Categoria: Cose che accadono in giro

Anche oggi, avvento: un articolo scritto per Linus dove si parla di Dan Brown ed Elizabeth Strout. Come? Esatto. Perché? Scopritelo.
“Sembrerà strano a chi legge questa rubrica inserire Dan Brown fra gli scrittori di fantastico: di fatto non lo è, come non lo era Umberto Eco, che anzi spesso satireggiava da par suo sul fantastico stesso. Eppure, qualunque cosa si pensi di Brown medesimo, va riconosciuto che è un grande inventore di storie, come avviene nell’ultimo romanzo, dove riappare il suo Langdon mentre corre sulla neve di Praga (si parla di noetica, di coscienza umana e, sì, anche del Golem).
Parlarne oggi significa parlare, però, di un’anomalia, certamente fortunata e certamente, usiamo pure la parolaccia, mainstream. Perché discutiamo di un narratore che dal filone oggi dominante è fuori, e che certamente conquista ancora i piani alti delle classifiche, ma di cui si parla molto meno rispetto alle biografie (stavolta di San Francesco) o, appunto, ai romanzi un po’ storici un po’ romance (con tutto il rispetto).  Non è una difesa di Dan Brown, anche se resta piacevole e divertente leggerlo (e, come mi è capitato di dire più volte, ognuno di noi contiene più lettori, che passano da L’ultimo segreto alla rilettura di Musil senza troppi problemi): è semmai una riflessione sul fatto che la presenza in classifica, e nei cataloghi degli editori, delle anomalie sta diventando rara. Quanto a quella fantastica, che è quella delle storie per eccellenza, non pervenuta, se non grazie a editori indipendenti o specializzati.
   Eppure ci sono tanti punti in comune fra i fuori-filone, che siano abili compilatori di intrecci o limpidi costruttori di linguaggi. Penso, per esempio, a Elizabeth Strout, di cui Einaudi ha pubblicato Raccontami tutto, con la traduzione di Susanna Basso. E prima ancora penso a un passaggio da un romanzo precedente, quel libro lieve e densissimo che è Mi chiamo Lucy Barton, dove la protagonista frequenta un corso di scrittura creativa. Dalla finestra entra, se non ricordo male, un uccello, piuttosto grande, e lei e la scrittrice che tiene il corso si spaventano, parecchio. Prende la parola una psicoanalista californiana che frequenta ugualmente il corso e che non interviene quasi mai, e dice alla scrittrice: “Lei non ha ancora superato il suo disturbo post-traumatico”. La scrittrice, e la protagonista, la guardano con odio, e tacciono. Più avanti, si ritroveranno a parlare e si diranno quanto ci sono rimaste male, e quanto si sono sentite ferite da quelle parole, e la scrittrice dirà qualcosa del genere: non c’è niente di peggio delle persone che usano le proprie competenze per mortificare gli altri. Quando l’ho letto per la prima volta, quel passaggio mi era rimasto in mente perché il mio primo pensiero è stato “ma oggi anche chi non ha competenza alcuna vuole usare le parole per mortificare gli altri”, e poi mi è venuta in mente un’altra immagine, completamente diversa, quella che ha usato Edoardo Albinati in La scuola cattolica per descrivere una classe di maschi adolescenti, i granchi nel secchio che si arrampicano ognuno sulla schiena degli altri. Senza riuscire, ovvio, a uscire dal secchio.”

