Piccola pausa, fatta di letture e di navigazione: ieri sera, su Facebook, ho appreso di una vicenda di certo piccola, altrettamento certamente sconcertante.
Avviene che una scrittrice cerchi un editore per i suoi racconti. Fin qui siamo nella normalità. Premetto che con questa scrittrice, che si occupa anche di uffici stampa, ho avuto solo qualche fuggevole contatto via mail: non la conosco, non so se i suoi racconti siano o meno adatti alla pubblicazione, non so se scriva cose interessanti o trascurabili.
Non è questo il punto.
Alla scrittrice viene proposto un contratto di pubblicazione da una casa editrice che si potrebbe definire medio-piccola. A condizione “che lei prepari la piazza su Roma”. Riporto le parole dell’editore stesso così come sono state lasciate nei commenti all’accesissima discussione che si è svolta su Facebook.
“Lavorare su Roma, su Milano, su dovunque abiti un nostro autore, è una cosa che chiediamo a tutti. Abbiamo bisogno di poter contare sui nostri autori anche per la promozione, perché abbiamo forze ridotte. Funziona come una “banca del tempo”, io ne dedico tanto a te e al tuo libro, alla sua revisione accurata eccetera, e tu ci dai una mano sulla comunicazione. È così folle? Chiaro poi che se l’autore non c’è, pensa solo al suo libro e si fa gli affari suoi, vuol prendere un passaggio e via, l’editore si fa una domanda e si dà una risposta”.
Questo è inquietante. Un editore ha tutto il diritto di non pubblicare un testo (infatti, i racconti della scrittrice non verranno pubblicati), ma il rifiuto va legato alla qualità del testo stesso e non alla disponibilità dell’autore di farsi ufficio stampa, o promoter, o esperto di comunicazione, sia pure del proprio libro.
Più avanti, lo stesso editore precisa:
“come abbiamo spiegato altrove, la pubblicazione dell’opera era condizionata alla presenza dell’autore. Naturalmente non vale per tutti gli autori, ma specie per i più giovani e gli emergenti, che sono degli sconosciuti, non poter contare sulla disponibilità dell’autore a battersi per la promozione del suo libro ALMENO nella propria città di residenza rende le cose un po’ difficili”.
Qui lo sconcerto aumenta. L’emergente, qualora desiderasse pubblicare con Transeuropa (di questo editore si parla infatti: anche se, come da precisazioni successive, esclusivamente in rapporto ad una specifica collana), deve essere disponibile ad autopromuovere il proprio libro? Forse c’è qualcosa che mi sfugge nelle dinamiche attuali. Perchè è evidente che accompagnare un testo è pratica importante, è occasione irripetibile di condivisione e comunicazione. Ma non è un obbligo. L’unico obbligo di un autore è scrivere. Il resto spetta all’editore. Anche trovare, come nel caso della collana in questione, il gruppo musicale destinato ad accompagnare il testo.
Ho trovato queste informazioni in una bella, lucida nota di Seia Montanelli, che mi auguro sia leggibile anche da chi non è iscritto a Facebook.
Non intendo in alcun modo fare un atto di accusa: semplicemente, sto cercando di capire come stiano mutando i rapporti fra autori e piccoli-medi editori. Sempre considerando lo sfondo, di cui si è già parlato: il numero delle novità pubblicate è altissimo, il ciclo vitale di un libro è sotto i trenta giorni.
Gli autori vengono puniti anche quando, pur accettando di farsi da ufficio stampa, protestano pubblicamente: http://www.alessandragaletta.com/2009/03/18/prima-che-la-storia-finisca-lultima-puntata/
E quindi non viene mai spedita la copia del contratto firmato dall’editore, non vengono spedite le copie alle librerie per le presentazioni e a quei (pochi) critici che le richiedono.
C’è un ottimo sito, Writer’s Dream, dove si raccontano vicende di questo tipo. Ciò premesso, va anche detto che c’è una gigantesca richiesta di pubblicazione da parte degli autori: pubblicare è diventata un’esigenza imprescindibile, ed è anche questo che porta a comportamenti non corretti da parte di alcuni editori.
Quel che voglio dire è che la situazione rischia di esplodere: troppi autori pubblicati, troppi autori pubblicandi. E anche editori che approfittano della cosa.
Momento di riflessione.
Alessandra, grazie che stavo cercando proprio quel link prima perché mi sono ricordata la vicenda. Ora la metto in calce alla nota.
In effetti a ogni editore che ce prova come si dice a Roma corrispondono almeno 10 autori che pur di pubblicare non pensano e non si curano di diritti, contratti, opportunità e soprattutto non hanno coscienza critica e autocritica. Da sempre sostengo che ci sono troppi editori, o presunti tali, troppi scrittori e troppi libri in giro, non è vero che un’offerta ampia è sinonimo di libertà: è solo caos.
E c’è anche questa idea che si diffonde, che l’autore che si pubblica deve avere un portafoglio di contatti, PRIMA di essere un buon autore. C’è una frase fra i commenti alla tua nota, Seia, indicativa, di una persona che collabora con l’editore:
“Faccio un esempio banale: il libro di Gilda Policastro non sarebbe recensito ovunque se lei per prima non avesse contatti. E’ triste, ma è così. E lo sai benissimo anche tu.”
Questo fa il paio con “non ci sono interviste cattive su Non è un paese per vecchie” che ho letto qualche giorno fa in un sito. Che significa? Che sta passando il miserabile concetto per cui “si viene pubblicati solo se”, “è tutto un magna magna” e via dicendo. Grave.
Assolutamente. Su Policastro ho già dato e non parlo del libro ma solo di quest’idea dei contatti che è assurda, in realtà mi pare che non se ne sia parlato così tanto come ci si poteva aspettare, sintomo che non è giusta questa affermazione, così come è assurda la questione delle interviste senza domande cattive, come se farle a prescindere fosse un valore al merito, così come le stroncature preventive. Si cade sempre in estremismi che non hanno fondamento ma che non aiutano mai la discussione. Se potessi pubblicare le email o le lettera di risposta ricevute da un autore che sto seguendo avremmo un quadro della situazione editoriale italiana molto chiaro ma anche molto deprimente: tutti complimenti e sbrodolamenti ma manca la denuncia sociale, non è un nome conosciutissimo, non c’è un insegnante precario, non c’è un incesto, non c’è una donna sull’orlo di una crisi di nervi.
