VIVA LA FANTASCIENZA: STEFANO TRUCCO E QUALCHE PROVOCAZIONE

Mi scrive Stefano Trucco, collaboratore assai attivo di Snaporaz, nonché bibliotecario, nonché scrittore: ha pubblicato i romanzi Fight Night (Bompiani, 2014) e Il Gran Bazar del XX Secolo (Aguaplano, 2019), oltre alla novella 1958. Una storia dell’Età Atomica (Intermezzi, 2018). Il suo intervento non fa sconti neanche alla comunità fantascientifica, ma com’è giusto va letto. Ed eccolo.

I sogni di cui è fatta la nostra sostanza: come la fantascienza ha conquistato il mondo

In breve: uno scrittore ‘letterario’ (era nell’ultima dozzina del Premio Strega, Mario Covacich, decide di scrivere un articolo discretamente lungo contro la fantascienza intitolato, letteralmente, ‘Contro la fantascienza’, e il supplemento letterario del Corriere della Sera, ‘Le Lettura’, glielo pubblica. Ovviamente non sappiamo di chi sia stata l’idea, se Covacich l’abbia proposto per far parlare di sé o se La Lettura glielo abbia commissionato per tirare su l’ennesima polemica estiva e far parlare di sé stessa. Resta che se l’obbiettivo era il cosiddetto ‘ragebaiting’ ha funzionato benissimo. La comunità fantascientista ha reagito indignata sui social e La Lettura ha ospitato (o commissionato) una risposta a cura di Vanni Santoni intitolata ‘E invece è tutta fantascienza’.

Ancora più in breve: l’accusa principale contro Covacich è quella di non conoscere il genere. C’è del vero ed è un po’ un peccato perché alcune sue osservazioni sono tutt’altro che sballate.

Per fortuna se si parla di fantascienza posso presentare solide credenziali:

fino a trent’anni circa non ho letto praticamente nient’altro (cioè, a parte libri di storia e romanzi storici, la mia vera passione: la fantascienza era la storia del futuro) e anche adesso non ho smesso del tutto; è vero che quando mi sono finalmente deciso a provarci anch’io ho scritto dell’altro ma comunque qualche racconto di fantascienza l’ho pubblicato, uno dei quali è misteriosamente finito in un’antologia che vinse il Premio Italia, massimo riconoscimento nazionale del genere. Soprattutto, mi appassiona proprio la storia del genere: possiedo i 10 volumi della Grande Enciclopedia della Fantascienza dell’editoriale Del Drago, l’ultima edizione a stampa dell’Encyclopedia of Science Fiction di John Clute e Peter Nicholls e il mastodontico ‘Science Fiction: the early years’ di Everett Bleiler, per non parlare dei vari Aldiss, Sadoul, Vervins, Clarke, Benedusi etc etc etc

Quindi, hear me out.

Lasciamo da parte le motivazioni del Corriere e di Covacich: basti dire che in un contesto letterario dove le stroncature sono rare e a malapena tollerate il fatto che il principale giornale italiano si permetta di stroncare un intero genere vuol dire una sola cosa, cioè che quel genere è talmente debole commercialmente e culturalmente da poter essere vilipeso impunemente (del resto, se nel mainstream le stroncature sono rare, segno di un dibattito critico sempre più debole, nella fantascienza sono semplicemente impensabili).

Non è sempre stato così: quando ero giovane, anni Settanta e Ottanta, la fantascienza andava alla grande, sia quella da edicola – Urania e Galassia soprattutto – che quella da libreria – Nord Oro e Argento, Fanucci, Libra etc etc – per non parlare di riviste decisamente ben fatte come Robot. Einaudi pubblicava antologie con prefazioni importanti, la RAI provava cautamente a produrre sceneggiati (‘A come Andromeda’, per esempio), gli scrittori mainstream sperimentavano, con alterni risultati.

Guarda caso, l’interesse coincise con la ‘corsa allo spazio’ fra Stati Uniti e Unione Sovietica, culminata con l’allunaggio del 1969. Quando, poco a poco, ci si rese conto che non si sarebbe più andati da nessuna parte, l’interesse cominciò a scemare. Eccetto l’immarcescibile Urania tutte le altre riviste e collane chiusero e il fiume delle novità anglofone si ridusse a un rigagnolo. La fantascienza italiana non ebbe modo di decollare: prima perché Fruttero e Lucentini, responsabili della rivista dal 1961 al 1985, avevano decretato che ‘i dischi volanti non scendono a Lucca’ e decisero di non pubblicare italiani; poi perché negli stessi anni, gli stessi Fruttero e Lucentini, con romanzi come ‘La donna della domenica’ e ‘A che punto è la notte’, praticamente inventarono il genere del giallo all’italiana che divenne nei decenni successivi la spina dorsale dell’editoria italiana, accolto dal pubblico con un entusiasmo che la fantascienza (ma anche il fantasy, l’horror e il quant’altro) italiana si poteva solo sognare.

