Piccola pausa, fatta di letture e di navigazione: ieri sera, su Facebook, ho appreso di una vicenda di certo piccola, altrettamento certamente sconcertante.
Avviene che una scrittrice cerchi un editore per i suoi racconti. Fin qui siamo nella normalità. Premetto che con questa scrittrice, che si occupa anche di uffici stampa, ho avuto solo qualche fuggevole contatto via mail: non la conosco, non so se i suoi racconti siano o meno adatti alla pubblicazione, non so se scriva cose interessanti o trascurabili.
Non è questo il punto.
Alla scrittrice viene proposto un contratto di pubblicazione da una casa editrice che si potrebbe definire medio-piccola. A condizione “che lei prepari la piazza su Roma”. Riporto le parole dell’editore stesso così come sono state lasciate nei commenti all’accesissima discussione che si è svolta su Facebook.
“Lavorare su Roma, su Milano, su dovunque abiti un nostro autore, è una cosa che chiediamo a tutti. Abbiamo bisogno di poter contare sui nostri autori anche per la promozione, perché abbiamo forze ridotte. Funziona come una “banca del tempo”, io ne dedico tanto a te e al tuo libro, alla sua revisione accurata eccetera, e tu ci dai una mano sulla comunicazione. È così folle? Chiaro poi che se l’autore non c’è, pensa solo al suo libro e si fa gli affari suoi, vuol prendere un passaggio e via, l’editore si fa una domanda e si dà una risposta”.
Questo è inquietante. Un editore ha tutto il diritto di non pubblicare un testo (infatti, i racconti della scrittrice non verranno pubblicati), ma il rifiuto va legato alla qualità del testo stesso e non alla disponibilità dell’autore di farsi ufficio stampa, o promoter, o esperto di comunicazione, sia pure del proprio libro.
Più avanti, lo stesso editore precisa:
“come abbiamo spiegato altrove, la pubblicazione dell’opera era condizionata alla presenza dell’autore. Naturalmente non vale per tutti gli autori, ma specie per i più giovani e gli emergenti, che sono degli sconosciuti, non poter contare sulla disponibilità dell’autore a battersi per la promozione del suo libro ALMENO nella propria città di residenza rende le cose un po’ difficili”.
Qui lo sconcerto aumenta. L’emergente, qualora desiderasse pubblicare con Transeuropa (di questo editore si parla infatti: anche se, come da precisazioni successive, esclusivamente in rapporto ad una specifica collana), deve essere disponibile ad autopromuovere il proprio libro? Forse c’è qualcosa che mi sfugge nelle dinamiche attuali. Perchè è evidente che accompagnare un testo è pratica importante, è occasione irripetibile di condivisione e comunicazione. Ma non è un obbligo. L’unico obbligo di un autore è scrivere. Il resto spetta all’editore. Anche trovare, come nel caso della collana in questione, il gruppo musicale destinato ad accompagnare il testo.
Ho trovato queste informazioni in una bella, lucida nota di Seia Montanelli, che mi auguro sia leggibile anche da chi non è iscritto a Facebook.
Non intendo in alcun modo fare un atto di accusa: semplicemente, sto cercando di capire come stiano mutando i rapporti fra autori e piccoli-medi editori. Sempre considerando lo sfondo, di cui si è già parlato: il numero delle novità pubblicate è altissimo, il ciclo vitale di un libro è sotto i trenta giorni.
Per la centesima volta: sbagli nel subordinare la firma del contratto alla disponibilità nella promozione. Buonanotte.
Per Giulio Milani: devo dire che l’approccio che hai adottato in questo thread non ti fa onore, né fa onore al lavoro della tua casa editrice che pure pubblica cose belle e apprezzabili. Se tu hai adottato, e tuttora vai adottando, criteri di pubblicazione non propriamente basati sul merito, dire che ciò “è la prassi” e affermare che “Repubblica” e “Stilos” fanno la stessa cosa non rappresenta una giustificazione. Se tale prassi fosse in opera presso “Stilos” e “Repubblica” essa non sarebbe meno discutibile, solo più diffusa.
Ma per quanto concerne “Stilos” posso assicurarti che essa non è in opera: vengono recensiti i libri più disparati, dalle persone più diverse, che non di rado hanno preferenze diametralmente opposte.
Per quanto riguarda invece “Repubblica” non ho esperienza diretta, ma se Loredana asserisce che i criteri della redazione culturale sono trasparenti, le credo sulla parola. Del resto, mi sembra che ella si sia spesa a più riprese, generosamente, per promuovere quei lavori e quegli autori che riteneva validi, anche se non erano blasonati né potevano contare su chissà quali potentati a spalleggiarli. Né si può dimenticare il suo impegno, assai prezioso e utile, a sostegno dello sdoganamento della letteratura di genere in Italia.
«Neanche Borghese era utile come nome, non prendiamoci in giro. Era utile come forza lavoro a costo zero, mi pare di intuire.»
Non ho parlato di utilità come la intendi te, ma di “inserimento in un contesto”, che nella fattispecie è quello letterario. E Isabella Borghese vi è inserita, altrimenti non staremmo qui a occuparci del suo “caso”. Isabella era un’amica, e con me aveva deciso di dare una mano alla costituzione della nascenda compagine romana di Transeuropa, non mi stancherò mai di ripeterlo. Nessuno l’ha costretta, non le ho puntato una rivoltella alla testa, era la normale condivisione di un percorso, che però aveva bisogno, per continuare, di due elementi: l’approvazione del comitato di lettura, che non è arrivata, e la sua disponibilità a fare rete con i suoi contatti sul territorio, che ha dato solo formalmente, ovvero opportunisticamente (in quanto non l’ha sostanziata, posso dire che il suo era un atteggiamento opportunista). Ancora una volta, dunque, i due elementi – qualità e “paratesto autoriale” – hanno mostrato la loro relazione (questa volta in negativo, sanzionando il congedo dell’autore).
Per Seia, “autori utili” è un’espressione della Lipperini, a lei tutto il merito di questa new entry.
@malesi
Io non sono intervenuto per “farmi onore”, ma perché direttamente chiamato in causa in questo thread. Penso sia il caso di fare chiarezza su questo punto del merito dell’opera scisso dall’autore. Non dico che sia sempre così, che non possa esistere l’opera d’arte pura, che cresce al di fuori di qualsiasi contesto letterario e artistico, dico un’altra cosa. Dico che facendo l’editore, ho contezza dell’esistenza di una relazione tra merito dell’opera e contesto (letterario) in cui un autore si muove, vive, produce la sua opera. Questa relazione precede l’opera, e in qualche modo la presenta.
