LA QUESTIONE NON E’ L’INVISIBILITA’ MA LA LOTTA: UNA RIFLESSIONE SUL RICORDO COLLETTIVO DI BEPPE SEBASTE

C’è una cosa che mi ha colpito molto, dopo la morte di Beppe Sebaste, ed è il riportare questa morte (che è ingiusta come tutte le morti, specie per chi provava affetto per chi è scomparso) alla situazione degli scrittori invisibili. Annunciando questa morte, appunto, ho scritto che Beppe Sebaste meritava molto di più di quanto ha avuto in vita. Questa mia frase è stata spunto per una serie di riflessioni, alcune molto ampie, altre riportate inevitabilmente al libro proprio.
In questo secondo caso ho contato fino a dieci: non perché non sia legittimo pensare al libro proprio, a tutto ciò in cui si investono anni, fatica, passione, talento.  Ma, come ho avuto modo di dire in privato a chi mi aveva scritto parlando della propria paura di essere ugualmente invisibile, se di sistema si tratta, e di sistema infatti si tratta, non ci si salva da soli.
Andiamo con ordine.
Ho riletto le mail che fino a un certo punto Beppe Sebaste e io ci siamo scambiati. Il “fino a un certo punto” significa che da un certo momento in poi entra in campo la vita privata di Beppe, e i motivi del suo sparire diventano altri. Ma prima, molti anni prima, mi diceva questo:

“Scrivere mi piace, non posso certo farne a meno, ma sto anche cercando di reagire alla mia tentazione di isolamento – cosa che cresce naturalmente quando già mi percepisco isolato, diciamo pure invisibile”.

Questo era vero. E infatti in un lungo intervento su Facebook Mario De Santis, che ha sempre vista lunga e gran cuore, scrive:

“Ognuno è lasciato solo, sparpagliato senza vincoli un po’ come una monade, disperso dentro un sistema cultura-editoria che è un sistema commerciale di produzione e di intrattenimento, anche se dentro questo sistema ci sono dei libri molto belli e dei libri letterari, a volte anche dei capolavori. Nella poesia è un’altra storia, anche peggiore (in qualche modo la valutazione commerciale è una valutazione anche critica, in poesia regna l’arbitrio totale).