Squallido.
Replico non solo perché chiamata in causa, ma perché la questione mi pare di grande momento. Intanto, inutile star qui a chiedere al collaboratore di Transeuropa di esplicitare e documentare quanto riferisce: il mio libro Il Farmaco edito da Fandango lo scorso 16 settembre non è stato affatto ”recensito ovunque”, ma su alcune sedi preselezionate dall’editore, e sta avendo invece negli ambiti in cui potrebbero o sarebbero potuti entrare in gioco i miei contatti (che non ho interpellato, per ragioni di – presunta- correttezza professionale e di pudore personale) una ricezione molto più lenta (sul settimanale con cui collaboro da svariati anni il mio libro è stato recensito solo sabato scorso, tra l’altro da un critico che stimo moltissimo, ma con cui non ho e non ho avuto nessun contatto personale in merito, lo stesso dicasi per altri, rispetto a cui ha funzionato perfettamente la mediazione dell’editore, in cui credo molto e che ho rispettato anche riguardo a scelte che a tutta prima non condividevo: vedi lancio sui settimanali femminili o nelle sparute rubriche televisive dedicate ai libri).
Qui finisce la testimonianza personale e comincia la questione più generale: il rapporto tra i piccoli e medi editori e i loro autori è evidentemente più complesso e meno regolato da evidenze commerciali di quello dei grandi, che possono mobilitare investimenti massicci e strutturare campagne promozionali assolutamente autonome, tanto dall’autore, quanto (vedi caso Avallone) dal libro stesso, di cui scarsamente si finisce col parlare, a vantaggio di altre forme più “impattanti” di visibilità mediatica. Tempo fa un giovane autore cui non ho mai risposto per ragioni di tempo, ma che spero possa in qualche modo seguire questa discussione, mi rendeva nota una lettera privata ricevuta da un editore che la forma promozionale cui ci si riferisce nel caso dell’aspirante autrice di Transeuropa la prevedeva per contratto come investimento anche economico, e in forme nient’affatto trascurabili. Trovo che scandalizzarsi e basta non sia però una strada proficua: i piccoli editori sono ancora in grado di consentirsi ciò a cui i grandi gruppi editoriali sembrano aver rinunciato, ovvero la ricerca di voci e di talenti, invece che mirare alla mera produzione seriale di prodotti. Vero è che questa ricerca ha bisogno di essere sostenuta in qualche modo, e se i contributi statali a strutture non largamente produttive in termini aridamente materiali come la piccola editoria sono in questo momento storico-politico impensabili in Italia, mi pareva utile e necessaria l’iniziativa lanciata qualche tempo fa al Critical Book&wine (fiera dell’editoria indipendente) di Roma di un consorzio di piccolo editori, per far fronte comune all’invasione da parte dei grandi di tutti gli spazi della promozione e della diffusione libraria, a partire dagli scaffali dei supermarket Feltrinelli. Torno sul caso personale, per testimoniare un mutamento inevitabile di prospettiva, nel momento in cui si diventa autori, e quindi sottoposti volenti o nolenti alle dinamiche commerciali dell’industria editoriale: sentirsi dire che la vita commerciale del proprio libro è legata anche alla propria individuale capacità promozionale può essere, per chi come me e molti altri coltiva un’idea assolutamente inattuale in quanto antieconomicistica, se mi passa il termine, della scrittura, un vero e proprio choc. Vero è che se si rovescia la prospettiva e si guarda anche agli obblighi che ciascun autore ha non tanto nei confronti dell’editore che bontà sua decida di dar credito e fiducia all’autore medesimo quanto rispetto alla propria scrittura, allora ribadisco che il mio impegno a riguardo finora è stato pari a zero, nei termini della rincorsa di “recensioni dappertutto”, e però lo dico anche con un certo rammarico, in quest’ottica, perché se si pubblica un libro e ci si crede non c’è niente di male a esporlo al giudizio anche nel proprio ambiente di lavoro, specie quando questo abbia specificamente a che fare coi libri.
Nei decenni passati i critici e gli scrittori e gli scrittori tra di loro hanno sempre avuto contatti diretti strettissimi, e pure le cosiddette recensioni incrociate non destavano nessuno scandalo o scalpore. Negli anni Zero l’assoluta preminenza dell’aspetto commerciale ha reso inevitabilmente più compromessi/compromettenti i rapporti tra le categorie, ingenerando supposizioni gratuite o sospetti infondati (vedi collaboratore di Transeuropa, che non conosco, nei miei confronti).
Postilla per Seia Montanelli: del mio libro si è parlato fino a questo momento su Io Donna, La Stampa, D, l’Unità, il Venerdì, Fahrenheit, Alias, il Giornale, Nazione indiana, lastampa.it, Affari italiani, Wuz e vari altri blog letterari: mi pare abbastanza, non avendo io mosso un dito.
Gilda Policastro: non rispondo perché la lettera di quello che ho detto – che ti stupirà, ma andava a tuo favore e non era in contrasto con quanto affermato da te nella postilla, né scritto a bella posta per sminuire alcunché, ma era invece a confutazione delle “illazioni” fatte a tuo carico che lasciavano presupporre chissà quali interventi dall’alto massivi e reiterati – è evidente e non va spiegato, e poi perché non ho intenzione d’imbarcarmi in una qualsiasi discussione con te sul tuo libro (so già cosa risponderai a questo, quindi risparmiaci), che distragga dall’oggetto del post che mi pare più interessante, anche perché ci sto investendo tempo ed energie da giorni. Peraltro non si tratta solo di scandalizzarsi, è stata fatta una denuncia, c’è una testimonianza e altre ne stanno venendo fuori, ne verrà fuori un’inchiesta probabilmente, vedremo, intanto se ne parla.
