Vittorio Sgarbi su Il Giornale:
Fra le forme di minorità del Pensiero debole che porta alle estreme conseguenze la visione penitenziale del catechismo controriformistico che vede la donna come simbolo del male, c’è il disprezzo della «carne». Il corpo, altrimenti detto «carne», è in realtà il tempio dell’anima e soltanto per questo dovrebbe essere esaltato, anche in una prospettiva cristiana. Invece, da secoli, viene fatto coincidere con la fonte di desideri peccaminosi, per chi non lo rispetti in modo astratto. Ma il desiderio è peccato? Due corpi che si stringono negano la spiritualità dell’uomo? A me è sempre sembrata una posizione assurda. Eppure continuano a sopravvivere contrapposizione fra corpo e anima, fra pensiero e piacere.
Di questa visione reazionaria e bigotta si è fatta interprete con le sue sgangherate dichiarazioni una scrittrice sarda che si pensa progressista e veste senza pudore Berlusconi, pubblicando i suoi libri con la casa editrice Einaudi, proprietà del premier, senza vivere i tormenti del teologo Vito Mancuso e di altri che avvertono l’impudicizia di fare i moralisti e di prendere i soldi da Berlusconi. Così, senza accorgersene, entra in un vicolo cieco Michela Murgia affermando, a proposito di assolutamente insignificanti complimenti di maniera di Bruno Vespa a Silvia Avallone vincitrice del premio Campiello opera prima: «Quando c’è di mezzo una donna, si va sempre a parare sul corpo. Non importa la sua intelligenza, non importa se viene festeggiata, premiata, perché ha scritto un libro importante. Tutto si svilisce, si riduce alla carne». È un problema della sola Murgia perché, con assoluta spontaneità, la Avallone, ragazza tranquilla, risponde: «Ero emozionata, non mi sono neppure resa conto». Così si offende per lei la brutta Murgia, che rincara: «Vespa non mi è piaciuto. Il suo comportamento verso la Avallone e gli apprezzamenti sono stati di cattivo gusto. Se li avesse fatti a me, avrebbe avuto la risposta che si meritava».
La risposta che si merita la Murgia è ancora più semplice: c’è una ragione perché non ha avuto gli apprezzamenti di Vespa; evidentemente non se li meritava. Siamo alle solite. Alla Bindi che replica alla battuta berlusconiana, rubata a me, «più bella che intelligente»: «Io non sono fra le donne a sua disposizione». Una risposta apparentemente orgogliosa ma molto fragile, giacché sarebbe stato semplice, per il premier, rispondere «meno male» o «per fortuna». Immaginate la felicità di un uomo che avesse a disposizione la Bindi, piena di desideri e di concupiscenza. Non saprebbe come cavarsela. Ed è la stessa condizione per cui Vespa non ha fatto apprezzamenti sulla Murgia, che pure era scollacciata non meno della Avallone. Tutta la polemica si basa sul fatto che il corpo bello sia una colpa e sia in contrasto con il riconoscimento dell’intelligenza e della capacità. Invece la bellezza è il fondamento stesso del pensiero filosofico e religioso.
La Murgia deve tornare a scuola. Ma perché non si chiede come mai i complimenti Vespa non li ha fatti a lei? La bellezza non è qualcosa di negativo, ma qualcosa che merita apprezzamento. Una brutta sarà apprezzata perché è intelligente, ma una bella sarà apprezzata perché bella e intelligente. Non è che bellezza e intelligenza siano una buona e l’altra cattiva. Oggi, uscendo dall’albergo Urbino Resort, ho chiesto, per prova, alla direttrice se preferiva essere bella o brava. Mi ha risposto candidamente: «Entrambe. Ma mi fa piacere essere considerata bella perché so che sono brava». E non si tratta soltanto di una questione che riguarda il corpo femminile. È invece, piuttosto, una questione che riguarda il corpo nudo e la sua bellezza formale. I bronzi di Riace sono apprezzati perché belli, come il Davide di Michelangelo, e la bellezza del loro corpo è un valore intellettuale oltre che sensuale e li rende attraenti più che un satiro grasso o un corpo deforme pur mirabilmente rappresentato.
I canoni della bellezza classica sono consolidati e valgono per i kuroi come per la Venere di Milo o per le Veneri di Tiziano. È assurdo dire: «Quando c’è di mezzo una donna si va sempre a parare sul corpo». È bella ma non devo dirglielo? Perché? Tra uomo e donna non c’è differenza. È solo una questione legata al costume nel doppio senso, anche se oggi i comportamenti stanno cambiando. Non in certe situazioni formali. Ma è evidente, quando si premia un uomo, Pennacchi, Lerner, è consuetudine vederlo con giacca, cravatta e persino cappello, sciarpa, bastone, o smoking, cravattino, camicia bianca, fascia, tutto coperto dalla testa ai piedi. Poi si premia la Avallone: arriva con un vestito leggero. Ne vediamo le gambe, le caviglie, i seni e i tatuaggi. Se lei si fa vedere, dobbiamo far finta di non vedere? E dobbiamo tacere su quello che vediamo? Le donne adottano un costume che sottolinea la femminilità e presuppone lo sguardo.
