Ci sono molti modi per declinare la parola libertà, e non possiedo certo il necessario sapere per farlo al meglio. Mi limito a proporre due esempi, celebri in modo – fortunatamente – diverso: il sogno di libertà di Martin Luther King e l’urlo di Vittorio Sgarbi nell’Arena di Giletti.
Il termine è identico, la declinazione, com’è evidente, no.
La parola “libertà” viene usata anche, giustamente, a proposito dei lettori. Credo che, riprendendo quanto si discuteva nei commenti al post di ieri, sia importante capire di quale libertà si stia parlando. Libertà dai vincoli dell’Accademia? Libertà dalla presunta “cricca” di editori-critici-addetti ai lavori? Libertà di scelta, libertà di critica? Luther King o Sgarbi?
Per capirlo, provo a fare un secondo esempio, che ho citato più di un anno fa nella rubrica su R2. Sentite qui: “Che storia orribile e irreale! Ma come fanno gli animali a parlare? Io ho un pappagallo che parla, ma non riesce a pronunciare frasi complete”. E’ una stroncatura e si riferisce a La fattoria degli animali di Orwell: viene riportata, insieme a molte altre, su un blog americano che pubblicava le recensioni più feroci dei classici effettuate dai lettori di Amazon. Esercizio interessante, se non altro per le motivazioni portate dai delusi da Orwell: “Ci sono solo animali che corrono e dicono “comrade”!” . “E’ stato scritto da un uomo malato di mente che odiava la società”. “Lo ha suggerito Al Gore?”.
L’ esperimento si può ripetere anche in Italia. Fra le recensioni a La fattoria degli animali su IBS, c’ è chi ha tributato un due a Orwell: “trama praticamente inesistente, libro pesante e noioso, decine di pagine assolutamente inutili che si possono tranquillamente saltare senza che si perda una sola briciola sia della storia che del significato del libro”. Sulle pagine italiane di aNobii si trova altro. Sotto La montagna incantata di Thomas Mann: “Mio dio, 2 mesi e sono a pagina 120, cosa aggiungere? Succedera` mai qualcosa in questo libro???? “. Infinite Jest, di David Foster Wallace: “Confesso che questo libro l’ho comprato per soddisfare una mia curiosità: se uno scrive 1300 pagine, è perchè non ha niente da dire? E se non ha niente da dire, perchè ci appioppa anche 100 pagine di note a fine libro?Ah, dimenticavo di dire che naturalmente la critica considera questo il suo capolavoro. Figurarsi gli altri…”
Cosa significano questi commenti? Che esiste anche un lato oscuro della forza e che non è utile a nessuno blandire i lettori, come si sta facendo da anni: non è vero, in poche parole, che il lettore abbia sempre ragione. Cifre alla mano, la lettura in Italia NON aumenta, o aumenta di pochissimo: dal 45,1% al 46,8%, ci dice l’Istat. Aumenta, invece, la voce dei lettori: ed è certamente un bene, ed è più che certamente una gigantesca potenzialità. Ma come viene usata, quella potenzialità? Che tipo di lettore-navigatore si va prefigurando?
Un lettore che, appunto, si autoproclama “libero”: dai vincoli del mercato, dalla critica, dalla casta (quanto torna spesso questa parola). Un lettore, come accennavo ieri, che tende però sempre più spesso a sovrapporre se stesso a quello che legge: e che quasi mai, quando il giudizio è negativo, effettua un distinguo fra personali affinità con il testo e valore del testo stesso, ma sottintende un’autoconvinzione: “io lo scriverei meglio”. E spesso, spessissimo, con l’aiuto della vanity press (o editoria a pagamento che dir si voglia), lo fa, o è convinto di farlo.
Attenzione: non sto affatto invocando il ritorno del marchio di qualità impresso da una critica che ancora oggi è, in molta parte, poco adeguata a comprendere quel che accade nel mondo letterario. Sto cercando di riflettere sulla necessità di consapevolezza. Quando il famoso “You” campeggiò sulla copertina di Time, molti ne individuarono il lato oscuro, per esempio, nella cosiddetta “televisione della gente comune”: i reality, l’ansia da riflettore, l’arrivo della non competenza sul piccolo schermo.
Bene, bisognerebbe cominciare a ragionare anche in ambito letterario sullo stesso pericolo: perché il rischio, come sottolineavo ieri, è che si stia perdendo la capacità di leggere. Ovvero, di affidarsi ai libri: che si ha tutto il diritto di abbandonare, criticare, rifiutare. Ma quando la deriva porta a giudicare il Faust di Goethe come “un inutile sfoggio delle sue capacità e della sua cultura, pieno di visioni e stupidaggini” (lettore su Ibs) qualche dubbio andrebbe posto. Davvero i lettori italiani sono maturati? Davvero sfuggono, tutti, all’avvelenamento dei pozzi degli ultimi vent’anni, che ci hanno martellato con l’idea che ognuno abbia il diritto, ora, subito, di essere felice, ricco, potente e famoso? Ne siete convinti? Io sto cominciando a pensarci e mi piacerebbe farlo insieme.
Ps. A proposito degli ultimi vent’anni e del futuro: su Giap!, c’è un intervento di Wu Ming che si chiama L’occhio del purgatorio, la rivolta e l’utopia. Consiglio caldamente l’ascolto.
