INTERVISTA A STEPHEN KING

Su Repubblica di oggi (e aggiungo solo che intervistare il Re è un sogno realizzato)

Stephen King torna al racconto lungo e cambia traduttore (da oggi, Wu Ming 1, che propone un King dal ritmo serrato e senza orpelli). Di più: dei quattro racconti di Notte buia, niente stelle (Sperling&Kupfer, pagg. 432, euro 20,90), tre riguardano le donne. Riguardano, per meglio dire, la violenza compiuta sulle donne: omicidio (in 1922, dove un agricoltore convince il figlio a uccidere la rispettiva moglie e madre, Arlette), stupro (Maxicamionista narra la tormentata vendetta della scrittrice Tess), menzogna (Darcy, la protagonista di Un bel matrimonio scopre che il marito è un serial killer). Un’attenzione non nuova, come racconta lo stesso King.

La questione femminile attraversa tutta la sua opera narrativa, e lei è uno dei pochissimi scrittori in grado di affrontare questo argomento con reale empatia. Questa volta, però, le donne sono le protagoniste quasi assolute e sono per lo più vittime del mondo maschile: significa che anche nel mondo reale le cose, da questo punto di vista, sono peggiorate?

Penso che nel mondo reale la condizione delle donne sia migliorata. Credo di avere una visione chiara – per quanto possa averla un uomo – dei problemi che alle donne tocca affrontare. Sono figlio di una ragazza madre che riceveva salari più bassi e veniva trattata con sufficienza perché senza marito. Non ho mai scordato quelle ingiustizie. La mia idea è che, nel complesso, le donne se la sappiano cavare in molte più situazioni e siano più abili degli uomini a risolvere problemi. Spero che nei miei libri questo si veda. Sto molto attento, cerco di evitare la pecca segnalata dal critico Leslie Fiedler: gli scrittori maschi americani hanno una visione semplicistica dei loro personaggi femminili, li rappresentano solo come «nullità» o come «esseri distruttivi». Io ho sempre cercato di fare meglio di così.

I personaggi femminili dei racconti sono vittime ma anche carnefici: la moglie assassinata di 1922 ha la volgarità avida di una grizzly mom. La stessa definizione (e la stessa prassi: difendere i propri cuccioli ad ogni costo) si potrebbe riferire alla terribile madre di Maxicamionista. E anche quando sono “soltanto” vittime, devono comunque uccidere per ristabilire un equilibrio. Sembra non esserci quella possibilità di redenzione intravista in The Dome: sembra, cioè, che la sua narrazione, in questi ultimi tempi, stia diventando più politica, e contemporaneamente , più pessimista. E’ così?

In realtà nessuna delle donne di Notte buia, niente stelle è una carnefice: non più di quanto lo fossero Carrie White o Dolores Claiborne. Tess e Darcy non innescano la violenza, ma reagiscono ad essa, facendo del loro meglio. Sono le sopravvissute. Quanto ad Arlette in 1922, è causa della propria sventura. Anche se questo non giustifica l’agire di suo marito.

Solo in uno dei quattro racconti, La giusta estensione, è presente l’elemento soprannaturale: e anche in questo caso è un soprannaturale sfumato e ambiguo, e il patto col diavolo del protagonista può essere interpretato come un’allucinazione. Si sta incamminando verso una narrazione più realistica?

Non mi sto intenzionalmente allontanando dal soprannaturale, come non mi ci sono intenzionalmente avvicinato. Come scrittore, lavoro sulle intuizioni. Quando mi viene l’idea per una storia, mi metto a scriverla. Prima di iniziare, però, mi faccio sempre una domanda: “Cosa rende questa storia tanto importante da essere scritta?”. Cerco di individuare il fulcro, quel che permetterà alla storia di funzionare a un livello tematico più profondo. In 1922 è il potere del senso di colpa. In Maxicamionista è l’alto prezzo della vendetta. In La giusta estensione è la gioia meschina che ci procura la rovina altrui. Quanto a Un bel matrimonio, il fulcro è una domanda: si può davvero conoscere un altro essere umano?

