VIVA LA FANTASCIENZA: FILIPPO BARBERA E MELTEA KELLER, E CIXIN, E MITCHELL, E ALTRO ANCORA

Siamo alle ultime puntate della discussione sulla fantascienza che, almeno momentaneamente, si chiude sul blog domani. Anche perché subito dopo il blog medesimo va in vacanza fino a settembre, salvo avvenimenti eccezionali. Dunque pubblico due interventi. Il primo è di Filippo Barbera, docente di sociologia economica e del lavoro presso l’Università di Torino, direttore della rivista “Dissonanze. Culture/Società/Conflitti”.
Il secondo è di Meltea Keller (Marina Biscarini), si occupa di cinema, videomaking e, ovviamente, di fantascienza, specialmente cli-fi.
Grazie a loro e a chiunque abbia partecipato: domani si tirano le somme.

 

Senza futuro? La fantascienza e il pluriverso.
di Filippo Barbera

Herbert George Wells (1866–1946) è stato non solo il padre della fantascienza moderna, ma anche un pensatore sociale e un visionario delle trasformazioni tecnologiche e politiche dell’età contemporanea. Accanto alla narrativa Wells si dedicò alla saggistica, convinto che la società industriale avesse bisogno di sviluppare una nuova immaginazione del futuro coma capacità collettiva. Nel suo saggio The So-Called Science of Sociology, presentato nel 1906 di fronte alla Sociological Society di Londra, H. G. Wells sostenne che la sociologia, più che una scienza, dovesse essere una forma di conoscenza capace di unire comprensione analitica e capacità creativa, una sorta di letteratura utopistica simile alla fantascienza. Wells propose così di creare una sorta di grande libro del futuro, un repertorio collettivo capace di creare una base comune su cui costruire comparazioni tra alternative, possibilità critiche e progetti di società a venire. La policrisi globale rende oggi questo compito tanto urgente quanto difficile.
Ne La grande cecità, Amitav Ghosh denuncia l’incapacità della letteratura occidentale moderna di costruire una narrazione adeguata del cambiamento climatico e delle sue conseguenze. Questa cecità deriverebbe dai vincoli culturali e ideologici che hanno plasmato il romanzo moderno dal XIX secolo in poi. La letteratura occidentale si è costituita attorno alla centralità dell’individuo e della sua interiorità, privilegiando storie ancorate alla quotidianità e alla verosimiglianza. Il romanzo borghese — cuore della modernità letteraria occidentale – ha al centro scenari domestici e variazioni della vita ordinaria. È la forma simbolica centrale della civiltà borghese europea, non solo un genere letterario (Moretti, Franco. Il romanzo, Vol. II, Einaudi, 2002). L’irruzione della crisi climatica mette in crisi questa metafisica della stabilità, costringendo la narrativa a confrontarsi con un nuovo regime climatico dove entità e agenti non umani si presentano sulla scena come protagonisti (Latour, B. 2020, La sfida di Gaia: Il nuovo regime climatico, Mimesis.). Raccontare il cambiamento climatico significa ammettere che la natura non è uno scenario di sfondo, ma un soggetto attivo i cui effetti sfuggono il canone della prevedibilità. Si tratta, secondo Gosh, di un salto che la forma-romanzo occidentale ha grande difficoltà a compiere. La modernità letteraria è nata insieme alla modernità economica dell’Occidente coloniale, fondata sull’idea di controllo del mondo, espansione energetica e dominio tecnologico. Il cambiamento climatico diventa indicibile proprio perché la sua narrazione incrina la struttura profonda del progetto moderno-occidentale. Per questo, secondo Ghosh, una nuova narrazione del mondo deve recuperare forme polifoniche, post-coloniali, corali e non-antropocentriche capaci di dare voce a temi e prospettive escluse dalla forma-romanzo codificata.
La tesi di Gosh trova conferma nella narrativa di fantascienza. I mondi creati dalla narrazione del futuro appaiono sempre meno come radicalmente altri rispetto al presente e sempre più come sue estensioni. È così, per esempio, ne Il Ministero del Futuro di Kim Stanley Robinson, un romanzo che affronta il cambiamento climatico attraverso scenari plausibili, tecnologie emergenti e istituzioni potenziate, rimanendo però strettamente ancorato alla realtà geopolitica e socioeconomica del mondo attuale. Il suo, potremmo dire, è un futuro per continuità dove l’immaginazione rimane entro i confini dell’attualità e delle sue possibilità. La contrazione della capacità di immaginare mondi altri si riscontra in tutta la produzione culturale della fantascienza occidentale, anche in quella cinematografica (A. Santangelo e A. Robiati, a cura di, Immaginari del domani. Tra futures studies, semiotica e worldbuilding, 2024).
Diversa, invece, è la capacità di rottura epistemica associata alla fantascienza non occidentale e ben rappresentata dalla trilogia dello scrittore cinese Liu Cixin, la cui capacità di inventare un “altrove radicale” lo distingue da gran parte della fantascienza occidentale contemporanea. Ne Il problema dei tre corpi – il primo della fortunata trilogia – Liu Cixin apre uno spazio narrativo in cui la distanza tra mondi è così ampia da costringere il lettore a un vero esercizio di straniamento cosmico. La sua fantascienza non è solo proiezione del presente dove il futuro appare come un’estremizzazione di ciò che già esiste, ma costruzione di un universo alternativo che destabilizza il punto di vista del lettore. Liu Cixin non immagina futuri possibili a partire dal presente, ma crea futuri inimmaginabili che fanno a meno del presente, rendendo così pensabile ciò che è completamente fuori scala rispetto all’esperienza del presente.
La fantascienza à la Cixin diventa una forma di esperimento mentale che permette di costruire mondi là dove i dati empirici non esistono ancora o sono insufficienti. Immaginare società caratterizzate da alta automazione, crisi ecologica o abbondanza consente di rendere concreti meccanismi di potere e distribuzione che nei modelli economici restano spesso astratti.
Un secondo effetto è lo straniamento cognitivo. Rendendo strano (M. Fisher, The Weird and the Eerie. Lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo, Minimum Fax, 2018) ciò che appare normale, la fantascienza costringe a mettere in discussione norme, valori e istituzioni date per scontate. Distopie e utopie permettono di osservare con sguardo nuovo fenomeni come il patriarcato, il controllo dei corpi, la sorveglianza, la mercificazione della vita o le disuguaglianze estreme del capitalismo tecno-finanziario. Immaginare una società fondata su un reddito di base universale non serve a prevederne con precisione gli esiti, ma a esplorare come potrebbero cambiare le relazioni familiari, il significato del lavoro, l’istruzione o le aspettative di vita.
La fantascienza sociale diventa così uno strumento per coinvolgere voci marginali e visioni del futuro alternative a quelle dominanti, spesso eurocentriche, patriarcali e tecnocratiche. Tradizioni come l’afrofuturismo o i futurismi indigeni mostrano come la fantascienza sociale possa diventare uno spazio di produzione di conoscenza capace di sfidare gerarchie epistemiche e di immaginare modelli di sviluppo differenti. Così, il ricorso alla fantascienza sociale è una delle vie al pluriverso zapatista: Un mundo donde quepan muchos mundos.

