GITA AL FARO RITORNA: PER RINGRAZIARE, QUALCHE PAROLA SU “L’ISOLA RIFLESSA”

Tornerà Gita al Faro: grazie a tutti coloro che hanno contribuito, saremo infine e di nuovo a Ventotene dal 17 al 20 giugno. Dico saremo, perché ci saranno sei autori e autrici (più uno, anzi più due e tre e quattro: ma di questo si dirà) i cui nomi saranno svelati fra una decina di giorni. Per festeggiare, però, un piccolo regalo: è parte della mia introduzione a L’isola riflessa di Fabrizia Ramondino, che trovate nei tipi di Nutrimenti. 

 

Durante una delle prime permanenze a Ventotene per dirigere il festival Gita al Faro, una donna mi disse: “Questa è un’isola che cura”. L’ho presa, al momento, come un’affermazione di poco conto, di quelle che si fanno durante una conversazione leggera: come poteva curare qualcuno un’isola che era nata come approdo verso un carcere spaventoso, quello di Santo Stefano, e che poi era divenuta carcere essa stessa durante gli anni del fascismo quando fu destinata, come altre, a luogo di confino?
Eppure c’era qualcosa di vero in quelle parole: le stesse memorie dei confinati, in un certo senso, lo dimostrano, e lo dimostra il fatto che qui sia nata l’idea stessa di Europa, e lo dimostrano ancora i romanzi. Due sono di Wu Ming 1, La macchina del vento e, più recentemente, Gli uomini pesce, dove appare in un soffio gentile una donna morente, che è anche la scrittrice che meglio ha raccontato la Ventotene che cura. Quella scrittrice è Fabrizia Ramondino, che nel 1998 scrive L’isola riflessa narrando non solo il desiderio di essere curata da alcolismo e depressione, ma la mutazione stessa dei luoghi e del tempo, e il ricordo di chi ne è stato prigioniero: fa di quel breve territorio in mezzo al mare, come promette nel titolo, uno specchio dentro cui guardarsi, un riflesso di sé, ma anche di un mondo che stava cambiando, e che cominciava, forse, a voler fare a meno proprio di quelle memorie.
E forse, un po’, anche di Ramondino, che muore sulla riva del mare nel giugno del 2008, sulla spiaggia di Sant’Agostino, non così lontana, in fondo, da Ventotene: dieci anni prima, proprio ne L’isola riflessa, aveva raccontato di un tentativo di suicidio, all’alba, quando, munita di pillole tranquillanti e antidepressive accumulate o rubate ad amici, era andata in spiaggia con una bottiglia di cognac (“Un ottimo armagnac. Non lo Stock. Ne percepivo l’aroma, non tremavo più. La bottiglia era costata parecchio, ma in certi casi non si bada a spese”). Aveva nuotato, ubriaca, verso Santo Stefano, inghiottendo compresse e bevendo, ma poi aveva vomitato, e poi ancora un gabbiano si era lanciato a picco verso di lei e la paura che le cavasse gli occhi l’ha fatta reagire, tornare a riva e infine addormentarsi sui ciottoli.
Ma Ramondino non è solo la donna inseguita dalla depressione che pure qui viene raccontata. È stata, è, una delle più grandi scrittrici che abbiamo avuto, insieme a Elsa Morante e Anna Maria Ortese. È l’autrice di Althénopis e de La via, la sceneggiatrice di Morte di un matematico napoletano, l’attivista, la compilatrice di taccuini e la poetessa, tutte le donne che Ramondino è stata e che sembrano essere rimaste in secondo piano sugli scaffali, anche in tempi di recupero dei nomi preziosi del Novecento. Ma basterebbe leggere questo libro, che nel catalogo entra fra le “prose”, perché è a tutti gli effetti un ibrido tra memoir e diario di viaggio e rievocazione storica, per capirne la grandezza. Per capirne lo sguardo, acuto e mai incasellabile in una sola etichetta.
Ci vuole infatti una vista speciale per raccontare i tanti strati di Ventotene, intanto, e per vedere dietro le case “attintate di giallo” e di rosa, dietro le persiane verdi e i balconi, e anche per saper guardare il finocchio marino e l’elicriso in fiore, e la ginestra e i gerani e le bocche di leone della primavera che l’accoglie: “Ma qui in piazza la primavera nessuno la vuole più. Che rimanga con i suoi capricci in cielo, confinata o esiliata, e lasci libero il passo all’estate”.