Le donne chiedono di essere viste. Ma se un uomo si presentasse a ricevere un premio in costume da bagno con le spalle e le gambe scoperte probabilmente riceverebbe osservazioni non solo sulla sua opera ma anche sul suo modo di vestire. Non risulta, per il costume, che Moravia, Pasolini, Gadda, Bassani, Montale o Cassola si siano mai presentati a ritirare premi con abiti scollati e le gambe nude. Ma sono certo che avrebbe fatto notizia. E certamente Vespa lo avrebbe sottolineato. C’è dunque un rito, che riguarda il «costume» del vestire maschile e del vestire femminile in circostanze di carattere celebrativo. Sono regole che riguardano il presentarsi in società. Ma forse la Murgia non sa che si possono anche assumere atteggiamenti eccentrici. E che, per esempio, Julien Schnabel si presenta in pubblico, anche a ricevere premi, in pigiama. Dobbiamo far finta di niente? Non possiamo dirlo? Dobbiamo occuparci soltanto del suo talento come pittore e come regista?
In compenso Rula Jebreal, sua compagna, è bella e intelligente. Dovrebbe indossare il burqa? Dovrebbe prescindere dalla sua bellezza? E possiamo escludere che la sua bellezza abbia aiutato la sua intelligenza? Sarebbe per lei un vantaggio essere come la Buttiglione? Non dobbiamo rilevare la differenza fra le due? Una è consapevole della sua bellezza, e ne trae vantaggio. E però, secondo la Murgia, se metti in gioco il tuo corpo, la bellezza del tuo corpo, rischi di diventare un «pezzo di carne». D’altra parte anche la Murgia indossava un vestito che lasciava tette e gambe scoperte, ma non è stata apprezzata. Naturalmente i canoni di bellezza possono mutare. Ci sono nell’arte corpi simili a quelli della Murgia come la Venere di Willendorf del 30.000 avanti Cristo circa, ma l’estetica femminile consolidata ha altre forme ed è abbastanza semplice definire cosa è bello e cosa è brutto rispetto all’armonia e alle proporzioni della bellezza. D’altra parte Sartre in Simone de Beauvoir e Moravia in Dacia Maraini non apprezzavano la sola intelligenza. Ma certamente anche l’avvenenza. Anche loro come Vespa? Quella della Murgia è una forma di debolezza concettuale. Di ignoranza. Se il corpo femminile deve essere mortificato, allora la scrittrice si vesta come George Sand, da uomo. E cosi ha fatto la grande Giovanna Bemporad. Ma se mostra una tetta, non pretenda che non se ne parli.
Erano dunque vestite allo stesso modo la Murgia e la Avallone. Io non avrei fatto nessun complimento alla Avallone. Ma se Vespa osserva che è bella, non significa che non vuole occuparsi del libro. Se qualcuno mi dice che ho un bel ciuffo e io ho fatto una bella conferenza, devo prendermela? La questione non riguarda soltanto la donna; con le sue affermazioni la Murgia inquina il buon senso, introduce una forzata discriminazione. Era insignificante rispetto all’essere buoni attori che Alain Delon o Marcello Mastroianni fossero belli? E George Clooney e Brad Pitt nell’immaginario femminile bisognerebbe considerarli soltanto bravi? Ed è questa la ragione dell’apprezzamento che ottengono? In tutte le discipline la bellezza è un valore aggiunto che merita attenzione. Sulla bellezza e sul corpo hanno certamente puntato Madonna, Mina, Patty Pravo, Milva, Ornella Vanoni, Anna Oxa. Quando Greta Garbo o Mina hanno iniziato ad avere dubbi sul loro corpo si sono ritirate. È dunque inaccettabile la svalutazione del corpo femminile da parte della Murgia. Una forma di mortificazione. Sono «carne» anche i corpi maschili. E se ne parla meno soltanto perché in società l’uomo si veste di più. Dà valore ai simboli e alle divise. Spogliare una donna è più facile ed è la stessa donna, per vanità e per compiacimento, a essere disponibile a farlo. Di fronte a ciò che vede, di fronte a ciò che la donna gli mostra, perché l’uomo deve tacere? I bronzi di Riace si apprezzano proprio perché sono nudi.
E allora perché dobbiamo riferire il concetto di mercificazione soltanto al corpo della donna? Come si può dire, con supponenza, e con prepotenza: «In altre tv d’Europa, a un conduttore non sarebbe permesso di comportarsi cosi?». La Murgia trascura di considerare che il desiderio e la sensualità sono valori che riguardano il rispetto del corpo dell’uomo come della donna. Una donna desiderabile non è affatto mortificata. Lo è una indesiderabile. E la donna che vuole essere desiderata non teme e non respinge un complimento. Pennacchi e Gad Lerner, mortificandosi negli abiti, non se lo aspettano. Ma forse Renato Zero o David Bowie non lo avrebbero disdegnato. E la stessa Murgia lo avrebbe sperato. E non, come afferma ipocritamente, per respingerlo.
