E dunque i quotidiani e tutti gli organi di informazione, e non solo, tornano a occuparsi di contagi, contatti, quarantene, dopo il caso Hantavirus. Non è certo mio compito ragionare su questo dal punto di vista medico e scientifico, perché altri lo faranno meglio di me. Però un paio di riflessioni sul nostro grande rimosso hanno senso.
Anche perché è maggio, e sei anni fa eravamo storditi dai mesi del lockdown, e anche se abbiamo dimenticato abbiamo comunque vissuto lo smarrimento, l’incredulità delle strade deserte, i cieli pieni di uccelli, il silenzio. Ma anche: gli inviti, pure istituzionali, a denunciare gli assembramenti e comportamenti ritenuti scorretti via portale, whatsapp, post su Facebook. Ma anche: le riunioni via zoom, il Salone del Libro on line con la lezione di Alessandro Barbero sulla peste. Si chiamava “Conseguenze inattese”, ed era in collegamento da una Mole Antonelliana deserta.
C’è un articolo molto bello che ho già citato, uscito nel 2007 su The Believer (Isbn). E’ di un giornalista americano, Jyoti Thottam, e si intitola La peste come linguaggio. Il punto di partenza non può che essere la Susan Sontag di Malattia come metafora, laddove il linguaggio militaresco che “riempie di senso” la malattia “non fa che isolare chi ne soffre”. Ma cosa succede quando quel linguaggio militaresco non riguarda più il cancro, e dunque il singolo in quanto malato ma non contagioso, ma la collettività?
Conclude Thottam:
“L’unica metafora utile è quella di Dostoevskij. I sogni, dopotutto, funzionano secondo una loro logica. Possono mostrarci di cosa abbiamo veramente paura rappresentandolo con un’immagine di qualcos’altro”.
E oggi che sbirciamo notizie sull’hantavirus, dovremmo chiederci, di nuovo, se serve a qualcosa parlare del Covid? Sì, moltissimo. Serve come serviva allora lavarsi le mani. Perché abbandonarsi al flusso di notizie e contronotizie non ha fatto che immergerci nell’abitudine all’eccezionalità. Occorre sempre guardare quell’eccezionalità negli occhi, e sapere esattamente dove siamo.
Lo ha fatto, per esempio, Le Monde Diplomatique, in un articolo che riflette sul confinamento, e dice: “La chiusura della primavera 2020 è una delle esperienze umane più rilevanti e meno dibattute degli ultimi anni”
Noi non lo abbiamo fatto, non lo stiamo facendo. Ed è un virus, anche questo.