SALLY ROONEY E’ BANALE PERO’ E’ UN SACCO PROFONDA: UN TESTO DI FABRIZIO PATRIARCA SUI LIBRI, ANZI SUI PARERI SOCIAL SUI LIBRI

Fabrizio Patriarca è uno scrittore, ed è pure bravo (magari se si spiccia leggiamo presto un suo romanzo nuovo), inoltre scrive di libri, collabora fra l’altro con Snaporaz e ogni tanto facciamo due chiacchiere su Instagram. In genere io sono quella ingenuamente fiduciosa e lui quello più lucido e dunque scontento (e ha ragione).
Mi ha mandato un testo che pubblico molto volentieri e che risuona col discorso sui libri “lineari”, quelli che secondo alcune agenzie, ma anche alcuni autori e autrici di recensioni, distrarrebbero chi legge perché, ohibò, abbiamo il diritto di capire tutto e subito e chi scrive ha il dovere di essere piano, pianissimo, fino al didascalico.
Eccolo qui: non è un testo accomodante, e non doveva esserlo. E come al solito le eccezioni ci sono sempre, per fortuna.

 

“Certo che è tristemente fraintesa, la sfera-libro dei social, con le accuse che le piovono addosso di incompetenza, sciattume, millanteria, monotonia, sgrammaticatura, congiuntivite abusante, ipercorrettismo, flogosi da consecutio temporum, sindrome da Edoardo Prati, posing tra l’affettato e il liftato (vedi podcast Felici Pochi, dove ci si celebra a vicenda tra languidi «eh sì, eh sì, sì infatti»), in quella narcosi da azoto o maldestra euforia da fondale che «ti aiuto a scrivere il tuo libro» o «le sette regole per non farsi cestinare», l’ariafrittanza che dall’avvento dell’air-fryer pare essersi autosdoganata con una dignità che fatte le dovute stime il forno a microonde ancora stiamo a discutere se brucia le membrane cerebrali o i ponti di Varolio, mentre la dura madre incanutisce (incartapecorisce) su questi solitamente/solidamente millennial che «Sally Rooney è banale però è un sacco profonda» o «sono una prof di lettere innamorata dei libri» o «seguimi per sapere quanti fantasy ho letto ‘sto mese», e tu li seguiresti fino a casa, armato del gavettone d’ordinanza, ma c’è la questione del fraintendimento ancora sospesa, ché uno a un certo punto deve riconoscergli una cittadinanza culturale pur minima e momentanea, una scheggia di Zeitgeist, solubile come proteina per integrare il mercato, a questi qua – diritto di parola et propaganda, id est autopromozione, cioè si parla di libri con un entusiasmo che a sollevarne il margine racconta (tra baggianate espanse, impressionismo d’accatto e una provvigione di letture ad arco stretto e strettissimo) un glomero di sostanze autoreferenziali: parlo di libri per esprimere me stesso, e chest’è. Si dà il caso che il fraintendimento abbia una matrice scenografica: c’è la pila dei volumi, l’onnipresente scaffale, pronti al recap, al book-haul di giugno, alla rubrica dei consigli-slide per aspiranti pubblicandi, alla lista delle CE – ‘sto mondo dice CE, casaeditrice, per sentirsi insider (il piedino nella porta, solo che la porta là dietro è ostruita da un cadavere, e daje che sbatte) – quindi le CE serie, e quelle che mortacciloro ti chiedono i soldi, e quelle serie che però chiedono l’acquisto di copie (che poi il gusto di comprarsi le proprie copie andrebbe accettato come momentum e regola di una perversione più consapevole: quella di comprarsele e autografarsele con dedica), in ogni caso ecco là: la nostra booksocialite o wannabe da quattromila seguaci corteggiata dagli uffici stampa delle succitate CE per il denso miraggio dei quattromila profili raggiunti dai discorsi alati della medesima, il nostro lettore implacabile di quattordici-diciassette romanzoni al mese, che finalmente dalla cellula pokemonica delle loro stanzette colorate spalmano il post promozionale per il libro della CE ricevuto in omaggio dall’ufficio stampa – che mediamente è una coetanea/coetaneo dei suddetti, con altro genere di bulimia annotato in cartella clinica. E allora vedi l’ineffabile Zeitgeist all’opera: «lo consiglio, nonostante sia scritto in maniera VERAMENTE PECULIARE». L’effetto invariabilmente letale del pischello che s’avventura a tagliarsi i capelli da solo: ma che t’hanno mozzicato in testa? E noi che rispetto a questo mondo booccaul siamo una broda indistinta di boomer ne abbiamo frainteso l’intelligenza, però, e la logica profonda. Costoro sono la corda tesa verso il superuomo digitale, il futuro autoriferito delle proxime solitudini – non li vedi mai scendere in piazza o sulle barricate, hanno un romance di settecentonovantotto pagine da «divorare» – in questo sì VERAMENTE PECULIARI, con le finezze da irregolari che denotano caratteri spiccati, quelli che un tempo erano gli «originaloni», tra sottolineature indeclinabili e improrogabili del loro modo guarda un po’ sempre autenticamente (autocertificazione) eccentrico di essere/fare/pensare: «trovo le pecore molto simpatiche», pecuglio non olet, «amo perdermi nelle pagine», «blog letterario per fuori di testa», poi devi constatare che fra i qualchemila follower figurano pure gli scrittori, e mo’ che c’entra Paolo Di Paolo co’ sti quattro scimuniti? Invece ha ragione Paolo, che il futuro lo percepisce meglio di chiunque altro perché lui è vorace, e infatti ha scritto Mandami tanta vita, però vederlo