Esatto. “che si stia perdendo la capacità di leggere. Ovvero, di affidarsi ai libri”. Un po’ forse è anche colpa nostra, della nostra generazione intendo. Abbiamo sognato scuola per tutti, libero accesso alla cultura e salutato come una liberazione la facilità di auto-espressione in rete. Continuo a pensare che tutto questo sia un bene, ma ci eravamo dimenticati di una cosa: quello che rendeva bello e desiderabile il sapere, la lettura e la scrittura, era la qualità umana e spirituale che vi si trovava. Il problema è più pedagogico che letterario: siamo in grado di trasmettere il senso della qualità, di promuovere l’umiltà del discente prima che la presunzione dell’esibizionista, o abbiamo contribuito a rompere qualcosa che la pedagogia di un tempo era in grado di strutturare? Certo c’era molto classismo in quella pedagogia, ma siamo sicuri che la democrazia abbia diritto di cittadinanza nell’ambito dell’estetica e della cultura in genere?
Sono domande che vado facendomi da diversi anni, non ho risposte definitive, o meglio non ho ricette. Il conservatore crede di poter ovviare ritornando a una scuola che era già defunta prima di don Milani, il progressista esalta il nuovo in quanto nuovo, vedendovi pura e semplice opportunità. Io mi sento apolide tra questi.
A me sembra che quello che qui viene definito “lato oscuro” sia semplicemente che non c’è più la soggezione di un tempo nei confronti delle authority figures. La gente legge e dà un suo giudizio senza preoccuparsi di quello che ne hanno scritto arbasino o magris o la porta eccetera. Senza complessi. Oggi posso scrivere che “Il piccolo principe” è una palla, senza vergognarmi. Mi sembra una boccata d’aria, fisiologica, in un paese dove a scuola abbiamo sempre studiato più i commentatori e i critici e gli esegeti di Dante, che non Dante. Ci siamo fatti un’idea di cosa ne pensa Sermonti, di Dante, ma fatichiamo a mettere a fuoco quello che ne pensiamo noi. Questo ‘lato oscuro’, forse, è anche un’utile rimessa a fuoco delel cose. Avrà ricadute negative, forse (come ammoniva Quèlo: la risposta è dentro di te, e però è sbagliata!) ma quelle positive per il momento mi sembrano prevalere.
… quanti ‘forse’, troppi.
Diventa complicato uniformare i giudizi, nonché assolutamente inutile e fascista. Cortazar, nel 1963, provocatoriamente, parlava di lettori-femmina e della di questi indole a ricercare criteri spazio-temporali e libri, in breve, che si sviluppassero in maniera lineare.
È anche un problema di voglia, di curiosità, di educazione.
Rivendico con forza il diritto a infilare un libro giù per il cesso, senza che alcuno batta ciglio; allo stesso tempo, serenamente, al netto di una discussione civile, sono pronto a farmi un giro in discarica per recuperarlo.
Amazon, Ibs e affini non possono essere realtà d’opinione, non nascono per esserlo; i lettori vi affidano commenti leggeri e agili, scanzonati.
Il lettore non ha sempre ragione: vero. Il lettore ha sempre ragione secondo lui: ineluttabile. E la presunzione? Ai massimi storici, anche grazie all’editoria a pagamento.
Del resto: Un bravo lettore è tanto raro quanto un bravo scrittore, diceva Jorge Luis Borges. E, ovviamente, aveva ragione.
Andrea, è un diritto che nessuno contesta, non equivochiamo. Però, mi fanno riflettere quei tre aggettivi “leggeri, agili, scanzonati”. Ironici, aggiungo io. Posso citare Foster Wallace? “Dai giorni di gloria del postmoderno abbiamo ereditato sarcasmo, cinismo, una posa annoiata maniaco-depressiva, sospetto nei confronti di ogni autorità, sospetto di ogni limite posto alle nostre azioni”. Ecco, è quel che intendevo. Nessuno proibisce, non c’è bisogno di urlare “libertà” come Sgarbi. Nessuno vuol tornare all’antico, figurarsi. Riflettere, però, è indispensabile. Fermarsi a pensare, invece di accettare e basta.
“infilare un libro giù per il cesso”, come scrive andrea, non preclude poi la possibilità di fermarsi a pensare, di rifletterci e continuare a farlo.
Lo sciacquone non è necessariamente un punto di arrivo, ma un ri-inizio qui da noi, in Italia, dico. Come quando Julia Roberts, nel film “Se scappi ti sposo”, si cucina le uova in tutti i modi possibili e le assaggia tutte, per capire finalmente come le piacciono cucinate le uova, davvero. Finiscono tutte infilate giù per il cesso, tranne una. Da quella, riparte.
Diana, mi sembra di aver già risposto.
Certo, è un discorso qualitativo. E anch’io non vorrei essere frainteso: sono in sintonia con il punto di vista proposto.
La letteratura, inevitabilmente, si schiaccia a causa dell’alta e pericolosa velocità cui viaggiano gli anni 2.0, senza pescare troppo indietro. E il conto – uno tra tanti – può prendere le sembianze di quattro righe, magari sgrammaticate, che inchiodano Orwell o Mann in nome – chissà – di una libertà che nessuno, in effetti, nega.
E allora ci vorrebbe una sorta di curriculum letterario, fantascienza – dico questo perché, nero su bianco, ho letto tutto Hemingway e Whitman e Carver e ho le carte-in-regola per inchiodare libri che guardano al novecento statunitense.
Il peso specifico della parola ‘libertà’: una discreta menata.