Perché la Ventotene di Ramondino è quella che sta passando da luogo remoto a meta turistica: due anni prima era arrivato nelle sale Ferie d’agosto di Paolo Virzì, e aveva già rappresentato quella trasformazione ancora biforcata, da una parte gli innamorati della storia e della natura, dall’altra i festaioli chiassosi e irriverenti per i quali si provvede ad abbellire l’isola e a rinfrescare le case aspettando che sbarchino da traghetti e aliscafi e, in tempi meno turistici, ci sono anche gli uomini che giocano ai war games, o i cacciatori di frodo che a volte pernottano nelle celle del vecchio carcere, “usando le reti arrugginite dei letti rimasti, lordando gli angoli di escrementi, le mura di disegni osceni o di scritte, i pavimenti sconnessi di lattine, bottiglie, scatolette vuote, di piatti e buste di plastica, di preservativi e siringhe”. E così è stato: almeno fin quando un uomo straordinario come Salvatore Schiano Di Colella si è posto a presidio e narratore di Santo Stefano, custodendone la memoria con ostinazione e amore. Chissà se Ramondino lo ha incontrato. Forse no, perché nel 1998 Salvatore era un giovane uomo e non aveva ancora iniziato a lavorare come operaio negli scavi di villa Giulia, e alla sua nascita il carcere era chiuso da quattro anni, e lui non aveva dunque vissuto la paura doppia di cui parla Ramondino, quella dei carcerati e delle guardie, paura, diceva, cui “si è sostituita l’estraneità e la diffidenza tra turisti e isolani”.
  L’isola riflessa è comunque un libro di osservazione: Ramondino cita esplicitamente un testo di Balzac, Théorie de la démarche, dove l’autore studia, in vari quartieri di Parigi, il modo di camminare dei passanti, ne deduce personalità e ceto e poi li riporta nei suoi romanzi. Anche la scrittrice osserva: intanto, i corpi seminudi sulla spiaggia, scoprendo “che erano come vestiti. Tutti, anche quelli con la sola mutanda, senza occhiali da sole, creme, asciugamani, borse, sdraio, scarpe, ombrelloni. Come se fossero diventati incapaci di togliersi i vestiti di dosso, come si fa nell’intimità, nella follia, nella carità, nell’amore. Come quindi se fossero incapaci di intimità, di follia, di carità, di amore. Un vero scandalo, per me, questa incapacità di spogliarsi. Come in un’allucinazione vedo sfilare in riva al mare tutti i capi della Upim, della Standa, della Rinascente, delle sarte di paese e delle grandi griffes – eppure apparentemente i corpi sono seminudi. Come quando sull’espressione vera di un volto si sovrappone la maschera”.
Qualcosa è già cambiato. E dal momento che questo è anche un libro di storia i bagnanti sbiadiscono dietro le apparizioni di Eugenio Colorni che dà lezioni di analisi matematica a Ernesto Rossi, incidendo con un bastone teoremi e formule sulla terra battuta, o di Umberto Terracini che cammina discutendo con Camilla Ravera, o di Pertini che piega il pantalone dell’uniforme carceraria perché si stirasse durante la notte. Fantasmi. Ma Ramondino sa vederli, come sa vedere l’immondizia e i cessi rotti e gli infiniti lavori di ampliamento dentro le case tinteggiate. Perché quella è la realtà: “se si cambia prospettiva e si considera quella la vera facciata della casa, in quei rifiuti si legge la pena e la fatica antiche e recenti di un popolo arrivato in modo troppo rapido e per vie nuove e ignote, prive di tradizione, alle soglie di un benessere che considera ancora miracoloso e aleatorio”.