Nella postilla ai racconti lei annota: “si scrive male quando ci si rifiuta di raccontare storie su quel che la gente fa realmente”. Qui, come nelle sue opere precedenti, lei narra il punto di frattura delle vite ordinarie. Com’è diventato, quel punto, in tutti questi anni? Più forte o più fragile? Gli esseri umani si sono abituati all’orrore?

Sì, la gente è più abituata all’orrore. Come potrebbe essere altrimenti, dopo quel mattatoio che è stato il ventesimo secolo? E il secolo appena iniziato non si preannuncia meno turpe. Allo stesso tempo, siamo diventati più litigiosi, più disposti a ricorrere alla violenza per risolvere i nostri problemi. Horror e thriller sono due delle tante valvole di sfogo per questi sentimenti negativi.

Lei ha sempre posto una grandissima cura al linguaggio, allo stile, al suono delle parole: eppure la critica letteraria non glielo ha riconosciuto spesso. Continua ad esserci diffidenza, nell’ambiente accademico americano, nei confronti della narrativa ritenuta di genere?

La narrativa di genere ha un po’ più status letterario di un tempo, perché oggi molti bravi scrittori scrivono polizieschi, romanzi di spionaggio, thriller e horror. Mi viene in mente, per fare un esempio, The Passage di Justin Cronin. A rendere diffidenti i critici è stata la narrativa pulp che si scriveva nella prima metà del Novecento, e che io chiamo “lumpen-narrativa”. Da allora, la narrativa di genere ha conosciuto una lenta ma costante rivalutazione. Forse è vicino il giorno in cui i romanzi saranno giudicati per i loro meriti anziché per gli argomenti di cui trattano. Anche in futuro ci sarà più robaccia che buona letteratura, quindi il ruolo del critico letterario resta importante. Solo che io, per quanto riguarda i meriti, non faccio distinzioni tra quel che scrive una come Joyce Carol Oates e quel che scrive, poniamo, Laura Lippman. Una buona storia è una buona storia, a prescindere dal genere. E qual è una buona storia? Quella che dice la verità su di noi. Sulla condizione umana.

Aggiornamento: l’intervista a Wu Ming 1 andata in onda ieri a Fahrenheit.
Qui

203 pensieri su “INTERVISTA A STEPHEN KING

  1. Certamente Loredana concordo in pieno.
    Ci sono classici e classici.
    Alcuni sono decisamente sopravvissuti per botta di culo.
    Chissà quanta ottima letteratura è sprofondata nell’oblio al posto loro…
    D.

  2. Ma perchè bastonare King? Solo pareri diversi.Voi considerate King un grande scrittore,altri,me compresa,no.La considero mera letteratura d’evasione,e l’osservazione di lady yoko che King scrive con un occhio al cinema,non è poi così campata in aria.
    E non pareva proprio che da molti commenti di aficionados che tra King e Dostoevskij ci fosse l’abisso che Marotta dice.
    Quanto a wu ming…va beh…si prende così com’è..come il bicarbonato e le forclusioni…
    addirittura gravi….per Lipperini!

  3. Certo che wu ming è andato su Anobii come un umile ,paziente fraticello a rispondere con garbo a qualsiasi forclusione gli venisse fatta…ebbè,,certo lì era nella tana kinghiana,non poteva usar la consueta clava …..è andato coi piedi di piombo…non è da lui…chissà perchè?
    Bastonare King? Bastan tre parole diverse dalla vulgata per parlar di bastonatura?
    Mi pare,a giudicar da certe reazioni sopra le righe,che siano proprio fans e traduttori kinghiani a bastonare gli infedeli.