Sarà un discorso generalista, applicabile non solo alla letteratura, ma mi domando una cosa, non sarà che in Italia si intende spesso la parola libertà come “qualcosa che posso fare” (da cui nascono le recensioni su amazon, scrivo che Mann è un mattonazzo perché sono libero di farlo) ma quasi mai la si declina come “qualcosa che devo fare” , in modo libero certo ma con il giusto senso del dovere, per fare un esempio restando alla scuola, visti i dati il 50% degli italiani appena può si libera dell’obbligo di leggere, mi domando però se è cosciente di rinunciare in parte alla libertà di conoscere, fantasticare e anche a quella di capire?
Se è vero come dicono i dati che il famoso italiano medio fatica a leggere e capire poche e semplici istruzioni, quanto è cosciente di perdere, rinunciando alla lettura, anche a parte della sua funzione sociale di libero cittadino?
E’ libertà anche procurarsi il tempo e gli strumenti per interagire con i libri, indagare e affinare il proprio gusto personale, saper scrivere una critica anche severa ma pertinente, molti commenti su ibs in realtà sono fatti contro l’autore e non sul libro, non parlano dei personaggi narrati ma del “personaggio scrittore” (Sarà la frustrazione dei tanti lettori che sono anche aspiranti scrittori?può essere!!), trovo ridicoli invece quelli che si lamentano del tempo perso, questa mania del tempo mi sta facendo impazzire, al supermercato le casse veloci per non perdere tempo, al semaforo scattanti come ghepardi che altrimenti perdono tempo, in fila ti passano davanti che loro non hanno tempo, ma chi ci fanno gli italiani con tutto sto tempo che recuperano!!!boh??
Basta che non difendiate “La solitudine dei numeri primi”…………..
……….Che dopo aver letto quello e “L’eleganza del riccio”, mi sono imposto di leggere tutti quei “classici” che non avevo ancora letto.
Finora, a differenza dei contemporanei, questa scelta non mi ha deluso, anzi mi chiedo perché non l’avessi contemplata prima…
Poi i gusti sono gusti ovviamente.
Però sulla “non competenza”, alla quale aggiungerei “l’ansia da simpatia a tutti i costi”, mi trovi d’accordo.
Infatti non è un caso che da un annetto, mi sia messo ad ascoltare solo Radio3 (:D 😀 😀 :D).
La cosa che ha catturato il mio radio-ascolto, è che se si parla di un argomento, questo viene trattato da persone competenti.
Nelle altre stazioni radio, anche la notizia più banale del giorno, viene commentata da un gioviale, quanto ignorante speaker e la cosa mi irrita tantissimo…
Per essere chiari: è fondamentale che questo discorso venga affrontato da chi ama la rete e crede nella sua potenzialità e nella sua realtà, e che non venga consegnato alla critica accademica che la guarda, da sempre, con orrore. Perchè questo avviene e questo è il rischio. Lavoriamoci. E facciamolo noi.
Ho esordito su questo blog stroncando brutalmente “Non è un paese per vecchie”. Lo so che non si fa e facendolo si diventa antipatici, odiosi, inammissibili, impubblicabili. Il punto però è un altro: questa forma di “ribellione critica”, sconsiderata quanto si vuole, risponde ad una istanza di desiderio critico che la critica ufficiale, quella degli addetti ai lavori, s’è rifiutata di accogliere.
Ci provo ché ho poche idee ma confuse. Ci sono classici con cui, pur vedendone tutti i meriti, la bellezza, non si riesce ad entrare in sintonia. A me capita con Dostoevskij. Certo non mi salta in mente di recensirlo – del resto non pratico codesto esercizio neanche con gli autori amati. Tra un lettore ancorché appassionatissimo e un critico ci sono delle notevoli differenze: il secondo si è costruito le competenze per giudicare. Il lettore legge ciò che gli aggrada e che gli parla.
Se esprimere la propria opinione è rispondere ad un’istanza di desiderio critico, certe forme di ribellione critica fatte in rete non sono accettate dagli addetti ai lavori, e spesso neppure dagli altri lettori, perché sono semplicemente l’espressione di una libertà vigliacca e pelosa costruita sull’anonimato, sull’egocentrismo e sul vittimismo di chi pensa che la libertà della rete sia la de-responsabilizzazione (Scusate orrenda parola)
La rete non è un’università a numero chiuso, non sono necessari test d’ingresso, ma non deve essere per questo una discarica a cielo aperto, diciamo un certo impegno “a tener pulito” sarebbe doveroso..
Questa dell’ “anonimato vigliacco” non è una critica che mi pare accettabile: in rete ci si firma con nick ma l’identità di chi scrive è facilmente reperibile (ad esempio attraverso i vari siti associati ai nick stessi). Peraltro l’uso di “pseudonimi” e “nomi d’arte” è vecchio quanto il mestiere di chi scrive, bene, male, circonstanziatamente o sconsideratamente.
Luziferszorn. Lei, per esempio, si muove in rete esattamente come Sgarbi in quel video, mi perdoni. E non lo dico perchè è critico nei miei confronti. Ma perchè il suo modo di agire su Internet si finalizza non alla discussione, ma alla raffica di mitra. Ci serve? Credo di no. E credo, se me lo permette, che non serva neanche a lei: fatta salva la momentanea scarica di adrenalina. saluti.
Determinare come “tener pulito” non è semplice e forse neanche giusto, qui non si parla di bestemmie. Mi sembra un problema collegato a varie cose: scuola, istruzione, più in generale educazione alla lettura. Come dice barbara, c´è differenza tra critico e lettore: per quanto il giudizio del lettore sia importante, vanno prese in cosiderazione le argomentazioni con cui si stronca o si esalta un libro, e questo per me resta un punto fondamentale. Se scrivo commenti come quelli riportati nel post, credo che il mio giudizio non potrà fare molta presa su qualcuno che cerca qualcosa di piú approfondito. Semplicemente lascia il tempo che trova.