Ieri sera ho fatto una lunga chiacchierata con un vecchio amico. Il tono di entrambe era sconsolato. Lui, che conosce l’editoria da più tempo di me, diceva che fra i mille problemi uno risalta su tutti: l’affidamento delle decisioni all’ufficio commerciale e non più, come un tempo, alla direzione editoriale. Il commerciale è quello che controlla quanto hai venduto nel titolo precedente e decide se investire ancora su di te o, come sempre più spesso avviene, cercare un autore nuovo che, magari, non vende le tue tremila o quattromila copie ma, chissà, magari fa il botto delle 20.000, e se non ce la fa pazienza, in fondo è un esordiente. Il commerciale è quello che decide che in questo momento bisogna pubblicare libri sui gatti, e se per caso hai scritto un buon libro su un cane occorrerà intitolarlo “Il nemico dei gatti”. Il commerciale è quello a cui non interessa il progetto culturale, ma vendere in un tempo in cui non si vende, e dunque perché mai provare strade diverse da quelle conosciute? 
Come segnalavo ieri su Facebook, sono usciti due articoli importanti: quello di Giulio Mozzi su Snaporaz e quello di Francesco Quatraro sul Tascabile che riassumono molto bene, Mozzi con passione, Quatraro chirurgicamente, lo stato delle cose.
Ne segnalo però un terzo. ll bilancio che Wu Ming 1 ha fatto dei suoi tredici mesi di tour per Gli uomini pesce: lo trovate su Giap.:
“In questi tredici mesi Gli uomini pesce è stato ristampato più volte e ha venduto oltre venticinquemila copie. Fa dunque parte dello 0,2% circa di novità editoriali italiane che superano quota 20000.
Risultato ancor più significativo se pensiamo che il libro non ha imboccato nessuno dei percorsi abituali e “obbligati”, quelli ritenuti imprescindibili se si vuole promuovere un libro. Nisba inviti dal più seguito programma radiofonico dedicato ai libri; non un rigo sul quotidiano più venduto (né sul suo inserto culturale); idem sull’inserto culturale del secondo quotidiano più diffuso; assenza dalle grandi kermesses dell’editoria; nessuna partecipazione a premi, eccetera”.
E ancora:
“I «percorsi obbligati» non sono obbligati. Altre vie si possono percorrere, e nel tempo danno più soddisfazione. Aver cura dei rapporti con le librerie indipendenti – baluardi di cultura, socialità e biodiversità urbana – fa vivere un libro più del calcare certe ribalte mediatiche, e può anche riservare sorprese”
Certo, una comunità non si costruisce un giorno, ma l’alternativa è scrivere i libri sui gatti chiesti dal commerciale. E, come sapete, dura poco, non serve, peggiora le cose. 

In brevissimo: nasce una scuola che non è una scuola. Un’occasione per incontrarsi, per leggere e anche per scrivere. Nasce una scuola che non ha una sede fissa ma molte sedi nell’Italia centrale. Nasce Chatwin, scuola nomade di narrazione. E nasce con due compagni di strada che stimo e amo da tempo: Silvia Schiavo e Daniele Zepparelli.
Sul sito (link al primo commento) troverete tutte le informazioni: per ora, sono tre week end primaverili, con due maestre d’eccezione come Romana Petri e Nadia Terranova. Sì, è solo l’inizio. E, sì, i prezzi sono bassi. E, sì, è l’occasione per incontrarci, per ascoltare e scrivere storie. Per provare a costruire l’alternativa nomade.

Immaginiamo di aprire un romanzo contemporaneo, sperando che parli del mondo in cui viviamo e non della propria famiglia. Immaginiamo di trovarci esattamente quel che volevamo: periferie disperate, casermoni e baraccopoli, e una donna che osserva e dice: “Capisco quello che succede. Quando la miseria incombe come incombe nel mio paese e nella mia città, se per sopravvivere si deve ricorrere all’illegalità, lo si fa. Si guadagna meglio che con un lavoro legale. Peraltro, non è che ci sia tutto questo lavoro legale, per nessuno”. Immaginiamo ancora che questa donna, che abita non lontano dai casermoni e dalle baraccopoli, partecipi a riunioni di condominio dove i vicini indicono assemblee sulla sicurezza, e che pensi: “Quello che sta succedendo è orribile. Loro però sono ancora più orribili. Durante le assemblee gridano che pagano le tasse (è vero solo in parte: la metà evade tutto quello che può, come qualunque argentino della classe media), che si sono comprati delle armi e che fanno corsi per imparare a usarle, e parlano di come, secondo loro, dovrebbe agire la polizia: propongono sempre l’omicidio, l’insulto, l’esempio medievale e l’occhio per occhio, o cose del genere”.
Oggi un po’ di calendario dell’avvento anche su Lipperatura, ovvero, i libri che mi sono piaciuti. Si apre con Un luogo soleggiato per gente ombrosa di Mariana Enriquez.

