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MICHELA

Oggi è il compleanno di Michela Murgia. Non riesco a trovare molte parole. Posto qui un breve articolo che è uscito sul Libro dell’anno di Treccani. Michela è con noi, ma non c’è, e questo è quanto.
“Per Michela Murgia la scrittura era politica. Non solo nei libri che ha scritto, tanti e importanti: da Ave Mary a Chirù, da Istruzioni per diventare fascisti, a Stai Zitta a God save the queer, e ancora il podcast Morgana con Chiara Tagliaferri, dove ha raccontato le donne di ogni tempo, fino a Tre ciotole, dove ha osato l’inosabile, raccontare la propria morte, con il coraggio e la gioia che solo una donna straordinaria poteva esibire.”

Noto che le discussioni sul materno si moltiplicano e, come spesso avviene, si irrigidiscono. Le cause sono infinite, come sempre: un episodio di cronaca, un libro (come quello di Michela Murgia, “Dare la vita”, che al solito viene preso come attacco personale a chi ha figli – e che noia, e basta con i personalismi, anche, non siete il centro dell’universo – e non come la traccia di una possibilità), altro. 
Ben 12 anni fa scrivevo qualche considerazione, in “Di mamma ce n’è più d’una”. Con qualche variante, temo che valga sempre.

Fino all’agosto scorso, e alla morte di Michela Murgia, mi dicevo che bisogna pur comprendere la solitudine, la rabbia, la tristezza di chi usa la rete con odio e livore. Da allora faccio molta più fatica, lo confesso. Perché esistono altri modi per sfogare o consolare solitudine rabbia e tristezza. Modi che non feriscono. Modi che non fanno ammalare.
Ma voglio essere ottimista fino all’ultimo. Dunque, concludo questo anno con le parole di Neil Gaiman, a proposito di diritti:

“Abbiamo l’obbligo di rendere le cose belle. Per non lasciare il mondo più brutto di quello che l’abbiamo trovato, per non svuotare gli oceani, per non lasciare che i nostri problemi ricadano sulla prossima generazione. Abbiamo l’obbligo di fare pulizia prima di scomparire, e non lasciare che i nostri figli si ritrovino in un mondo miope, incasinato, immutabile e paralizzato.”
Buon anno, commentarium caro. E che sia migliore

Tre mesi dalla morte di Michela Murgia, otto anni esatti dall’uscita di Chirù, che è stato in effetti il suo penultimo romanzo vero e proprio, prima di Tre ciotole.  Otto anni fa, ricordo, uscivo dalla primissima delle mie lezioni alla Scuola Holden e mi dirigevo verso il Circolo dei lettori, dove presentava Chirù in quella che era una performance più che una presentazione. 
E dal momento che ricordare Michela significa leggere Michela, riposto qui quello che scrissi allora.
(Manca. Manca tantissimo).
“Chi si fa maestra offre non solo quel che sa, ma anche quel che é, e nessun dono lascia immune il donatore, o la donatrice. Nessun amore fra chi insegna e chi apprende è immune dalla manipolazione e dal risentimento. Come nessuna relazione fra chi cammina sulla terra”.

Da questa mattina mi chiedo il senso di scrivere un articolo violentissimo, come quello di Francesco Merlo su Zerocalcare e non solo, per dar conto di una posizione. Mi interrogo anche sul perché in quell’articolo si evoca Michela Murgia come esempio di insignificanza  di discorsi non seri. In particolare, riferendosi a una dichiarazione di Fumettibrutti, dice:

“Ecco: intersezionalità e Michela Murgia. In tempi normali basterebbe questa lunga spiegazione per liberarci con un sorriso dall’imbarazzante sospetto che possa trattarsi di una cosa seria.”

Smetto di interrogarmi, perché il meccanismo evidentemente è quello, ed è sciocco da parte mia pretendere che cambi.
Quindi, faccio altro, e penso a questa giornata dei morti, e penso a chi è morto.