Grazie davvero della risposta. Mi pare di essere di essere d’accordo con lei su molti punti e comunque, visto che alcuni mi mettono davvero in crisi, sulla necessità di mettere a tema il concetto di modello e ragiornarci sopra molto seriamente.
Ma, come ha detto Loredana, farlo all’interno di questo frame sarebbe fuorviante, per cui spero che il discorso verrà ripreso presto.
Ribadisco la proposta. Pausa su questo punto, si riprende in altro contesto. In questo, si rischia di tornare a una deriva non veritiera, che condannerebbe le scelte stilistiche ed estetiche di una scrittrice invece di riflettere, appunto, su quei – a mio parere non così variati – modelli. Proprio perchè questo è il punto, questa l’oscillazione perversa fra “morale” o “moralina” e “libertà”, non merita di essere trattato, ripeto, in un contesto che si presta, come è già avvenuto, a giganteschi e reciproci fraintendimenti.
Se, poi, la proposta non verrà accolta, non interverrò comunque ulteriormente in questo thread.
Simone, a me sembra che ci sia una certa differenza tra auspicare un comportamento e imporlo normativamente. Così come tra criticare un comportamento disponendo di concreti strumenti coercitivi per imporre normativamente un giudizio, e criticarlo come espressione di un proprio giudizio, o come esposizione del perché io penso che la tal persona ecc. ecc.
Ma ho come l’impressione che ci si sia incartati a discutere degli alberi e si sia perso di vista il bosco, quindi personalmente mi fermo qui.
Accolgo l’invito di Loredana Lipperini e mi fermo anche io qui. Grazie per la discussione.
Non voglio riaprire polemiche ma c’è un articolo di Fabrizio Rondolino che dimostra come in questa occasione molti maschi abbiano perso la testa. Si intitola viva la gnocca e forse non aspettava che il momento giusto per dirlo:
http://www.thefrontpage.it/2010/09/08/viva-la-gnocca/
ilse ha scritto:
… il fatto è che nelle situazioni sociali più varie gli uomini sono vestiti e le donne si lasciano mettere addosso dei vestiti ridicoli che scoprono ora questo ora quello a seconda delle mode; perché lo facciamo?
tento una risposta:
perché vogliamo?
diana
p.s. ciao valeria!
Eccellente Regazzoni
effeffe
sul finale degli 80 le polemiche di vittorio impressionavano le menti più suggestionabili di coloro che nei suoi colti deliri trovavano argomenti che usati in modo improprio avrebbero potuto trovare il riscatto da una frustrazione figlia dell’anonimato rancoroso.Ora mi paiono perfettamente inserite in un clima asfittico truccato come un concorso pubblico è interessanti quanto un articolo sull’ultimo imperdibile supporto informatico
Mi capita ogni tanto di andare in un negozio di giocattoli con mio figlio e sua cugina (cioè mia nipote) per comprare un regalino a ciascuno.
Mio figlio va allo scaffale dei giochi “da maschi”, variegato e multicolore, mentre la cugina va a quello “da femmine”, in varie tonalità di rosa, dal pallido al fucsia. Mio figlio sceglie qualcosa come robot, personaggi snodabili, pistole ad acqua, ficili sparaventose, gormiti, soldatini medievali, automobiline, lego, playmobil, mostri di gomma, palle di varie fatture e dimensioni, etc. etc. La cugina invece sceglie bamboline, cagnoline, gattine, con annesse cucce e casettine, mini servizi da tè, o kit di bellezza per umanoidi e animali. Regolarmente poi, quando un quarto d’ora dopo si trovano a giocare insieme, entrambi confluiscono sui giocattoli scelti da mio figlio. E non certo perché lui abbia una personalità particolarmente impositiva, ma semplicemente perché sono più narrativi, avvincenti, multifunzionali, pittoreschi… cioè più divertenti. Non posso che dedurne che, nel caso di mia nipote, l’acquisto di giocattolini rosa con cui giocare alla mammina, padroncina, principessina non è dettato dalla voglia di divertirsi, ma dal contesto sociale, dal desiderio di adeguarsi a una prestazione attesa, di uniformarsi al gusto delle coetanee, etc. E’ una femmina e vuole giochi da femmina. Fortunatamente mia nipote sviluppa una reazione a quel condizionamento e quindi subito dopo sconfina nel territorio altrui giocando – a modo suo – anche con i giocattoli da maschi, e creando quindi interazioni e soluzioni ludiche sempre nuove. Tuttavia il fatto che ci sia questa sana reazione creativa (sperando che duri) non annulla il condizionamento. Condizionamento che, per inciso, non parte dalla tv, casomai ci transita in forma di spot, ma dalle persone che stanno intorno alla bambina e che a Natale e compleanno regalano i Lego al cugino e la bambola di Biancaneve (con il principe azzurro in 2 X 1) a lei.