Accidenti ho risposto! 🙂
E’ una situazione davvero imbarazzante.
Oggi già è tanto se ti pubblicano senza farti pagare, e se lo fanno poi si aspettano comunque che sia tu a farti promotore di te stesso per vendere le tue copie.
Io pensavo che un poeta dovesse scrivere bene i versi, non doversi fare carico della loro promozione, soprattutto se il carattere di suddetto poeta, come capita a molti, non è per niente sfacciato ma anzi piuttosto discreto.
Rinfrescatemi la memoria, por favor: ma quello dei Piccoli Editori non era il paradiso dei Letterati che fanno la vera Letteratura, quella antieconomicista senza il turbomarketing turbocapitalista?
Un vero choc!
Certo, va riconosciuto, nel cambio di prospettiva che le convergenze parallele impongono, che un atteggiamento positivo e costruttivo verso chi ha creduto e investito su di te va pur dato, anche se non si è mosso un dito, ci mancherebbe. Certo, sì, però che choc!
Ancora uno sforzo, compagna! Presto sorrideremo felici dagli scaffali dei turboipermercati. La Rivoluzione sta per essere compiuta. Senza muovere un dito.
Hasta la victoria.
L.
Pensiamo agli autori di poesia, la cui visibilità in Italia si basa quasi esclusivamente sull’autopromozione (anche quando pubblicano in collane editoriali prestigiose) e sui rapporti interpersonali…
Quanto al romanzo di Gilda Policastro, l’autrice era tra l’altro già nota tanto come critico militante quanto come polemista sul web: era quasi inevitabile che attorno alla sua prima prova narrativa si creasse una certa ‘aspettativa’ e che se ne parlasse (nel bene e nel male, forse anche suo malgrado) anche fuori dagli spazi canonici preventivati dall’editore. In buona sostanza, comunque, concordo con la sua (di Policastro) riflessione sui mutati rapporti tra scrittori e critici, divenuti nel tempo semplici ‘promotori’, in virtù di una logica puramente commerciale.
@Luca: “Rinfrescatemi la memoria, por favor: ma quello dei Piccoli Editori non era il paradiso dei Letterati che fanno la vera Letteratura, quella antieconomicista senza il turbomarketing turbocapitalista?”
Non ci crederai, ma ora i Letterati che fanno la vera Letteratura, quella antieconomicista senza il turbomarketing turbocapitalista vanno pure a Canale 5 a pubblicizzare il loro romanzo: sì, anche per me è stato un vero choc!
Quanto risentimento, Anna Luisa. Quelli che fanno la vera letteratura et et, un giro di parole per scandalizzarsi del fatto che la Policastro ha lasciato due parole alle tre di notte sul suo libro a Gallucci (tale è stata la strategia marketing che la Nostra ha parlato in modo fin troppo accademico e l’intervistatore aveva la faccia di chi vuole solo sbarazzarsi dell’intervistata). Chi non approfitterebbe di un passaggio Mediaset? Se l’autore è recalcitrante, l’editore no. Sulla piccola e media editoria il busillis è che mancano i lettori nelle redazioni, gli unici che possono scoprire un minimo di talento e l’auto promozione è avvilente, quando nessuno ha realmente “letto” nulla. E in ogni caso in un paese in cui leggono in pochissimo con diletto, alieni in via di estinzione, pochi altri con disgusto e la maggior parte associa al verbo “leggere” la parola “orrore”. Comprare un libro non significa granché, un tic o come comprare una lampada. Un oggetto status symbol. Inutile dire che gli autori pubblicati sono fin troppi e scaduti dopo due settimane, se non si crea il “caso” o il passaparola.
@Anna Luisa: il nemico non è il luogo in sé, ma il suo linguaggio ergo la sua ideologia. E non mi pare di averla abbracciata, se qualcuno mi ha scritto entusiasta, dopo l’intervista, di aver sentito utilizzare per la prima volta nella storia del tg5 la parola (o meglio la categoria storico-critica del) ”materialismo”. Quanto a @Luca, mi pareva di aver chiarito la mia posizione, ma se vuoi la sintetizzo: personalmente non ho mosso un dito per la promozione, delegandola interamente all’ufficio stampa, ma non ritengo di aver reso un buon servizio alla mia scrittura, con la mia posizione integralista (o rispettosa delle altrui competenze: esiste un responsabile di questo settore in ogni casa editrice, istituzionalizzato e dunque retribuito, perché fare io ”sottobanco” e gratis il lavoro promozionale? Così torniamo a bomba sul tema di questo post). Quanto al fatto che attorno a ogni autore che si pubblica oggi in Italia possano convergere fattori di attenzione estrinseci allo specifico della sua scrittura (mica sto qua a nascondermi/vi che per l’editore che mi pubblica io fossi non un’esordiente assoluta ma già un nome noto almeno agli addetti ai lavori: ma di cosa inorridiamo? non ho mica fatto il ministro avendo un curriculum da valletta, ho scritto un romanzo avendo già pubblicato libri di critica e di poesia, il marcio dove sta?), potrei citare un sacco di esempi che dovrebbero irritare molto di più l’opinione comune, di persone che pubblicano libri perché fanno televisione, ad esempio, e solo in nome della già conquistata visibilità in quel campo vendono milioni di copie in libreria, soffocando anche solo fisicamente le altre proposte, piccole o grandi che siano. Questo vi turba di meno?
Allora: ho scritto anche nel post che promuovere un libro, da parte dell’autore, è cosa importante. Maurizio Maggiani ne parlava qualche tempo fa come di un modo nuovo di narrare, laddove la promozione non sia semplicemente un giro di presentazioni o interviste.
Però.
Questo non può essere e non deve essere il punto che spinge un editore a pubblicare o meno un autore.
La pubblicazione deve riguardare solo e unicamente il testo.