I riferimenti a Stilos (Seia) e Repubblica (Loredana) vanno nella direzione di comprendere se quanto dico riguarda solo Transeuropa oppure no. Secondo me no. Riguarda tutta l’editoria, dei cui malcostumi – se vi sono, e quando vi sono – Transeuropa non può diventare il capro espiatorio.
Vorrei entrare brevemente nel merito, a questo punto: la collana Inaudita non mi pare stia prescindendo da criteri di qualità, e dunque il singolo caso in oggetto può risultare un po’ fuorviante (ecco perché mi sono decisa a proseguire la discussione: non per difesa di Transeuropa, che non rappresento ad alcun titolo, ma del progetto culturale che almeno rispetto alla collana di poesia credo tra i più innovativi al momento). Il libro di Gian Maria Annovi, ad esempio, ”Kamikaze (e altre persone)”, è per giudizio pressoché unanime uno dei migliori di poesia usciti nell’ultimo anno, perlomeno. Con delle autotraduzioni infedeli, che mi sembrano un motivo d’interesse già di per sé, e l’esito è comunque notevole in entrambe le lingue (inglese e italiano), oltre che nell’accortissima giustapposizione/commistione delle due. Lo stesso dicasi per i libri di Francesca Matteoni e Marco Giovenale. E dunque, tornando a bomba sulla questione: il comitato di lettura ha scartato il libro di xy. Il direttore editoriale pensa che le si possa dare una chance come autrice, anche (non mi pare abbia mai detto solo) in virtù delle possibilità autopromozionali? Io, come autore, non accetterei, così come, da autore, non ricevendo dopo alcuni mesi nessun cenno dall’editore, non starei a corrisponderci ad libitum senza patti chiari, ma non mi stupisco comunque del contrario. Se il libro è brutto, tanto, l’autore muore con lui, se il libro vale, l’editore e l’autore ne avranno visibilità e riscontri (non economici, trattandosi di poesia). Sembra piuttosto che l’avversione qui sia al piccolo editore in sé: onestamente, vi pare questo l’obiettivo polemico principale del campo letterario attuale? Il piccolo editore e le sue logiche di sopravvivenza? Se poi ci sono altri aspetti che non conosciamo o che non sono stati chiariti a sufficienza, nella vicenda, allora la questione può essere diversa. Ma posta in questa chiave, nihil novum.
Grazie Gilda, non da parte mia, ma della ragionevolezza non faziosa che qui rappresenti.
Autorini, autorucci, piccole miserie nella mediocrità. Del resto la mediocrità qualcuno deve pur alimentarla, le spetta una parte di mondo. Quando le vicende si fanno fanghiglia e diventano noiose spesso significa che stanno accadendo cose di poco conto grazie alle quali l’essere umano può dimostrarsi pedante, presuntuoso, opportunista. Case editrici che chiedono marchette, autori che manco si sa chi sono (mi scuso), romanzi maldestri, editor annoiati!
Caro Giulio, io non ho fatto alcun riscontro ad “opere d’arte pura”, e mi sembra che chiamarle in causa generi solo confusione. Quello che dico è che mi sembra di avere, qui, una situazione che è esemplare di prassi che mi paiono malsane sul piano deontologico.
Nessuno dice che l’editore debba restare insensibile al richiamo di un nome di grido. Una volta Roberto Calasso disse che un editore si può permettere tre tipi di libri: quelli belli che vendono (e sono pochi); quelli brutti che vendono (spiacevoli ma necessari); e, infine, quelli belli che non vendono (da pagarsi con gli utili di quelli che vendono). Mi sembra un punto di vista laico, sensato, ragionevole; in nessun modo sbilanciato verso l’idea, che sappiamo falsa, per cui un editore ignora la esigenze del mercato e mira solo alla pubblicazione di opere assolute.
Ciò che qui si discute è altro: ed è, val la pena rimarcarlo, la prassi deontologica. E’ giusto, ci si domanda, escludere o includere l’autore tra quelli da pubblicarsi basandosi sulla sua disponibilità a svolgere prestazioni lavorative non retribuite? Ciò che Loredana e Seia sostengono è che si tratti di un criterio deontologicamente scorretto, e non vedo come si possa affermare il contrario.
Non perché, bada, io immagini l’editore come una creatura angelicata immune dal contatto con le basse questioni materiali: anzi. Conosco case editrici grandi e piccole, e ho assistito più volte a episodi di sfruttamento del personale (dall’uso sistematico degli stagisti come forza lavoro a costo zero, fino alla precarizzazione a oltranza perfino di elementi-chiave nell’organigramma dell’editore, passando per tutto quello che c’è in mezzo). Per cui non penso che gli editori siano dei santi: so bene che non è così, e d’altronde mi parrebbe insensato aspettarmi che lo siano.
Tuttavia, quello che qui è in discussione è un grado di scorrettezza deontologica ulteriore, quello per cui un editore scarica sull’autore una parte del proprio rischio d’impresa, oltre a servirsi di lui come collaboratore senza però retribuirlo, facendo passare la pubblicazione come surrogato della giusta mercede. Sulla scorrettezza di una siffatta commistione non mi sembra ci sia da cincischiare più di tanto. I ruoli di autore e promotore culturale o incaricato commerciale sono separati, tant’è che per convenzione vengono retribuiti in modo diverso.
Nessuno vuole trasformare Transeuropa in un capro espiatorio: ma il caso emerso, quello di Isabella Borghese, concerne Transeuropa. Quando emergeranno i casi di collaboratori di “Stilos” e “Repubblica” che si lagneranno delle stesse cose, discuteremo anche quelli. Fino ad ora, però, non ve ne sono (e mi vien da dire: per fortuna).
Ho una domanda facile-facile, seguendo ciò che ha giustamente scritto Gilda Policastro.
Se qua dentro sappiamo tutti che l’editoria di ricerca non paga in termini di sopravvivenza economica, se sappiamo che la poesia paga ancora meno, l’investimento rischioso che si chiede agli editori di chiara fama morale, in che modo torna indietro a questi intrepidi imprenditori-editori? Le piccole case editrici, soprattutto quelle che si fregiano di fare ricerca, con che cosa dovrebbero sostentarsi, per tenere in piedi costi di tipografia, mantenere una redazione e un ufficio stampa che PRESCINDA TOTALMENTE dagli sforzi dei suoi autori, visto che gli autori devono solamente scrivere il loro libro?
Qualcuno degli “addetti ai lavori scandalizzati” in questa discussione sa dirmi precisamente che tipo di tirature vende la poesia in italia, oggi? Quanto vendono le raccolte di racconti di emergenti? Ah, e non parlo di uscite Einaudi, Mondadori o che so, parlo di piccole case editrici. Perché quando si tira addosso, quando si mette in piedi una bella gognetta per l’editore cattivo, bisognerebbe anche rendersi un minimo conto di quali cifre stratosferiche sono in ballo. Se una raccolta di racconti vende tra le 100 e le 200 copie, di cosa stiamo parlando? L’investimento a senso unico dell’editore, che dovrebbe magari dare anche generosi anticipi all’autore in questione, come gli ritorna indietro? Ecco che allora una casa editrice diventa spesso una specie di laboratorio, una cooperazione, una rete di relazioni che lavorano insieme. E se fanno tutto questo, non è certo per arricchirsi, a dirlo non sono io ma le cifre in questione.