 

Per la parità fra i generi (letterari)
di Meltea Keller

Dichiaro subito di essere un’autrice eternamente esordiente che scrive soprattutto di climate fiction. Questo intervento, quindi, non è neutro.
Quando ho letto Covacich, ho pensato: “Oh no! Ecco di nuovo IL bias!”.
IL bias – il pregiudizio principe della letteratura italiana corrente – è una questione su cui mi sono arrovellata nella mia tesi di laurea in letterature comparate. Mi chiedevo come mai, data l’impellenza di immaginare un mondo dove il cambiamento climatico è realtà tangibile, la climate fiction non avesse in Italia lo stesso successo che ha altrove – e l’altrove che ho considerato, per disciplina universitaria, era la letteratura britannica. La mia domanda non era tanto differente dalla provocazione di un altro autore cli-fi, Michele Turazzi, in questo articolo apparso sul Domani: tutti i romanzi dovrebbero essere climate fiction perché non tenere conto di questo aspetto fa un servizio incompleto alla rappresentazione del presente. Anche quando la storia è ambientata nel futuro.

Ecco, vorrei condividere la risposta che mi sono data, la spiegazione all’origine del privilegio del realismo sociale nella letteratura italiana. Forse è l’ora di decostruirla, questa scala gerarchica di valore (presunto) che oggi non porta che a inutili guerre intestine e a dichiarazioni irritanti.
In fondo il problema non è il singolo scrittore che esprime un’opinione, il problema è che quell’opinione è l’ennesima voce deL bias. E Covacich è del ’65, IL bias quindi si è già formato e godeva di ottima salute anche prima della sua nascita. Quindi se scrive un pezzo dove dichiara di non sapere molto di quello che dice, ma lo dice lo stesso vuol dire che, siccome non è uno stupido, deve far leva almeno su un’opinione pubblica acculturata che condivide, per generazione e formazione, la distanza che lui mette.

Ma io sto divagando. La mia conclusione era che la malattia epistemica che porta all’inferiorità naturale della fantascienza e del fantasy in Italia nasce da tre simpatici ometti: Benedetto Croce, Theodor Adorno e Palmiro Togliatti che rilegge Zdanov e il realismo sovietico.
Premessa: capisco perfettamente come dopo la Seconda Guerra Mondiale ci fosse fame di realismo. L’Italia era vissuta nella bolla mediatica della voce enfatica del Duce e dei telefoni bianchi fino ad allora. Puntare la camera e la penna sul reale era un atto politico forte. Eppure, se ci fa caso, le opere più simboliche di un Cesare Pavese venivano smontate sistematicamente da un Moravia che, per ideologia, lo accusava di non trattare di problemi sociali. Insomma, altri interessi a sinistra non erano reputati seri – non è un caso che Buzzati fosse di area cattolica.