Senza fare discorsi da Talebani, cioè senza affermare che giocare con le Barbie è diseducativo, visto che ci sono mille modi di farlo, si può ragionare sul fatto che esistono scelte comportamentali dettate dal desiderio di adeguamento a un’aspettativa? E si può affermare che quell’aspettativa non ci piace, perché tende a relegare le bambine e quindi le future donne (ma, per gli stessi motivi, anche i maschi) in un ruolo emulativo stereotipato e potenzialmente limitante? Possiamo farlo laicamente, senza gettarci addosso accuse di bacchettonismo e moralismo?
Nessuno ha il diritto di stigmatizzare l’abbigliamento di una ragazza, ci mancherebbe altro. Ma cogliere l’occasione di un episodio di cronaca per tentare un ragionamento su stereotipi e tendenze comportamentali non è necessariamente indice di talebanismo di sinistra. E’ un tentativo di leggere in maniera critica la realtà. Il fatto che la ragazza discinta di turno possa essere consapevole e felice è pacifico (buon per lei e buon per noi che le possiamo slumare le tette), ma non inficia la possibilità di un ragionamento critico sui nostri usi e costumi. Le ragazze che per ottanta euro si mettono i tacchi a spillo e per una sera vanno ad attorniare Gheddafi sono assolutamente consapevoli (quasi ciniche, direi). Però ci vanno. Per soldi. Di loro spontanea volontà. Partecipano alla costruzione di un teatrino in cui un vecchio pagliaccio gioca a fare l’emiro nell’harem. E così facendo gli offrono pure il gancio per sboroneggiare, per dire che le donne musulmane sono più libere e più rispettate di quelle occidentali (laddove il sottinteso è: le donne musulmane non avrebbero mai accettato di fare una cosa del genere). Quelle cinquecento ragazze sono disposte a lasciarsi implicitamente insultare, perché tanto a loro del vecchio pagliaccio non frega niente e si tratta di poche ore del loro tempo. Ma il fatto che uno voglia farsi umiliare spontaneamente non cancella l’umiliazione inflitta, il messaggio sciovinista trasmesso, la pantomima ridicola e reazionaria. C’è un tizio di settant’anni, con i capelli e la barba tinti, che siccome ha i soldi, con uno schiocco di dita può chiamare a sé tutta la figa giovane che vuole e ci tiene a ostentarlo. Messaggio forte e chiaro, condiviso in spirito e carne dal nano nostrano, votato dalla maggioranza dei concittadini, a dimostrazione che l’Italia è sulla buona strada per la libizzazione… o piuttosto viceversa.
Il fatto che quel siparietto sia stato reso possibile in Italia, hic et nunc, e non in un altro paese, significa qualcosa. E’ un segnale che si inscrive in una tendenza in atto, cioè nel contesto attuale.
Su tutto questo è giusto riflettere, sapendo benissimo che i vari Sgarbi, Vespa e Rondolino denigreranno ogni ragionamento in merito accusandolo di vetero-femminismo e di moralismo de sinistra, esattamente come – nel caso di Rondolino – tacciano di zdanovismo e ratzingerismo la riflessione sul New Italian Epic, perché prova a enunciare l’esigenza di una approccio “fondativo” al fare letteratura. Ma appunto, questo tipo di accuse le lascerei in bocca a loro, non le reitererei tra persone che sulle cose provano a ragionare da anni e in maniera non scontata.
A Wu Ming 4: ho già detto per tre volte che chiudo e poi rientro, rischio il ridicolo… Vorrei fare alcune considerazioni su quello che hai detto (non sono molto d’accordo), ma Loredana Lipperini ha chiesto di riprendere in un altro contesto. Che fare?
La proposta è rifletterci un paio di giorni e riprendere: perchè le assai sagge parole di Wu Ming 4, e prima di Girolamo, aiutano a inquadrare meglio la questione.
Ce n’è un’altra, su cui invito per ora a meditare: molti – anche alcuni commentatori, qui, con toni pacati, ma altrove, come i Rondolino e peggio i Cappellani per non parlare dei già citati – sembrava non aspettassero altro che un’occasione simile per manifestare un’insofferenza covata negli ultimi anni. Finalmente possiamo dire “Viva la gnocca” (Rondolino) e abbasso le “lerce”. Finalmente possiamo dire (Cappellani e Sgarbi) basta con le racchie. E’ interessante, e non intendo svilire l’occasione. Pensiamoci. Prometto un post in pochi giorni sull’argomento.
dio che noia! Non è un paese per giovani belle e scrittrici…lo si è capito.
Mi bruciano le mani e faticosamente mi trattengo, obbedendo alla Loredana.
Però Loredà sbrighete a fa sto altro thread:)
“un corpo vestito è un sistema di segni ad alta complessità e non trasmette un unico messaggio;”
Questo è un passaggio dell’intervento di ieri (commento delle 3.59) di S.Regazzoni. A me non dispiacerebbe se nel post futuro questo aspetto venisse approfondito.
Splendido l’intervento di Wu Ming 4, perché parte, senza troppi voli pindarici, dal dato di fatto cui ti costringe per esempio l’esperienza dell’essere genitore.
Ho una ragazza di 15 anni: un dato di fatto appunto, un doloroso osservatorio privilegiato per le questioni di genere in questi nostri giorni idioti.