Però sono tutti sparsi e monadi chi sta in vetta alla classifica e chi viene dimenticato – perché la questione non è essere ricordati, né dire che “sono tutti grandi” (specie quando muoiono), ma scrivere una mappatura critica dell’esistente e dare anche valori, magari scontrarsi sui valori estetici di questo o di quello scrittore-scrittrice”.
E aggiunge:
“Ma ora mi pare evidente, senza essere apocalittici, né passatisti, che la letteratura certo esiste; e no, non è morta: essa sì, sopravvive. Ma come pratica “debole” di un pezzo ormai minoritario di ceto medio, più come hobby e intrattenimento, se valutata nella “comunità” che non sa più dirsi comunità (è diverso quel che ognuno fa per sé e molti la vivono come asse portante di idee ) Si seguono modi e mode, gusti di questa non-comunità, in cui, anziché rinserrare le fila, si insegue proprio la cultura vincente che paradossalmente la cultura la nega anche quando la “possiede” (del resto come sempre il laboratorio del paradosso occidentale è stato l’Italia degli anni ’90 quando Berlusconi comprò Einaudi)”
Aggiungo un’altra voce. Andrea Pomella, sempre su Facebook, scrive:
“Mi accorgo sempre di più di quanto il meccanismo trinciante del mondo contemporaneo costringa tutti noi a un’infame lotta per esistere, anche per chi fa un lavoro, come quello dello scrittore, che per forza di cose è sottoposto a cicli di emersioni e inabissamenti, perché inabissarsi – e quindi stare fuori dalla mischia – è nella natura stessa dello scrivere. E invece la richiesta continua e ossessiva è presenziare, presenziare sempre, non far calare la sera sul proprio nome, dibattersi per non annegare nella sterminata folla degli anneganti, sbracciare continuamente perché qualcuno si accorga che sei ancora vivo. Fai le tue promozioni, fai i tuoi giri, le interviste, i festival, gli incontri, per uno, due, tre, se sei fortunato sei mesi, poi più niente, nulla si sa, nessuno chiede, hai lasciato un fiume di parole che si è riversato in un mare informe, dove non esistono più le parole, perché non erano importanti le parole, era importante il nome, era più importante che circolasse il TUO nome, che si appiccicasse al TUO nome una certa idea, non le parole che hai scritto, ma un’idea che fosse più incisiva (e quindi sminuente) possibile, e tutta quella fatica del demonio che hai fatto nella solitudine spaventosa della tua testa è servita a… cosa? Il nome. Solo quello. Tenerlo alto, sventolarlo di continuo. Perché sennò muori, muori, muori, prima ancora, molto prima, che arrivi la morte vera”.
Provo a tirare qualche somma: da una parte c’è sicuramente un interesse minore nei confronti dei testi letterari da parte di un sistema, e quel sistema punta su alcuni nomi consolidati o su altri che auspica lo diventeranno, assumendo però la sembianza di “caso”, almeno in parte. Dall’altra c’è quello scambiare rilevanza con visibilità che porta a entrare nel meccanismo delle promozioni e dei festival. Dall’altra ancora c’è la critica, su cui non mi sento di gettare le colpe in toto, anche perché la critica ha oggettivamente perso rilevanza, e possiamo pure fare tutte le classifiche di qualità che vogliamo, ma anche in quei casi si vede che l’attenzione si sposta su alcuni autori e non altri, si sposta su quelli che già hanno presenza amicale e professionale nel gruppo dei votanti (pardon, ma questa cosa volevo dirla da un bel po’). E comunque non è questo che fa uscire dall’invisibilità.
Io non so quale sia la soluzione, magari avessi la soluzione: so che non ci sono colpevoli precisi, e soprattutto non lo sono i cosiddetti mediatori culturali, tipo me, perché, come ho risposto ad altro messaggio privato, la sottoscritta, che peraltro non è che tenga le redini del mondo culturale, non avendo incarichi di ogni sorta ma solo un podcast e un blog e due rubriche dove cerca, cerco, di fare il possibile. E’ che bisognerebbe capovolgere il tavolo e ricominciare in altre forme, visto che infine sull’editoria ci siamo detti tutto quello che andava detto, e a forza di ripetere che così sarà molto difficile andare avanti e superare l’idea che vende ciò che è già vendibile, non si va da nessuna parte. Anche se, e perdonate se mi ripeto ancora, l’esempio di Wu Ming dovrebbe insegnarci qualcosa: costruirsi, nel tempo, una comunità, e rivolgersi a quella comunità, prendendosi anche il peso e la fatica di incontrarla fisicamente. Quella cosa lì non solo “funziona”, ma è un atto politico oltre che letterario.
E qui dò di nuovo la parola a Beppe Sebaste, in una mail del 2015 dove mi raccontava di “Fallire”, e mi spiegava che era stato assente sia per problemi di salute sia per una serie di viaggi in India sia per la tristezza dopo la chiusura de L’Unità.
“Ma soprattutto ero assente perché volevo scrivere solo per me, e scrivevo in effetti sulla mia assenza, o clandestinità, cominciata in realtà molto prima.

   Scrivevo un “romanzo” (naturalmente alla mia maniera) o fingevo di scriverlo da anni, dal titolo “Storia con fantasmi“, poi derubricato a sottotitolo da quando ho deciso che il titolo principale è Fallire. Era per me il dopo HP (anche “Panchine” e “Oggetti smarriti” erano per me libri minori e supplenti). Parla in prima persona di questi anni già dimenticati, dal 2005 al 2010/11, parla della cosiddetta realtà, parla anche da vicino (l’ho conosciuto) di Massimo Tartaglia (colui che ruppe la bocca di Berlusconi a  Milano, di cui avevo scritto due anni fa un’anticipazione del mio incontro su Venerdì di Repubblica), parla della mia vita, e tutto questo si alterna con capitoli di un horror disgregato che non è scritto in prima persona…

   Alla fine ho deciso, salvo miracoli e/o seduzioni irrinunciabili (che non prevedo) di metterlo on line bypassando gli editori, nonostante abbia un agente che fin dall’inizio aveva pensato per il mio libro a Adelphi (ma non ha mai risposto 🙂 ). Ho escluso le case editrici della galassia mondadoriana  perché il loro patron è davvero al centro della mia narrazione… L’agente, almeno per ora, sta accettando questa mia decisione. Pare che anzi mi aiuterà, anche se non ho deciso se affidarmi a qualcuno, o se, come preferirei, con un gesto radicale, affiderei il mio libro solo al mio sito e a siti amici, e la distribuzione magari ad Amazon (lo so, Amazon è inviso a tutti noi per molte ragioni…ma che altro c’è?)”.

Così sarebbe andata, e chiedo scusa se ho usato qui una conversazione privata: ma mi sembrava importante perché, sia pure in buonissima fede, il ricordo di Beppe Sebaste  non diventi lo specchio per le paure dei singoli, di tutti noi intendo, ma fosse semmai spunto per capire che la questione non è diventare invisibili.
La questione è combattere.
Anche per la letteratura.

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