Benedetto Croce, durante l’Italia fascista, è stato un faro e il fatto che il regime lo tollerasse lo ha reso un simbolo vivente. Il problema è che il filosofo postulava la superiorità delle lettere rispetto alla scienza e riduceva l’ucronia al “giochino del se fosse”. Quindi, abbiamo due principi fondativi di fantascienza e cli-fi ridotti a ninnoli per bambini.
Theodor Adorno, lo sappiamo, in quanto marxista aveva la paranoia del rapporto fra arte e mercato e vedeva i generi letterari come la cosa più commerciale che esista – quindi da evitare. L’esito più clamoroso di questo pensiero: Primo Levi, quando è uscito Storie Naturali, è stato accusato anche di aver “tradito il Lager”. Non scherzo.
La combo Zdanov-Togliatti in ultimo prende Adorno e salva dal suo discorso i generi radicati nel realismo sociale (il crime, per esempio). Quel che rimane fuori è ancora oggi “minoranza”: il fantasy, la fantascienza.
Utilizzo una dicitura – minoranza – che in genere si usa per i gruppi sociali per sottolineare la scala gerarchica di “serietà” percepita. Come le donne non vengono prese sul serio in certi ruoli (le persone non-binarie poi, non pervenute), così succede a certi generi letterari.

Questo bias, questa malattia epistemica la persona di cultura di una certa estrazione (e, spesso, di una certa generazione) la respira senza rendersene conto e la riporta con candore. Probabilmente perché, dicevo, un certo mondo culturale ancora l’approva.

Dicevo anche che sono un’autrice di cli-fi. Ho scritto un romanzo in cui credo molto, molto influenzato da David Mitchell. L’ho sottoposto a un’autrice italiana che stimo, la quale mi ha fatto il regalo che apprezzo di più dalle persone più addentro di me nelle cose: l’onestà intellettuale brutale. Quindi, dopo avermi detto che il romanzo le era piaciuto, ha aggiunto che il mio posto quasi obbligato era una piccola casa editrice che accetta questo genere e lo prende sul serio.
Dopo aver letto la sua mail, ho avuto un piccolo momento di confusione. E ho capito che dovevo spolverare il mio bilinguismo e tradurmi in inglese. E non perché la piccola casa editrice suggerita non sia degna di me – tutt’altro, sono carinissimi e leggo molte cose loro. Ma perché è *una*. Una sola. Ce ne sarebbero altre due ma non prendono manoscritti da almeno un anno. Sono grata a quell’autrice perché con la sua mail mi ha aperto gli occhi su quanto sia stretto il posto per chi prende questo genere sul serio in Italia. Leggevo e mi saliva la claustrofobia. Purtroppo, lo stesso concetto mi è stato ribadito mesi dopo da un altro autore con molta cognizione di causa.
Quindi ho speso e sto spendendo soldi per l’editing in inglese – perché, oltre la lingua, ci sono le coordinate culturali da adattare. Spero sia a buon rendere. Sicuramente la legge delle proporzioni mi dice che sto facendo la cosa giusta.
Eppure la postura un po’ da drama queen “in Italia non mi capiscono”, non è la mia. Anzi, la detesto – da ex-Expat, so quanto vale. Se mi sto traducendo è per necessità, non per superiorità.

Perciò capisce come, ascoltando un Covacich che ripete Il bias, si fa fatica nella mia posizione a tenere fuori dal discorso letterario quello personale. Io me la vivo un po’ come quando qualcuno del mondo della cultura ripete pregiudizi sulle donne – non sanno guidare, non sanno imporsi… sono bias nell’episteme. Nell’aria.
Una cosa, però, sulla questione del “predire il futuro” la voglio dire. Anzi due: la prima è che se si riduce la fantascienza a questo, vuol dire che IL bias ci porta ad avere poca stima di stile, voce, estetica, levatura intellettuale di un testo. Questa è la mia impressione. La seconda: quello che l’autore rimprovera alla fantascienza non tiene conto di tutta l’esperienza cli-fi. Maggie Gee ha previsto l’inasprimento della lotta per la parità di genere in un mondo in preda alla crisi economica e climatica, con il tech schierato con il patriarcato (The Ice People), David Mitchell nell’ultimo libro di The Bone Clocks, rappresenta un’Inghilterra in preda al cambiamento climatico e alle rivolte violente perché è quello che succede quando un sistema crolla, Bruno Arpaia ha spostato tutto ciò in prospettiva di una migrazione di massa dal sud dell’Europa che riprende quella già esistente dei migranti climatici… prevedere o capire come mai siamo arrivati fin qui (come Winterson in The Stone Gods) è uno dei tratti fondativi del genere e il genere è figlio della fantascienza. È un genere militante e cerca modi per parlare dell’oggi incidendo sul sociale. Non ha niente da invidiare al realismo sociale. Per dirla con Arpaia, è realismo aumentato – come la realtà aumentata.

Eppure, per via deL bias, il suo posto nel mondo in Italia è limitato e tutto il dibattito teorico che ha radici nell’ecocritica è quasi assente.

Allora, se nel sociale c’è da auspicarsi la parità di genere, in letteratura io vorrei tanto la parità fra i generi. La pari dignità. E affinché questo avvenga, la mia sobria opinione è che IL bias deve essere decostruito, smontato e mai più rimontato.

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