Però il rischio, se interpreto bene, è che a lungo andare si uniformi il livello di analisi su valori piuttosto mediocri, solo perchè oggi abbiamo la possibilità di abbassare il livello. È cosí vero? Mi verrebbe da dire che di lettori che ce li hanno gli strumenti d´analisi ce ne sono, e commentano anche loro sugli stessi siti. Ma non ho i numeri..
Sapete per caso se alcuni siti offrono soldi ai presunti lettori per scrivere le recensioni ai prodotti che vendono? Perché mi pare di aver sentito dire una cosa del genere, forse in USA. Beh, se questo accadesse anche per i libri, non mi stupirei più di tanto della scarsa qualità delle recensioni che si leggono, alcuni, pur di guadagnare qualcosina, son disposti a tutto, persino a provare a leggere! 🙂
Rob, certo che ci sono. Ma hai individuato il rischio: perchè la tentazione è quella di appiattirsi sul giudizio “provocatorio”, “trasgressivo”, “libero”. Chi urla di più ha ragione: esattamente come dallo “stronza” di Sgarbi al Costanzo Show siamo arrivati all’oggi. Negarlo significa lasciare che le cose peggiorino. Rifletterci significa, forse, prenderne coscienza.
«Tutti gli usi della parola a tutti: non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo», auspicava Gianni Rodari nel 1973, scrivendo la sua «Grammatica della fantasia».
Se è vero che oggi abbiamo molti più usi della parola per molte più persone, se abbiamo liberato da molti vincoli molte parole, purtroppo la schiavitù degli individui, in molte forme di cui alcune nuove, è rimasta.
Dopotutto, il metodo più efficace per mantenere le persone schiave è non far percepire loro la schiavitù cui sono soggette…
Credo ci voglia una grande attenzione. Se scrivo sul mio profilo fb che amo moltissimo “Vita e destino” sto parlando a delle persone conosciute, con cui condivido una storia e un linguaggio. Insomma non è tanto diverso da dirlo a cena o al bar. Ma se scrivo su Amazon la stessa frase, cosa aggiungo al dibattito? Perché qualcuno dovrebbe essere interessato a sapere che mi piace quel testo, se io per prima non sono capace di argomentare in modo degno? Lo stesso vale per le stroncature – se è legittimo trovare Kafka deprimente (e per me non lo è) è inquinante scriverlo su un sito dedicato alla letteratura. Ci sono poi dei bravissimi blogger che compiono un gran lavoro – ma ci vogliono tempo, pazienza e competenze.
“Davvero i lettori italiani sono maturati? Davvero sfuggono, tutti, all’avvelenamento dei pozzi degli ultimi vent’anni, che ci hanno martellato con l’idea che ognuno abbia il diritto, ora, subito, di essere felice, ricco, potente e famoso?” No, non credo proprio. E il problema è anche la possibilità di sentirsi appagati dalla libertà di poter dire quel che si vuole, che con un parere consapevole su un dato libro letto per intero, c’entra ben poco. Lettori che forse tra dieci anni si rimangeranno certi giudizi per sopravvenuta maturità psichica.
Se certi ‘giudizi’ innescano un dibattito, allora si possono raggiungere posizioni ‘vere’, altrimenti lo stillicidio di commenti semplicemente non corrisponde ad una lettura (meditata) di un dato testo – mi sembrano solo battute, ecco. Non so quante di queste battute provengano da persone che leggono tanto, che hanno amato o amano certi libri con passione.
Però preferisco questa ‘debolezza’ della rete, finestra aperta anche sull’immaturità, a certa critica accademica.
Credo che la chiave sia tutta lì, dove parli di “personali affinità con il testo e valore del testo stesso”. Ma qui si torna agli strumenti, agli attrezzi, per discernere e valutare…
Binaghi, benvenuto nel club degli apolidi, come felicemente li chiami tu! Questa democrazia del lettore che, con la benedizione di Pennac, molla alla prima pagina un po’ “pesa” Thomas Mann, Goethe (ahi, questi tedeschi!), si piglia il braccio e boccia un autore, un genere, quando non tutta la letteratura, magari in quanto imposizione scolastica, è la naturale conseguenza di quell’era di cui parli e cui sei stato partecipe.
Quel tentativo è stato positivo per una marea di cose, ma mostra i suoi limiti, senza dare ragione ai conservatori. Se bastano tre righe a liquidare il Faust, con tutto quello che si porta dietro, Goethe può riposare tranquillo e continuare ad occupare il suo spazio nella storia letteraria europea. C’è una bella differenza tra una cosa che non conosco e, dunque, non comprendo e respingo e una cosa che non mi è piaciuta per tutta una serie di motivi. Lo si vede dalla povertà o meno degli argomenti se uno legge con il cervello collegato o se sta solo scorrendo velocemente le pagine tipo guida telefonica e fare “quello che legge”. C’è chi fa così, ne sono certa, anche tra gli anobiani supercool che ti sparano 200 libri letti lo scorso anno e ora sono già a 190. Ma capiranno qualcosa questi maratoneti? Io su L’uomo senza qualità ci ho passato dei MESI. Devo essere tarda o qlc del genere.