Perdonatemi l’uso reiterato dei “deve”, ma mi sembra che su una pratica indispensabile quale l’accompagnamento di un libro non sia corretto costruire un meccanismo che, in molti casi, è furbetto e basta, dal punto di vista dell’editore.
@ Vincent: Risentita io? Scandalizzata? No guarda, sei proprio fuori strada, semmai, al massimo, sorpresa (sai, dopo i 700 commenti al post di questa estate dove ci si ergeva a paladini della vera letteratura…) e un po’ divertita. Stavo solo rispondendo a Luca che mi è parso sorpreso quanto me.
E comunque, vediamo di non spostare troppo il focus dalla discussione vera che è, e resta, “l’affare Transeuropa”.
Infatti, vorrei che si restasse a quel punto. Perchè – e detesto dire che l’avevo detto, ma lo dico – non ho mai ritenuto che l’equazione piccola editoria=buone pratiche fosse esatta.
(anche a prescindere dal caso specifico e dall’editore specifico, su cui, a ogni buon conto, ricordo un precedente niente affatto gradevole che riguarda proprio questo blog e una definizione postata qui).
Senza parole. Chiedere all’autore di collaborare con la promozione del proprio libro è un conto; pretendere che lo faccia, invece, e pretenderlo in cambio della pubblicazione è pazzesco. A lasciarmi ancora più allibita è che si tratti di Transeuropa, che mi aveva fatto un’ottima impressione all’inizio.
Ne parlerò su Writer’s Dream.
@Anna Luisa: sì in effetti risentita è un po’ troppo se ti riferisci al bailamme letteratitudine. Ma insomma il focus? Se non sei nessuno, ovvero non hai scritto nemmeno un elzeviro su un giornale di provincia o una recensione cinematografica su un sito, all’università sei sconosciuto e forse nemmeno laureato ma vuoi scrivere, un poco di auto promozione la devi fare. Come un rivenditore. Qualcuno che bussa alla porta. Conta il testo, non il contesto.
Non si capisce perché i generi letterari possano contaminarsi, e le competenze – un tempo separate – di autore, editore e ufficio stampa invece no:-)
Vincent e Lucio.
E’ qualcosa che si può chiedere a un autore ma, ribadisco, non può essere una condizione per decidere se pubblicare o meno.
Cfr. la risposta dell’editore : “Chiaro poi che se l’autore non c’è, pensa solo al suo libro e si fa gli affari suoi, vuol prendere un passaggio e via, l’editore si fa una domanda e si dà una risposta”.
Un fatto è evidente: che oggi (ma da un po’ di anni, direi) in molti casi l’autore sostituisce l’editore anche nella promozione (nel caso dei piccoli editori si è praticamente costretti a farlo, a meno di non vendere neanche quelle poche centinaia di copie che vengono stampate). Il problema dunque non è questo, ma appunto che venga richiesto preventivamente, e che la pubblicazione di un testo passi per fattori che non sono strettamenti connessi alla sua qualità. A queste condizioni, forse, vale davvero la pena autoprodursi o restare su internet…
Forse sarebbe indispensabile a questo punto sentire anche in questa sede la posizione dei responsabili della casa editrice sotto accusa.
Quanto a me, esco di scena volentieri: tra l’altro non avevo visto i commenti di @vincent e di Loredana, mentre scrivevo il mio, altrimenti non avrei replicato ad @Anna Luisa a mia volta. E però questo suo ultimo intervento mi costringe a insistere nel chiederle dove ravvisa la contraddizione tra editoria di qualità e promozione: pubblicare per lasciare il libro sulla propria scrivania, si faceva girare il ciclostile tra gli amici. Ma proprio perché non si vuole lasciare il campo all’editoria di largo consumo, è importante anche per i piccoli e medi editori che gli autori investano energie (talvolta anche economiche) nella promozione. Tutte le case editrici, in particolare quelle di poesia, chiedono ad esempio che gli autori acquistino e facciano circolare un certo numero di copie dei loro libri, o che si accollino interamente le spese per le presentazioni in trasferta: lo trovate scandaloso? Parliamone. Come altrimenti potrebbero sostentarsi, le piccole case editrici? Nessun obbligo, però, nei casi che conosco molto da vicino: solo un consiglio, un suggerimento, un invito.
Gilda, che acquistino e facciano circolare le copie sì, mi sembra abbastanza scandaloso. Posso capire le enormi difficoltà di una piccola casa editrice, ma il famigerato “rischio d’impresa” non può essere cosa che cade sulle spalle di un autore. Altrimenti, davvero – e qui ha ragione Ghelli – molto meglio la rete, dove la diffusione rischia di essere persino maggiore.
Quanto alla promozione, ripeto: è giusto, corretto, importante che un autore se ne faccia carico. Ma la decisione deve essere sua.
Ps. Questo spazio è ovviamente aperto agli interventi dei responsabili di Transeuropa affinchè forniscano la propria versione dei fatti e diano le proprie motivazioni. Come ho detto, non è un atto d’accusa alla casa editrice che mi interessa, ma l’analisi dei meccanismi.
Signorina Gilda,
sono turbato di mio, fin da piccolo, le sue evoluzioni non potrebbero aggiungere un milligrammo al peso dei miei turbamenti, dunque non se ne preoccupi. Auguro la migliore fortuna la suo romanzo e a quelli futuri, e, se la cosa dovesse farle piacere, anche di diventare Valletta con un curriculum da Ministro, quello sì sarebbe rivoluzionario, oppure, in maniera scontata e classica, viceversa. Come preferisce.
Per quanto mi riguarda lei ha pieno diritto di promuovere le sue pubblicazioni dove ritiene più opportuno, dal banco del pesce della Coop fino al salotto di Vespa. E può, in entrambe le circostanze, usare la sconvolgente parola “materialismo”, senza curarsi dei collassi e svenimenti che provocherà nei suoi ascoltatori, ancora impreparati a simili sconquassi.
Ho visto cose che voi umani….. Già, ma quello è intrattenimento e Lei non se ne occupa.
Una sola cosa per congedarmi/La. Chiede: dove sta il marcio?