A me invece, quando Wming dice quella cosa li della Avallone, nel tono e nell’ironia non mi è piaciuto. Affatto me ne sono sentita disturbata.
(fine del momento di disobbedienza commentatoria)
@ilse
Ecco, appunto. Il difetto qua è che si parla un po’ troppo di donna “in generale”, di semiotica del vestire, e di altre accademie. Poi, nelle situazioni concrete e tra persone concrete, si sa perfettamente che certi segnali sono da evitare se si vogliono evitare certe reazioni.
Quando si hanno delle figlie dicottenni, per esempio.
Ma a questo livello “basso” l’accademia non scende volentieri.
diciottenni, mannaggia al presbite.
“E’ un segnale che si inscrive in una tendenza in atto, cioè nel contesto attuale.”
(oddio, eri al Tasso negli anni ’70?)
ma quelle 500 ragazze erano donne, giusto? Sono “vittime” del lavaggio del cervello di Mediaset? Sono “incapaci” di intendere e di volere? E noi siamo la “crema”, l’élite come disse la Ravera a Damasco qualche anno fa, che deve illuminare la via?
No, non mi piace. Le donne scelgono. Hanno scelto di prendere quegli 80 euro. Scelgono di indossare un capo di abbigliamento o un altro. Che c’entra il ‘nano’?
Vespa ha fatto schifo, ed è giustissimo protestare e dirlo. Ma senza mettersi alal testa del gruppetto dei Bright.
d
non avevo letto il commento di binaghi. Lo condivido e mi sa che già una volta siamo stati molto d’accordo su qualcosa, sul suo blog. (Forse bambini, e Alice Miller?) Oppure in disaccordo!
Concordo con Diana e Zauberei. A Wu Ming 4 ho scritto in privato per attenermi alla richiesta di riprendere più avanti il dibattito. Mi chiedo solo una cosa: perché di fronte a certi commenti del maschio alla ricerca della virilità perduta (intendo valter binaghi: leggete tutto quello che ha scritto) non c’è una sollevazione analoga a quella per il commento di Vespa?
Commentarium, io ho provato intanto a fornire materiali di riflessione in quello che, mi auguro, sia un post che cerca di fare un passo indietro e guardare i tasselli di puzzle sul tavolo. Almeno, ci ho provato.
“A me invece, quando Wming dice quella cosa li della Avallone, nel tono e nell’ironia non mi è piaciuto. Affatto me ne sono sentita disturbata.”
Dov’è che Wu Ming parla della Avallone nel suo commento? Non riesco a trovare il riferimento.
Simone Regazzoni ho molte cose da dirti. Capiterà nell’altro post. Però ecco, con Binanghi noi veterane colonne der commentarium non ci si incazza ora, perchè ci si ha già discusso assai in passato. Non serve. E’ una persona che stimo molto, e credo che sia migliore di quel che si legge – è cioè meno sessista delle sue parole. ma le sue parole sono inguaribili e meno mediaticamente rilevanti di quelle di Vespa.
@zaubrei: ho capito benissimo le dinamiche, però scusate ma se vi dicessi: con Vespa io non mi incazzo, sono anni che discuto con lui dei suo “complimenti” e non serve. Ma è una persona migliore di come appare in tv, ve lo assicuro… Chi legge è non è veterano che deve pensare? Perché tra di noi ci facciamo sconti?
Perchè naturalmente noi ci si incazza con Vespa, ma a proposito di. E in secondo luogo si, secondo me tra Valter e Vespa c’è un abisso. Calcola anche che io con Valter ho discusso anche sul mio blog. Ahò dopo un po’ me stufo. Ma soprattutto quando io vedo che un partecipante in un blog ripete sei volte la stessa opinione a un altro, sono profondamente infastidita da entrambi. Perchè sono dinamiche – e questa è anche una bonaria critica a te con cui sono sostanzialmente d’accordo – che odorano di partecipazione al tema, ma che in realtà sono composte di sentimenti ad esso estranei. Basta un commento per farsi capire. Due tre diversificati tra loro. Poi diventa un modo per imporre la propria posizione e monopolizzare la scena.
Sulle “scelte”. Di questi nostri giorni.
Ho eletto, per me, frase dell’anno quella di un operaio intervistato fuori dai cancelli di Pomigliano d’Arco. Il giornalista gli mette il microfono sotto il muso mentre insieme agli sta entrando per votare il fatidico referendum.
-Cosa farà?-
Lui sfodera un bel sorriso, – Bisogna votare SI’. Al fascismo.-
Infatti, hanno votato sì. Consapevoli. Hanno scelto.
Cosa c’entra?
Se l’opzione è tra mangiare un chilo di merda o essere sparati alla nuca, voi cosa scegliete? E se l’opzione viene reiterata per un tempo e un numero di volte indefinito, vedrete che si riuscirà anche a farsela piacere.
Se no, come si potrebbe vivere da ‘minero’ sepolto vivo a mille metri in Cile, o da bambino raccoglitore dentro una discarica di una qualsiasi megalopoli del pianeta?