sulle pagine di una tizia che quasi sicuramente ritiene che «Gobetti» sia bodyshaming in lingua veneta fa una certa impressione, un’impressione veramente peculiare. E sia detto apertamente che nessuno vorrebbe arrendersi al taglio dei ponti o alla valigetta di tritolo, ma nemmeno seguire la pista bulgara del compromesso di mercato, qui c’è gente nei posti chiave della filiera editoriale che fa il maggior danno possibile, controllare sub voce «agenzie» o alla casella «mediatori», perché alla fine è vero: se ne trovano di bravi oratori sui libri, in mezzo alla fuffa – con tutti i limiti del caso: si sono sparati i grandi classici russi in sei mesi, sì, la Corea letteraria e il romanzo postmoderno per loro non hanno segreti, di ogni premio Nobel da Patrick Modiano a oggi hanno consumato l’opera omnia in jam-session collettive, però si sente da quello che dicono e da come lo dicono che i migliori italiani diciamo del secondo Novecento, che sono in gran parte saggisti, non li hanno mai frequentati, praticano la buona letteratura con l’animo sgravato da un’idea consistente su cosa sia un discorso intorno alla letteratura, una prospettiva sensata tra uno slancio e l’altro, un’avventura fra i testi – ed è un peccato perché quei saggisti per come leggono sono molto più avventurosi dei loro contemporanei scrittori. Per carità sempre ammirevoli gli slanci, beata l’innocenza, ma quando le cose si mettono a funzionare così è inevitabile che ogni libro che leggi ti conferma chi sei o chi vorresti o insomma pretendi di essere, si dicono sconvolti aut rinnovellati da questo o quel capolavoro, ma tutto sembra girare come se ne uscissero confermati (questo libro ti ha cambiato la vita? davvero? non fino al punto di chiudere Instagram), e avanti di tic in tic, di bias in bias, quando invece dovrebbe regnare una specie di desiderio mimetico alla Girard, cosa impari sul «leggere» leggendo tutta Elsa Morante, tu sprovveduta/o bookblogger? Dipende da dove sei partita/o. Se sei partita/o da Sally Rooney senz’altro impari che leggere è una faccenda più impegnativa di quanto credevi, Ma questo non è ancora imparare a leggere. Impari moltissimo sul «leggere» leggendo anche solo una pagina di Cesare Garboli su Elsa Morante. Dunque i nuovi soggetti di discorso sul libro, la specie emergente – qui è dove continuiamo a fraintendere – sarebbero intelligenze senza una capacità di lettura evoluta o educata là dove sarebbe più utile, tantomeno sincera, e piuttosto portatrici di una capacità prestazionale, performativa: capiscono, capiscono eccome, ma il limite è la monomaniacalità tradotta in monotonalità che erigono attorno alla propria esperienza di lettura – di fatto il modo in cui scelgono di interrogare i libri è paurosamente vicino se non ormai collaterale all’istinto con cui si interroga un’IA, più simile a un prompt a carattere emotivo che a una sollecitazione critica: non possiedono lo spirito giocoso-arioso o le ciclotimie del lettore esperto, quel nervosismo da perenne inesattezza del proprio saper leggere. No, loro i libri li comunicano. La curiosità più vivace rimane un addentellato della prestazione, ombra che poi ne informa lo stile, «formulaico» e «sound-alike» come nelle peggiori repliche dell’industria musicale, anche i migliori dopo un po’ ti arrivano asfittici, indistinguibili, «ci vediamo sul mio canale per parlare di cinque incipit memorabili» (poi vai sul canale e apprendi che la settimana scorsa hanno «scoperto» John Updike, un po’ come se Schliemann invece di scavare la collina di Hissarlik avesse scoperto la periferia di Amburgo: anvedi quante case qua intorno!). Per questo vale la pena osservarli nelle loro – rare – manifestazioni perplesse: ed è sempre una disapprovazione del contenuto, della presunta «stanchezza» di uno scrittore o una scrittrice che altrove hanno apprezzato, ciò che a conti fatti ci rappresenta come la smania performativa abbia definitivamente intaccato anche l’orizzonte d’attesa, un libro che non risponde alle aspettative consolidate è un libro in minore, o fiacco, una diversa intonazione dello stesso autore viene catalogata se va bene come «calo» e se va male come «sacrilegio» o «crollo». Perfino dove cercano di posizionarsi controcorrente rispetto alla vulgata insopportabilmente virtuosa della letteratura che «cura l’anima» e celebrano libri «maledetti», libri «scandalosi», pretendono, dalla maledizione e dallo scandalo, una teoria, possibilmente ornata come si conviene, la formula netta, rega’: il MESSAGGIO, «questo libro è un pugno nello stomaco», «una lingua feroce», e il follower si affida, perché «feroce» ha senz’altro più senso di «peculiare», non suona né odora di scemenza. Lingua feroce, tra l’altro, è l’espressione che meglio testimonia (così flagrantemente corriva) il passaggio di consegne tra l’impegno di leggere e l’intelligenza performante che vuole confinarsi dentro un reel perché sopporta l’intensità molto meno di quanto ambisce a essere gratificata dalle condivisioni: tanti anni fa si diceva «una lingua saporita», per dire di un ben riuscito libro per bambini”.

 

Fabrizio Patriarca

 

Fabrizio Patriarca

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