SCONCERTI

Piccola pausa, fatta di letture e di navigazione: ieri sera, su Facebook, ho appreso di una vicenda di certo piccola, altrettamento certamente sconcertante.
Avviene che una scrittrice cerchi un editore per i suoi racconti. Fin qui siamo nella normalità. Premetto che con questa scrittrice, che si occupa anche di uffici stampa, ho avuto solo qualche fuggevole contatto via mail: non la conosco, non so se i suoi racconti siano o meno adatti alla pubblicazione, non so se scriva cose interessanti o trascurabili.
Non è questo il punto.
Alla scrittrice viene proposto un contratto di pubblicazione da una casa editrice che si potrebbe definire medio-piccola. A condizione “che lei prepari la piazza su Roma”. Riporto le parole dell’editore stesso così come sono state lasciate nei commenti all’accesissima discussione che si è svolta su Facebook.
“Lavorare su Roma, su Milano, su dovunque abiti un nostro autore, è una cosa che chiediamo a tutti. Abbiamo bisogno di poter contare sui nostri autori anche per la promozione, perché abbiamo forze ridotte. Funziona come una “banca del tempo”, io ne dedico tanto a te e al tuo libro, alla sua revisione accurata eccetera, e tu ci dai una mano sulla comunicazione. È così folle? Chiaro poi che se l’autore non c’è, pensa solo al suo libro e si fa gli affari suoi, vuol prendere un passaggio e via, l’editore si fa una domanda e si dà una risposta”.
Questo è inquietante. Un editore ha tutto il diritto di non pubblicare un testo (infatti, i racconti della scrittrice non verranno pubblicati), ma il rifiuto va legato alla qualità del testo stesso e non alla disponibilità dell’autore di farsi ufficio stampa, o promoter, o esperto di comunicazione, sia pure del proprio libro.
Più avanti, lo stesso editore precisa:
“come abbiamo spiegato altrove, la pubblicazione dell’opera era condizionata alla presenza dell’autore. Naturalmente non vale per tutti gli autori, ma specie per i più giovani e gli emergenti, che sono degli sconosciuti, non poter contare sulla disponibilità dell’autore a battersi per la promozione del suo libro ALMENO nella propria città di residenza rende le cose un po’ difficili”.
Qui lo sconcerto aumenta. L’emergente, qualora desiderasse pubblicare con Transeuropa (di questo editore si parla infatti: anche se, come da precisazioni successive, esclusivamente in rapporto ad una specifica collana), deve essere disponibile ad autopromuovere il proprio libro? Forse c’è qualcosa che mi sfugge nelle dinamiche attuali. Perchè è evidente che accompagnare un testo è pratica importante, è occasione irripetibile di condivisione e comunicazione. Ma non è un obbligo. L’unico obbligo di un autore è scrivere. Il resto spetta all’editore. Anche trovare, come nel caso della collana in questione, il gruppo musicale destinato ad accompagnare il testo.
Ho trovato queste informazioni in una bella, lucida nota di Seia Montanelli, che mi auguro sia leggibile anche da chi non è iscritto a Facebook.
Non intendo in alcun modo fare un atto di accusa: semplicemente, sto cercando di capire come stiano mutando i rapporti fra autori e piccoli-medi editori. Sempre considerando lo sfondo, di cui si è già parlato: il numero delle novità pubblicate è altissimo, il ciclo vitale di un libro è sotto i trenta giorni.

340 pensieri su “SCONCERTI

  1. Valter mi sfugge il collegamento tra gli autori in cerca disperata di pubblicazione e l’essere iscritti a Facebook. Io poi non sono stupita né indignata, sono cose che scrivo da anni, osservo un fenomeno e lo stigmatizzo. Riguardo la questione l’editore ha chiesto la promozione della casa editrice, non di un’opera perché non c’era nessuna opera da promuovere: non c’era contratto, non c’era accordo trasparente, non c’era retribuzione, non c’era pubblicazione. Di cosa stiamo parlando? Che normalità è questa?
    Per quanto riguarda i libri da recensire, mentre non leggo tutto quello che m’inviano a casa gli editori, anche perché voglio scegliermeli i libri in gran parte, leggo sempre i libri che gli autori mi mandano personalmente se prima me lo chiedono ovviamente, perché è un impegno che prendo, poi posson piacermi o meno ma li leggo e rispondo in ogni caso, penso che almeno avere il tempo di organizzarsi e di non leggere tutto subito sia un diritto che possiamo avere, no?

  2. @Gilda: guarda, nessun problema. Puoi rimanere tranquillamente della tua opinione, non mi interessa. Quel che mi interessa è che le persone sappiano che al contrario di quanto affermi tu le case editrici che pubblicano gratuitamente sono tante. E sono di più di quelle a pagamento.
    E che non è normale contribuire.

  3. Visto che sono chiamato in causa circa la mia affermazione su Gilda Policastro, credo sia necessario puntualizzare: non dico che l’autrice abbia mosso chissà quali poteri occulti per ottenere recensioni. Dico che essendo una critica e una giornalista avrà un patrimonio di contatti tale da essere anche semplicemente “nota” al recensore che si vede recapitare sulla scrivania il romanzo. Quindi ottiene una visibilità, una collocabilità che le rende più facile ottenere una recensione. Oppure mi si sta dicendo che la velocità con cui Andrea Cortellessa (spesso compagno d’armi della Policastro in molte polemiche via web) ha recensito su Tuttolibri “Il farmaco” va considerato una pura coincidenza? A me sembra che talvolta in questi contesti si giochi al gioco dell’ingenuità. Tra l’altro non ho nulla contro Policastro o Cortellessa, anzi! E per fare un controesempio che mette in causa un’altra scuderia, non succede sempre che Carla Benedetti recensisca bene o segnali il romanzo nuovo di Moresco? Questo, lungi da essere necessariamente un “magna magna”, fa parte di un sistema culturale e letterario che si basa esattamente sui contatti, sul rapporto che in qualche modo si istituisce tra scrittori e recensori, giornalisti e editori ecc. Poi, ovviamente, si tratta di mantenere una certa distanza di oggettività rispetto alle cose. Però: quando si pubblica un libro, non si chiede sempre all’autore di segnalare possibili testate, possibili giornalisti che possono essere interessati? E questi giornalisti non sono spesso quantomeno conoscenti dell’autore in questione? Questo come lo chiamate? “Magna magna”? Non so.