  4. il bello è che in pratica stiamo tutti dicendo la stessa cosa, King non è Céline ma è veramente bravo. Come direbbe la Tatangelo “Mi sei arrivato, King”, e sono felice per te e i tuoi figli se siete ricchi (anche se forse Larry non sarà d’accordo). La cosa che mi incuriosisce è: ho l’impressione che daniz, eloise, ecc. (che apprezzo entrambi per molti versi) siano giovani (o più giovani) di molti di noi. Non so se è così, ma credo. E qui siamo noi ‘vecchi’ a perorare la causa del nuovo, quelli più ye-yé, e loro a difendere la ‘vera cultura’. C’è qualcosa di ironico, ma tutto sommato credo che possa funzionare se non ci si offende.

  5. Beh, sì, vacca miseria… C’è chi comunque si merita delle risposte… e chi comunque si merita disprezzo… o quantomeno pesciate in faccia… ammollate col sorriso… Anche se poi basta una pernacchia… Ché poi è davvero infantile… Sbavare in nome di “Cèline,Joyce,Dostoevskij,Kafka,Flaubert,Becket”… (scritti proprio così, tra l’altro il primo ha l’accento sbagliato, l’ultimo una t in meno)… Come se apprezzare King significasse non apprezzare quelli… Ma poi, li si è letti, tutti ‘sti scrittori che si ha l’ardire di convocare a testimoni dell’accusa?!… Davvero Dostoevskij (scrittore massimamente popolare, come Dickens) si farebbe convocare dalla prima mevdina snob per dire che King etc. etc.? Davvero Céline (non Cèline) avrebbe avuto ‘sto tempo da perdere….? Mah.

  6. Peraltro, se si avesse la pazienza di leggere ciò che viene disprezzato, si noterebbe che in King si ritrovano influenze e omaggi di/a quasi tutti i succitati. E, come ho appena appreso proprio dal forum di aNobii, c’è anche un eco deleuziano in “1922”. Complimenti al Constant Reader che lo ha individuato 🙂

  7. Torno a sottolineare che la grandezza di King sta, a mio avviso, nella capacità di sintonizzarsi sul nostro nero evo. E’ la qualità peculiarissma del suo immaginario, è la sua capacità di metaforizzare il Male che sono sbalorditive, sonnambulistiche direi. Lui quasi non lo fa apposta, come ha spiegato nel magnifico ON WRITING; gli accade suo malgrado. Lui è un tramite, uno sbocco creativo dell’enorme sofferenza planetaria, lui scrive dalla provincia ma il villaggio oramai è globale. Il suo genio è questo.

  8. @wu ming l’uno
    Pare che il tempo da perdere ce l’abbia lei,maestrino ortografico (e te pareva..che non s’attaccasse alla fretta e ai refusi..),a proposito di infantili..
    Ha ragione ,per arruffianarsi i potenziali e futuri fans bisogna esser pazienti e rispondere…qui invece può dir tutte le minchiate che vuole.
    La solita presunzione…”Ma poi, li si è letti, tutti ’sti scrittori… “,può anche essere più di tutto il mazzo di wu ming,signor Bui.
    Sempre in tema di mevdine,i francesi hanno un bel termine per quelli come lei….emmerdeur…sempre col sorriso,ça va sans dire.
    @lipperini
    ““dalli al best-seller-viva Céline”.
    Non so dove lei veda questa caccia alle streghe,bene ha spiegato il tutto Eloise,è tutto molto più semplice.
    Si vede che su Anobii abbiam visto due films diversi.
    Buon per King se ha influenze e omaggi dei succitati scrittori,ma non vedo che c’entri col discorso in questione.Questi scrittori hanno influenzato quasi tutta la letteratura posteriore.
    E nessuno ha mai detto che King non li stimi od altro..

  9. Veramente sono io a chiedermi dove trovate il tempo, lei, daniz e gli altri dei due o tre blog “céliniani” per occuparvi della mia misera persona (“nonna Lippa” mi mancava, peraltro: quanto a “prepotentemente tarata”, lo trovo debole linguisticamente; “carampana” è banale), ricoprendola di graziose contumelie ad ogni vostro post, e tentando di farlo anche qui. Si vede che ognuno ha i suoi passatempi. 😀
    Al punto: trovate che King non sia un grande scrittore? Più che legittimo. Ancora, però, non UNO di voi mi ha spiegato perché (a parte la motivazione dell’eccesso di vendite, che non regge).
    “E’ chiaro anche ai sassi” non sufficit. Spiacente.