Ogni giorno, quando apro la mail, trovo notifiche di persone che mi seguono su Substack. Bello, direte voi. Piccolo particolare: io non sono su Substack, nel senso che non ho scritto mai neanche una riga. Sono iscritta perché leggo quello che scrivono gli altri, ma, nella mia ostinazione, quel che ho da dire lo scrivo sul blog, che continuo a mantenere aperto e gratuito da 21 anni a questa parte. Allo stesso modo, non ho aperto newsletter. C’è il blog, mi dico, non mi serve altro.
Certo, leggo quel che scrivono gli altri, su substack, sulle riviste e sulle newsletter a cui sono iscritta. Personalmente, ne traggo più spunti rispetto alla lettura delle pagine culturali dei quotidiani, ma è parere personale e non vale per chiunque. 
Così, ho letto attentamente la mappa-non mappa che Giovanni Robertini e Raffaele Alberto Ventura hanno compilato per il mensile di Domani, Finzioni: non-mappa perché, rispetto a dieci anni fa, una cartografia esaustiva è impossibile.
Molto interessante, anche se non sono d’accordo su tutto. La moltiplicazione, per me, non è una dichiarazione di fallimento: è qualcosa che ritiene più impegno di prima, quando bastava leggere la colonnina di destra di un blog per scoprirne altri (si chiamava blogroll, ai tempi). Richiede la voglia e il tempo di scegliere cosa seguire nel panorama culturale, forse, come scrivono gli autori, sapendo che una “scena culturale” non esiste più: non, almeno, nel significato che le si attribuiva anche solo dieci anni fa.
Nota personale, infine.
E allora perché continui ad aggiornare il blog e a scrivere sui social? Legittimo chiedermelo, in effetti, perché ogni tanto me lo chiedo anche io. La risposta più onesta è “per me”. Per fissare pensieri. Per vederci chiaro. Per lasciare una traccia a me stessa. I blog non sono che un diario di bordo, e così nascono, qualunque cosa si possa dire ora. I social sono un racconto continuo delle vite degli altri, e per questo ci ipnotizzano e ci avvincono. Però, sempre per me, la scrittura è un’altra cosa. Abbiamo bisogno di pensare al futuro per poter amare una persona o un amico, diceva – grossomodo- Camus ne “La peste”. E quando ci muoviamo in un presente eterno non possiamo amare.
Ecco, penso che per i vecchi blog (che sono comunque una forma d’amore) valga lo stesso concetto.

Così, sei anni fa, mi chiese a cena: “Mamma, quando è morta la letteratura?”. Aveva un sorrisetto curioso e intelligente, l’allora venticinquenne figlio, mentre mi pose la domanda, e io rimasi senza parole. “E’ morta, secondo te?”, gli chiesi a mia volta (mai rispondere a una domanda con un’altra domanda,  ma tant’è). “Non ha presa sull’immaginario – disse lui – e non mi pare di vedere in giro i movimenti che esistevano nel Novecento”.
Mi torna in mente oggi, quella domanda, anche se sono perfettamente consapevole che dopo sei anni il figlio ha probabilmente cambiato idea. Però dopo tre giorni di Più Libri Più Libri, ci rifletto su. La letteratura ha presa sull’immaginario? Posso dire di sì? No.  Non posso, dopo tutte le mattine del mondo recente passate a guardare gli altri, in metropolitana, per strada, in automobile, chini sul proprio smartphone. Non posso, quando vedo cedere le intelligenze più brillanti all’insulto facile, all’autocelebrazione, alla chiusura virtuale fra quattro pareti che per di più, come nei vecchi film, si stringono fino a soffocare. E che parlano di se stessi, come è normale, come faccio anche io.
Ma se c’è una cosa che mi è chiara adesso, specie dopo l’assemblea autoconvocata a Più Libri sull’editoria, è come risponderei oggi a quella domanda: sì, può aver presa sull’immaginario se ci si confronta, se ci si parla, se ci si unisce. Se si crede all’intelligenza dei gruppi. Se si oppone all’io un noi. Perché questo, nel mio irrilevante parere, farà del bene anche a quel che si scrive.
Ne riparleremo, più avanti.
Per ora, piccola comunicazione di servizio: il blog non sarà aggiornato fino a lunedì prossimo: fra due giorni parto per Reggio Emilia e poi per Torino, ed è tempo di ascoltare, parlare, guardare.
A presto.