  4. Valter ancora: le cose stanno in questi termini, non hai letto la nota o i commenti né i vari thread che si sono sviluppati e dove è intervenuta direttamente Transeuropa, con una pletora di collaboratori e autori le cui dichiarazioni sono state letteralmente riportate e citate nella nota per comlpetezza dell’informazione, evidentemente. E se l’editore interverrà qui parlare di amicizia, di problemi di visibilità e distribuzione, di mancanza di volontà dell’autore – che ripeto non è stato contrattualizzato e non ha un libro in pubblicazione – di collaborazione. Peccato che la collaborazione è a senso unico.
    Gilda: in un mercato imbastardito come quello editoriale non è supponenza dire che ci sono troppi libri troppi editori e troppi autori, ma solo buon senso. Poi non voglio decidere quanti e quali libri pubblicare ma ripeto osservo un fenomeno e i sui risvolti micidiali e il mio lavoro è indagarlo, portarlo all’attenzione, e rifletterci su. Quanto alla differenza tra sovvenzione e pubblicazione a pagamento, se nella mera pratica seguono strade diverse, nei risultati sono simili: un editore invece di investire del tutto nel suo autore, non sono non lo promuove come dovrebbe ma o lo fa pagare per pubblicarlo o sollecita l’acquisto di copie. Un editore siffatto non è un editore, un autore che pubblica in questo modo forse dovrebbe esserne meno fiero, ma il peggiore è dell’editore. Poi non cado dal pero e non mi sgomento ma chiamiamo le cose col loro nome.

  5. Intervengo in quanto chiamato in causa direttamente. Scaricare un autore non è mai bello, mi rendo conto. Specie quando gli si è promossa la pubblicazione. Nel caso di Isabella è andata così: la promessa di pubblicazione l’ho fatta ad aprile, ma nel frattempo mi è arrivata la bocciatura del comitato di lettura e mi sono reso conto che questa autrice non era assolutamente interessata a promuovere il suo libro, a collaborare con noi sul fronte dei contatti a Roma, dove risiede, e altre cose gravi così, ma era come dice Seia interessata principalmente a mettere la bandiera su facebook (evviva, pubblico con Transeuropa!) e a vedere il proprio nome in fronte cover. Aspirazione anche legittima, s’intenda, che però non poteva e non può avvenire a tutto detrimento dell’editore che ci mette i soldi.
    Perché infatti un piccolo editore che fatica ad arrivare in fondo all’anno con un bilancio non in passivo dovrebbe pubblicare un libro in cui è la stessa autrice a non credere, visto che non vuole “sbattersi” per farlo circuitare? Ognuno deve fare promozione come può, secondo i propri mezzi ma anche secondo i mezzi del suo partner, per così dire. Se Transeuropa, nella fattispecie, non ha le risorse per una promozione efficace, è naturale che l’autore sia chiamato a farsi carico della situazione. Noi lo diciamo a tutti i nostri autori. E l’ho spiegato anche a lei, che mi aveva garantito massima collaborazione (ho visto). L’alternativa, per certi libri e in certe situazioni, sarebbe semplicemente non potersi permettere di rischiare. Dovremmo chiudere. E quindi non pubblicare anche le cose belle che pubblichiamo (insomma, nessuno che voglia fare un discorso un po’ più articolato sul nostro catalogo? siamo il tipico EAP noi?).
    Adesso fatemi capire, se c’è stato un errore, se questo errore è talmente grave da fare di Transeuropa – che per altri versi si svena per fare pubblicazioni di qualità – chi è talmente pazzo da aprire oggi come oggi due collane di poesia? – un esempio del malcostume letterario. Eh no cazzo.

  6. Giulio io ti ho già detto cosa c’è di sbagliato nel tuo discorso, e sapevo che l’avresti ribadito anche qui, perché tu invece pensi che sia corretto. Poi ti ripeto non ho e non avevo intenzione di buttarti la croce addosso, non c’era nulll di personale, e c’è da dire che la vostra strategia è stata pessima in questi giorni, quindi sono anche un po’ in difficoltà a ribattere perché è come se infierissi, ma la sostanza resta la stessa: sì, è sbagliato promettere la pubblicazione e chiedere di sbattersi per promuovere la casa editrice, ci sono gli uffici stampa per questo, le relazioni pubbliche e sono figure che vanno retribuite.
    Poi la qualità dei racconti, la libertà di pubblicare non è mai stata in discussione e nemmeno il vostro catalogo, ma sicuramente come ti ho detto in privato, è da rivedere l’organizzazione del tutto, il modo di gestire autori e relazioni, ma anche di intendere l’editoria.
    (Ovviamente non ho mai scritto che Isabella era interessata a mettere la bandiera su Facebook?)