Io sono un tenerone (anche se non ci credete) e mi fa male vedere persone che stimo fare a cazzotti, quando siamo tra i pochi in questo paese di cacca a voler bene ai libri.
Se posso “narrare” a tarda notte e a modo mio la vicenda, vorrei dire che in principio è il Verbo, cioè il testo, e se non c’è il valore di quello non c’è editoria ma solo basso mercimonio e cattive illusioni.
Ma il testo non basta, ahimè, perchè poi bisogna venderlo, e per venderlo bisogna che abbia un minimo di visibilità. Salva la buona fede e la professionalità di tutti, credo che nella stampa le cose funzionino un po’ come nelle librerie: la possibilità di un libro non pubblicato da una major di ricevere attenzione è veramente molto limitata. A differenza che in libreria, però, con la stampa il libro può essere preso in considerazione anche per una “visibilità” dell’autore in quanto stimato e segnalato da altri scrittori, o dotato di altra visibilità sociale, o blogger ecc. Se non c’è niente di tutto questo, ci sono le presentazioni.
Io ho forti dubbi che servano a muovere veramente un libro, anche se Massimo Carlotto qualche anno fa mi ha detto che una settantina di presentazioni fanno fare un salto di qualità (ma settanta presentazioni può farle uno che fa lo scrittore di mestiere, cioè non ne ha bisogno)
E’ triste dirlo, ma anch’io che devo molto a chi ha avuto finora fiducia in me (Mursia, Flaccovio, Sironi, Perdisa, SottoVoce) penso con sollievo al fatto che nel 2011 uscirò con un editore che ha i soldi per promuovere il libro come si deve. E’ triste perchè il vero scouting non lo fanno quasi mai le major (salvo esordienti “da cartolina”), che poi però si prendono l’autore che ha già un minimo di nome, senza troppa fatica.
Allora dico, qui hanno ragione un po’ tutti, ma per favore se si vuol bene ai libri si pensi a chi sta in trincea, dove magari scappa qualche scoreggina, e non si pretenda di giudicarlo col metro di chi sorseggia gin tonic sul terrazzo dell’Hilton.
«E’ giusto, ci si domanda, escludere o includere l’autore tra quelli da pubblicarsi basandosi sulla sua disponibilità a svolgere prestazioni lavorative non retribuite?»
Caro Davide, a una domanda posta in questo modo – che fa finta di essere neutrale e invece ha già giudicato tutto – come vuoi che si possa rispondere?
In realtà io ho scritto all’inizio come sono andate le cose. Non ho incluso l’autrice in questione nel piano editoriale solo perché lavorasse per noi gratis: la pubblicazione era anche condizionata dall’esito della lettura del comitato e del lavoro che l’autrice poteva o non poteva fare sui testi. Questo è per così dire “agli atti”, e credo che anche Seia possa confermarlo sulla base dei suoi “riscontri incrociati”.
Poi, come ha capito benissimo la Policastro: «il comitato di lettura ha scartato il libro di xy. Il direttore editoriale pensa che le si possa dare una chance come autrice, anche (non mi pare abbia mai detto solo) in virtù delle possibilità autopromozionali» cui però nel frattempo l’autrice aveva dimostrato di non tenere.
Per il resto io non ho mai pensato che tu o altri fra quanti qui si sono espressi contro di noi immaginino “l’editore come una creatura angelicata immune dal contatto con le basse questioni materiali”. Ma come ti salta in mente? Infatti poco dopo confermi quanto altri hanno già scritto su questa vicenda: «c’è il luogo comune dell’editore cattivo e dell’autore vittima, e che a un certo punto l’odio comune (COMUNE) verso gli editori da parte di giornalisti, scrittori, ecc (che son sempre a parlar male dell’editoria, in ogni contesto) si sfoga dove può. QUESTO è un capro espiatorio, che in quanto tale esula da interessi personali. Si tratta di violenza in circolo da sfogare dove capita. »
Lavorare per noi gratis, come dite voi, in realtà significa quel che ha scritto Dario: «Ecco che allora una casa editrice diventa spesso una specie di laboratorio, una cooperazione, una rete di relazioni che lavorano insieme.»
Tra l’altro, la Borghese non contesta e non ha mai contestato questo punto, anzi, ha esplicitamente detto che a suo avviso la mia decisione è stata ingiusta in quanto in realtà lei ha collaborato con l’editore! Lei c’è rimasta male perché le è arrivata la classica “doccia fredda” della non pubblicazione, prima (a marzo) promessa e poi (a ottobre) ritirata. Perciò si tenga presente che tutto questo è maturato in un tempo che va da marzo a ottobre, con in mezzo un’intera estate in cui nessuno aveva sentito nessuno.
Caro Giulio, io non faccio per nulla finta di essere neutrale (nei confronti di una prassi che trovo deontologicamente scorretta). Ma la domanda che ti ho fatto è sgradevole solo in quanto, con una certa crudezza, va dritta al punto. Non è la domanda che “ha già giudicato tutto”: è che certe prassi si condannano da sole.
Né io mi sono espresso “contro Transeuropa”, di cui per altri versi riconosco i meriti. Il punto è uno, e uno soltanto: nell’ottica di una corretta ripartizione dei ruoli in ambito professionale, la disponibilità di un’autrice a svolgere prestazioni lavorative non retribuite (come promotrice culturale o rappresentante commerciale) non può, in nessun caso, essere un criterio per metterla sotto contratto – e non importa se oltre il criterio in questione ve ne siano altri. Se il libro della Borghese non era adatto alla pubblicazione per i vostri tipi, andava tout court respinto: e quella malaugurata proposta non doveva esser fatta.
Ora, nessuno è più di me disposto a credere che si tratti di un caso singolo, increscioso sì ma da gettarsi alle spalle, facendo tesoro dell’esperienza fatta. Ma trovo scorretto minimizzare l’episodio allargando il discorso all’editoria italiana nel suo complesso, come a dire: “Guardate che non lo facciamo solo noi, fanno tutti così”. Per quanto mi risulta, non è vero; io personalmente ne ho viste di tutti i colori, ma questa è la prima volta che la sento. Forse ti viene da minimizzare la cosa perché, (spero) in buona fede, nemmeno tu ti rendi conto di quanto sia grave.
Quoto tutto quanto detto da valter binaghi.