In quelle ridicole, supponenti, arroganti, fasulle tirate, piene di sentenze grondanti ideologie d’accatto ( io nun me l’accatto) e d’accattoni, con cui ammorbò torridi pomeriggi, polverizzò cristi e madonne, di un’estate appena terminata che già richiamava il lungo inverno in attesa. Quello eterno del nostro scontento, è ovvio.
Si goda il Suo meritato successo E mi saluti tanto Di Ruscio.
Hasta siempre.
L.
Per inciso, nei commenti alla nota di Seia stanno emergendo altre situazioni che riguardo la non contrattualizzazione di alcune collaborazioni.
Edit. Posto qui il commento di Donatella Brindisi, sollecitata da lettori che non hanno accesso a Facebook:
“Cercando di riassumere brevemente: alcuni anni fa, mentre ero impegnata come responsabile dell’ufficio stampa di un’altra casa editrice, comincio a ricevere una serie di telefonate dall’editore di Transeuropa che mi propone di lavorare anche come suo ufficio stampa esterno. Le telefonate proseguono per alcuni mesi, poiché a me piace il progetto editoriale della nuova Transeuropa e, inoltre, ho anche un cordiale rapporto di amicizia con i suoi editor sebbene, onestamente, abbia un po’ difficoltà a trovare una formula efficace per riuscire a svolgere i due lavori allo stesso tempo. Dopo circa 6 mesi, finalmente libera dai precedenti impegni, accetto l’offerta di Transeuropa, sebbene in assenza di un contratto o anche di una semplice lettera di incarico (documenti da me più volte sollecitati). Naturalmente ci sono tuttavia le email che testimoniano gli accordi presi con l’editore (mansioni, tempistica, retribuzione, ecc.). Un po’ di tempo dopo (ora non ricordo precisamente, dovrebbero essere 6-7 settimane, ma se interessa il dettaglio, cara Sabrina, posso sempre – seppur con fastidio – andare a controlalre nel vecchio carteggio) aver cominciato a lavorare a questa nuova collabroazione, ho sollecitato di nuovo l’editore sul contratto, oltre che su aggiornamenti e i primi pagamenti. L’editore di Transeuropa mi ha risposto che in realtà aveva cambiato idea: revocava il mio incarico, non aveva più bisogno di un ufficio stampa o, meglio ancora (questa fu la sua giustificazione ufficiale e, purtroppo per lui, ci credo), non aveva disponibilità economica. E intendeva chiuderla lì, bellamente e, ça va sans dire, senza darmi un soldo.
Lascio a te, cara Sabrina (ma anche agli altri lettori, se ne hanno voglia), commentare (anche in silenzio!) questo episodio che, ovviamente, oltre a farmi perdere tempo, denaro, pazienza ed energia, è stato per me anche causa di rinuncia ad altre preziose collaborazioni che, fiduciosa della seretà dell’offerta Transeuropa (anche considerando la lunga insistenza con cui mi era stata proposta dal suo editore), avevo irrimediabilmente rifiutato nel frattempo. E poiché non avevo assolutamente voglia di fargliela passare liscia, ci ho perso altre estenuanti settimane di “vivaci” discussioni, terminate (forse per sfinimento?) con il pagamento di quel che mi spettava.”
soltanto una precisazione @Gilda Policastro: ho qualche difficoltà a comprendere il tono del tuo secondo commento, in quanto non mi pare di aver usato accenti scandalizzati, né tanto meno aggressivi, sottolineando il fatto del tutto fisiologico che la curiosità attorno al tuo romanzo possa derivare *anche* (e ho aggiunto tra parentesi “suo malgrado”, vale a dire malgrado l’autrice) dalla tua ‘popolarità’ di critico e polemista. Stavo semplicemente commentando, senza giudizi di metodo, l’affermazione di Seia Montanelli (riportata da Loredana Lipperini), secondo la quale “il libro di Gilda Policastro non sarebbe recensito ovunque se lei per prima non avesse contatti”. Se così fosse, in sostanza, non mi sembrerebbe un vero e proprio caso di autopromozione. Non della stessa specie, almeno, di quella cui è costretto un esordiente allo stato puro. Dunque, sia pure con parole diverse, arrivavo alle tue stesse conclusioni…
“Tutte le case editrici, in particolare quelle di poesia, chiedono ad esempio che gli autori acquistino e facciano circolare un certo numero di copie dei loro libri, o che si accollino interamente le spese per le presentazioni in trasferta: lo trovate scandaloso? Parliamone.”
Falso. Su Writer’s Dream ci sono quasi 170 case editrici che pubblicano gratuitamente; di queste, 24 pubblicano gratis la poesia.
Quindi, cortesemente, non parliamo di “tutte”, perché commettiamo un’opera di disinformazione non tanto piccola.
Per la cronaca: gli editori testati ed elencati su WD a pagamento sono 70, quelli a doppio binario (che pubblicano sia a pagamento che gratis) un’altra 70ina. Quelli totalmente free sono più del doppio.
@protociccius: quell’affermazione non è di Seia Montanelli, bensì di un collaboratore di Transeuropa. Leggere bene, grazie.
Forse è il caso di aspettare sviluppi e di evitare ridicole certezze: conosciamo le collaborazioni a zero euro, con la scusa che stai imparando un mestiere. Una gran fatica. Caporalato intellettuale.
@Ghelli, il tuo commento è illuminante, ma auto prodursi? Da solo? Con altri? A me la storia degli scrittori precari mi convince poco.
Chiedo venia per il mio errore e mi ritiro per espiare.
@Ayame ovvio che il sottinteso di ”tutte” era ”le piccole”. E se non tutte, molte. Ripeto che so di cosa parlo: ho acquistato io stessa, come suggeritomi in modo espresso e ripetuto, un certo numero di copie dei libri di poesia con miei testi. Questo non vuol dire che io sia stata ”pubblicata a pagamento”: l’acquisto copie non era condizione preliminare ai fini della pubblicazione, e se avessi voluto avrei potuto avere comunque le mie 3-4 copie di spettanza, e chiusa lì. @protociccius non era infatti polemica né contrastava la tua, la mia affermazione rispetto al mio essere un’esordiente non assoluta.