Lo so, è un po da maestrina questo mio discorso, ma non sopporto il paravento della progressista a tutti i costi.E mi piace anche l’umiltà dei propri limiti. Anche da una stroncatura si capisce chi sta dietro: io per esempio non capisco nulla di arte contemporanea: per fortuna ho amici che si spendono per cercare di farmi arrivare là dove l’artista ti vuol portare e mi spiegano come si fa un bambino di 2 anni. Alla fine – quasi sempre, eh! – non era l’installazione assurda, ero semplicemente io a non sapere un emerito e infatti non mi sogno di sparare ad altezza d’uomo su Cattelan o Koons con i luoghi comuni solo perchè non sono di mio gradimento “a prima vista” come Monet e la “democrazia” me lo permette. La rete si riconferma amplificatore di questa realtà, non è una sorpresa, ma è il suo bello-brutto da cui nemmeno io tornerei indietro.
Scusi Lipperini, ma io mi muovo in rete mentre Sgarbi si muove in tv e sui giornali (e viene pagato per farlo). Il metodo non può essere lo stesso. Non funzionerebbe. I contenuti non sono gli stessi. Forse qualche istanza di ribellione sì, solo che questa me la posso concedere io, che non sono pagato per fare il critico, mentre Sgarbi dovrebbe controllarsi un tantino di più, appunto avendo a disposizione tv e giornali. Il limite di Sgarbi è che s’incazza come un bambino perché non riesce a fare breccia nonostante abbia tv e giornali a disposizione. E’ la solita questione psicoanalitica…
Con anonimato vigliacco non mi riferivo solo all’identità di chi scrive o discute in rete, trovo vigliacchi certi toni e certi modi (Si luziferszorn spesso anche i tuoi) di chi protetto dalla distanza fisica e da uno pseudonimo scrive cose che dal vivo non avrebbe mai il coraggio di dire con le stesse parole e con la stessa “violenza” o maleducazione, credo che un bel 50% dei commentatori “modello Sgarbi” dal vivo terrebbe la bocca chiusa, da qui per me si crea il semplice principio da applicare prima di scrivere: se avessi di fronte ora “X persona” le direi queste cose, con questo tono, con questa rabbia, con questo livore? se la risposta è no, ci si da una bella calmata e poi o non si scrive nulla o si scrive ma usando la propria libertà con criterio e non come una clava.
Fermo restando il principio della competenza, ma ahi noi qui entra in campo un altro fattore, non si spiega come mai siamo giudici così indulgenti nei confronti di noi stessi e così severi nei confronti degli altri!
Temo che il problema non sia quello dei giudizi ma quello che ci sta a monte, cioè l’approccio al testo. Uno della mia generazione avrebbe un certo pudore a sparare due righe (denigratorie o encomiastiche) sul Faust come lo farebbe sull’ultimo giallo-noir della collana “Cadaveri e compari” perchè gli è stato insegnato che esistono testi e testi, complessità e complessità e approcci che ne conseguono. Certo, quando “la critica”, trasformatasi in marchetta editoriale, grida al capolavoro in entrambi i casi e la scuola, disorientata dal mito dell'”audience”, sostotuisce il secondo al primo per non elaborare le faticose mediazioni culturali che il primo esige, l’educazione del gusto va a farsi benedire.
@Robi, volevo fare un esempio simile anch’io sull’arte…perà sei sempre tu il metro dell’apprezzamento di un quadro, eh. A volte ci si ferma a quanto vera e interessante è la ‘spiegazione’, cioè si apprezza quel momento in cui iniziamo a ‘comunicare’ con l’artista e le sue motivazioni. Ci si innamora del ‘dialogo’ e della conoscenza dell’altro. Beh, sì, pure questo conta.
@Robi
Non avevo visto il tuo commento, in effetti sottoscrivo tutto.
Il problema secondo me è elaborare le categorie della qualità in democrazia, senza farle coincidere con quelle di un elitarismo sociale.
Se non sbaglio, è un problema che si era già posto Dante nel “Convivio”.
Bella riflessione, Loredana. Condivido tutto ciò che scrivi.
C’è una differenza fra opinione e critica?
Voglio dire, c’è ancora?
La “non competenza” è arrivata ed è pane quotidiano. Tutti criticano, tutti scrivono, tutti fanno teatro, video, musica… Difficile destreggiarsi, ma non è questo il vero problema.
quando leggo una critica che dice cose assimilabili a “come si fa a credere che gli animali parlino” immagino che quel lettore stia condividendo una sua carenza intellettuale, una sua incapacità di arrivare al metatesto: evita il significato
Quando sento Ssgarbi, invece, so che lo fa apposta, impone il suo pensiero (per altro intellettuale), utilizza il metatesto: manipola il significato.
E’ chiaro che se dovessi parteggiare per qualcuno lo farei per il lettore che comunque cerca di scrollarsi dalle spalle qualcosa che lo ha colpito e affondato
Resta comunque il fatto che tutto questo accade in un tessuto comunicativo falsato, in un contesto in cui il concetto di “libertà” è stato distorto e privato -appunto- del significato.
La rete potrebbe aiutare molto a cambiare questo stato di cose. Se riuscissimo ad espanderla un po’ di più, se riuscissimo ad uscir fuori dal confronto chiuso nel cortile condominiale dei vari strumenti di discussione.
La libertà si guadagna (o si riacquista) col confronto ed il confronto, in rete, non può che essere infinitamente allargato.