1. CHE SCHIFO.
2. Parlate di me come persona e non come “utilità o meno” che mi fa vomitare.
3. E’ serio che un editore prima convochi l’autore per farlo pubblicare e poi convochi il comitato di lettura? NO. ED E’ ANCHE POCO CREDIBILE che milani abbia fatto questo. Perchè?
4. perchè: A) conosco Rovelli e ho anche uno scambio via mail con lui contento che fossi entrata nella “casa editrice” se così si può dire. B) se fosse stato così per quale motivo Giulio, hai continuato a parlarmi di contratto e poi sono continuati a nascere dicorsi su corsi, workshop e presentazioni da organzzare su Roma? e perché soprattutto C) ti sei tirato indietro solo dopo che io, IO ti ho scritto, Mi manderesti il contratto?, specificando(ti) il fastidio ricevuto nello scoprire SOLO perché te l’ho chiesto io, di essere slittata a maggio da gennaio/febbraio, mesi in cui sarei dovuta uscire? Chiaramente ho trovato poca chiarezza in questo e quando ti ho anche palesato la mia difficoltà a aiutarti totalmente come mi proponevi mi hai risposto, Lasciamo stare (certo con una mail ben lontana dall’educazione o anche solo dalla diplomazia).
5. Non nego che sia normale l’aiutarsi. Dagli anni del Tuma’s ho invitato i tuoi autori laddove ho avuto la possibilità, non ultimo Andrea a luglio. Perché sia chiaro che: aiutarsi tra conoscenti/amici e persone che amano e vivono lo stesso lavoro è una prassi piuttosto naturale per me. Tuttavia non lo è più nel momento in cui non si ha la possibilià di farlo, ma sembra un elemento indispensabile per la pubblicazione. E qui torniamo al nodo del problema. Io mi sono sentita infognata in questa situazione: aiuto Transeuropa ma il contratto non me lo manda. che faccio? mi sembra poco chiaro. può andare a finire che arriverà maggio e non mi pubblicherà più. Ecco l’inghippo.
Ti ho mandato la mail e TU hai preferito chiudere così.
6. sottolineo peraltroche non avevo nessuna fretta di pubblicare quei racconti ma avevo parlato con Giulio e avendomi detto, mandamene due o tre, li leggo volentieri l’ho fatto. IO NON CHIEDO MAI NULLA A NESSUNO, nè mi sono mai fatta vanto di questa pubblicazione nel modo in cui è stato eplicitato qui. Ho semplicemente condiviso con chi mi segue su facebook. e visto che chi mi segue sa pure quando va a pisciare il mio gatto, mi è sembrato CARINO dare questa comuncazione.
7. Non credo Giulio che tu abbia fatto tutto questo con intenzione e cattiveria, tuttavia sei caduto nell’errore di pensare che io potessi tenere così tanto a pubblicare da ottemperre a tutte le tue richieste senza battere ciglio. e trovo davvero sgradevole aver profittato della mia ingenuità forse travisandola in stupidità. Trovo anche sgradevole che si stia parlando male della mia scrittura laddove nessuno ha modo di poter leggere. Tant’è. Ora è così. Trovo ancora più stupido che pur di avere pubblicità su Roma avresti pubblicato un testo non gradito dal comitato.Trovo raccapricciante che laddove si voglia fare cultura non si ha neanche la capacità di chiedere SCUSA e l’onestà di ammettere che si è tentato di percorrere la strada della furbizia… e poi mi definisci un’amica da pubblicare? Amica cancellalo per piacere, fa solo ridere.
Mi sta nuseando tutto questo perché nel tempo in cui mi occupo della mia scrittura, con fatica, passione, cercando di costruire me ne trovo a dover parlare dietro una marea di menate buttate per non essere leali e contiuare a buttare fango sul mio testo. E’ uno schifo tutto questo. Raccapricciante. Non ho ancora pubblicato e il mio nome deve uscire così male. Fa abbastanza incazzare questo per una che ci tiene e che sta percorrendo una strada in un certo mdo. E fa abbastanza urtare che Transeuropa per non ammettere la sua mediocrtà rispetto al “mio caso” ha chiesto di non essre insultato (quando io u fb ho solo messo uno status di cronaca) ma poi loro hanno scritto sulla mia pagina dandomi più di volta dell’autore triste e frusato. ma questo dev’essere il fare che appartiene a un editore che sivuole fare la piazza che forse merita o che quanto meno fa pensare di. e c’è una gran bella differenza tra un autore frustrato (per i miei giovani 33 anni mi sembra una definizine piuttosto azzardata) e una persona che lavora nell’ambiente, è stata presa per i fondelli da un collega di lavoro e per questo si è urtata. ben diverso, caro milani. un’ultima cosa: ti è venuto il pensiero che LA TUA AMICA BORGHESE,come dici, mentre tu ti facevi i fatti tuoi tenendoti il suo manoscritto come volevi tu avrebbe potuto invece darlo a qualche altro? o ti è venuto in mente che saresti responsabile in via precontrattuale invece di sbolognartela con un semplice: isabella il contratto non te l’ho mandato, ciao! questo è sempre e solo per ribadirti che le persone non sono stupide anche se sono buone e parzialmente ingenue. questo è quanto. scusate i refusi, ma non ci vedo bene. ho le gocce.
Caro Davide, se “certe prassi si condannano da sole”, allora perché ci sarebbe bisogno di discutere? Io faccio l’editore da qualche anno, e penso che la questione sia un po’ più articolata di come la vuoi mettere tu, Seia o Loredana, se pure in buona fede e per stigmatizzare i cattivi comportamenti. Anch’io sono contro i cattivi comportamenti, tuttavia penso di avere il diritto di sostenere che le nostre pratiche sono buone pratiche. Oneste e trasparenti. Utili alla causa della buona editoria. Dimostrate sotto forma di un catalogo di tutto rispetto. Se ti dico che Isabella non ha svolto prestazioni non retribuite ma ha fatto solo quello che si sentiva di fare per Transeuropa – quando l’ha fatto e finché l’ha fatto – del tutto volontariamente e in modo amichevole – cosa che per altro lei stessa ha ripetutamente espresso – tu non puoi continuare a ripetere questo mantra sindacalistico delle “prestazioni lavorative non retribuite”. Io ho sbagliato perché le ho (amichevolmente) promesso una pubblicazione senza aspettare il parere del comitato, e questo l’ho detto, ma poi la cosa è morta lì proprio perché nel frattempo è arrivato il parere negativo del comitato, e nel frattempo vuol dire che per tutta l’estate e fino al momento in cui mi ha telefonato, non più di una o due settimane fa, non ci siamo più visti né sentiti se non sotto forma di brevi messaggi via email (e sempre su suo impulso).