Invece la condizione di sfruttamento denunciata nel commento Fb riportato da Loredana è molto più seria, effettivamente, perché ha a che fare con l’annosa questione del precariato e chiama però in causa le reciproche responsabilità: di chi offre lavoro non remunerato e non regolato da contratto e di chi comunque lo accetta (come spesso accade presso le case editrici) con la speranza (non sarà il caso specifico, che non conosco), magari, di venir pubblicato un domani. Dovrà passare prima o poi l’idea che il lavoro di tipo culturale è lavoro, cioè investimento di tempo e di energie, e dunque non può a nessun titolo essere svolto gratis? Esiste in altri paesi europei questa condizione miserevole dell’accattonaggio intellettuale?
Non che a me importi più di tanto della questione, però visto che lei riporta l’intervento di Donatella Brindisi dovrebbe essere riportato anche l’intervento della casa editrice tre centimetri più sotto nello stesso thread…
Dontatella, l’editore ci ha letto le email, è non risulta una grossa perdita di tempo da parte tua. Praticamente tutta la vostra discussione si è sviluppata a partire delle vacanze di natale del 2009 ed è finita a metà gennaio. Il problema infatti pare fosse che tu volevi far iniziare la lettera d’incarico dal 1 gennaio, e l’editore dal 15. Una lettera d’incarico regolare, a fronte di un rapporto di lavoro con mansioni molto chiare, e un periodo di prova di 3 mesi. Non vi siete trovati d’accordo su quando dovesse iniziare questo incarico, e l’editore ci ha ripensato, pagandoti il disturbo. Non ha mai detto che non ti avrebbe pagato, e dalle email risulta chiaramente che sei tu ad aver cercato Transeuropa, non il contrario. Oltretutto ci sono email successive che tu mandi sempre direttamente allo stesso editore, in cui in tono assolutamente cordiale e amichevole gli fai i complimenti per le idee e le pubblicazioni! Dunque a quale delle due Donatelle dobbiamo credere? 🙂
Per par condicio della par condicio andrebbe riportata anche la controreplica della Brindisi, che smentisce la precedente.
“1) anche “solo” un mese di lavoro non riconosciuto, non retribuito, offeso e iniziato per giunta in nero può essere un’enorme perdita di tempo: e a quanto ammonti questa perdita puoi saperlo solo tu, non certo il tuo datore di lavoro. se qualcuno ti dice il contrario sta cercando di avvilirti e offenderti oltremodo;
2) pretendi sempre di mettere tutto nero su bianco PRIMA di cominciare una qualunque collaborazione professionale;
3) per la cronaca il tuo editore non voleva pagarmi quello che ti piace definire “il disturbo”, e lo ha fatto appunto solo dopo un mese di accese e continue ed estenuanti discussioni (ma questo è tutto nero su bianco) e solo perchè infine è intervenuto anche il suo socio (che aveva fatto inizialmente da tramite tra noi)
4) il tuo editore, oltre a parere un po’ bugiardo, sembra anche un po’ sprovveduto poiché non ha letto tutto quel che ho scritto chiaramente nel mio precedente post, ovvero che lui mi ha cercata per offrirmi questo lavoro insistentemente per mesi AL TELEFONO e non per email. Lo ricorderà senz’altro benissimo (e in quel periodo, tra l’altro, io ero occupata con altri editori): ma perché non rintracciamo i tabulati telefonici:)???!! e in ogni modo, di tutto ciò dovrebbe essere sempre testimone l’altro socio di Transeuropa.
5) sempre perché il tuo editore (e anche tu, cara Sabrina) sembra non aver letto tutto quello che ho scritto qui nei miei precedenti post: l’ho scritto l’altroieri che ho cercato di glissare elegantemente sullo spiacevole episodio e di avere un rapporto civile con l’editore di Transeuropa, perché la mia onestà intellettuale (sai cosa si intende con questa espressione?) non m’impone ricatti e non mi impedisce di apprezzare la qualità di certi libri e di renderne giustamente merito a chi li sceglie e li pubblica, sebbene si tratti di una persona che umanamente trovo ormai di dubbio valore [eufemismo]. fai fatica a comprendere questo concetto? forse sarai abituata ad avere a che fare con individui che invece si comportano in modo opposto, ovvero che all’improvviso non ritengono più di qualità il lavoro di una persona con cui non si trovano più d’accordo per qualsivoglia motivo?”
@Gilda Policastro: le case editrici di cui parlo io sono medie e piccole. Le grandi sono cinque o sei, nell’elenco. E ti ripeto, dati alla mano, che la maggioranza sono non a pagamento – com’è giusto che sia. Se non hai i soldi per aprire un ristorante non ti fai pagare dal fornitore, dal cuoco e dai camerieri, sei tu che devi pagare loro.
@Vincent:
Cos’è che ti convince poco del nostro progetto? Noi non fungiamo da editori (a parte la possibilità di scaricare alcune nostre cose dal blog). Il nostro collettivo è nato però proprio dalla necessità, in una situazione del genere, di tornare al confronto diretto tra scrittori e pubblico, e dunque tra gli scrittori stessi. Il blog (che ormai è una specie di rivista) è venuto dopo la nostra attività come scrittori. Certo, tra le varie cose che ci accomunano c’è quella di pubblicare per piccoli editori, e dunque l’esperienza di dover fare di necessità virtù. Noi l’attività di promozione la facciamo quotidianamente, nel senso che non scindiamo la scrittura dallo stare a contatto col pubblico, ma è una strada che abbiamo scelto noi. Quella dell’autoproduzione è una provocazione, ma neanche più di tanto: attraverso internet un racconto può avere molti più lettori che se pubblicato su un’anonima antologia, tanto per fare un esempio.