  7. Giulio io ti ho già detto cosa c’è di sbagliato nel tuo discorso, e sapevo che l’avresti ribadito anche qui, perché tu invece pensi che sia corretto. Poi ti ripeto non ho e non avevo intenzione di buttarti la croce addosso, non c’era nulll di personale, e c’è da dire che la vostra strategia è stata pessima in questi giorni, quindi sono anche un po’ in difficoltà a ribattere perché è come se infierissi, ma la sostanza resta la stessa: sì, è sbagliato promettere la pubblicazione e chiedere di sbattersi per promuovere la casa editrice, ci sono gli uffici stampa per questo, le relazioni pubbliche e sono figure che vanno retribuite.
    E’ l’editore che deve investire e credere nell’autore, non viceversa.
    Poi la qualità dei racconti, la libertà di pubblicare non è mai stata in discussione e nemmeno il vostro catalogo, ma sicuramente come ti ho detto in privato, è da rivedere l’organizzazione del tutto, il modo di gestire autori e relazioni, ma anche di intendere l’editoria.
    (Ovviamente non ho mai scritto che Isabella era interessata a mettere la bandiera su Facebook)

  8. Seia, hai mai pensato che qualcuno possa non essere d’accordo con te proprio sul punto che tu ritieni così “scandaloso”? L’ho detto e lo ribadisco: certi libri senza autore non possono darsi. Quelli degli emergenti e degli esordienti in primis, perché sono per statuto persone “che devono farsi conoscere”. Infatti ho la riprova statistica, per così dire: quando un autore mi presenta un testo interessante, 99 volte su 100 mi è stato presentato da un altro scrittore, o da un agente letterario, o da un critico o da un altro editore. Come si spiega questo fatto? Seia, puoi rispondermi per favore? E già che ci sei parlami anche della politica di Stilos. Come vengono stabilite le recensioni su questo o quell’autore, come stabilite l’autore da mettere in copertina? Quanti esordienti ha messo Stilos in copertina nell’ultimo anno, e chi erano nel caso?
    Grazie se mi rispondi onestamente come sto facendo io.

  9. “Se Transeuropa, nella fattispecie, non ha le risorse per una promozione efficace, è naturale che l’autore sia chiamato a farsi carico della situazione.”
    Gentile Giulio Milani, no, mi scusi, se un qualsiasi editore non ha i mezzi per fare il suo lavoro (e la promozione rientra nelle sue competenze), piccolo o grande che sia, che non apra, o che chiuda. L’autore, quello che deve fare, è scrivere. Se poi è anche attratto dal lavoro di promozione, ben venga, ma non è una condizione sine qua non per essere pubblicato, neanche se è esordiente.
    Se un piccolo editore punta su un esordiente è a suo rischio e pericolo, se ha l’occhio lungo ed è un bravo editore (nel senso che sa dove investire e quando), vince, se no, fallisce. Punto.
    “… interessata principalmente a mettere la bandiera su facebook (evviva, pubblico con Transeuropa!) e a vedere il proprio nome in fronte cover. Aspirazione anche legittima, s’intenda, che però non poteva e non può avvenire a tutto detrimento dell’editore che ci mette i soldi.”
    Credevo che tutti gli autori fossero contenti di vedere il loro nome in copertina, non è più così? E credevo anche che sì, fosse l’editore che mette i soldi e investe, e poi guadagna sulle vendite, e l’autore si prendesse di questo guadagno una (piccola) fetta, non è più così?

  10. @Anna C.
    Io ho detto che mi regolo così nella casa editrice che dirigo. Io non impongo la regola del mio monastero in un monastero altrui. Gli autori che hanno bisogno di più promozione di altri vengono avvisati. Sanno, per esempio, che noi non abbiamo forza di organizzare presentazioni, e chiediamo loro di attivarsi personalmente (naturalmente coordinandosi e consigliandosi col nostro ufficio stampa). Poi d’accordo, che la nostra casa editrice abbia sempre faticato a trovare un ufficio stampa degno di questo nome è vero, verissimo. Anche perché ho sempre incontrato molta incompetenza nei cosiddetti esperti di comunicazione.

  11. Mi sembra di essere stata onesta finora e trasparente e lo sono sempre.
    Si, è ovvio visto lo stato delle cose, che c’è chi non la pensa come me, il problema è che le opinioni contano poco: un editore è un imprenditore, l’imprenditore crea unìazienda, un’impresa, si deve assumere il rischio di quell’impresa, si deve circondare di gente capace di fare il proprio lavoro, la deve pagare, deve pagare i suoi autori, deve ridurre le uscite se non può permettersele, deve rischiare. L’autore deve scrivere e poi è anche suo interesse promuovere il libro, certo, ma dopo la pubblicazione, non spostare ilp unto, qui era tutto preventivo, preventivo e vincolante. Non è un’opinione che non sia così che deve funzionare.
    Poi la qualità dei testi è un altro discorso e forse posso anche essere d’accordo con te, io leggo inediti su inediti, a volte se mi va o ci credo oltre a leggerli e dare un’opinione ci lavoro su, e in anni finora un paio soli sono risultati interessanti davvero, uno non l’avrei pubblicato ma era appetibile e infatti è stato pubblicato, l’altro è bellissimo ma fatica per ora.
    Non è questo il punto, il punto è che l’editore ha il compito di fare selezione, deve dire di no a tutti i manoscritti che riceve? Lo faccia, se lo facessero tutti avremmo meno schifezze in giro. Perché pensi di dover pubblicare qualcosa che non è buono? Chi te lo chiede?
    Il problema è altrove.
    Io sto scrivendo ed esponendomi non come responsablie delle relazioni pubbliche di Stilos, né come recensore o redattore, in questo momento e come ogni volta che esprimo un’opinione o scrivo qualunque cosa e da qualunque parte, rispondo solo per me, ma se mi chiedi come vengono stabilite le recensioni non ho problemi a dirtelo: i collaboratori propongono i pezzi, magari prima di scriverli, il direttore e a volte io dopo essermi consultata con lui e i vari responsabili delle diverse rubriche, decidiamo se un pezzo passa, il discrime è l’interesse dell’argomento se si tratta di un’inchiesta o di uno speciale o di un argomento di attualità, la necessità di seguire il mercato o l’importanza del libro, non tanto editorialmente, quanto qualitativamente, nel caso delle recensioni, quindi pubblicamo pezzi su libri Mondadori, scritti liberamente dai redattori senza che nessuno di noi glielo imponga o gli chieda cosa scriverci, come pezzi su Piano B edizioni che scommetto che tu nemmeneo conosci, mentre io ci ho fatto la mia rubrica nellì’ultimo numero. Lo speciale dedicato agli esordienti di Stilos è stato proprio mio, il terzo numero mi pare, il direttore ha accettato senza dire nulla che io parlassi di due esordienti ancora socnosciuti e poco recensiti pubblicati da case editrici non grandi: Nutrimenti e Alet, li ho recensiti positivamente mentre il mio pezzo su Acciaio era critico e l’intervista problematica. Stilos pubblica pezzi scegliendoli in base alla qualità dello scritto e fidandosi della buona fede e della capacità critica dei suoi collaboratori.
    Personalmente non mi è mai, mai, mai stato cheisto di scrivere di questo o di quello e ilo mio interesse è sempre rivolto agli editori più piccoli, ma non è la prassi, solo una tendenza, perché spesso fanno cose che mi piacciono di più.
    Ti ho risposto, Giulio.

