C’è un particolare che davvero non capisco nella discussione sull’AI, che è necessaria, e che sarà lunga, e che non può essere risolta a suon di battutacce. Il particolare riguarda tutte le invenzioni che nella storia dell’umanità hanno suscitato timori, e che vengono usate per irridere chi esprime dubbi. Sciocchi che siete! Guardate al passato! La scrittura! Socrate (e Platone) temevano che gli esseri umani avrebbero impoverito la loro memoria e la loro capacità di dialogare. La stampa! La ferrovia! La bicicletta! E l’elettricità? Tutti ne sono stati terrorizzati, e Mary Shelley non avrebbe scritto Frankenstein se gli esperimenti galvanici non avessero suscitato timore. Ma ci serve! E vogliamo parlare dell’editoriale che il 25 marzo 1878 il New York Times riservò a Edison per il fonografo?
Se il ragionamento è questo, bisogna metterci anche i rischi reali. Il test nucleare Castle Bravo nell’atollo di Bikini del 1954, per esempio, che contaminò gli abitanti delle isole adiacenti; e senza voler citare Hiroshima e Nagasaki, e Chernobyl e Fukushima in altro senso, bisognerà pur ammettere che qualche conseguenza negativa c’è stata.
Ancora. L’amianto, che è stato usato in edilizia fino a che non è stato messo fuori legge (tardissimo in Italia: era il 1992) lasciandosi dietro la sua scia di morti. O, che so, il talidomide, di cui ben racconta Azzurra Tafuro nel suo “Un’altra storia dell’aborto”: era raccomandato come tranquillante e antinausea alle donne incinte, ma risultò teratogeno per i feti, con le catastrofi che oggi abbiamo dimenticato.
Infine, il DDT, giudicato miracoloso in agricoltura finché Rachel Carson, nel 1962, scrisse “Primavera silenziosa”, raccontando come il “miracolo” avesse portato quasi all’estinzione intere specie animali, e non solo.
Naturalmente posso andare avanti anche io: e sottolineo che l’AI è una innovazione ancora più complessa e potente di quello che a oggi immaginiamo, e per giunta concentrata nelle mani di tecnocrati bilionari, e non sempre a posto con la testa, se posso. Nessuno vuole “fermare il progresso”: bisogna però discuterne moltissimo. Ma bene: non dando dell’imbecille a chi prova a dire che non tutte le invenzioni umane sono state portatrici di un futuro radioso (semmai, a volte, radioattivo).
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In questi giorni sono sempre un po’ in corsa e ne approfitto per pubblicare qualche ritratto di persone da ricordare. Sempre per La Stampa, questa è Rachel Carson.
Come scrive Atwood, prima di Primavera silenziosa, “la gente pensava in un modo, e dopo di esso si ritrovò a pensare diversamente”. Per questo, aggiunge, “ho fatto di lei una Santa dei Giardinieri di Dio nel mio romanzo The Year of the Flood (L’anno del Diluvio). Gli esseri umani hanno un enorme debito di riconoscenza nei suoi confronti, e se ci addentreremo nel ventiduesimo secolo come specie, in parte lo dovremo a lei”. Sempre grazie, Rachel, sempre.
Rachel Carson sognava di diventare scrittrice e poi intrecciò il suo sogno con la biologia marina, e finì per usare le parole e la competenza per svegliare il mondo e diventare “la madre del movimento ambientalista”. Dovremmo amarla e raccontarla tantissimo, perché senza di lei il DDT innaffierebbe indiscriminatamente giardini e boschi: ma dopo il suo libro Primavera silenziosa non fu più possibile, anche se Carson non fece in tempo a vedere la regolamentazione o la messa al bando dei fitofarmaci inquinanti, perché morì nel 1964, due anni dopo l’enorme successo del suo best-seller e della sua battaglia.
Come scrive Atwood, prima di Primavera silenziosa, “la gente pensava in un modo, e dopo di esso si ritrovò a pensare diversamente”. Per questo, aggiunge, “ho fatto di lei una Santa dei Giardinieri di Dio nel mio romanzo The Year of the Flood (L’anno del Diluvio). Gli esseri umani hanno un enorme debito di riconoscenza nei suoi confronti, e se ci addentreremo nel ventiduesimo secolo come specie, in parte lo dovremo a lei”.