Casco su questo post dove qualcosa da dire ce l’avrei pure (piccola o media editoria, dove la promozione dell’autore diventa necessaria – certo non esigibile a contratto – perchè i recensori, care Seia e Loredana, sono già subissati da richieste irrifiutabili delle major). Poi mi trovo pure qui snocciolate le recensioni dell’avvenente e onnipresente Policastro, per le quali l’autrice “non ha mosso un dito”.
Mi ritiro in buon ordine e tra un po’ mi cucino DUE UOVA.
Scrivo da soggetto interessato, essendo un piccolo editore. Non entro nel merito della questione perché per correttezza andrebbe sentita la versione di Transeuropa, ma la vicenda è ovviamente sintomatica di una crisi, o di un decadimento, cui andiamo tutti incontro. Il caso citato credo non sia nemmeno dei più gravi, se pensiamo alla pratica diffusa delle case editrici che chiedono di farsi pagare per pubblicare. Ma è chiaro che a decidere debba essere solo la qualità del testo e del resto un editore non dovrebbe essere a caccia di testi coerenti al proprio progetto e suscettibili di migliorarlo? Nessun dubbio su questo.
Il problema per tutti, invece, è che la piccola editoria se non si accorge che simili episodi indicano l’esaurimento del proprio spazio, delle proprie specificità, della propria “missione”, non farà che contare i propri giorni. Anche perché è presente il rischio che, in un mercato come quello attuale, maturi l’idea che ci si possa salvare con espedienti, piccoli stratagemmi “di mercato”, in grado di tirarci fuori dall’imbottigliamento della grande distribuzione, e magari con trucchetti e sgambetti al bene più prezioso, l’autore o l’autrice. Qualcuno magari ce la fa anche ma parallelamente c’è un tessuto e un patrimonio, molto più rilevante, che si incammina verso il macero.
Giusto, quindi, dare risalto a fatti come questo per azionare un segnale d’allarme e discutere del vero tema, a mio giudizio, di questa fase: quale colpo d’ala può inventarsi chi ha a cuore un’editoria di qualità, di ricerca e sperimentazione che però sopravviva, decentemente con serietà e rispetto, anche sul mercato (visto che non lo supereremo tanto presto né che godremo di aiuti pubblici?). Quali spazi comuni, sistemi reticolari, relazioni stabili si possono costruire? A me sembra che il problema, per le case piccole e piccolissime, in grado di costituire però un referente importante per un certo mondo autoriale, sia questo. E se questa discussione potesse essere impostata seriamente faremmo un deciso passo avanti.
Salvatore, grazie. Infatti il post è nato per discutere su questo punto: non – ripeto nuovamente – per mettere all’indice un editore, che avrà di certo le sue ragioni così come le hanno gli autori.
Valter: quando hai cucinato le uova, posso dirti una cosa che riguarda i recensori. Personalmente penso di aver dato e di dare spazio anche alle minor, e non di rado. Qui e altrove. Il vero problema è che un recensore medio riceve una trentina di libri a settimana (e sto esagerando per difetto). E’ materialmente impossibile che possa leggerli tutti o scrivere di tutti o parlare di tutti, così come è materialmente impossibile rispondere a tutti gli uffici stampa o autori che sollecitano attenzione – giustamente – su un testo.
Qual è il criterio di scelta? A volte è l’aver sentito parlare da altri di quel testo, averne letto un assaggio in rete. Altre volte è sulla tematica trattata. Altre ancora sono le prime due-tre pagine. Per questo – insisto – il problema è nel numero spropositato di libri pubblicati: su questo occorrerebbe ragionare. Anche per quel che riguarda piccoli e medi.
@Ayame le percentuali e le statistiche son ”roba da gazzette”, diceva colui. Ho appena spiegato la differenza tra l’editoria a pagamento (gli autori pagano per pubblicare) e la sovvenzione dei piccoli e medi editori attraverso l’acquisto copie (del tutto libero, se non propriamente volontario) da parte dei loro autori. Se vuol far finta di non capire, passo a Binaghi. Sono serena e tranquilla nel ribadirglielo: non ho mosso un dito. C’è chi, oltre a inondare le librerie, ha tappezzato i muri e gli autobus (ho detto gli autobus) della città in cui vivo con gli spot del proprio libro: io, non disponendo di cotali mezzi, ho lasciato fare all’ufficio stampa.
Mi chiedo: ci servono tutte le migliaia di micro e piccole case editrici che ci sono in Italia, fuori dalla retorica del “piccolo è bello, buono e puro” già evidenziata da Loredana?
Io sono un cosiddetto “lettore forte”, leggo una cinquantina di libri di narrativa all’anno; volete che, tra novità e classici che non ho ancora letto, io non trovi i miei 50 titoli tra quelli pubblicati dalle grandi e medie case editrici? E se li trova un lettore forte, figuriamoci il 95 % degli italiani…
Certo, mi capita di leggere titoli editi da piccoli editori, ma probabilmente lo faccio solo perché anch’io, per hobby, pubblico con piccoli editori, perché conosco l’autore eccetera, ma così facendo, pur non di rado trovando bei libri tra quelli “minori”, non è escluso che io mi privi della possibilità di leggere autori più interessanti pubblicati dalle “major” (anche se non nego, ci mancherebbe, che queste non sempre pubblicano opere di qualità). Insomma: anche a me pare che siamo di fronte a una banalisima questione di rapporto enormemente squilibrato tra domanda e offerta.
Le case editrici a pagamento o a contributo sappiamo come risolvono il problema; ci sono poi case editrici che non riconoscono royalties agli autori e case che, direttamente o indirettamente, chiedono all’autore di darsi da fare per la promozione; l’alternativa a queste dinamiche è la non uscita del testo (il che, appunto, potrebbe non essere un problema per le magnifiche sorti della letteratura italiana), anche perché, e torniamo al discorso precedente, di autori “decenti”, di “medio livello” ce ne sono migliaia, e tutti bussano con insistenza alle porte degli editori, i quali, quindi, si trovano ad avere il coltello dalla parte del manico, come dire… come “forma mentis”, anche se magari in buona fede.