  12. Sì, io lo trovo scandaloso, Giulio Milani.
    Perchè, ingenuamente, trovo che sia la qualità di un testo a dover prevalere. Se il comitato di lettura ha bocciato il libro di Borghese, quello è l’unico punto che conta. La promozione è l’editore a doverla fare, certamente supportato dall’autore se l’autore è in grado di farla.
    E, mi perdoni, pubblicare anche ottimi libri, come avete fatto e state facendo, è un’altra questione.
    Qui è in discussione la pratica e non il curriculum.

  13. Lo scrittore manager di se stesso, irrequieto, che non aspetta chiuso nella cameretta tombale che il proprio lavoro venga analizzato e promosso (o meno) x quanto oggettivamente vale, perché il mercato è saturo di prodotto, e tutto si mescola, quindi egli scende in campo direttamente, consapevole o preoccupato della poca forza dell’editore in questo magma editoriale. FB non è Demonio, ma uno dei suoi strumenti migliori, figlio di anni senza vergogna, sgradevole ma interessante, perché tutto è evidente, scoperto, giochini e giochetti, legami e catene, servilismi e favoriadamici. Alcuni alzano polveroni inutili dove davvero non si intravede più la sagoma del prodotto libro. Nulla di penale, per carità, guerre tra poveri x lo più, ma solo un demente non li vedrebbe, a volte mettono un po’ di rabbia, a volte commuovono. Si creano reti di contatti, si fanno finte interviste-recensioni di libri forse nemmeno letti, domande a cazzo, si commentano post di autori della stessa gang, oppure autori grossi, ci si invita a festival noir destocazzo, poi si mettono in rete video che evidenziano la miseria delle cose dette (autogol), ci si aspetta che i favori vengano restituiti a tempo debito. Tutti sembrano talentuosi, tutti devono apparire tali, e non ci si rende conto che quando tutti sono bravi (comunque degni di pubblicazione) allora nessuno lo è davvero. Se un giallista tra un morto e l’altro esprime un flusso di coscienza banale, VA DETTO. Magari anche se si conosce lo scrittore… A me è capitato di “segnalare” su FB libri e contenuti di cui non ero completamente entusiasta, ma mi sono limitato a dare un minimo di visibilità a persone intellettualmente oneste, x quanto può fare uno come me che non è un cazzo e conta un cazzo, comunque ho evitato leccaculismi inutili. Quando nel 2008 contattai direttamente un noto giornalista sportivo per mandargli un mio tomo, la mia ufficio stampa mi cazziò pesantemente, urli al telefono, UNA BELVA, per me fu un trauma, alla fine mi disse “non si fa, ti sputtani”. Ma tutto cambia in fretta. Anni fa uno scrittore mi chiese espressamente una rece su Carmilla. Lo sentii x Farhe e mi sembrò sciapo. Quindi lessi il libro. Bellissimo. Feci la rece, sulla spinta dell’emozione. Questo è il punto-

  14. Sembra si voglia deliberatamente trascurare che è di poesia che si sta parlando, un ambito assolutamente privo di mercato. E che farsi conoscere per un autore di poesia (sì, anche con mezzi propri: perché no?) non vuol dire, come qui sembra si stia affermando, credere scarsamente – autore o editore – nella qualità dell’opera, tesi che mi pare ovviamente paradossale, ma, anzi, vuol dire anche poter pubblicare, un giorno, con un editore maggiore, esattamente com’è capitato a me. Se quell’editore piccolo non è in grado di promuoverti, perché non ne ha i mezzi e lo dichiara preventivamente, come Ayame, peraltro continuando a fingere di non capirmi, ci spiega avvalendosi delle famose percentuali, la maggior parte degli editori non agisce così, dunque andare altrove, se Transeuropa o chi per lui esige un po’ di autopromozione: mi pare lapalissiano e continuo a non vedere lo scandalo, perdonatemi. Quanto alla questione della visibilità propria, @Dario, i medi e grandi editori hanno delle loro liste autonome, e sono soliti inviare di propria iniziativa (e col consenso dell’autore, certo, ma non su sua espressa richiesta, per quella che è la mia esperienza) le bozze di stampa ai critici delle maggiori testate, donde la sollecitudine con cui si arriva a recensire le ultime uscite (prassi che, come critico, personalmente non ho mai seguito, perché sono lenta a elaborare un pensiero su un libro, ho bisogno di leggerlo, rileggerlo, far decantare le idee, poi far decantare lo scritto che elaboro attorno a quelle idee etc etc).
    Poi, che si sia già noti perché si è fatto altro nella vita, non vedo qual demerito possa essere, per uno che non sia imberbe.
    La mia impressione (perdonatemi, ma questa è) è che i capi di imputazione a carico della sola Transeuropa siano un po’ troppi, in questa discussione: il problema della promozione è interessante da un punto di vista teorico, rispetto ai vincoli e agli obblighi che si possono sentire o meno nei confronti di un editore che in qualche modo investe sul tuo nome, anche solo accostandolo al proprio marchio, così come quello delle collaborazioni non pagate ha un interesse, come dicevo, da un punto di vista politico-sociale, ma qui pare che il caso sia singolo e specifico, e la mia impressione (se mi sbaglio mi corigerete, come diceva uno meno umile di me) è che così non sia.