@rob, scusa vedo solo ora il tuo commento, credo che stiamo dicendo la stessa cosa, la mia paura è che se chi usa la rete non impara a gestirsi prima o poi qualcuno, come già in passato si era tentato di fare, calerà della regole dall’alto, credo sia giusto quindi pretendere di “tenere pulito” e discutere su come farlo, è un esercizio di libertà^-^
per quel che riguarda i critici e i lettori, io sono d’accordo con i tuoi distinguo, purtroppo sono tanti blogger-lettori a mischiare le carte, a sentirsi critici, spesso si divertono a fare post biblici di attacchi, anche personali (girati i vari blog e ti accorgerai di quante ne hanno dette alla Troisi, poverina l’unico a batterla potrebbe essere Pisapia!), basterebbe “boicottare” quei blog, ma purtroppo per la legge del chi urla più forte di cui parlava loredana, sono quelli più visitati, in particolare dai giovani, ed è lì che formano i loro strumenti e i loro giudizi e l’educazione del gusto di cui qualcuno parlava qui sopra finisce alle ortiche!!
Il “peso” delle pagine di Mann o di Musil vengono da una storia. Chi l’ha praticata difficilmente avverte il peso, apprezza e basta. Come sia possibile – anche in rete – trasmettere strumenti critici è il fulcro della discussione. Pennac, che io non amo, ha un merito involontario: ha liberato il lettore dal senso di colpa ma non lo ha avvertito che, come per l’arte contemporanea, il limite sta spesso in chi guarda. Siamo noi fruitori a corto di strumentazioni per giudicare. Trovo insostenibili gli attacchi personali sulla rete e fuori. Detto questo, non credo sia possibile costruire un nuovo “codice occidentale”.
Sicuramente internet alimenta la tendenza a farsi spazio a colpi di commenti (da non confondersi con una critica ragionata) che fanno discutere per quanto sono lapidari. Io però rovescerei la domanda: quanto influiscono su questo atteggiamento le modalità di discussione adottate da molti addetti ai lavori, che per lanciare un libro pascolano tra le paludi degli argomenti scandalistici, s’inventano sempre nuove trovate; o dagli stessi critici, che in rete se le danno letteralmente a suon di commenti? Forse che il lettore è espressione della letteratura (e degli apparati annessi e connessi) che viene prodotta?
Una delle ragioni che ha motivato la creazione di una Carta dei Diritti della lettura proposta da Donne di carta a firma collettiva è l’analisi stessa del fenomeno del rapporto prezioso/pericoloso di questa attività: leggere – spesso non chiara – con la persona che legge, altra tipologia alquanto complessa.
Stabilire infatti dei Diritti include dei doveri, tra i tanti: quello di costruire qualità editoriale dell’offerta, qualità di competenze, rispetto delle lingue (tutte) e di non trattare (mai) il leggere comne un’attività minore o privilegio di pochi.
Parliamo anche di analfabetismo che non è solo carenza degli strumenti di base ma anche mancanza di stimoli culturali, di relazioni sociali, di mobilità fisica e mentale, di strumenti di comunicazione diversificati. Analfabeta è per esempio chi non ha padronanza espressiva ma anche chi non sa riconoscere la differenza tra fatti e opinioni, informazione e conoscenza e chi dimentica la propria lingua familiare e/o non crea competenza in altre.
La buona parte dei lettori è analfabeta. La buona parte dei lettori appartiene alla tipologia commerciel e televisiva del consumatore.
Questo il danno culturale perpetrato scientemente anche dall’educazione di massa (televisiva) e dal degrado dell’istruzione scolastica.
Se da una parte questo Paese ha perduto la competenza dei “veri intellettuali” – spesso servitori del sistema dominante, quindi conformisti, dall’altra ha sprecato la ricchezza stessa delle persone che un libro, vuoi o non vuoi, lo tengono in mano ma non sanno più a cosa serva davvero nella propria vita.
E che il danno sia reale lo rivelano anche le “scritture” dei sedicenti autori e l’inclinazione – anche questa mimesi dei modelli televisivi – a scrivere tutti senza più saper distinguere la Letteratura dall’esercizio, senza più coltivare l’impegno letterario ed etico che dovrebbe (dovere) costituire il patto di qualità (crescita) tra chi scrive e chi legge.
Per questo ancora una volta invito a leggere questa Carta e a poprtare avanti con noi fino al Partlamento europeo la sua filosofia. Se salviamo i libri e la lettura salviamo le persone.