E’ vero che successivi curatori di Urania, come Gianni Montanari e Giuseppe Lippi, decisero di pubblicare scrittori italiani, alcuni di assoluto valore e pure successo, come Valerio Evangelisti, ma non bastò.

Ci sarà un motivo se il Premio Strega, con tutto il male che se ne può dire, muove ancora un discreto numero di copie mentre il Premio Italia è un simpatico raduno di vecchi amici, alcuni di notevole talento, che si premiano a vicenda e che muove zero copie (e se questo vi pare un ragionamento troppo commerciale ricordatevi che la Golden Age della fantascienza americana fu quella, commercialissima, delle riviste pulp in edicola e nei drugstore). Negli scaffali delle nostre librerie dominano ancora Isaac Asimov e Philip K. Dick. Del resto il lettore di fantascienza italiano medio non legge autori italiani e non legge novità (grosso modo ignora quasi tutto lo sviluppo del genere dopo gli anni Ottanta), anche perché raramente vengono tradotte, a meno non si tratti di YA, e fruga le bancarelle per cercare vecchi Urania e vecchi Cosmo Oro e Cosmo Argento e se ne vanta su Facebook. La sua idea di ‘novità imperdibile’ è una nuova traduzione di ‘Tre millimetri al giorno’ di Richard Matheson (le vecchie traduzioni Urania erano notoriamente tagliate, tema di discussioni inesauribili sui social; le nuove traduzioni, effettive e invocate, sono una scusa per rileggere sempre le stesse cose, un po’ come il rock).

Questo è il contesto dell’’attacco’ di Covacich e della reazione indignata della comunità fantascientista italiana, in parte giustamente indignata e in parte incredula e segretamente grata che qualcuno per la prima volta da decenni si occupasse del genere – ‘Ci attaccano! Finalmente!’. Tutti d’accordo che Covacich non aveva diritto di parlare in quanto ‘non uno di noi’, e poi gli immortali diritti della fantasia, e poi la letteratura non è che un sottogenere della fantascienza, e poi l’odiato ‘realismo’ che ovviamente non esiste perché è sempre tutta immaginazione, e poi il mainstream che ci si vanta di non conoscere e si condanna sulla fiducia, e poi il ‘romanzo borghese’ e poi l’amichettismo e poi…

Tutto questo non scusa l’articolo di Covacich, discretamente superficiale e abbastanza gratuito. Ma non del tutto.

Sin da ragazzo ho trovato difficile l’approccio alla fantascienza e, ora che il futuro è arrivato, non riesco davvero a capacitarmi delle mirabolanti considerazioni che ancor oggi sento fare quanto alla capacità predittiva degli scrittori specializzati nel genere in questione”.

La provocazione principale dell’articolo riguarda il futuro. Per essere un genere che fa del futuro la sua ragion d’essere (e sì, il motivo per cui la leggevamo era quello, sapere cosa ci aspettava) le sue previsioni non sono particolarmente azzeccate, e questo rimanendo sulla Terra e lasciando perdere la secolare enfasi sull’esplorazione dello spazio profondo, a cui non ci siamo avvicinati di un passo dal 1969; guardiamo meglio ma nulla di più. E nessuno ci ha ancora risposto). L’altra provocazione, secondo cui i film di SF sono decisamente meglio dei libri, non è stata raccolta da nessuno, mi pare.

S’è risposto con qualche giustizia che non è questo il punto della faccenda, che se è pur vero che la fantascienza è una forma d’arte orientata sul futuro resta una forma d’arte e non una futurologia, e che prendere sul serio gli effetti possibili della scienza sulla società e la specie è un’attività speculativa valida di per sé, al di là delle singole previsioni più o meno riuscite. Se prendiamo un autore come Philip K. Dick (giusto per citare uno che probabilmente avete letto tutti) sentiamo che sta parlando di noi, anche se i dettagli dei suoi mondi futuri sono distantissimi dalla nostra realtà effettiva. Del resto, nel 1984 l’Italia non era una provincia dell’Eurasia Neo-Bolscevica eppure tutti continuarono a considerare il romanzo di Orwell come una impareggiabile descrizione del suo tempo, oltre che il gioiello della corona della cosiddetta ‘fantascienza non di genere’.

Il problema però è che la capacità predittiva della fantascienza è da sempre considerata un merito del genere dai suoi adepti. Ogni volta che un romanzo o film pare, anche piuttosto vagamente, aver predetto un evento futuro esce la banda e va su e giù per il corso facendo più baccano possibile.