  15. Quoto completamente la Policastro. E aggiungo: io ho espressamente fatto riferimento alla possibilità che esista una relazione fra i “contatti”, ovvero il contesto in cui si muove un autore, e la qualità dei testi prodotti. Su questo Seia, non mi hai risposto. Te lo ripropongo: «quando un autore mi presenta un testo interessante, 99 volte su 100 mi è stato presentato da un altro scrittore, o da un agente letterario, o da un critico o da un altro editore. Come si spiega questo fatto?» Con ciò non voglio dire che non esistano casi eccezionali, di autodidatti che vivono fuori da qualsiasi rete letteraria e però sono bravissimi. Ho curato io stesso un’antologia di esordienti over 65 per dimostrare che esisteva questa possibilità (e almeno in un caso, quello di Roberto Pusiol, l’ho dimostrato). Quindi non accetto che mi si dica che il curriculum non conta. Io voglio sapere chi è il mio interlocutore (questa cosa la diceva già Andrea Cortellessa e Tommaso Ottonieri a proposito degli avatar mazzolatori che scorrazzano sui litblog), qual è la sua storia, quali le opere soprattutto, al di là delle intenzioni e delle parole. Altrimenti tutto è uguale a tutto. Anche la legge, in certo qual modo, prevede che in una causa si stabilisca la credibilità delle testimonianze. Perché non dovrebbe valere qui?
    Sempre a Seia, che mi ha solo parzialmente risposto, provo a rovesciare la domanda e chiedo: tu gestisci una rubrica sulla piccola editoria, noi pubblichiamo dal 2005 e narrativa dal 2008. Abbiamo 3 esordienti che l’anno prossimo pubblicheranno il secondo libro con Mondadori e con Rizzoli, quante volte hai parlato di un nostro libro? Quante volte ne ha parlato Stilos? Quante copertine ha dedicato Stilos ad autori esordienti nell’ultimo anno?

  16. Ribadisco: può anche starci che un editore, decidendo di pubblicare un autore, pensi al tipo di contatti che ha il medesimo. Ho detto “può”, perchè se il testo non è valido, non DOVREBBE, nel migliore dei mondi possibili, contare.
    Ma questo non significa che se l’autore, per qualsivoglia motivo, non intende promuovere il suo libro, questo pregiudichi la pubblicazione.
    Milani, lei può non accettarlo: ma mi sembra di capire che se questa è la prassi che lei difende, al di là del singolo caso, questo non le faccia onore. Almeno, a mio modesto punto di vista.

  17. Giulio non ho capito su cosa non ti avrei risposto. Ti ho detto che sono d’accordo con te sul fatto che la maggior parte degli inediti (ma anche degli editi) in circolazione fa schifo, che altro devo dire? Se mi dici che la maggior parte dei testi interessanti te li segnala qualcuno che dovrei risponderti? Ci credo ma che c’entra col resto? Ribadisco per l’ennesima volta che pubblicare qualcuno o meno è un tuo diritto su cui nessuno pontifica. E’ altrove il problema.
    Non ho mai scritto di autori Transeuropa mi pare, almeno non della nuova gestine, ma perché non me n’è piaciuto nemmeno uno finora, non per scelte personali o ripicche o ordini di scuderia, che vuoi fare, spararmi? Peraltro ho letto proprio i racconti di Pusiol tempo fa, e non sono riuscita a finirlo il libro, Su Stilos invece mi pare che siano passati libri vostri eh, informati, sul blog la prossima settima esce un pezzo sul libro di Wu Ming, quindi? Che c’entra? Anche se non ne fosse passato nemmeno uno, cosa cambierebbe? Che motivo avremmo per non parlare di voi e recensire, non nella mia rubrica eh, ma in uno speciale o in recensioni standard, nutrimenti e alet? :duepunti e Mesogea? Donzelli e Avagliano? Io ho una rubrica sui libri scomparsi e/o ritrovati, di solito li ripubblicano piccoli editori, ma scrivo pezzi e inchieste e non scelgo i libri in base all’editore, ma in base alla qualità del testo, all’argomento, al mio parere critico. Sugli esordienti abbiamo fatto una sola copertina, quella per lo speciale di cui ho già detto, ma ne abbiamo trattati 3 in un colpo e due erano esordienti di case editrici più o meno pari a TRanseuropa e sono stati recensiti positivamente, quello più grosso no, ma non per motivi oscuri, solo per il valore delle opere. Come sempre.
    Mi dicono che il libro di Wu Ming 2 sia buono, leggerò il pezzo, se è buono anche quello passa, quindi?

  18. Loredana Lipperini, che fai finta di non conoscermi o mi chiami per nome e cognome come un prigioniero a Guantanamo (scherzo, eh), proprio vero che non c’è peggior sordo eccetera (senza pòlemos, dai). Ho scritto all’inizio come sono andate le cose. Lo ribadisco qui: «la promessa di pubblicazione l’ho fatta ad aprile, ma nel frattempo mi è arrivata la bocciatura del comitato di lettura e mi sono reso conto che questa autrice non era assolutamente interessata a promuovere il suo libro». Dunque i momenti di questo congedo dell’autore sono due, qualità e contatti, e infatti anche in questo caso sono implicati a vicenda nei modi che ho spiegato.

