CHERNOBYL E LA MATERNITA’: UNA PICCOLA STORIA

Proviamo a fare un discorso delicato, che ho voglia di intraprendere da un po’. Sono rimasta molto colpita dalle reazioni violente, pro o contro, a proposito di Catherine Birmingham (la “mamma del bosco”, e mannaggia se detesto questa definizione): e questa volta non voglio parlare né di libro né di serie televisiva, ma del fatto che chi la sostiene (e, ripeto, io non prendo posizione in proposito, né la prenderò) difende soprattutto un modello di materno in cui si rispecchia. Il materno “naturale”, che è il tema forte di questi ultimi anni. E di cui diffido. Diffido, soprattutto, dell’idea che generare porti un potere. Il potere non è mai buono, come ho avuto occasione di dire più volte. Il potere è una prigionia.   Il Palazzo d’Inverno era luogo di meraviglie e splendore. Ma il suo nome era anche Città proibita. L’imperatore della Cina, che deteneva il potere più alto, era un prigioniero proprio in virtù di quel potere. Anche la maternità può essere  un Palazzo d’Inverno: dove è splendido aggirarsi ma da dove non si può uscire. A meno di non abdicare, condividendo quel che ci è stato attribuito. Perché potere e libertà si elidono.

Faccio oggi questo discorso perché fra qualche giorno saranno quarant’anni da quando, alle ore 1:23:45 del 26 aprile 1986, il reattore numero 4 della centrale di Chernobyl esplose. Per un po’, non ne sapemmo molto. Tanto che festeggiamo il 1 maggio come si era sempre fatto, sdraiandoci sui prati e prendendo il sole. Eppure già il 30 aprile erano stati rilevati livelli di radioattività inquietanti.  Inizialmente si minimizzò. Poi venne emanato il divieto di consumare latte fresco e verdure. Specie per i bambini e le donne incinte.
Io, appunto, ero incinta di sei mesi.
Avevo perso il primo figlio a sette giorni di vita, un anno prima. Perché? Perché io stessa avevo fatto una bandiera della Natura.  Onnipotenza e alcuni pessimi consigli di una ginecologa che condivideva la stessa visione madre-centrica e anti-medica mi portarono fino al settimo mese di gravidanza senza medicalizzazione. Nel febbraio 1985 riemergevo dalle nebbie gialle di un’anestesia da cavallo, con una sacca di sangue per trasfusioni che oscillava sopra di me. Distacco di placenta, emorragia inarrestabile, cesareo d’urgenza. Poche possibilità di sopravvivenza.
Ma un anno dopo, appunto, ero di nuovo incinta, e in quel maggio di quarant’anni fa non sapevo cosa fare: molti anni dopo, durante il lockdown da Covid, avrei ricordato gli assalti ai supermercati per cercare il latte a lunga conservazione di cui avevo bisogno (prima che brontoliate, era il 1986 e molte cose sul latte vegetale non si sapevano, d’accordo?), e per capire cosa avrei potuto mangiare per sostituire spinaci e insalata e cavoli, cicoria, radicchio, , carciofi, asparagi e rape, tutto quello che era stato proibito. Mangiai carote e zucchine e banane.
Non bastò. Ad agosto quel secondo bambino nacque morto. “E’ colpa di Chernobyl ”, mi disse un’infermiera rattristata mentre mi svegliavo dalla nuova anestesia.

In realtà non ci ho creduto, e ho pensato che fosse colpa mia, che c’era qualcosa di sbagliato in me, e che non ero “una madre buona”. Poi, sarebbero passati sette anni, mi sarei consegnata mani e piedi e pancia alla medicina e sarebbero nati i miei figli. Quattro mesi in ospedale. Quattro mesi in cui ho riletto l’Orlando Furioso e passeggiato furiosamente, senza quasi smettere, scovando terrazzetta dopo terrazzetta per rifugiarmi a pensare. Quello che capii infine è che non ero perfetta, come nessuna madre lo è, e che avrei imparato col tempo  a distinguere una colica dalla malinconia, a riconoscere i gradi di febbre da un bacio sulla fronte (lo faccio ancora). Non è istinto, è esperienza. Non è natura, è, appunto, cultura. E amore, che è un sentimento imperfetto, ed è potente, nel senso buono, proprio per questo.

Per questo dividersi in fazioni, come sta avvenendo da qualche anno nei femminismi, è grave, gravissimo. Anche perché spesso a spingere alla divisione è proprio il desiderio di potere, accademico o politico o quel che vi pare non importa. Ovviamente questa storia, privata e dunque politica, non ha altro valore se non dire che ci possono essere altri modi, e che sarebbe bello non schernire, ma neanche usare, le paure di ognuna di noi.

Ps. Per questo motivo dovremmo batterci tutte (e tutti) per una legge sul congedo parentale. E dal momento che il solito inferno è la solita buona memoria, come diceva Michela, ricordo che oltre dieci anni fa, quando Alessia Mosca del Pd e Barbara Saltamartini del Pdl presentarono una proposta di legge sul congedo, apriti cielo. Per Il Foglio di Giuliano Ferrara fu “l’ennesima trovata dirigista scovata da due deputate non mamme”,  Vittorio Feltri de Il Giornale la definì “una legge assurda, un imposizione senza senso”, laddove il padre avrebbe goduto “di quattro giorni di ferie (pagate) in più dello scapolo, da trascorrere al bar o in palestra o in altri luoghi definibili ludoteche. In termini crudi, meno giorni di servizio per il dipendente e maggiori oneri per le aziende che già sopportano un costo del lavoro fra i più alti in Europa”.

 

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