Loredana, condivido, in parte, le ragioni del tuo post, e però perché prendersela, a un certo punto, con la cosiddetta ”critica accademica” che guarderebbe alla rete con orrore? Non è più così, lo è stato forse fino agli anni Zero, ma gli accademici di oggi hanno tra i trentacinque e i cinquant’anni, e se con la rete non ci sono nati, nessuno di loro può più farne a meno; le riviste accademiche, tra l’altro, si preparano a riconvertirsi in pagine web, molte riviste accademiche e militanti insieme hanno già il sito di discussione annesso; più di un critico accademico interviene nei dibattiti, commenta attivamente, e non pochi docenti universitari hanno un loro profilo Fb; le “classifiche di qualità” sono nate per iniziativa di tre critici accademici, e sviluppano accesi dibattiti prevalentemente in rete; io stessa, se pur da precaria, sono un’accademica, e comunque rivendico quel tipo di formazione e di specializzazione. Se vogliamo ripartire dalla rieducazione alla lettura, per non lasciare i libri ai commenti degli avventizi e degli spettatori dei reality, incapaci di apprezzare altro dal ”cosa succede” e ”come va a finire”, non dobbiamo d’altro canto persistere nell’attacco frontale alla ”critica”, considerandola, come qui si dice ”inadeguata”, ma, anzi, provare un’inedita alleanza, che recuperi nelle varie forme possibili quella funzione di mediazione cui evidentemente nessun lettore può rinunciare. Perché nel tuo post, giustamente, stigmatizzi i giudizi impressionistici, quando non inammissibili, del cattivo lettore, ma vogliamo parlare dello scrittore che pretende, oggi, di essere lusingato, acclamato e vezzeggiato incondizionatamente, e non riesce più a vedere nel critico nemmeno un antagonista, ma soltanto un ”nemico” o tutt’al più uno sponsor? Mi sono trovata in questi giorni a discutere con un giovane scrittore di cui si viene magnificando da più parti l’opera prima, in virtù di un presunto ”sorprendente stile sperimentale”. Mi ritrovo a leggere un’opera dall’andamento piano, scorrevole, dalla sintassi priva di scosse, dal campo metaforico ostaggio dei cliché: c’è più sperimentalismo in Pavese, che è tra gli autori meno sperimentali che mi vengano in mente, nella nostra tradizione letteraria recente. L’autore in questione si difende invocando il ”modernismo”: categorie, sperimentalismo e modernismo, tirate in ballo a casaccio o a sproposito, senza riferimenti adeguati e consapevolezze teoriche solide. Insomma, bisogna accordarsi su cosa sia la letteratura: e se sia necessario ancorarne o meno le competenze a una tradizione, sia pure quando la si voglia sovvertire, anzi, soprattutto in quel caso. E scusa, ma non credo che dalla sola rete possa partire la riscossa, né dei lettori ”buoni”, né tantomeno dell’ ”opera lasciata sola”. Ridiamo, anzi, valore, all’opera attraverso il giudizio. E il giudizio non è il ”mi piace” della rete (di certa rete: ma se non si vuole fare lo sforzo di distinguere fra critica e muffa accademica, o, peggio, promozione, dall’altra parte, è evidente, vigerà la medesima approssimazione, rispetto a un mezzo di cui pure, ribadisco, ci serviamo tutti massicciamente), ma l’esito di una discussione critica condotta con competenza e rigore. Ma non si chiama accademismo, a me pare solo serietà.
In Italia ci sono 50 milioni di commissari tecnici: immagino che molti seguano le partite, il calciomercato, i “processi” ecc. Io di calcio non ne capisco tanto, e se pretendessi di commentare l’operato di tecnici e calciatori potrei anche farlo in modo leggero ironico scanzonato ecc. ma comunque direi boiate. Il tipo di recensioni che riferisce Loredana, si capisce che provengono da persone che non frequentano molto la lettura, o la frequentano in modo assai limitato e parziale: e con ogni probabilità non se ne rendono neppure conto. Non ci sono argomentazioni, o, che so, un tentativo di analisi, ma solo opinioni in libertà .
Gridare che “La corazzata potemkin è una cagata pazzesca”, negli anni ’70 poteva essere liberatorio e trasgressivo. Oggi, come disse Elio (e potrebbe essere il continuo della citazione sull’eredità del postmoderno di Wallace), la cosa più provocatoria che si possa fare è essere rigorosi e preparati.
Dove l’intervento è gratuito, la responsabilità delle proprie affermazioni è nulla, l’identità è incerta e gli spettatori potenzialment tantissimi, una gran mole di boiate e superficialità è statisticamente inevitabile. Però frequentando la rete secondo me dopo un po’ si impara a distinguerle facilmente dai contributi di valore.
Ciao, Loredana. Come promesso, ho scritto una sorta di risposta al tuo bel post. Grazie di questo spazio di libertà!
http://das-kabarett.blogspot.com/2011/06/lultima-parola-risposta-egocentrica.html
Gilda. Purtroppo molta critica accademica continua a guardare con estremo sospetto alla rete, se non con aperto disprezzo. Spesso, pur collaborando a riviste on line. Quanto ai motivi di sospetto da parte del lettore, temo che urga, anche, autocritica. Tu stessa ne citi una delle cause: le fin troppo frequenti lodi rispetto a opere, prime o seconde o terze, che a quelle lodi non reggono.
Molto bello e del tutto condivisibile il giudizio di Gilda Policastro, che saluto.
Quando il comando del sistema è “Godete!”, chi si dice “gaudente” rivendica un’identità da schiavo.
Vorrei far notare (Laura) che l’attacco personale nel bel mezzo di questa discussione non ha alcun senso. Scrivo sul web e interagisco dal vivo nella maniera che credo più opportuna. Esattamente come fanno le altre persone. Se pensassi che i miei interventi non avessero una funzione sociale andrei a passeggiare per i boschi.
Detto questo, per quanto mi riguarda il problema rimane la fragilità della critica ufficiale, incapace di destreggiarsi in una società capitalizzata in cui i critici si sono trasformati in imbonitori. Discorso perlatro vecchio, affrontato più volte ma mai con l’intento di risolverlo (autori compiacenti quanto gli editori?). Ora inutile lamentarsi se su ibs qualcuno scrive idiozie e qualcun altro fa a pezzi il nostro libro preferito. Quando la critica avrà riconquistato un posto d’onore sui quotidiani (magari in tv) allora vedrete che gli sproloqui si taciteranno.
@Laura,
d´accordissimo con te, il mio primo istinto sarebbe quello di intervenire come “moderatore” e classificare le recensioni in base al contenuto, di modo che chi entra nel sito vada dritto a ció che gli interessa, le tre righe, la recensione “di pancia” o l´analisi approfondita. Mi chiedo solo se se ne esca davvero cosí, o si alimenti ancora di piú il senso di cerchia ristretta, di libri per intellettuali e libri leggeri.
