Mi scrive Stefano Trucco, collaboratore assai attivo di Snaporaz, nonché bibliotecario, nonché scrittore: ha pubblicato i romanzi Fight Night (Bompiani, 2014) e Il Gran Bazar del XX Secolo (Aguaplano, 2019), oltre alla novella 1958. Una storia dell’Età Atomica (Intermezzi, 2018). Il suo intervento non fa sconti neanche alla comunità fantascientifica, ma com’è giusto va letto. Ed eccolo.
“Se è vero, ed è ovviamente vero, che la descrizione del futuro è il modo che il genere ha di parlare del presente, allora uno potrebbe, attraverso l’aderenza dei vari futuri possibili al corso degli eventi, ragionare sull’incapacità dell’autore di capire il suo stesso presente (e qui scorrerebbe il sangue). L’altro problema critico della SF, poi, è la sua pretesa che la discussione, anche di livello, rimanga sempre rigorosamente rinchiusa nei confini del genere: Philip K. Dick può essere paragonato a Ballard, a Silverberg, a Heinlein o LeGuin, ma mai, assolutamente, a Pynchon, DeLillo, Beckett o Pirandello. Quando ci si prova, come nel recente Meridiano a lui dedicato e curato da Emanuele Trevi e Emmanuel Carrère (autore fra l’altro di una sua pregevole biografia romanzata), la reazione della comunità copre tutto lo spettro dall’infastidito all’ostile (è vero che ci sono in Italia fior di studiosi seri di Dick che si muovono all’interno delle coordinate del genere, come Carlo Pagetti e Umberto Rossi, ma l’obbiettivo, come lo vedo io, era un altro e sarebbe piaciuto molto a Dick stesso, scrittore realista frustrato). Del resto, se per gli scrittori mainstream ci sono sempre meno problemi a usare tropi fantascientifici, sia pure con alterni risultati (per dire, Lo Smeraldo, di Mario Soldati, è probabilmente il miglior romanzo di fantascienza italiano di sempre, mentre Il Pianeta Irritabile, di Paolo Volponi, decisamente no e La Fantarca di Giuseppe Berto è uno dei peggiori romanzi che io abbia mai letto – ma non dimentichiamo che Ishiguro c’ha vinto il Nobel con la sua ‘fantascienza che non osa dire il proprio nome’), gli scrittori di fantascienza sono molto più restii ad abbandonare la loro comfort zone e puntare al realismo e del resto, se la letteratura è un sottogenere della fantascienza perché sbattersi?”