È tutto uno specchio, tutto un riflesso. Le ombre di Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, Ernesto Rossi intenti a compilare il Manifesto federalista europeo e le bandierine di carta delle nazioni europee che ornano i gelati dei bambini. Il campo sportivo e il posteggio dietro cui si affaccia il ricordo delle baracche dei confinati, presenti solo in una piccola targa su un pezzetto di muro bianco. Mentre i loro libri, scrive, sono assenti dalla biblioteca comunale dell’isola: questo, almeno, non è più vero, non da quando il libraio Fabio Masi ha avuto l’idea straordinaria e folle di aprire una libreria, L’ultima spiaggia, proprio in quella piazza rettangolare dove Ramondino si sedeva al bar, e in quella libreria, oggi, si trovano tutti i libri che si desiderano su Ventotene e il confino e Santo Stefano.
Ma in quel 1998 tutto stava iniziando. Le case provavano ad attirare i turisti con leoni e gabbiani di gesso, anche se accanto alle decorazioni c’era la vecchia vocazione contadina che ammassava all’aperto docce e cucine ed elettrodomestici che si corrompevano e arrugginivano nel tempo. E c’era il disordine: al posto dell’eleganza dignitosa di Pertini, scrive Ramondino, “tutti, famigliole lumpen-borghesi o impegnati federalisti, lasciano cumuli di immondezza, fiaschi di vino rotti, bicchieri e piatti di carta disseminati dal vento, tampax, preservativi, spine di pesce, mentre le ossa le mangiano poi i cani, stracci bucati, scatolette dai bordi taglienti di pomodori, simmenthal e tonno – che rappresentano il tormento delle bestie più grandi e la beatitudine degli insetti –, e le piccole indistruttibili mongolfiere di plastica che il vento disperderà fra i campi incolti e sul mare”.
(…)
Ventotene cela momenti di incanto, quelli, come scrive Ramondino, che si dipanano fra la solitudine invernale e l’attivismo estivo, quei momenti che lasciano gli stessi abitanti sospesi “tra inedia e affarismo” senza sapere perché. Perché, scopriamo, l’incanto è nel luogo stesso, basta volgere gli occhi altrove, ai fiori, alle piante. Che pochi sanno raccontare come Ramondino: “il cisto, il cui fiore ha petali bianchi e pistilli d’oro, ostinato a essere un vero fiore, dal fresco petalo di seta lucente, virgineo, sensuale, tentato –  quasi il volto di Simone Weil quattordicenne, quando la consapevolezza della cruda aridità del mondo non ne aveva ancora rinsecchito il corpo, reso vigile e penetrante lo sguardo, simile a quello spinoso e occhialuto delle foglie della smilax aspra, le cui rosse bacche autunnali sono velenose per tutti, tranne che per il serpente – la bestia salvifica, simbolo di Esculapio e di Cristo, la stessa che ha cacciato i bambini dall’Eden, ovvero da una soggezione cieca al padre padrone”. È vero, Ramondino è cresciuta in campagna ed è cresciuta su un’isola, Maiorca, a causa della professione del padre diplomatico, ed è cresciuta esplorando l’enorme giardino della villa, come racconta in Guerra di infanzia e di Spagna. Ma non è solo il ricordo a portarla a vedere il volto di Weil nel fiore del cisto, semmai è la devozione alla scrittura a rendere partecipe il suo sguardo: “Quando Gadda, ai rimproveri rivoltigli di essere uno scrittore barocco, rispondeva che la natura era barocca, come per esempio le zucche, i convolvoli, il violino, ho pensato all’acanto, al quale, come si sa, si sono ispirati gli stili – e anche i desideri amorosi e i congiungimenti carnali, come c’insegna Proust, quando li ritrova nelle varie e ibride forme dei fiori”.
(…)
Infine, nel riflesso dello specchio c’è Fabrizia stessa, con la sua lotta contro l’alcol e la depressione di cui non fa mistero. Solo un anno dopo, Giancarlo Perna andrà a trovarla a Itri per intervistarla. Lei gli offrirà un caffè, lui, con la consapevolezza del “cronista impiccione” le chiederà se il caffè tiene lontano l’alcol. All’epoca, non ne tocca da un mese. E racconta: “Dall’85 al ’92 non ho bevuto un goccio. Ho smesso altre volte, un mese, cinque mesi, come viene. Ora però se riprendo scelgo di morire. L’alcol mi dà enormi malesseri, a cominciare dalla vista… Nella depressione, l’alcol mi è servito come benzina nel motore. Ti dà energia.  É anche un falso mezzo per combattere l’invecchiamento. Ti illude di avere un corpo valido. Poi, stai peggio”.
