire, su quali pratiche di libertà siano all’altezza di un tempo in cui la complessità sembra indomabile. completamente sfuggita di mano agli umani.
Ed è un autore a cui questo potrebbe non essere mai riconosciuto, perché i suoi libri stanno in una dimensione merceologica che sfugge ai radar del “letterario”. E’ questo che voleva dire Marco nei suoi commenti brevi ma densi.
In Italia, quasi tutti i libri di Simmons sono fuori catalogo, introvabili.
Cos’è che può salvare un autore, le sue opere e i suoi lettori da queste sofferenze?
La rete (pratiche che sappiano agirla). Una nuova concezione del diritto d’autore (con maggiore libertà di riproduzione e circolazione). Anche la “pirateria” (perché se non si fanno le riforme tocca agire nell’illegalità). I “pirati” sono i monaci cluniacensi dell’epoca odierna: scannerizzano, ri-impaginano, mettono in condivisione. Salvano le opere dall’irreperibilità a cui le condannano le malaccorte politiche degli editori.
E infatti “Il canto di Kali” l’ho appena avvistato in pdf su un sito di torrent 🙂
…e adesso lo sto scaricando, poi lo convertirò in ePub e lo metterò sull’e-book reader. It’s as simple as that.
E io propongo di rendere pubblico il link. 🙂
Condivido parola per parola quello che hai detto su Simmons. Ne Il canto di Kali (peraltro, per singolare sincronicità, esce nel 1985, lo stesso anno de Le città della gioia di Lapierre che danno una visione di Calcutta speculare ma volta alla pietà anzichè all’orrore), c’è tutto quel che scrivevi, e c’è una discesa negli abissi del male, un invito al riconoscimento della parte oscura (e, certo, a quella redenzione “esigente” a cui facevi cenno) che mozza il fiato. Però, appunto, Simmons è “nello scaffale sbagliato”, quello che per convenzione nasce per intrattenere e dunque è destinato a svanire. Almeno in quanto libro cartaceo.