E quindi. Si prendono gli ottanta euro per andare da Gheddafi. Scelta. Consapevole. Per me pure sacrosanta e legittima. E per cinquecento ci si converte anche, in favore di telecamere. Chi se ne frega.
Siamo liberi. Abbiamo scelto.
Bisogna votare sì. Al fascismo.
L.
Non parlate di Valter, qui si stava parlando di Jolanda.
Una riflessione generale, se non interessa saltatela.
Cosa significa “scegliere”?
Cosa intendiamo quando usiamo verbi come “scegliere” o “decidere”?
–
Mi sembra all’opera, in molte reazioni che ho letto, un’idea dello “scegliere” ingenua e derivata da quella che Lakoff chiama “17th century mind”, da quello che i neuroscienziati oggi chiamano “l’errore di Cartesio”, e cioè (sintetizzo):
l’individuo possiederebbe una logica, un raziocinio, un intelletto etc. in una sfera separata distinta da quella degli istinti, delle emozioni, delle reazioni automatiche a pressioni contingenti o di lungo corso. Con un po’ di “raccoglimento” (ergo: di depurazione della mente da tutto quanto ho appena elencato) noi possiamo compiere scelte razionali nella nostra perfetta autonomia di individui.
[Per inciso, questa è anche la premessa del liberismo: nel mercato libero, l’individuo autodeterminato farà la scelta più razionale per il suo vantaggio e benessere. Se non la fa, vuol dire che il mercato non è libero. Tautologia che ruota su se stessa.]
Questo è falso. Nessuna nostra scelta avviene in questo vuoto dove esistono la soggettività pura e la piena autodeterminazione. Non esistono pensieri “puri” (il cogito) che non siano inquadrati (framing) in sistemi concettuali già dati. E non esiste la “coscienza” separata dall’inconscio.
–
Gli studi sul cervello hanno dimostrato che i nostri circuiti neurali si preparano a una precisa azione intenzionale circa mezzo secondo prima che noi diventiamo *consci* di volerla compiere. Quest’intervallo è chiamato “tempo della mente”. Il nostro inconscio (e non intendo quello freudiano, intendo i processi mentali che il nostro pensiero cosciente non inquadra) “sceglie” prima della nostra coscienza.
O almeno: si predispone alla nostra scelta prima che noi la facciamo. Si prepara prima di noi.
E in base a cosa si prepara?
In base all’educazione che abbiamo ricevuto, al contesto famigliare e sociale in cui siamo nati e cresciuti, a quel che pensiamo che le persone che frequentiamo quotidianamente si attendano da noi. Al modo abituale in cui reagiamo alle pressioni dell’ambiente, alle nostre necessità economiche etc. Insomma, ai frame dentro cui pensiamo. Che coincidono in parte con quelli che Foucault chiamava “discorsi”, in parte con quelli che chiamava “dispositivi”.
–
Questo uccide il libero arbitrio?
No. Certamente, però, lo rende più relativo e limitato di quanto credessero gli illuministi.
Per poter esercitare quel minimo vitale di libero arbitrio, noi dobbiamo *capire i frame*. Per poter essere liberi, dobbiamo ogni volta chiederci fino a che punto siamo *agiti* dai frame, dai discorsi, dai dispositivi, e cosa possiamo fare per *cambiare* quei frame.
–
Cosa vuol dire “scegliere”?
La maggioranza degli operai di Pomigliano ha “scelto” di votare SI’ al referendum interno sull’aut aut “O così o smobilito” imposto dalla FIAT.
Se “scelgo” che mi servono 80 euro perché sono una precaria che fa una vita di merda, in che misura ho davvero scelto?
Cosa vuol dire “prendere una decisione”?
La filosofia e la scienza della mente ci insegnano che questo è IL quesito dei quesiti. Non iper-semplifichiamo, non giustifichiamo ogni comportamento con un’idea banale e desueta dello “scegliere” e del prendere decisioni.
–
Ora, quali sono oggi i frame e dispositivi dominanti per quanto riguarda la questione “di genere” e la questione delle libertà sessuali?
Qualcuno pensa che in Italia, oggi, il problema sia la repressione sessuofobica del corpo da parte del potere? Qualcuno pensa che il problema sia lo stesso che denunciava il freudo-marxismo del XX secolo, cioè la repressione del principio del piacere da parte del principio di realtà capitalistico? Qualcuno pensa che il capitalismo odierno si basi sulla lotta contro il godimento?
Io non lo penso. Già Foucault ne La volontà di sapere e Pasolini nella sua “Abiura della Trilogia della vita” ci avvertirono che il problema non sarebbe più stato quello. I frame non sono più quelli, i dispositivi sono diversi. Oggi il potere fa il contrario di quel che faceva una volta, la sua morale non è più “sacrificale”, anzi: ci impone di sganciarci da ogni principio che non incentivi un’ossessionante ricerca di godimento. Un godimento che si incolla a sempre nuovi oggetti (in tutte le accezioni) che poi scarteremo come rifiuti, ricavandone una frustrazione che immediatamente nutrirà una nuova ricerca che produrrà nuova frustrazione, e il ciclo è ogni volta più rapido, tanto da inscrivere la frustrazione direttamente dentro il godimento.