Il resto sono sciocchezze, e sei tu che dovresti renderti conto di quanto cada leggero il macigno del tuo giudizio.
scrie milani:
Tra l’altro, la Borghese non contesta e non ha mai contestato questo punto, anzi, ha esplicitamente detto che a suo avviso la mia decisione è stata ingiusta in quanto in realtà lei ha collaborato con l’editore! Lei c’è rimasta male perché le è arrivata la classica “doccia fredda” della non pubblicazione, prima (a marzo) promessa e poi (a ottobre) ritirata. Perciò si tenga presente che tutto questo è maturato in un tempo che va da marzo a ottobre, con in mezzo un’intera estate in cui nessuno aveva sentito nessuno.
gilio, caro,ti ricordo la nostra mail di giungo o luglio in cui mi rispondi che a settembre avrei ricevuto il mio testo da consegnare al professore che voleva curarne la pefazione. basta con le cazzate, adesso eh!
e in ultimo:
non dire più e MAI PIU’ che sono un persona che non collabora e che non dimostravo interesse. abbiamo un carteggio piuttosto lungo, mi sembra, o no?
peraltro giacché lavoro nel settore ti chiedo cortesemente di non parlare di me a vanvera, dndo l’idea di essere una persona che non si interessa perché sei nuovamente poco credibile nonché fastidioso. e non te lo concedo.
è vomitevole e INUTILE confrontarsi con chi continua a dire menate per salvare capre e cavoli. si finisce col dare l’idea che ha sara e che francamente condivido. una polemica deve andare avanti se ci si contrasta con verità e insegnamenti, ma se continua a crescere sulle idiozie, quale ne sarebbe il senso? buonanotte.
Isabella, non è che “sfogarsi”, come fai tu, ti porti immediatamente dalla parte della ragione. Comunque. Insisti pure su questo tono.
Tu hai ragione sul discorso della pubblicazione, te l’ho promessa e poi, quando mi hai detto che non c’era problema se non ero più convinto – e questo l’hai scritto tu – te l’ho ritirata. Nel frattempo infatti, e mi dispiace tu l’abbia saputo così, ma non sono io ad aver messo le bandiere su fb, era arrivato il giudizio – negativo – del comitato di lettura. Di cui fanno parte molte persone e che ha i suoi tempi. Il fatto che la cosa ti sembri poco credibile conta poco. Il comitato esiste e giudica, ha un peso. Certo, io avrei potuto oppormi, ingaggiare un confronto e dire per esempio che volevo comunque darti una possibilità, lavorare con te sui testi, inserirti in un discorso redazionale più ampio, come ho fatto anche in altre occasioni difendendoti da questo o quel parere che nel frattempo mi arrivava, ma non l’ho fatto: non ti sentivo da un pezzo, e quando ci siamo sentiti avevo già maturato l’idea che sul tuo conto non avevo saputo giudicare con lucidità. Così, quando mi hai scritto che della pubblicazione potevi anche fare a meno, ho preso la decisione contraria alla precedente e te l’ho scritto. Certo, in modo secco, come spesso succede nella comunicazione via email e sotto schiaffo emotivo. Però non puoi dire che non ti abbia chiesto scusa, l’ho fatto in privato e poi pubblicamente, attraverso l’ufficio stampa che lo ha riportato nel corso di una serie di scambi su fb dove, lo ammetterai, i commenti tuoi e dei tuoi amici non incoraggiavano al dialogo.
Quanto al tempo che hai perso, rientra nei normali tempi di elaborazione di una risposta editoriale: ti ho detto della pubblicazione a marzo, mi hai mandato i testi mi pare in giugno, hai ricevuto una risposta certa a ottobre. Di solito, poi, un autore non manda le sue cose a un solo editore, proprio per evitare queste perdite di tempo.
Quanto al fatto di ritenerti una stupida o un’ingenua, mi dispiace se l’hai pensato. Comunque un rifiuto editoriale non implica automaticamente un giudizio di questo tipo su una persona.
Ps
Quando scrivo “amica”, ovviamente faccio riferimento al passato.
Ho letto di corsa, molte botte e risposte. La cosa strana è che ognuno scrive qualcosa di condivisibile, ma il punto fermo, mi pare è che se vuoi pubblicare devi darti da fare (a quanto pare senza detrimento sulla qualità del testo, ma anche qui pareri discordanti). Lasciare il libro ai lettori? O presentazioni alla vecchia maniera o passaparola tra critici e scopro nel frattempo il tam tam dei social network che echeggia impavido. Certo la storia degli scrittori “utili” o il far capire che se la Lipperini non scrivesse su Repubblica, un esempio per semplificare, nessuno avrebbe pubblicato i suoi libri inquieta molto, perché nella foga del scrivi scrivi si complica tutto in un guazzabuglio concitato (chi ha scritto per primo di utilità? Perché si arriva alle vicende editoriali e private della proprietaria del blog?).
@Simone Ghelli: va bene, meglio un racconto sulla rete che in una sconosciuta antologia di esordienti. Io però continuo a chiamare tutto ciò caporalato intellettuale. Quali “garanzie” mi posso aspettare se per primo mi sento uno scrittore precario? Poi emergo o mi chiudo nel guscio vuoto di letture tra amici?
Insomma, bella l’enfasi e i vostri commenti ma è appena stato pubblicato Eco, prima ancora Piperno. Eco ha venduto tutte le copie pubblicate nel primo giorno. Erano migliaia. Son tornate e stanno ovunque, tappezzano Mel Bookstore a Roma. Fra poco esce Vespa e si prenderà tutti gli altri spazi. Ma la piccola editoria come ne esce? Che poi è quella realmente letta. In questo binomio bizzarro Eco-Vespa, invece, in pochi leggeranno, essendo solo “consumo di cultura”, ovvero compro Eco perché non posso non averlo.
Nel frattempo, mentre scrivevo sto scempio, la Borghese e Milani hanno continuato e ora sembra più facile capire con chi parteggiare a spada tratta. O no?