  19. Giulio non è andata così e lo sai, tanto che la bocciatura di cui parli è arrivata parecchio tempo fa rispetto al congedo, chiamiamolo così, da Isabella, nel frattempo lei doveva lavorare gratis per questa famigerata piazza da creare su Roma (ricordati che tempi e modi me l’hai detto propri te, eh). E comunque se un testo non va, non c’è contatto che tenga.

  20. @Gilda: mai detto sia un demerito. Tra l’altro la recensione di Cortellessa del tuo libro era molto interessante. Cercavo solo di sottolineare come la questione del curriculum sia in qualche modo connessa ai contatti. E che la questione sul “pubblicare o meno un libro” sia legata a tantissimi fattori oltre al valore del libro, che è comunque il fattore principale. A parità di qualità (a parità di qualità!!) il libro di un autore inserito in un contesto ha vita più facile di un autore che vive separato dal bailamme culturale. Se volete un esempio: Transeuropa ha pubblicato un validissimo libro d’esordio di una persona totalmente avulsa dal circuito. Roberto Pusiol. E infatti il suo validissimo libro d’esordio (ce l’han detto in molti che era valido, ma in separata sede) non ha ricevuto mezza recensione. Ci dicevano: “Molto bello il libro, ma sapete, gli spazi sull’inserto culturale di XXX si fanno sempre più stretti, non credo che la redazione accetterà una possibile mia recensione di questo libro… Poi è un libro difficile, di uno sconosciuto…” Solo adesso sta avvenendo una scoperta dello scrittore Roberto Pusiol, dopo molti mesi e grazie all’interessamento del Primo Amore, che ha iniziato a pubblicare online alcuni suoi racconti inediti. E’ inutile che qualcuno (non tu Gilda, mi pare chiaro che sono d’accordo con te) continui a fingere che questo aspetto della “notorietà” dell’autore nel circuito culturale non conti niente e sia ininfluente per una buona riuscita della campagna di ufficio stampa. C’è il valore del testo, e c’è il valore del contesto. Fine.

  21. Su Pusiol hai sbagliato, e chissà su quanti altri (scherzo, eh, ma anche no, sto imparando a conoscerti…) Dunque parlerai di Wui Ming 2, quindi di un autore che deve la sua forza a Transeuropa e non al suo peso, ai suoi contatti. Benissimo.
    Ti contesto questo: tu fai finta che il contesto in cui vive un autore, letterariamente parlando (e non solo, vedi provincia vs città) non abbia importanza, e ti contesto la superficialità con cui parli della questione esordienti, ovvero su quanto pochi siano gli spazi per gli esordienti e per le case editrici (spesso piccole e benemerite come Transeuropa, che non è fatta solo da me e che quindi posso lodare senza sbrodare) che fanno ricerca in Italia.

  22. Milani, noi ci siamo solo scambiati un paio di mail e parlati via radio: il lei mi sembrava gesto di cortesia, no? Posso anche passare al tu senza problemi.
    Ma allora la domanda è una: perchè pubblicare questa autrice, o dirle che sarebbe stata pubblicata, senza aspettare il parere del comitato di lettura? Forse perchè il “si pubblichi” era, come leggo da non pochi pareri su Facebook, per motivi diversi dalla eventuale-futura-giudicanda qualità?
    In parole povere e con molta franchezza: non è il caso Borghese che possa pregiudicare un giudizio complessivo su un editore. Ma se quell’editore dichiara, e lo fa anche qui, che comunque è il contesto evocato da Dario Rossi a contare, io non vedo quale sia la differenza fra il vituperato grande editore che pubblica Totti e il valoroso piccolo editore che cerca l’autore utile.
    Sorry, ma non la vedo.

  23. Seia, tu sai come è andata perché te l’ho scritto. La bocciatura è arrivata contestualmente al momento in cui ho capito che Isabella non aveva intenzione di muoversi. Non la sentivo da prima dell’estate, chiedi conferma. Ogni tanto mi mandava un’email con scritto: mi mandi il contratto? Hai fatto la selezione? Posso farmi fare una prefazione dal tal professore? E io rimandavo sempre. Tipico di ogni editore, che mille demoni da tenere a bada. Io poi sono figlio di un’insegnante di italiano e di un medico ospedaliero, non ho i soldi del marmo anche se vivo a Carrara. È chiaro che non ti pubblico un libro se sei il primo a non crederci. Poi come ci pago l’asilo delle mie figlie, con le tue recensioni a Wu Ming su Stilos? Ma mi faccia il piacere 🙂

  24. Sto imparando a conoscerti che vorrebbe dire? Io non parlerò di Wu Ming 2, non l’ho letto, e di libri di Wu Ming io ne ho recensito in tutta la mia carriera uno solo, per una rubrica musicale, ed era di Wu Ming 1 su Coltrane e perché mi era piaciuto, questo per rispondere alla tua sottilissima insinuazione, questo me l’ha proposto un nostro redattore a cui è piaciuto e che peraltro segue i piccoli editori per passione come me, per il blog. Stop. Poi sicuramente posso aver sbagliato, non penso, ma è ovvio che tu lo creda e ci sta, ciò non toglie che non ho motivi per non parlare di Transeuropa, cioè non ce li avevo prima. E non parlo con superficialità di nulla, perché ci vivo in mezzo a questo mondo e personalmente do spazio a libri che penso meritino di essere letti, esordienti e non, di grandi editori e non. Un libro di un esordiente non è valido solo per questo, né è valido un libro di una casa editrice piccola solo per questo.