Facciamo un passo indietro. Siamo nel 2019, quando scoppia il già citato caso Altaforte al Salone del Libro di Torino. Anche in quel caso, c’era un comitato artistico lontanissimo dalla scelta del commerciale di concedere lo stand, sulla quale non aveva altro potere che la protesta, che si era disposti a portare fino alle conseguenze estreme (far svolgere gli incontri fuori dal Lingotto). 
E però.
L’8 maggio il presidente della Regione e la sindaca di Torino chiedono agli organizzatori (all’epoca:  Torino, la città del libro, Circolo dei Lettori, Comitato di indirizzo del Salone del Libro) di rescindere il contratto con Altaforte.
Le motivazioni: “è necessario tutelare il Salone del Libro, la sua immagine, la sua impronta democratica e il sereno svolgimento di una manifestazione seguita da molte decine di migliaia di persone”. Tra le altre cose, in quell’occasione si è ricordato che Torino è insignita della medaglia d’Oro al valor militare per la Resistenza contro il nazifascismo. 
Non solo. Nello stesso giorno presidente e sindaca inviano alla Procura della Repubblica un esposto per chiedere di valutare la sussistenza dei presupposti per il reato di apologia di fascismo, nonché dell’eventuale violazione della legge Mancino (n.305/1993), che all’articolo 4 prevede che venga punito chi “pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”.
Alle 23.30 di quel giorno sulla pagina Facebook della rassegna è stato comunicato che “il Salone rende esecutiva questa richiesta”.

Ora, è lodevole che il Comune di Roma si sia sottratto al rito dell’inaugurazione e dei ministri e quant’altro. Ma non sarebbe stato più importante seguire la stessa strada? Anche perché ugualmente Roma è Medaglia d’oro per la Resistenza, per esempio. E un’azione di questo tipo si applica dieci volte di più a Passaggio al bosco (che, ripeto, ha un catalogo al cui confronto Altaforte è Harmony).
E poi mi chiedo anche. 
Non è che Aie si sia tirata indietro quando c’era da escludere qualcuno. Penso a Carlo Rovelli. E anche a Roberto Saviano.
Dunque, più che accapigliarci su chi va e chi non va, magari potremmo concentrarci su questo, e per una volta uscire dalla tempesta perfetta del tutti contro tutti. Perché qui gli interlocutori sono molto chiari: Aie, istituzioni (Comune e Regione), e commerciale. Perché una riflessione su ruoli e poteri del famigerato commerciale va fatta con urgenza. Altrimenti, liberi tutti e alla prossima polemica.
Ci si vede alle 16 del 7 dicembre in sala Aldus, su questi e altri punti.