Un esempio un po’ oscuro: il vero fondatore della fantascienza moderna, secondo me, H.G. Wells, nel 1933 pubblica un romanzo-saggio intitolato ‘The Shape of Things to Come’, da cui verrà tratto, nel 1936, il film ‘Things to Come’, uno dei pochi grandi classici della fantascienza cinematografica di prima della guerra. Il libro di Wells descrive una futura guerra mondiale che scoppia nel 1940 a causa di Danzica, cioè l’effettivo casus belli della Seconda Guerra Mondiale. Quando cominciai a interessarmi di fantascienza a livello un po’ più teorico, un bel po’ di anni fa, questa cosa era parecchio vantata.

Solo che la guerra descritta da Wells non ha la minima somiglianza con quella effettivamente combattuta fra il 1939 e il 1945. Benché compaiano personaggi dell’epoca – Hitler, Mussolini, Stalin, Roosevelt… – la guerra è combattuta soprattutto con i gas, porta a un rapido crollo della civiltà e alla costituzione di uno stato mondiale scientifico e totalitario. In più, che la guerra potesse scoppiare per le preteste tedesche su Danzica era una previsione ricorrente nelle decine di romanzi scritti negli anni Trenta per descrivere la guerra che tutti consideravano imminente (o quello o la Manciuria), romanzi tutti altrettanto sbagliati di quello di Wells.

Gli esempi di romanzi che ‘sbagliano il futuro’ sono innumerevoli (tutti quelli che prevedevano una guerra atomica imminente, per esempio, o quelli che immaginavano una corsa alla colonizzazione dei pianeti in tempi brevi) ma non contano, dicono i fantascientisti, perché il compito della fantascienza non è predire il futuro, tranne quando lo fa (tipo ‘abbiamo previsto Trump!’) e allora abbiamo asfaltato il ‘romanzo borghese’.

Una disposizione che ricorda da vicino quella che Franco Fortini vedeva nell’amico/nemico Pier Paolo Pasolini, secondo cui ‘a chi gli fa notare che sono brutti risponde che a contare è la loro analisi politica; a chi osserva che esprimono un’analisi sbagliata, risponde che non si può giudicare la poesia come una pura argomentazione’.

Una disposizione che, fra l’altro, rende molto difficile parlare seriamente della fantascienza dal punto di vista propriamente letterario e non solo sociologico. Se è vero, ed è ovviamente vero, che la descrizione del futuro è il modo che il genere ha di parlare del presente, allora uno potrebbe, attraverso l’aderenza dei vari futuri possibili al corso degli eventi, ragionare sull’incapacità dell’autore di capire il suo stesso presente (e qui scorrerebbe il sangue). L’altro problema critico della SF, poi, è la sua pretesa che la discussione, anche di livello, rimanga sempre rigorosamente rinchiusa nei confini del genere: Philip K. Dick può essere paragonato a Ballard, a Silverberg, a Heinlein o LeGuin, ma mai, assolutamente, a Pynchon, DeLillo, Beckett o Pirandello. Quando ci si prova, come nel recente Meridiano a lui dedicato e curato da Emanuele Trevi e Emmanuel Carrère (autore fra l’altro di una sua pregevole biografia romanzata), la reazione della comunità copre tutto lo spettro dall’infastidito all’ostile (è vero che ci sono in Italia fior di studiosi seri di Dick che si muovono all’interno delle coordinate del genere, come Carlo Pagetti e Umberto Rossi, ma l’obbiettivo, come lo vedo io, era un altro e sarebbe piaciuto molto a Dick stesso, scrittore realista frustrato). Del resto, se per gli scrittori mainstream ci sono sempre meno problemi a usare tropi fantascientifici, sia pure con alterni risultati (per dire, Lo Smeraldo, di Mario Soldati, è probabilmente il miglior romanzo di fantascienza italiano di sempre, mentre Il Pianeta Irritabile, di Paolo Volponi, decisamente no e La Fantarca di Giuseppe Berto è uno dei peggiori romanzi che io abbia mai letto – ma non dimentichiamo che Ishiguro c’ha vinto il Nobel con la sua ‘fantascienza che non osa dire il proprio nome’), gli scrittori di fantascienza sono molto più restii ad abbandonare la loro comfort zone e puntare al realismo e del resto, se la letteratura è un sottogenere della fantascienza perché sbattersi?

L’attacco alla fantascienza di Covacich, poi, non è niente rispetto a quello dello scrittore americano Jarrett Kobek in un suo romanzo satirico del 2016, ‘Io odio Internet’, dove uno dei protagonisti è appunto un famoso scrittore di un genere descritto con assoluto disprezzo:

La fantascienza era un genere in via d’estinzione in cui scrittori senza nessuna comprensione personale dell’esperienza umana immaginavano numerosi futuri possibili per la specie”.