Isabella, insisto, io non ho mai negato di averti promessa la pubblicazione. Solo che questa cosa, se hai visto la data dell’email anche meglio, avveniva ad aprile – io ricordavo di avertene parlato a marzo – e nel frattempo è successo che io ho avuto i pareri che ho avuto e ho cambiato idea sulla spendibilità tua e della tua raccolta. Di questa cosa tu ti sei accorta abbastanza alla svelta, come sottolinei, infatti dopo questo iniziale gliommero hai percepito un cambiamento. Ti cito: «E qui torniamo al nodo del problema. Io mi sono sentita infognata in questa situazione: aiuto Transeuropa ma il contratto non me lo manda. che faccio? mi sembra poco chiaro.» Quindi mi hai proposto di sciogliere il patto di pubblicazione, e io ho accettato (ottobre). Fine della storia. Fine del (presunto) sfruttamento, che è durato – se c’è stato – molto poco. Ma ecco, c’è stato questo sfruttamento? Ti cito ancora: «Perché sia chiaro che: aiutarsi tra conoscenti/amici e persone che amano e vivono lo stesso lavoro è una prassi piuttosto naturale per me. Tuttavia non lo è più nel momento in cui non si ha la possibilià di farlo, ma sembra un elemento indispensabile per la pubblicazione.» Dunque, dal momento che tu hai capito che c’era un legame tra la pubblicazione e quello che potevi fare per la casa editrice – cosa che in verità ti era stata detta dall’inizio, nei termini che ho più volte espresso e che anche tu hai altrove citato (organizzazione di una redazione, attivazione di corsi, presentazione ecc) – mi hai chiesto più insistentemente il contratto (peccato che non so grassettare). Quindi vuol dire che questa prospettiva non era per te così assurda, semplicemente sospettavi che ci fosse in agguato una fregatura (la non pubblicazione). E infatti, puntuale, ti è arrivata la conferma da parte mia che la situazione era cambiata. Dunque dov’è il raggiro, la presa in giro eccetera? Forse si può parlare di situazione confusa o da chiarire, però in mezzo ci sono stati anche i mesi estivi e 400 chilometri di distanza. Mi sembra che una soluzione sia arrivata, alla fine, abbastanza alla svelta.
Vorrei ricordare che i grandi editori includono nei contratti dei precisi impegni degli autori in merito alla promozione: si va da un impegno generico a partecipare alle attività di promozione fino all’impegno un po’ meno generico di essere disponibili per interviste e servizi fotografici; e può esservi, nel caso di opere sulle quali il grande editore fa un particolare investimento, l’impegno a essere praticamente a disposizione dell’editore per una stagione, in modo da partecipare a comparsate, festival, giri di presentazioni, e così via.
Tanto perché non si pensi che solo i piccoli editori hanno certe esigenze.
a parte la questione particolare tra una autrice e il suo (ex, mai?) editore vorrei tornare un momento al tema lanciato da Loredana, cioè il rischio d’impresa che si devono assumere gli editori e comunque chiunque decida di fare l’imprenditore in qualunque campo. Io ritengo sia vero, ma in un mercato che non sia viziato e forse “vizioso” come questo. Allora, i grandi editori prendono in parte libri che non esistono, scritti da chiunque, li mettono in mano ad un editor che confeziona una “cosa” che tale è, non un libro, e riempono li librerie. Accanto a ciò pubblicano un pò di libri veri, possibilmente di nomi noti, spesso tradendo nella quarta il contenuto reale del libro. I libri sopravvivono tre mesi perchè sono come i fiori recisi, campano quel che possono senza radici. Se sono dei libri validi, attraverso il passaparola, tornano misteriosamente a vivere, magari dopo anni, perchè questa è la magia della letteratura vera. In tutto questo, non prendiamoci in giro, siamo tutti complici di questo meccanismo che privilegia il sistema rispetto ai sistemi: chi ne è al margine lavora sulla zona di sviluppo prossimale, ed è la cosa più onesta che può fare. Che poi alle volte ci vorrebbe più coraggio nel dire le cose chiaramente questo magari sì, ma capisco anche che non è facile con qualcuno che si conosce già…Dall’esperienza di Transeuropa però ho capito una cosa: pubblicherò solo libri di gente che non conosco! Il blog è veramente utile Loredana, e non sto facendo dell’ironia…
Credo che il commento di Mozzi chiarisca la questione dell’impegno dell’autore una volta per tutte.
Credo anche che Transeuropa non meriti un trattamente del genere visto che la pone, davanti all’opinione pubblica, alla stregua degli EAP.
Lo trovo pessimo.
@Vincent:
“va bene, meglio un racconto sulla rete che in una sconosciuta antologia di esordienti. Io però continuo a chiamare tutto ciò caporalato intellettuale. Quali “garanzie” mi posso aspettare se per primo mi sento uno scrittore precario? Poi emergo o mi chiudo nel guscio vuoto di letture tra amici?”
Scusa me mi intrometto, ma siccome ci scrivo, mi sembra evidente che non hai nozione alcuna di cosa sia Scrittori Precari. E’ una rivista letteraria in Rete, letta da chi ama leggere in Rete. Punto. Cosa c’entra il caporalato intellettuale? Di che garanzie stai parlando? Poi non capisco questo: se pubblico lì, emergo o resto impigliato nel giretto di amici. Forse ho capito male, ma da come posso interpretare, è pazzesca questa tua mentalità. So che è OT rispetto alla discussione, ma anche qui emerge un modo di rapportarsi alla scrittura che sconcerta. A dire poco.
Meno male che è arrivato Mozzi. A proposito di scrittura e Rete.
Da quello che posso vedere io (dall’interno dell’editoria), la richiesta di Transeuropa non è assurda, né strana, né immorale. La realtà del mercato editoriale è quella che è, e tutti siamo d’accordo su questo, mi sembra. Troppi libri, troppe novità, e canali distributivi in mano a pochi.
Un editore medio-piccolo ha capacità medio-piccole (quantitativamente parlando) di promuoversi. E promuoversi significa non solo far recensire il libro, ma venderlo. Per venderlo, occorre seguirlo, dargli cure, portarlo in giro. Quanti addetti all’ufficio stampa dovrebbe avere un editore medio-piccolo per raggiungere questo risultato? Almeno uno per ogni novità? Non vedo praticabile questa strada…
Poi, l’ufficio stampa. Su questo, certo, forse Transeuropa dovrebbe lavorare di più, se, come scrive Milani stesso, le esperienze nel settore non sono state positive. E, certamente, sarebbe opportuno avere un ufficio stampa interno all’editrice, senza affidamenti all’esterno.
Poi, le promesse di pubblicazione. E’ una questione delicata, forse la più importante per una casa editrice. Ultimamente noto una certa “sciatteria” nei rapporti con gli aspiranti autori. Chi propone un testo a un editore tiene a quel testo, lo considera importante e prezioso, vorrebbe che lo si leggesse subito, lo si valutasse immediatamente. A volte, se l'(aspirante)autore è amico dell’editore, o comunque conosciuto, non è facile mantenere freddezza e distacco. Forse, a volte, si fa il passo più lungo della gamba, si fanno promesse (o che sembrano tali), si dice una parola un più… ed è difficile tornare indietro.
Certo, quando dico che “il sistema editoriale è quello che è” non voglio giustificarne usi e abusi: piuttosto si tratta, ormai, di ripensarne le regole, il galateo.
“c’era un legame tra la pubblicazione e quello che potevi fare per la casa editrice”. Questo scrive Milani e questo è il punto. Non si tratta di trovare capri espiatori, non si tratta di dire “le case editrici grandi fanno questo e le piccole quest’altro”.