  25. E mi sembrano domande SACROSANTE, caro Milani. Uno scrittore ha tutto il diritto di vedersi contrattualizzare, stiamo scherzando? L’asilo delle sue figlie lei lo deve pagare con gli introiti della sua casa editrice: impresa in cui ha scelto di impegnarsi.
    Secondo: basta con questa faccenda dei poveri esordienti che non hanno spazi. Date un’occhiata al lavoro – quello sì benemerito – che sta facendo Writer’s Dream: un sito gestito da una ventenne, GRATIS, che mette a disposizione di tutti l’elenco delle case editrici a pagamento, doppio binario e free.
    Tutti puntano all’esordiente, oggi come oggi: è il fiore all’occhiello da esibire in ogni convegno e fiera dell’editoria. Non si è mai pubblicato tanto, non si sono mai pubblicati tanti esordienti.
    Ma il criterio non può essere la rubrica del telefono: deve essere la qualità, e nessun altro requisito.

  26. Lipperini, grazie per il tu, che mi riconosce (almeno) una parvenza di statuto intellettuale. Grazie, sei gentile. Davvero. Alla Borghese ho promesso la pubblicazione, nei modi dell’Inaudita (40/50 pagine selezionatissime, da allegare a cd), perché credevo nella possibilità di inserirla nella nascenda compagine romana della casa editrice. Era un’amica. L’avrei accompagnata in una crescita come scrittrice e come redattrice, fermo restando l’avallo del comitato. Purtroppo le cose sono andate diversamente, se ho sbagliato, ho sbagliato per ingenuità. Di qui però a fare il processo a Transeuropa, ce ne vuole di fantasia e di coraggio…

  27. E novantadue: non sto facendo il processo a Transeuropa. Sto contestando una pratica. Che non mi piace e se devo essere sincera mi piace sempre meno.
    Se credevi a questa possibilità, non era la riluttanza dell’autrice (questa o altre dieci assimilabili) a impedire la pubblicazione.
    Insisto sul punto perchè mi pare di capire che questa sia una prassi crescente nel mondo della piccola e media editoria. E riformulo la domanda: in cosa, dunque, si distingue la medesima dal grande editore che pubblica il calciatore, o il giornalista, o il critico o…?

  28. Lipperini, il tuo editore, Repubblica, come gestisce lo spazio che viene dato agli editori nelle pagine del sabato? Sono criteri trasparenti? Credo di sì, altrimenti non lavoreresti per un editore che per esempio facesse una recensione positiva a un libro in base a criteri che non siano soltanto di qualità, senza la rubrica del telefono. Dico bene? 🙂

  29. Trasparentissimi e ne sono orgogliosa, caro Giulio. E per cortesia piantiamola di evitare alle rispondere alle domande parlando di Stilos, di Repubblica e di non so cos’altro. Qui si parla di questo caso: tentare di svicolare dicendo “ma voi piuttosto” non ti fa onore ed è dialettica di bassissima lega.
    Ps. Repubblica non è il mio editore, è la testata a cui collaboro da vent’anni. Feltrinelli è il mio editore per gli ultimi due libri. Io, se permetti, rispondo solo a me stessa.

  30. Lipperini, adesso dirò una cosa che ai tuoi orecchi suonerà come una vera bestemmia: quella di fare affidamento – almeno un po’ – sull’autore, non è una prassi crescente, è la normalità.

  31. E’ quello che volevo sapere.
    Anche se è una mezza verità e smentisce quello che hai detto tu stesso più sopra: quell'”almeno un po’”, se fosse stato vero, non avrebbe pregiudicato la pubblicazione.

  32. Che domanda è? Feltrinelli mi ha pubblicato DUE libri.
    Quanto alle antologie di esordienti e sociali, non siete i soli pubblicarli, Milani. Esistono tonnellate di antologie di esordienti e di saggi sociali, forza. Alcuni sono ottimi testi, altri non indispensabili.
    Non lo hai spiegato con chiarezza, Milani. Da quanto capisco, il “no” all’autrice in questione è stato dato non tanto per il comitato di lettura ma perchè non intendeva promuovere il libro (secondo la vostra versione) o la casa editrice tutta (secondo le altre versioni).

  33. Milani, trovo nauseante questo metodo di discussione: su cosa dovrei risponderti? Su perchè Feltrinelli mi pubblica? Molto semplice: perchè ho presentato un progetto a un agente e quell’agente ha contattato la casa editrice che riteneva consona a quel progetto. Non alla mia persona. Se insinui che io vengo pubblicata perchè scrivo su Repubblica, be’…dimostri con nitidezza il tuo pensiero.
    E non è un bel pensiero, credimi.

  34. Postilla del tutto a margine, sulla fenomenologia del consenso: apriamo anche un dossier sulle stroncature non ai libri ma alle loro schede editoriali o alle facce/corpi dei loro autori? alle vanterie su Fb (luogo di diffusione e produzione di pensiero, a tutti gli effetti, ormai) di ”stroncature su commissione” (non potevo io, perché sarei stato sospetto, allora ho chiesto al Tale di farlo per me), scoperchiamo tutte le pentole e il sistema lo guardiamo in tutti i suoi aspetti perversi pure dove non ci convenga più di tanto farlo (per condotta non proprio specchiatissima)? Spieghiamo perché del libro della Tale si sta sempre a rimarcare come e perché sia stato recensito dal suo amico Tizio e non ci si chiede mai il perché dell’accanimento di Sempronio, solerte quanto a tempistica almeno quanto il recensore cosiddetto amico? Guardiamo tutto, ricominciamo da capo, facciamo pulizia, glasnost, si diceva un tempo, ma in tutti tutti gli ambiti, perché gli editori sono avidi, certo, e gli autori saranno pure dei vanitosi presuntuosi, ma tutta la pletora di questuanti dei primi e di emuli dei secondi, la vogliamo lasciar per via?
    (scusate, avevo un sassolino nella scarpa ahi).