Nessun dibattito sul corpo e la sua immagine, sul sesso, sulla rappresentazione della donna, sulla “scelta”, può prescindere da questo cambiamento di paradigma.
Ci stiamo interrogando su un potere che non reprime il sesso bensì iper-sessualizza, perché (semplicemente) feticizza tutto. Feticizza tutto perché tutto deve diventare mercificato oggetto di godimento, il cui consumo produca nuova frustrazione. Ci troviamo di fronte a un potere che non è “bacchettone”, semmai pappone. Se pensiamo che la priorità sia combattere contro i “bacchettoni”, per giunta sostenendo l’esistenza di scelte libere da qualsivoglia condizionamento, combatteremo una battaglia di retroguardia.
–
Sia chiaro che quando parlo di “potere”, non parlo del Potere, di un luogo dove un’élite decide tutto. Parlo dei dispositivi dominanti.
Io e Luca ci siamo incrociati, facendo entrambi l’esempio di Pomigliano. Del resto, è paradigmatico 🙂
@ Wu Ming 1: possiamo anche spostare il discorso sul tuo registro però a quel punto non ne usciamo perché ciascuno si mette a fare analisi anche iper-complesse sulle nozioni base utilizzate usando neuroscienze, psicanalisi, antropologia, filosofia. E’ evidente che diamo per scontate mille e mille cose quando diciamo “scegliere liberamente”. Ma: o rinunciamo a una nozione base per lo spazio democratico, oppure, se un altro dice che ha scelto liberamente, io ne devo prendere atto non posso fargli la bibliografia in compendio di Foucault, Lacan, Zizek, Derrida, ecc. E’ quasi un sintomo, permettimi la battuta, di resistenza intellettualistica a un nodo del reale (se mi passi il lacanese).
Simone, il problema è che non possiamo fermarci a quello che le persone (o le aziende) dicono di sé, non possiamo accontentarci delle “autocertificazioni” e degli autoritratti di comodo. La gente tende sempre a confortare se stessa, e chiunque, se interrogato a proposito delle proprie “libere scelte”, tenderà a dire che non si fa condizionare da nessuno, si dichiarerà libero/a, enfatizzerà il proprio essere agente a scapito del proprio essere agito etc.
Come sai, questa è la mia prima critica al tuo lavoro sulla pornografia, e la ripeto qui: non bisogna mai credere a come una persona o un’azienda o un’intera industria descrivono se stesse. Quella pornografica è un’industria capitalistica come le altre. Non bisogna analizzarne il funzionamento con un surplus di moralismo, ma non bisogna nemmeno vederla come speciale luogo di libertà. In tutte le industrie c’è sfruttamento.
Dopodiché, ribadisco il mio monito: attenti alle battaglie di retroguardia contro un potere descritto principalmente come bacchettone e sessuofobo. Nell’occidente sviluppato, si sono affermati tutt’altri dispositivi.
@Reguzzoni
Scusa, vedo solo adesso la scheda di “Pornosofia”. Se la vedevo prima evitavo di mettermi a discutere. Nella società della merce l’auto-promozione è sacra.
@Zauberei
Wu Ming1 lo dice con più garbo, io lo sai che sono rozzo. Attenzione a non girare in tondo. La cultura del narcisismo è la moquette del potere di oggi, anche se c’è gente che è ancora lì a sciacquare i panni cacati di Edipo e si crede rivoluzionaria. Visto che sei psico, e Lasch magari ti sembra un tantino troppo moralista, ri-leggiti Kohut.
Wuming1.
1. Non devo a questo punto neanche a credere come tu disegni te stesso. Non dovremmo mai sentire i tuoi discorsi e prendere sul serio i modi dei tuoi verbi, a meno che le premesse siano iniquamente distribuite.
2. C’è una cosa che ho imparato col tempo e l’esperienza – partendo come te dalla fissazione della determinazione esterna. Ed è il rispetto per le individualità. E’ una cosa che si impara molto osservando i bambini per esempio assieme ai loro genitori. Essi sanno essere precocemente diversi. E’ importante ricordarla questa cosa – come l’esempio che tu stesso citi, perchè mette in luce la chimica delle reazioni successive all’ambiente. Citate sempre la psicologia per sancire solo una parte del circuito determinante le scelte soggettive: ma la psicologia fa sempre i conti e restituisce ormai da anni la componente soggettiva che spariglia.
Non è che qui si neghi l’importanza dei contesti e delle influenze, credo che Regazzoni e io almeno in questo contesto – si cerchi di ragionare in torno a una circolarità. Che non vuol dire che in questa circolarità non ci siano cose che non ci piacciono, ma almeno io temo che coi sensi unici prendo solo porte in faccia.
Valter, perdona abbiamo pareri discordanti – quando fai così ti trovo sgradevole e non all’altezza di te stesso ecco. Ma non voglio andare oltre – temo che non servirebbe.