Kobek affronta, fra mille altre cose, il problema del rapporto fra predizioni fantascientifiche e futuro dall’altro lato, quello dell’influenza nefasta della fantascienza sul mondo ‘reale’.

Prendiamo un esempio molto facile: nel 1992 Neal Stephenson pubblica il romanzo ‘Snow Crash’, ambientato più o meno oggi. Uno degli aspetti più importanti della storia è il Metaverso, un vasto ambiente virtuale tridimensionale, coincidente di fatto con l’intera Rete, a cui gli utenti si possono collegare e interagire con degli avatar. Questa visione del futuro della Rete ebbe un tale successo a Silicon Valley da promuovere la nascita di diversi tentativi di inverarla; da Second Life, che ebbe un momento di grande successo una ventina d’anni fa, ai MMO come World of Warcraft, Minecraft e Fortnite, che malgrado l’enorme successo continuano a rappresentare solo un settore specifico della Rete, al vero e proprio Metaverso, cioè il tentativo di Mark Zuckerberg di realizzare letteralmente il Metaverso di Neal Stephenson, buttando via miliardi di dollari senza ottenere assolutamente nulla (e senza, tipicamente, prendersi la minima responsabilità del fallimento, malgrado ci credesse così tanto da cambiare il nome della sua company da Facebook a Meta…). Nulla contro Stephenson, un signor scrittore, ma questo è quel che succede a dar retta a ‘scrittori senza nessuna comprensione personale dell’esperienza umana’ per costruire il futuro. La Rete come l’abbiamo conosciuta agli inizi e come la viviamo oggi non era stata prevista dal genere, a parte il racconto ‘A logic named Joe’ di Murray Leinster nel 1946…

I casi potrebbero moltiplicarsi: come accennavo prima il boom della fantascienza fra gli anni Cinquanta e Settanta coincise con la ‘corsa allo spazio’ fra le superpotenze di allora per motivi di prestigio politico e incerto uso militare. Una volta che fu chiaro che non si sarebbe andati da nessuna parte, e di certo non ‘verso l’infinito e oltre’, i programmi vennero declassati e la fantascienza con loro. Gli attuali tentativi di far ripartire la corsa allo spazio da parte di Elon Musk e degli altri oligarchi hanno motivazione altrettanto fragili di quelle di Stati Uniti e Unione Sovietica, se si eccettua l’idea, strettamente fantascientifica e inattuabile per il futuro prevedibile, della necessità di colonizzare Marte per sfuggire al crollo della civiltà sulla Terra (o quello o i bunker superprotetti in location isolane lontanissime). E lasciamo perdere il Transumanesimo e gli investimenti miliardari per abolire la morte. Insomma, siamo governati da gente che prende la fantascienza drammaticamente sul serio e vuole realizzarla, distopie comprese. Non per niente l’anno scorso il Guardian ha pubblicato un lungo articolo sul tema ‘Will sci-fi end up destroying the world?’

Ma questa prospettiva non è ignota al dibattito interno della SF stessa. Thomas M. Disch, una delle stelle più brillanti della nuova SF degli anni Sessanta, la cosiddetta New Wave, nel 1998 pubblicò una raccolta di saggi intitolata ‘The Dreams Our Stuff Is Made Of: How Science Fiction conquered the world’, ‘I sogni di cui è fatta la nostra sostanza: come la fantascienza ha conquistato il mondo’, che vinse il premio Hugo 1999 per la non-fiction. Il tema della raccolta è proprio questo: non è la fantascienza a predire il futuro, ma il futuro a copiare la fantascienza e la cosa non è necessariamente positiva, anzi.

Non per niente Disch, in origine un poeta, a poco a poco venne emarginato dai fan e dall’editoria specializzata, e si mise a scrivere horror, fino al suo suicidio nel 2008. Non fu l’unico a sentirsi respinto dal genere e dal suo pubblico: Robert Silverberg, disgustato dall’insuccesso dei suoi romanzi migliori e più ambiziosi, non scrisse più per quattro anni e in seguito si dedicò soprattutto al fantasy, e qualcosa di simile capitò anche a John Brunner. Altri, come James Ballard e Michael Moorcock (e Kurt Vonnegut prima di loro), riuscirono a passare al mainstream, decisamente più accogliente verso gli eccentrici rispetto ai rigidi steccati del genere…

Insomma, ci siamo capiti e ho scritto fin troppo. Alla fine ho finito per stilare il mio atto d’accusa per il genere che amo, sia pure decisamente più informato di quello di Covacich…

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