Ad averlo saputo prima, che la fantascienza avrebbe raccolto tante riflessioni. Oggi ospito quella di Stefano Pifferi, docente di Letteratura Italiana e Letteratura Italiana di Viaggio presso l’Università degli Studi della Tuscia, che non solo parte da Manzoni ma pone una questione interessante che riguarda il romanzo tutto.
“In senso più generale, il romanzo serio, il “grande romanzo borghese” d’accordo con Franco Moretti, ha via via ristretto i propri orizzonti, temporali come contenutistici; si è ristretto, ha cominciato a guardare troppo al sé, al quotidiano, al consueto, deformandosi verso le derive recenti del memoir e dell’autofiction, in sostanza perdendo di vista la visione collettiva, l’utilità generale, lo sguardo/slancio in avanti. Dalla dimora principale della letteratura seria, riprendendo una efficace riflessione di Ghosh, ciò che un tempo era definito ‘gotico’, ‘romance’ o ‘melodramma’ e oggi ‘fantasy’, ‘horror’ e ‘fantascienza’ è stato esiliato “in una delle più umili abitazioni che circondano il castello”. Ma da quelle posizioni periferiche e apparentemente non canonizzate – che almeno accademicamente periferiche non sono più, vista la messe di studi, convegni, riviste, pubblicazioni sulla fantascienza in ogni suo rivolo e forma –, quella tipologia di narrazioni è riuscita a offrire un punto di vista diverso, una visione diversa, più critica e originale. E lo fa proprio in virtù della distanza e, spesso, dell’opposizione a un “centro” fossilizzato sulla citata “rappresentazione di una circoscritta quotidianità borghese” che forse è ciò che consente alla fantascienza di mantenere intatta tutta la sua forza e il suo fascino nell’ipotizzare mondi o situazioni che sono già qui ora ma vanno solo osservati da una prospettiva differente.”