Zauberei, così come? Perchè ti cito autori a sostegno?
O perchè mi permetto di pensare che la Pornosofia è quasi peggio del Vespa-pensiero?
Cioè uno per essere all’altezza di se stesso deve o consentire o andarsene? Obbedisco.
@ zauberei,
certo che non devi fermarti a quello che io ti dico di me stesso e/o a proposito del mio lavoro. Non devi accontentarti della mia “autocertificazione”, che va verificata con come tutte le autocertificazioni. Devi cercare riscontri in quello che faccio. Noi siamo quello che facciamo, non quello che diciamo di noi stessi.
Rispetto per le scelte, certo. Ma sforzarsi sempre di capire da dove vengano e che influenza abbiano.
@ Wu Ming: io credo invece che di fronte alle scelte degli altri me ne devo stare. Mi sembrano scontate le conseguenze a catena, e pericolosissime, di una messa in discussione di questo assunto. Compreso il paradosso inerente i tuoi stessi enunciati sottolineato da zauberei.
@ Simone Regazzoni
Cioè, fammi capire: la posso criticare la scelta di un tizio di prendere la tessera della Lega Nord o no?
@Wu Ming 1: il Potere è pappone, e in quanto tale sfrutta le donne. Quindi sottoscrivo in pieno la tua analisi e soprattutto la sua necessità prioritaria ad ogni discorso, salvo che in questo invito al godimento compulsivo non a tutti viene richiesto lo stesso ruolo. Non che si tratti di conquistarsi il ruolo più comodo in questo sistema – se mai uscirne, ma è bene aver presente tutti i fattori in gioco.
Valter perchè hai una scrittura risentita, e supponente. Dirai anche la mia – potrei pensarci. Non è questione di acconsentire o dissentire. Non è che se prendiamo atto del fatto che siamo in disaccordo oh l’ego patisce. PIppa, abbiamo posizioni diverse. Kohut lo conosco bene e conosco anche la deriva salottiera che ha preso la sua terminologia anche nello stesso contesto clinico, figuriamoci fuori. Non sono letture e riletture che applicate in questa maniera massiva mi interessino anche solo lontanamente. Ti interessa? Per me sbagli ma ahò cose tue. Tu pensi che sbaglio io? Pippa. Su certi argomenti – tipo l’insegnamento per me tu sei una fonte autorevole, su Kohut mi spiace, ho altri referenti.
Wuming non parliamo di coerenze. Perchè tutti hanno le loro coerenze. Ma parliamo dello stare in quelle coerenze. Perchè tu sei coerente con te stesso perchè sei un fico padrone del tuo destino e l’altro no?
Niente so d’accordo col Regazzoni. Allora è persino più onesto dichiarare uno spareggio iniziale. Non lo condividerei ma almeno…
@ Wu Ming 4: nessuno te lo proibisce, ma non puoi mettere in discussione il fatto che lo abbia fatto liberamente. Anzi questa è la condizione indispensabile per l’articolazione della tua critica.
@ Simone Regazzoni
Quindi non posso dire che gli operai di Pomigliano che hanno votato SI’ al referendum temendo di ritrovarsi sul lastrico, abbandonati alla Camorra, erano probabilmente un tantino condizionati dal contesto e dalle circostanze e che la loro scelta non è stata forse la massima espressione di libertà?
“tu sei coerente con te stesso perchè sei un fico padrone del tuo destino e l’altro no?” Sì, concordo con zauberei. Applicate questo discorso alle donne e avrete il peggio del peggio del paternalismo: vittime inconsapevoli da salvare.
@ Wu Ming 4: non c’è bisogno che lo dica tu, lo hanno detto chiaro e tondo loro, gli operai, anche dvanti alle telecamere, e quindi io mi attengo a quello che hanno detto.
@ Simone Regazzoni:
E se non lo dicevano gli operai, la mia non sarebbe stata lo stesso un’ipotesi verosimile, stanti così le cose?
@ Simone, ti rendi conto che un’impostazione come la tua genera una *interdizione* a riflettere criticamente su qualunque cosa?
Se tutti siamo già liberi e ogni autorappresentazione va considerata veridica a priori, senza ulteriori analisi o riscontri, siamo già nella migliore società possibile. Piena accettazione dell’esistente.
@ Wu Ming 4: stanti così le cose è inverosimile la tua ipotesi. Non a caso non è accaduto. Gli operai hanno parlato. Ergo: se ti serve un’ipotesi di fatto inverosimile per avvalorare una tua deduzione a partire da essa significa che c’è il rischio che la tua deduzione sia inverosimile.
@ Simone Regazzoni:
Vabbé, se vuoi giocare a non capirsi, fai pure… Io la mia analisi di come sarebbero andate le cose a Pomigliano l’avevo già fatta prima che si votasse e prima di sentire le interviste agli operai. Siccome non pratico arti divinatorie, credo semplicemente di avere messo assieme dei dati di realtà con la mia povera intelligenza e il mio spirito di osservazione del mondo che mi circonda, formulando un pronostico che – chissà come? – si è verificato.