A mio avviso, questo legame non dovrebbe, sempre nel migliore dei mondi possibili, esistere. Punto.
Scusate, ma quando un editore sceglie un testo non valuta sempre anche chi è e cosa può fare un autore per esso? Che io sappia, visto che è il mio lavoro, è così. Credo sia ovvio, fin troppo.
A me pare che il post di Mozzi relativo ai contratti editoriali spieghi molto.
Sarà anche ovvio, ma quando l’accettazione di un testo viene valutata anche in base alla disponibilità dell’autore alla promozione non solo del testo stesso, mi sembra che la spiegazione non basti.
Ps. Vorrei anche ribadire che non mi sembra che qui si stia facendo un processo a Transeuropa, ma si stia discutendo di una pratica che, appunto, riguarda anche altre case editrici. Non mi sembra, per la cronaca, che in questo thread sia contenuto nulla che possa provocare azioni legali verso chicchessia. Questo, naturalmente, vale come pensiero mattutino senza riferimenti a fatti reali.
Milani ha anche parlato di un no del comitato di lettura, no?
“Anche”.
@Per Giulio Mozzi: gli impegni dell’autore nei confronti dell’editore, qualora contrattualizzati, vanno bene. Qui si discute di impegni che:
1) non sono in alcun modo contrattualizzati;
2) oltre a non essere contrattualizzati, non sono legati a una normale prassi di rapporto tra autore ed editore. Non so di alcun contratto ove si richieda all’autore, se vuole esser pubblicato, di svolgere attività per l’editore in qualità di promotore culturale o rappresentante commerciale. Non ho mai sentito di editori che chiedano agli autori di organizzare workshop o attività promozionali su una certa “piazza” se vogliono essere pubblicati. E’ la prima volta che sento una cosa del genere.
Da autore, ho avuto accordi contrattualizzati di lunga durata, retribuiti, con un certo numero di editori (Tecniche Nuove, Maggioli Informatica, Editrice Giochi, Newton Compton). Non mi è mai stato chiesto di svolgere attività promozionali gratuite a sostegno di questi editori, in nessun caso. Non mi risulta di nessun altro autore (di questi quattro editori) a cui sia stato chiesto. Le proposte editoriali che ho ricevuto da questi editori sono state sempre chiare, e accompagnate da contratti fin da subito. Addirittura, uno di questi editori (Tecniche Nuove) mi comunicò, sia verbalmente che via e-mail, che non poteva accettare miei pezzi per alcune sue pubblicazioni (Internet News, Backstage) finché non gli ritornava il contratto firmato.
In altre circostanze, mi è capitato di svolgere attività di promozione culturale (perlopiù di presentare libri in occasione di eventi pubblici, in compresenza con gli autori), non per conto di editori ma di Enti. In alcuni casi ero pagato, in altri avevo solo il rimborso delle spese. I patti erano sempre chiari dal momento della proposta.
@Per Giulio Milani: se “certe prassi si condannano da sole”, la ragione di discuterne è che esse sono in atto, come il caso di Isabella evidenzia. Ciò mi preoccupa e non vorrei che ciò delineasse una tendenza. C’è già abbastanza sfruttamento, nel mondo dell’editoria. Peraltro, quando scrivi che un buon catalogo (ciò che qui nessuno ti contesta) dimostra che le tue pratiche sono deontologicamente corrette, sinceramente non vedo il nesso. Da editori, si può avere un eccellente catalogo ed essere deontologicamente scorrettissimi; così come si può essere impeccabili sul piano deontologico e avere un catalogo mediocre.
Quando parlo di “prestazioni lavorative non retribuite”, mi riferisco al fatto che il rifiuto netto di inviare ad Isabella Borghese il contratto, come da lei richiesto (e dunque il tuo rimangiarti la promessa di pubblicazione) è stato guardacaso espresso a seguito della sua indisponibilità a svolgere una attività lavorativa non pagata sulla piazza romana.
Mi viene una domanda: quanti libri vengono pubblicati in Italia, al di là dell’effettivo valore del testo, per via della capacità promozionale diretta e non, dell’autore?
Naturalmente, Daniele, a questa domanda non c’è risposta. Ma il fatto che una pratica sia estesa non la sancisce come buona. Altrimenti, dovremmo limitarci a constatare l’esistente e non a criticarlo. E’ questo che si vuole?
Ps. Nella mia esperienza, in nessun contratto che ho firmato con gli editori (elenco: Mursia, Editori Riuniti, Sansoni, Einaudi, Castelvecchi, Saggiatore, Feltrinelli) era contenuta la clausola della promozione.
@Vincent:
Il termine caporalato, come ben saprai, si riferisce a un’attività che comporta dei guadagni (non proprio leciti) per chi si procaccia lavoratori per conto di terzi. Ora, visto che i soldi non ce li facciamo, mi pare un termine un po’ azzardato. Non ho capito neanche il discorso sulle tutele, sinceramente, ma è come se tu intendessi che ci sminuiamo da soli definendoci “precari”.
Comunque, per esperienza posso dire che la rete funziona molto meglio della promozione fatta alla “carlona”, come si dice dalle mì parti, che ahimè in questo paese si riscontra molto come modo di fare… Di cosa ci stupiamo, quanto due terzi delle librerie in cui organizzi serate (magari portandoti appresso anche 20-30 persone) non si preoccupano neanche di fare una locandina? Il punto centrale della questione, mi sembra, al di là del discorso sulle “amicizie” e le buone o cattive compagnie, è proprio questo. Leggo continuamente di accuse di scarsa professionalità, o preparazione, nei confronti di tanti spazi virtuali… beh, ce ne fossero anche fuori di spazi del genere…
Ci mancherebbe, anzi. Tanto è vero che ritengo lodevole la campagna contro gli editori EAP e non solo. Da anni noi ed alcuni autori a noi vicini portiamo avanti una campagna feroce contro certe pratiche.
Io comunque clausole del genere ne ho viste diverse volte e purtroppo la risposta alla domanda che ho posto c’è ed è: parecchi e spesso.
Bene. Che se ne parli, allora, Daniele. Perchè mi sembra che chiedere contrattualmente questo a un autore non sia corretto. Chiunque lo faccia.
Dipende molto da cosa si chiede, in relazione a quale progetto e così via…
Non a mio parere. Lo scrittore, ribadisco, fornisce il proprio lavoro nella forma del testo. E’ sua decisione accompagnarlo: e in questo caso deve essere l’editore a supportarlo, e non viceversa. Altrimenti, perdonami, ma l’editore diventa semplicemente uno stampatore.
Io mi riferisco a quanto ha scritto Mozzi.