A un certo punto del video con cui annuncia la sua mancata presenza a Più Libri Più Liberi, Zerocalcare si chiede, grossomodo, quando mai cominceremo a discutere, ma davvero, di quello che succede intorno a noi e nelle fiere culturali.
Ha ragione. Perché in queste ore si tocca con mano il fatto che le petizioni non bastano, se servono solo a ottenere una risposta come quella dell’Aie. E non è solo questo: è che tocca spiegare e rispiegare che nessuno al mondo (non io, almeno) vuole impedire a Passaggio al bosco di pubblicare i  manuali del buon SS, e di venderli, e di organizzare corsi di formazione sul camerata spartano.
Ma dal momento che diventa sempre difficile discutere sui social, che la dicotomia è in agguato, che son sempre pronti quelli a dirti “oh, sei politicamente corretta”, “oh, sei per la censura” (santa pace, ma due domandine questi signori e signore se le fanno ogni tanto?), e dal momento che arrivano pure quelli che dicono che dopo il lavoro culturale è trendy parlare di Più Libri, e dal momento che forse è il caso di passare ai fatti, ecco i miei fatti.
– Sarò a Più Libri da sabato a lunedì per onorare l’impegno preso con alcune case editrici piccole e medie che hanno pagato lo stand e fatto investimenti per la fiera. In quei casi, che trovate sul programma, ci sarò per intervistare due autori. Ci sarò anche per l’omaggio finale a Michela, in cui avrò l’occasione di dire qualche cosa in più.
Ma.
– Metto a disposizione lo spazio che avevo come autrice per invitare editori, autori e autrici, lettori e lettrici e pure commentatori da social a discutere esattamente di quel che si è detto in questi giorni: cosa ci sta succedendo, come dobbiamo porci davanti a situazioni che si ripetono, ruolo delle fiere e tutto quel che volete. Avviene domenica 7 in sala Aldus alle 16. Avrei dovuto presentare Mozart in rock ma non lo farò: invece, grazie ad Andrea Colamedici e Maura Gancitano di Tlon, in questo caso mio editore, voglio discutere proprio di quei temi che qualcuno chiama trendy, ovvero cosa si fa quando due stand più in là si vendono manuali firmati da nazisti, e già che ci siamo proprio del lavoro culturale, perché come altri e altre hanno giustamente notato ci sono altre situazioni tossiche nelle fiere da affrontare.
L’invito non è solo aperto a tutti, ma l’augurio è che l’idea si estenda ad altri, che altri autori e autrici mettano a disposizione il loro spazio, in modo da tessere un filo comune che attraversi la fiera.
Per inciso, so bene che Aie ha offerto spazi di discussione: non se ne avrà a male se preferisco rinunciare a quelli che mi erano già stati assegnati. Non se ne avrà a male neanche Mozart, che di potere sapeva qualcosina, credo.

Con molta pazienza e molta calma provo a spiegare perché la lettera firmata da molti autori e autrici e diretta all’Aie a proposito della presenza di Passaggio al bosco a Più Libri Più Liberi è qualcosa di diverso dalla censura e dalla limitazione delle altrui libertà di opinione e di pensiero e di pubblicazione.
La lettera ha avuto tre tipi di reazione: la prima, su cui si sorvola, è, in soldoni, ma perché Alessandro Barbero e Zerocalcare tutti gli altri si occupano di politica? Seguito da dichiarazioni di delusione e promesse di non leggere più i libri dei firmatari (che peraltro, nella gran parte dei casi, si sono occupati sempre di politica, ma pazienza).
La seconda è più raffinata anche se prevedibile, e su questa vorrei soffermarmi. Nel vecchio giochino di accusare “la sinistra” di essere censoria e di voler monopolizzare la cultura, si citano alcuni nomi. Non vorrete, si sostiene, censurare anche Carl Schmitt che plaudì alle leggi razziali, o Mircea Eliade, che fu in fondo il teorico della guardia di ferro, o Ernst Jünger (che però, ehm, non fu hitleriano), o naturalmente l’antisemita Louis-Ferdinand Céline?
La risposta è naturalmente no. Perché questi testi sono letti, diffusi, studiati, e sono testi che hanno certamente un contesto e in quel contesto vengono letti, diffusi, studiati e anche letterariamente apprezzati.
Ma nessuno al mondo li proporrebbe come testi destinati all’Educazione e formazione di giovani lettori, che è invece esattamente quello che fa Passaggio al bosco nei suoi libri. Non si tratta, dunque, di un catalogo storico su cui riflettere: ma di un catalogo che viene proposto come manualistica per militanti contemporanei.
Se permettete, faccio qualche esempio che si trova sotto la categoria “Educazione e formazione”. Sono nel post.
Quello che intendo è che non si tratta semplicemente di testi “di destra”. Perché poi la destra è liberissima di pensare e scrivere quello che vuole (un pochino meno libera, secondo me, di appropriarsi dei pensieri altrui, come quelli di Tolkien e Pasolini, ma pazienza). Si tratta appunto di veri e propri manuali per militanti non “di destra”. Ma vicini al neonazismo. E questo l’Aie dovrebbe quanto meno valutarlo. Ma come? Ci sono stati i brigatisti!, urlano qua e là. Non mi risulta che in fiera alcuna siano stati distribuiti libri che incitavano alla lotta armata. Se così fosse, è stato un errore.