Ah, oggi pomeriggio a Fahreneith hanno parlato di un libro pubblicato da Albatros… 🙁
Ho seguito il dibattito anche su Facebook e sono giunta alla conlcusione che questo caso sia solo la punta del classico iceberg. Se la media, piccola, piccolissima editoria ha bisogno di questi espedienti per sopravvivere la situazione è davvero grave. Se una medio-piccola casa editrice come Transeuropa, che aspira a diventare un editore impegnato e serio, distinguendosi dagli editori a pagamento, e il suo catalogo dovrebbe farci propendere per questa ipotesi, arriva quasi al ricatto nei confronti di un suo autore, beh lasciatemelo dire siamo davvero alla frutta. E’ una situazione oltremodo paradossale, così assurda da sembrare inventata. E invece temo che così non sia. Che sia tutto vero. Certo se un vero responsabile di Transeuropa intervenisse a motivare le sue scelte sarebbe auspicabile, e dissiperebbe forse dico forse un po’ lo sconcerto che a tutti suscita questa vicenda.
Giuseppe, in che spazio di Fahre si è parlato di un libro pubblicato da Albatros?
Intervengo per insistere su un punto che mi pare fondamentale: l’editore è intervenuto, direttamente, tramite collaboratori, veri e fittizi, ufficio stampa e un autore della sua “scuderia” numerose volte, e non ha smentito, nemmeno in privato, quello che secondo me è il punto centrale del discorso, ossia l’uso del baratto: tempo e prestazioni lavorative non contrattualizzate e non remunerate in cambio di pubblicazione o della promessa della pubblicazione. E questo pare che sia un uso invalso in diverse realtà editoriali e soprattutto che ormai sia così radicato che la chiamiamo autopromozione quando invece è lavoro non retribuito, e nel peggiore dei casi sfruttamento. Colpevoli anceh gli autori che sottostanno a questo stato di cose rincorrendo il sogno di pubblicare. E poi la cosa assurda è che non vogliono fama e denaro (che già potrebbero essere obiettivi più concreti e validi), perché sanno bene che pubblicando con piccoli editori difficilmente li otterranno, ma anelano di vedere il proprio nome stampato su un libro. Il nuovo Eldorado.
Peraltro sovvenzionare un editore o pagare la pubblicazione mi pare una didderenza così aleatoria che non se ne dovrebbe nemmeno discutere: se un editore non ha gli strumenti professionali ed economici per fare il proprio mestiere non va sovvenzionato, deve dichiarare fallimento e liberare il mercato. Troppi libri, troppi autori, troppi editori.
differenza noon didderenza, scusate.
Poco prima del GR delle 16.45, se non sbaglio; mi ricordo che l’autore è un diplomatico e che il libro è prefato da Simonetta Agnello Hornby, quindi potrebbe essere questo:
http://comunicati-stampa.info/il-gruppo-albatros-e-lieto-di-presentare-nel-paese-chiamato-alberi-di-giuseppe-mistretta-36340.html
@Gilda
“Ho lasciato fare all’ufficio stampa”
Non ne dubito affatto. Infatti è dei “mezzi” degli editori che si discute qui.
@Loredana
Ben so che siete sommersi. Anche se Ferdinando Camon (che non è proprio l’ultima ruota del carro) ha dichiarato pubblicamente che le scelte dei libri da recensire su TuttoLibri de La Stampa le fa un comitato di redazione.
@Seia
“Troppi libri, troppi editori, troppi autori”
Giusto. Aggiungo che la frenesia alla pubblicazione è di origine più televisiva che letteraria, della serie: “ci sono anch’io”, piuttosto che “ho scritto questo”. Ma a frequentatrici di Facebook la cosa non dovrebbe stupire nè indignare più di tanto. O no?
@Transeuropa
Per quel poco che conosco Milani e Rovelli, non credo che le cose stiano in quei termini denunciati. Più normale la richiesta all’autore, dati i pochi mezzi dell’editore, di promuovere il libro nella sua zona. E’ cosa che peraltro gli autori di solito fanno volentieri.
@Seia la differenza invece esiste e non è priva di conseguenze pratiche. All’aspirante autore che mi metteva a parte della lettera recante la richiesta da parte dell’editore con cui ambiva a pubblicare di un’ingente cifra (all’incirca duemila euro) per la promozione, mi sarei sentita di sconsigliare vivamente di percorrere questa strada (che tra l’altro aveva già escluso da sé, mancandogliene i mezzi), viceversa, come ripeto, io stessa non ho trovato disdicevole collaborare alla diffusione di libri di piccoli editori contenenti miei testi, acquistandone un certo numero di copie (con cifre mai superiori alle poche centinaia di euro), variabile a seconda della disponibilità del momento. In tutti i casi, se avessi detto all’editore: non posso acquistare neanche una copia, l’editore mi avrebbe pubblicato comunque. Anzi, mi aveva già pubblicato: la blanda sollecitazione all’acquisto copie è avvenuta dopo. Diverso è il caso di un editore che abbia le proprie risorse finanziarie e promozionali, rispetto al quale non mi sono sentita (ripeto, probabilmente sbagliando) di interferire quanto alle scelte e ai canali promozionali.
Poi, non cadiamo sempre tutti dal pero: orrore, schifo e sdegno per chi vuol vedere il proprio nome sulla copertina di un libro? E perché mai? La supponenza è un peccato largamente condiviso, se c’è addirittura chi si erge a misuratore della giusta quantità di libri da pubblicare (magari aspirando alla pubblicazione a propria volta).
Gilda, non c’è una quantità giusta. E’ anche vero però che negli ultimi anni la pratica non è quella di pubblicare per la qualità ma per la quantità. Salvo eccezioni, come sempre.
Valter. Io parlo per me. E io non sono Camon. Quanto a Transeuropa, ripeto che aspetto di sentire la loro campana. Ma per quel che conosco Seia, e per quello che ho letto dagli stessi collaboratori della casa editrice, le cose sembrano diverse.