E se la buttassimo invece su un cambiamento di approccio al testo? Oggi come ieri (anzi forse a causa di ieri), se avessi 16 anni, mi servirebbe qualcuno che mi spiegasse con competenza e rispetto perché non si puó dire che Goethe è palloso, e con la stessa competenza e rispetto analizzasse con me perché mi sono emozionato di piú con un libro di Fabio Volo, e se mi debba sentire in colpa per averlo scritto in maiuscolo su IBS.
Si forse la chiave è lavorare per trovare un punto di contatto tra gli estremi del discorso (rinunciando entrambi ai propri estremismi appunto) per dirla fuor di metafora, tra chi ha pochi strumenti e si sente incapace di andare oltre un certo tipo di libro o scrittore e chi di strumenti ne ha talmente tanti da non prendere nemmeno in considerazione i libri letti da chi appartiene al primo gruppo. colmare questa distanza in un mondo che ci preferisce ghettizzati e controllabili non è cosa facile, significa sradicare certi meccanismi ben rodati che ci vogliono consumatori-spettatori-passivi, per questo sopra dicevo che chi smette di leggere quando non è più obbligato a farlo in maniera inconscia viene meno anche a parte della sua funzione sociale, come diceva sandra giuliani (ne approfitto per ringraziarla del meraviglioso lavoro fatto con Donne di carta) viene meno un impegno letterario ma anche uno etico.
@luziferszorn non era un attacco, era una critica non a te come persona, non ti conosco e non mi permetterei, ma ai toni che spesso usi qui, nell’interagire ci sta anche di osservare come le persone reagiscono alle mie parole e se più di una volta vengo ripresa per i miei modi forse comincio a chiedermi se devo aggiustare un attimo il tiro, spero tu non te la prenda per la lezioncina:-)
Scusate, erano mesi che non passavo di qua. E mi sa che ho perso l’allenamento perche’ leggendo tutti i commenti mi chiedevo se si trattasse di un’immensa supercapsula con sbrindellamento a destra. Mah.
Detto questo: il contenuto del post mi mette un po’ a disagio. Perche’ mi pare si dica che no, non ci devono essere i bollini d’approvazione dell’accadamia, ma insomma, tutta sta gente che non apprezza i capolavori tipo la fattoria degli animali sono un problema.
Ora: il problema lo si risolve non imponendo canoni e gusti, ma dando a tutti gli strumenti per giudicare. Quindi: buona educazione, buona scuola. Non dando scappellotti a chi dice che la fattoria degli animali e’ una cagata.
A me ha sempre fatto schifo la coscienza di zeno: alcuni mentecatti mi hanno detto che o non l’ho capito, o non l’ho mai davvero letto, perche’ e un CAPOLAVORO.
Ecco: io rispondo sticazzi (pero’ non sono di sinistra, quindi sono de facto brutto e anche un po’ incolto).
tempo fa un ascoltatore ha regalato una splendida settimana di sorrisi ammiccanti agli speaker invitandoli a considerare l’ipotesi che i pink floyd fossero un pochino sopravvalutati.La vita è bella perché varia e zuppa di trappole
http://mmsdamps.files.wordpress.com/2009/03/wo-rudy-a-message-to-you-dandy-livingstone.mp3
demoniopellegrino: nessuno vuole dare scappellotti e sinceramente non mi interessano gli schieramenti politici in questo caso specifico (anche se il discorso sulla buona scuola è decisamente molto politico).
Mi sembra anche che non si stia parlando di uniformare i gusti e neanche di proporre i canoni: il punto, e forse l’ho illustrato male, è un altro. Libero il lettore di non trovare di proprio gusto La coscienza di Zeno (non lo amo neppure io, se vuoi saperlo). Non è la “libertà” del lettore in questo senso in discussione. Bensì la polverizzazione di ogni barriera fra il lettore e lo scrittore (aspirante o meno) che porta a giudicare un libro in base a come lo scriverebbe il lettore medesimo. Che è cosa leggermente diversa.
agli speacker di radio capital pardon
Ah, Demonio? Mai detto “signora mia” in vita mia, per la cronaca. E mai detto neppure che bisogna leggere Orwell e non i romanzi sugli angeli.
(del resto la capacità di disintermedizazione è uno dei punti di forza del web)
Loredana, per rispetto della rete è importante notare che il commento su amazon o ibs è come il commento all’uscita del cinema.
C’è chi entra sapendo cosa va a vedere e chi ha sbagliato film.
Il commento scritto non è più significativo di uno verbale buttato lì dopo che ti sei rotto le scatole ad un film di Altmann o Von Trier quando invece volevi vedere il cinepanettone (o viceversa) ma hai dato retta all’altra coppia di amici, e giuri che con quelli al cinema non ci andrai mai più.
La maggiorparte dell’arte non è intrattenimento popolare, necessita una conoscenza di base, non si presta ad un consumo veloce, emotivo e immediato.
Leggere certi autore è come seguire uno sport di cui si ignorano le regole.
Per certe cose ci vuole un palato educato e raffinato come per i vini.
Per certa musica, per l’opera, per certi libri o film bisogna nutrire e coltivare un gusto che va oltre l’intrattenimento veloce e bisogna maturare esigenze complesse.
La rete da voce a tutti e quindi tutti parlano, molti parlano della loro esperienza di inadeguatezza e rifiuto di un opera che hanno trovato ostile.
Secondo me nel passato il “popolo non istruito non leggeva certi libri e non ne parlava. Oggi in vera democrazia di comunicazione li trovi al supermercato e ne parli in rete sentendoti in diritto di esprimere la tua contrarietà…
Bisogna distinguere chi commenta cosa e dove, ma è importante ascoltare tute le campane, perché il vero capolavoro dovrebbe parlare a tutti su piani diversi.
D.