Dimenticavo la terza reazione. Un classico che suona così: “sciocchi! In questo modo avete fatto da cassa di risonanza a un editore di cui nessuno si sarebbe accorto”.
Errore. Siamo noi che continuiamo a non accorgerci di quello che ci circonda. Finché non sarà troppo tardi.

Emma Bonino, in questo momento ancora in ospedale in condizioni critiche, è stata accusata di tutto e del contrario di tutto nella sua vita indomita. Ma negli ultimi anni, e questo è un segno dei tempi, viene accusata soprattutto di aver aiutato le donne ad abortire quando l’aborto, nel nostro paese, era un reato. Nessuno naturalmente usa l’espressione corretta: ha aiutato le donne a non morire, perché questo accadeva all’epoca.
Se vi prendete la briga di andare a leggere i commenti sotto le testate che riportano del malore di Emma, troverete frasi come “Chissà quanti bambini l’aspettano lassù”. “Dai che è la volta buona” Dalla pompa di bicicletta alle pompe funebri è un attimo”. E vi assicuro che c’è di peggio. I più gentili sono: “Che Dio ti benedica e protegga,. cosicché tu abbia modo di convertirti e chiedere perdono per tutti gli aborti sostenuti, prima che sia troppo tardi per la tua anima”.
Ho conosciuto Emma quando avevo vent’anni ed ero colma di ammirazione per quella donna così coraggiosa che vedevo nei corridoi del partito radicale con la sua salopette di jeans e i sabot rossi. Ma non è per questo che scrivo di lei, augurandomi che esca al più presto dall’ospedale per tornare nella sua terrazza piena di sole. Scrivo di lei, e non solo di lei, perché continuo a chiedermi cosa sia accaduto a una buona parte di questo paese. E, no, non basta la spiegazione che esistono i troll e i commentatori aizzati da una precisa parte politica: è troppo poco, perché c’è verità in molti di quei commenti.
E passo alla seconda donna crocifissa in questi giorni: naturalmente, Francesca Albanese.
Non entro ulteriormente nei dettagli: entro, invece, nel gigantesco vortice di chi letteralmente gode nel poter azzannare alla gola Albanese per una frase rubata al volo: fatevi un giro sui social, leggete le persone colte e buone e brave che urlano “finalmente”, tutto in maiuscolo. Tutto questo dovrebbe farci chiedere per l’ennesima volta cosa sta succedendo, e come sia possibile che si sia sempre pronti allo Charyou tree (per chi non ha letto la Torre nera di King, è il rogo rituale), e come mai tutto questo eccita gli animi ancor di più quando a salire sul rogo è una donna. Perché no, spiacente per i commentatori col ditino alzato, non è vero che vale l’inverso. Non vale mai l’inverso, all’inverso si fornisce sempre una seconda possibilità.
E allora, cosa ci succede? Bene, molti anni fa, Umberto Eco disse: “Il vero Anticristo è lo scoop”. E questa frase, oggi, non riguarda i giornali, ma riguarda noi, che siamo sempre in cerca del caso e dunque dei bersagli su cui scaricare la nostra voglia di forca. Il contagio comincia da lontano. Prenderne atto oggi non rende giustizia a chi è stato distrutto da questa voglia antica di linciaggio. E neanche a noi, che guardammo l’orrore mentre si addensava, increduli. E ancora guardiamo, tutti i santi giorni.

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