Quel che ha scritto Mozzi rappresenta una deviazione rispetto all’argomento del thread. Laddove, ribadisco, si parla di pubblicazione parzialmente vincolata alla disponibilità dell’autore di promuovere il suo e, par di capire, altri progetti.
Leggo in rete e su Facebook che questa è una pratica diffusa. Ora, ho scritto il post unicamente per ragionare su questa pratica, se è vero che è diffusa. E ho unito l’inchiesta apparsa oggi su Repubblica sulle retribuzioni degli autori. Merita un ragionamento o viene interpretata solo come un misterioso tentativo di lapidazione di una singola casa editrice?
Merita un ragionamento, ma ho scorto più di uno con una pietra dietro la schiena.
🙂
La mia esperienza personale (di medio peso specifico) mi ha portato a notare che sono le case editrici medio-piccole ad avere problemi di comunicazione con la controparte, sia essa un autore o aspirante tale. negarsi al telefono, farsi sentire solo se e quando l’editore ne ha voglia, chiedere aiuti promozionali e non solo: tutto ciò mi sembra piuttosto ricorrente, appunto, nella piccola-media editoria. Come se, il negarsi e l’essere preziosi, facesse aumentare il prestigio della casa editrice medesima. Di contro, case editrici di grande nome, rispondono sempre e in tempi brevi. Non importa se sì o no, ma (professionalmente) fanno il lavoro che devono fare.
Conosco Isabella Borghese mentre non conosco Transeuropa che, peraltro, in questa sede ha replicato per quanto di sua competenza.
Quindi, tralasciando il caso specifico, non riesco comunque a vedere che differenza possa esserci tra un editore che ti chiede 2.000 euro o l’acquisto di 200 copie per pubblicarti, e un editore che, per pubblicarti, ti chiede di farti un mazzo tanto per promuovere il suo marchio, organizzare i suoi eventi e pubblicizzare i suoi libri.
Mi sembrano tecniche diverse di un malcostume codificato.
Esprimo, però, anche un’opinione che riguarda gli autori. Spesso molti arrivano all’editore a pagamento dopo che almeno una decina di case editrici degne di questo nome hanno rifiutato i loro manoscritti. Forse, prima di finire nelle grinfie dei grassatori, ci si dovrebbe domandare perché tanti editor si sono espressi negativamente. Se è un problema di scrittura, o di storia proposta, o di improponibilità sul mercato. O, peggio ancora, un mix di tutto questo.
Temo che parecchi finiscano a pubblicare a pagamento ispirandosi a ciò che fu costretto a fare Joyce. Mi pare però caso talmente raro da non fare statistica.
Comunque, auguro a tutti gli autori rifiutati di diventare Joyce e a tutti gli editori a pagamento di sparire dalla circolazione.
Daniele P. Mi dispiace, ma qui di pietre ne ho viste anche io. Dialettiche, naturalmente: e non mi sono piaciute.
(che interesse avrei io a scagliarmi contro Transeuropa? ribadisco che non conosco l’autrice salvo tre mail da parte sua come ufficio stampa. Conosco Seia Montanelli da svariati anni ma la frequentazione, via web, è discontinua e occasionale. Dunque?).
A me pare allucinante che si consideri accettabile una tale situazione perché diffusa o perché riguarda anche i grandi editori – e rispetto a quanto dice Giulio c’è da rilevare come ha fatto Davide, che qui si parla di un libro che non esiste e quindi non si parla di promozione successiva, ma di prestazione lavorativa relativa alle pubbliche relazioni dell’editore in una determinata città – tanto meno è accettabile nell’ottica di un aiuto a editori in difficoltà: accettereste di lavorare gratis e non per vostra scelta ma perché questo è legato ad altri aspetti, come nel caso in specie è la pubblicazione del vostro testo, per un’azienda metalmeccanica? Per una pubblica ammnistrazione? Per un fornaio? Perché i diritti sacrosanti degli altri lavoratori sono ritenuti inesigibili nella cultura a qualsiasi livello?
Io non ho mai scritto che lei si è scagliata contro Transeuropa né ho pensato a lei come lapidatrice.
Mi scuso per l’OT, in quanto chiamati in causa “Scrittori precari”.
Scrittori precari, prima d’esser rivista online, è nato come momento di condivisione orale della letteratura e per la riappropriazione del rapporto con il lettore.
Il blog/rivista è nato SOLO in seguito alle prime 4 o 5 letture dal vivo, per l’esigenza di avere uno “spazio” dove segnalare gli eventi sempre più frequenti e condividere testi nostri e altrui, innanzitutto per coloro che seguivano gli eventi del collettivo e, poi, con la rete, a tutti.
Grazie e mi scuso ancora per l’OT.
Lipperini, qui si parla solo di me e di Transeuropa. Quindi è la seconda che hai detto. Se invece vuoi fare un’inchiesta, cominciamo a parlare anche di altri editori. Tra l’altro parli in modo generico, non capisci per esempio che c’è una differenza tra pubblicare un romanzo, che un suo mercato può averlo, e pubblicare una raccolta di racconti o di poesie, che invece hanno un mercato debolissimo. C’è una differenza tra avere già un nome, aver già pubblicato, e non averlo, essere esordienti sconosciuti. In questo caso voi, senza l’aiuto dell’autore, non chiedete all’editore di accettare il rischio di impresa, ma di immolarsi in una causa di mecenatismo.
sì, clausole con la richiesta di partecipare/contribuire alla promozione ne ho viste anch’io. Non mi sembra strano, però, che l’editore chieda all’autore di partecipare a una presentazione, o – se ha difficoltà a presentarsi in pubblico, o non vuole, o non può – rispondere a qualche domanda di un giornalista.
Diverso, certamente, indubbiamente, il “pubblichi se promuovi”. Ma, se ho capito bene, il “promuovi” nel caso in questione riguardava non solo il libro, ma la casa editrice (scrive Milani che si pensava di fare della Borghese il perno di una sede romana di Transeuropa).
Ecco, questo è un caso strano. “Fidelizzare” un autore per farlo entrare nell’organico non è usuale. O, almeno, non così. Capisco un autore che, dopo aver avuto un’esperienza di pubblicazione con una casa editrice, entra nell’organico perché ha dimostrato o sviluppato interessi e capacità di tipo editoriale. Capisco redattori o editor che scrivono qualcosa (poesie, racconti, romanzi, saggi) e poi magari pubblicano. Mi sembra un caso strano, però, quello in cui si diventa nello stesso momento (con lo stesso contratto, si potrebbe dire) autore e “dipendente/collaboratore” di una casa editrice.
Prontissima a parlare di tutti gli editori che usano questa pratica specifica. E, signor Isbf, non si chiede all’editore di essere mecenate, ma di pubblicare testi validi. Non funziona così? E’ vero. E’ giusto che funzioni così? No.