Quel peggio avviene proprio a Ventotene, e racconterà qui dell’altalena sbilenca della sindrome depressiva, dove si sta “solo giù” e per sollevarsi almeno qualche ora, si beve. C’è sempre un bicchiere di vino sul suo tavolo, insieme al portacenere e i libri e le fotocopie. A volte, i libri sono di Luigi Settembrini, Silvio Pellico, Carlo Bini, prigionieri allo Spielberg. A loro, mentre gli uomini al tavolo vicino si interrogano, non si sa a quale proposito, se ne sia valsa la pena, chiede: “Che cosa avete provato entrando?”. Perché lei, racconta, non è mai stata in carcere, ma negli ospedali sì, e ne ricorda l’avvilimento, i risvegli, la sospensione del tempo, i desideri di fuga. “E quelli di amici, che misuravano la distanza tra il balcone della camera e il suolo”.
Fugge anche sull’isola, saltando fra gli scogli come una ragazza e ferendosi, e dormendo all’aperto, e cercando di allontanare da sé le voci di quello che chiama ‘Comitato di Salute Pubblica’ che le dicono che cesseranno di frequentarla se non smette di bere, “voci dell’impotenza alla condivisione, che non tollerano una irrazionalità che le turba. Che temono la tua decadenza, in cui si specchia la loro”.  Ricorda di essere stata al Centro di salute mentale” di una grande isola vicina – i geologi sostengono che le due isole siano gemelle, sorte insieme in seguito a un’eruzione vulcanica –, diretto da un allievo di Franco Basaglia, che ha lavorato vent’anni con lui a Trieste”, e che rievoca come un cerchio magico nella distesa immensa di indifferenza e disamore.
Rimane a Ventotene fino all’autunno, con la sensazione che siano passate non due stagioni, ma innumerevoli, scoprendo che non è maturata: di più. C’è un’altra. “Quasi che insieme a me allora fosse nata una gemella, fatta di ombra, di cui nessuno si era accorto, ma di cui ho sempre percepito la presenza, pur senza riconoscerla. Sicché, mentre finora mi era parso che il mio angelo custode dovesse darsi sempre un gran da fare, perché non una, ma due persone gli erano state affidate, ora sento che finalmente si riposa, perché solo gli è rimasta quella gemella così a lungo relegata nell’ombra. Mentre l’altra, quanto aveva da compiere ha compiuto”.
Per questo L’isola riflessa non è un memoir. Perché l’interrogarsi su sé stessa porta con sé l’interrogarsi sul piccolo mondo che la circonda in quelle due stagioni e su quello grande che preme fuori, dove è appena passata la cometa Hale-Boop ed è appena arrivata sul piccolo schermo Buffy-L’ammazzavampiri, e una sonda si è posata su Marte, e terremoti e tornadi si sono susseguiti, e milioni di persone hanno pianto guardando Titanic, e qui tutti i parallelismi verrebbero facili, ma non importa.
Non è un memoir, questo, non solo perché Ramondino ha sempre rovesciato i confini fra i generi, per fortuna, ma perché il racconto del sé coincide col racconto di quel che è fuori di sé, come farà poi Annie Ernaux. E in quel fuori sta sbiadendo l’Utopia, che proprio a Ventotene aveva preso forma. Sarà Goffredo Fofi a dirlo: “nel suo libro più doloroso e più luminoso, nel suo libro più bello, Fabrizia Ramondino piange la fine di un mondo, o del mondo, e la fine dell’utopia, e si mette in gioco per parlare di noi, delle gioie o delle sofferenze di ieri e delle dimenticanze di oggi.”
E come si combatte la fine dell’Utopia? Scrivendo, e rinunciando al potere. Come scrive Ramondino: “L’occhio, se si sofferma a lungo su cose e persone in modo disinteressato, è privo di potere, mentre se vede solo ciò che vuole vedere, la prevaricazione prevale sulla condivisione. (Il potere non vede altro come il fotografo negli scoop scandalistici)”.
Vale anche oggi. Vale sempre.

 

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