So che questo blog è in ritardo sui tempi previsti. Ma come è noto settembre è un mese fitto di appuntamenti, e viaggiando tra Mantova e Pordenone e Conversano non riuscirò a tornare ad aggiornarlo prima di fine mese. Per farmi perdonare, posto qui il mio articolo uscito su L’Espresso di inizio settembre. Era ed è sulla violenza contro le donne.
Pensavamo di essere state capite e riconosciute, almeno nella maggior parte dei casi. Pensavamo che il cammino comune con gli uomini auspicato da Simone de Beauvoir nel 1949 fosse cosa fatta. Pensavamo che chi paragona le femministe a “moderne fattucchiere” fosse minoranza. Pensavamo che questo scavallare la soglia della violenza fosse frutto di un tempo diviso, di una generale condizione di frustrazione e rancore. Non è così o non è solo così. La sensazione di questi ultimi giorni è che il linciaggio della rete nei confronti degli stupratori e degli assassini non tocchi davvero la questione, e sia semmai rassicurante: loro sono diversi da noi. Sì, e no, perché l’immaginario è comune, e quell’immaginario non è stato ancora cambiato, ma solo scalfito, e quelle “comunità di dominio”, come le ha chiamate Alessandra Dino sul Manifesto, sono ancora intatte.

Questo è un post molto lungo. Contiene un ampio stralcio dell’intervista realizzata da Claudia Durastanti e da me, per l’edizione online del Salone del libro, nel 2020, con Donna Haraway, autrice di  “Chthulucene- Sopravvivere su un pianeta infetto”. Ho citato Haraway in un articolo uscito oggi perIa Stampa sulla famiglia queer di Michela Murgia. Forse le parole di Haraway aiutano a capire e a non fraintenderci vicendevolmente. Buona (complessa ma importante) lettura.

Scrive Selvaggia Lucarelli su Michela Murgia: “Vediamo le lacrime asciutte di quelli che hanno pubblicato sempre la sua foto più brutta, una foto in cui potesse somigliare il più possibile alla megera cattiva, di quelli che sono stati zitti mentre veniva aggredita per le sue idee da folle inferocite, mentre i titolisti facevano il lavoro sporco di alterare e involgarire il suo pensiero”.
Bene, c’è una parabola interessante raccontata da Beniamino Placido nel 1998 che interpreta bene queste consuetudini. Termina con una parola: “Arrangiatevi”.

Quello che volevo dire sull’intervista di Michela Murgia è sulla Stampa di questa mattina.
Ci sarebbe molto altro su cui riflettere, e riguarda non Michela, ma le reazioni alle parole di Michela: qualcuno sostiene che essendo il suo un discorso pubblico è normale che si reagisca. Non obbligatorio, però, vorrei aggiungere. 
Ma sarebbe lungo. Dico solo che le parole sulla morte o prima della morte hanno sempre suscitato angoscia mista a curiosità, o curiosità mista ad angoscia. Da sempre esistono e si moltiplicano  le affannose ricerche (dei vivi) che spesso accompagnano la fine di un’esistenza, e che riguardano l’atteggiamento, l’espressione, dove possibile i discorsi di chi chiude la propria vita.
Non so per quale strana e tortuosa associazione, ho pensato a William Burroughs e i 1200 vocaboli di Dutch Schultz,.

Ci sono persone che attirano odio, qualunque cosa facciano o dicano. Hanno certamente anche consenso, e ammirazione, e affetto, ma c’è una vastissima parte di commentatori e commentatrici che reagiscono come i cavalli al nome di  Frau Blücher in Frankenstein Jr. 
Ad attirare odio, spiace dirlo (anche perché la precisazione attirerà a sua volta i distinguo di coloro che nitriscono – magari in modo meno clamoroso – davanti al sospetto di femminismo) sono le donne: per meglio dire, un certo tipo di donne. Ovvero: autorevoli, visibili, poco etichettabili in questa o quella schiera o appartenenza. Donne competenti ma non miti, sorridenti ma affilate quando serve.
Due studiose ci stanno lavorando, per capire cosa scatti nella mente di molti e molte.
Per chi sostiene che l’attacco verbale non sia violenza, inviterei alla lettura di questi commenti, uno per uno. Anche quando non riguardano – come spesso avviene – la persona fisica, mirano alla ridicolizzazione, allo scherno, alla riduzione a macchietta, alla – direbbe la meravigliosa psicologa sociale Chiara Volpato – deumanizzazione della persona in questione.

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