  35. Io sto cominciando a fare l’editore da poco, assime ad una socia, e ovviamente investiamo del nostro. Facciamo contratti regolari, li registriamo, non chiediamo contributi e non facciamo preparare le piazze a nessuno. Pubblichiamo ciò che ci convince, e cortesemente rifiutiamo ciò che non ci piace. Poichè non possiamo rimetterci se no chiudiamo subito, i libri cerchiamo di venderli, e non è facile, ma ovviamente se un prodotto ti convince ci metti un impegno diverso. Uno dei nostri autori ci ha detto che il suo libro giaceva abbandonato e noi lo abbiamo riscaldato con una coperta di lana fatta a mano e io mi sono quasi commossa. Nonostante questo la giungla degli editori è tale che facciamo fatica a convincere gli scrittori della nostra buona fede, a allo stesso tempo incontriamo la diffidenza anche degli addetti ai lavori che, non me ne vogliano coloro che intervengono in questo blog, mostrano un certo “snobbismo preventivo ” nei confronti della dimensione artigianale….Insomma, un atteggiamento più aperto e onesto sarebbe auspicabile un pò da tutti, perchè la comunicazione è un gioco di rimandi …

  36. E tu l’hai insinuato. Mi dichiaro disgustata. E se prima avevo un minimo di dubbio sulla vicenda, mi è stato chiarito in pieno.
    Laura, molti auguri. Ma qui, permettimi, lo snobismo preventivo non c’entra un tubo: si sta parlando di come, invece della valutazione del testo, si valuti l’utilità dell’autore.

  37. Confermo. Per la saggistica c’è spazio. E non c’è bisogno di avere santi in paradiso, cattedre universitarie o collaborazioni sui giornali. Ci vuole una buona idea, molta pazienza, ma si può fare.

  38. Scusa Lipperini, vorrei tornare al punto. Tu scrivi: «Da quanto capisco, il “no” all’autrice in questione è stato dato non tanto per il comitato di lettura ma perchè non intendeva promuovere il libro (secondo la vostra versione) o la casa editrice tutta (secondo le altre versioni)»
    Io però avevo già scritto all’inizio: «la promessa di pubblicazione l’ho fatta ad aprile, ma nel frattempo mi è arrivata la bocciatura del comitato di lettura e mi sono reso conto che questa autrice non era assolutamente interessata a promuovere il suo libro, a collaborare con noi sul fronte dei contatti a Roma, dove risiede»
    Quindi mi stai continuando a chiedere la stessa cosa, e io di nuovo rispondo: le due cose, qualità e possibilità di promozione, viaggiano sempre in coppia, nella valutazione sulla pubblicabilità di un testo. E questo non solo in Transeuropa, ma OVUNQUE REGNI IL BUON SENSO! 🙂

  39. Scusami, Lipperini, ma io non ho insinuato nulla. Se leggi sopra vedi che non ho nulla contro il fatto che scrivi su Repubblica, questo va a tuo merito. Sei una brava giornalista, un’appassionata lettrice di libri, una persona che come dici vive nell’ambiente culturale da vent’anni. Se tu o il tuo agente mi presentate un libro, io sono preventivamente già molto ben disposto a valutarlo. In cosa sbaglierei?

  40. E allora, Milani, perchè mai hai promesso la pubblicazione? Sulla sola base dell’utilità. Alè.
    Questo tipo di buon senso mi sembra stia producendo catastrofi sulla qualità dei testi, oltre a ricadute ugualmente pericolose sulle ASPETTATIVE – legittime in quanto legittimate – degli autori.
    Che razza di discorso ipocrita è? Da una parte ci si fa vanto di pubblicare lo sconosciuto A PATTO che lo sconosciuto sia utile, e non che sia bravo?
    Quanto a me: sbaglieresti a essere ben disposto perchè io potrei aver scritto un testo inutile. E in quel caso NON dovresti pubblicarmelo.

  41. “di come si valuti l’utilità dell’autore”, dici.
    be’, dipende dai contesti e dalle condizioni. in alcuni casi può esserci anche questa variabile (casi in cui il testo è in bilico quanto a qualità: può essere l’ago che fa pendere verso il sì, e allora uno deve fare un investimento diverso sull’autore, specie se esordiente, magari dandogli dei consigli, delle indicazioni di lettura, facendo un po’ di sana “trasmissione dei saperi”)
    però perché non vai a vedere il catalogo nostro e guardi quanto autori “utili” ha pubblicato transeuropa, troverai che sono davvero pochi…

  42. Neanche Borghese era utile come nome, non prendiamoci in giro. Era utile come forza lavoro a costo zero, mi pare di intuire.
    Non ho neanche la forza di ripeterlo: non contesto il catalogo, contesto la pratica. Specie se estesa e, mi par di capire, difesa.
    Ad ogni modo, per il momento mi sottraggo e vado a dormire. Mi sembra che comunque discutere di pratiche sia indispensabile: perchè da quel che si intuisce a crescita di domanda di pubblicazione (e anche su questo, come ho detto all’inizio, occorre riflettere) corrisponde una diversificazione delle valutazioni. La cosa va al di là dell’episodio e dell’editore singolo e mi interessa tornarci.
    Per quanto mi riguarda, domani.

  43. “Autori utili” è una categoria di scrittori, lo apprendo solo ora, fantastico. Dopo i cannibali, i cosmetici, gli iconoclasti eccetera, ora ci sono anche “gli utili”.
    Complimenti.

  44. «che razza di discorso ipocrita è? Da una parte ci si fa vanto di pubblicare lo sconosciuto A PATTO che lo sconosciuto sia utile, e non che sia bravo?»
    Ti ho già risposto su questo punto, penso che quella che chiami utilità dell’autore – e io, certo “ipocritamente”, contesto – sia SEMPRE in relazione con la qualità del testo prodotto, in senso positivo o negativo. Valuto i testi che mi vengono segnalati dagli amici scrittori di Nazioneindiana, del Primoamore, della scuola Holden, delle agenzie indipendenti come Kalama, che ha scoperto la Murgia e il nostro Cubeddu, del vibrisselibri, e di molti altri contesti che fanno ricerca. In cosa sbaglio?

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