Mi piacerebbe poter dare risposte a tutte le persone che mi scrivono, specie se non mi scrivono per il proprio libro, ma per una situazione che riguarda il bene di tutti. Per esempio. Ieri ho trovato questo messaggio:
“Cara Signora Lipperini, le chiediamo di condividere la nostra storia, Sì ricorda di quando ha parlato degli archivisti morti ad Arezzo nel 2018 per esalazioni da impianto antincendio? Ne avevamo uno anche noi, senza manutenzione per oltre 10 anni, abbiamo chiesto sicurezza, abbiamo perso il lavoro”.
E’ vero: sono state mandate a casa, “”senza ammortizzatori sociali. E hanno il coraggio di sfilare al Primo Maggio. noi ci abbiamo rimesso un lavoro ventennale ed adesso stiamo affrontando un processo contro questa grandissima ipocrisia. Le assicuro che è tutto vero e ci mettiamo la firma oltre che la faccia, grazie mille”
Certo che è vero. La storia viene da lontano. Già nel 2024, l’Associazione Italiana Biblioteche esprimeva solidarietà incondizionata ai bibliotecari dipendenti della società appaltatrice dei servizi bibliotecari del Comune di San Miniato (PI), che guarda caso avevano denunciato pochi giorni prima lo stato non a norma della biblioteca alla Asl e ai vigili del fuoco. La situazione era rischiosa: al piano superiore vivevano tre famiglie, vicino alla biblioteca c’è un piccolo museo. I vigili del fuoco scoprono molte magagne: un certificato di prevenzione antincendi vecchio di oltre quindici anni, infiltrazioni, impianti che usano bombole di azoto senza dichiarazione di conformità. Come reagisce il Comune? Non rinnovando l’appalto, assicurando contemporaneamente che nessuno dei sette dipendenti (precari) avrebbe perso il lavoro, ma – attenzione – che avrebbero lavorato altrove, e non nella biblioteca dove erano attivi da decenni. Come denunciava AIB, sostituendoli “con personale a quanto risulta reclutato con un concorso per istruttore genericamente destinato all’area turistica, scolastica e culturale “.
Un anno fa, il Comune replica seccamente:
“Abbiamo scelto di investire nella nuova sede di Ponte a Egola perché gli ex locali della farmacia di San Miniato Basso erano troppo angusti. Anche questa scelta non ha a che fare con il mantenimento dei posti di lavoro: l’appalto era concluso e abbiamo deciso di internalizzare il servizio, scelta che la legge consente. Le tre ex operatrici hanno scelto di non accettare la proposta avanzata dalla cooperativa, una scelta legittima, la cui responsabilità non può ricadere sulle scelte dell’amministrazione che sono altrettanto legittime”.
Un modo burocratico per lavarsene le mani.
Mi scrivono le tre lavoratrici:
“Eravamo in sette impiegate di cooperativa a cui hanno chiuso l’appalto: una ha trovato un altro lavoro, l’unico ragazzo ha vinto il dottorato in storia, due sono dovute rimanere con la cooperativa (costrette per ragioni economiche ad accettare un reimpiego sfavorevole) e in tre abbiamo portato la causa in tribunale di Pisa, ad oggi contro la cooperativa per licenziamento illegittimo. Confidiamo di proseguire appena arrivate a sentenza contro il Comune per mancato rispetto della sicurezza ed interposizione di manodopera”