  10. A prescindere dai gusti personali, indiscutibili, come si possono paragonare scrittori di epoche e luoghi di provenienza così lontani tra loro?
    Non capisco perchè venire qui a disputare sui meriti o meno di King. Si dovrebbe parlare del libro, che per me è come al solito scritto e tradotto molto bene (si percepisce una differenza di voce, senza perdere quella a cui si era abituati). Poi lo si può ritenere una cagata o meno, e sarebbe interessante capire il perchè.
    Io sono a metà della seconda storia e concordo sul fatto che il linguaggio sia più asciutto e duro. Ma il realismo con cui i personaggi bucano le pagine per mostrarci l’orrore dietro l’angolo è lo stesso di sempre, uno degli aspetti che mi hanno sempre fatto amare King.
    Capisco chi non lo ritiene degno di una caccola di Céline (che peraltro, vergogna!, non conosco), ma fare discorsi di questo tipo è parecchio OT. Visto che tra i detrattori/comparatori in molti hanno un blog, perchè non scrivete un post sull’argomento?
    Grazie mille

  11. C’est Line ou c’est Lip ( mes hommages )
    Ou elle est Becquet?
    Mais non, ils sont livres
    Punition ou des lits
    Puor la voix de Leude
    À beau mine en débord du fleurs Dumas

  12. L’arroganza armata dei Yoko, Eloise, vasily ecc… si dimostra anche in ritirata.
    Come siete partiti col coltello tra i denti ad denigrare il King qui nel post, così adesso ridimensionate con la stessa arroganza la vostra posizione, senza accennare a errori di valutazione o di espressione da parte vostra, ma arrogantemente alzate le mani a denti stretti stizziti di nuovo con l’uditorio che non vi ha capiti o che ha frainteso…
    Al di là dei contenuti trovo sgradevole l’atteggiamento.
    Comunque Eloise, l’evasione è un arte.
    L’arte della fuga, mica la sottovaluterei, cosa sono le opere di Pauto, il ‘Don Giovanni’ di Mozart o ‘Sogno di una notte di mezza estate’ di Shakespeare, se non evasione?
    D.

  13. @marotta
    L’arroganza arrmata…alzate di mani…si rilegga i posts se ne ha voglia,ma quali arte della fuga…! L’evasione è un’arte! Da dove ha tirato fuori sti cavoli a merenda?..si dia ai fumetti,visto che sono arrogante…
    Confermo quanto ho detto e per venire incontro anche alla richiesta di
    @Lipperini,
    trovo King ripetitivo (l’elemento della cittadina e dei suoi abitanti accomunati in qualche terribile situazione; l’elemento del ritorno in un luogo del passato; il rapporto tra infanzia e età adulta,lo scrittore in crisi…),prolisso,molto prolisso e in molti casi di uno sconcertante minimalismo.Certamente non ho letto tutta la sua sterminata produzione,e meno male c’è ben altro,ma solo una decina di libri,..sotto l’ombrellone…..
    Di questi ,salvo solo L’Ombra dello Scorpione e il Miglio Verde,molto del resto poteva risparmiarselo.Opinione anche dei suoi più accaniti fans su molti suoi romanzi, imbarazzanti mattoni…tipo Desperation,Storia di Lisey,Acchiappasogni..
    Di Shining è cento volte meglio il film del libro e l’osservazione di Kubrick è degna del miglior critico.”“Direi che la forza di King sta nella capacità di costruire trame; non mi sembra che gli importi molto della forma..”
    Se la trama riesce,bene,altrimenti ….
    Il finale del film poi è molto più geniale di quello purificatorio di King,il quale se l’è pure presa,accusando il regista di aver stravolto il libro.Forse perchè l’ha finito meglio di lui.
    Dalle tematiche del bene e male,della morte…non c’è nulla da imparare,tutto è già stato detto meglio e a iosa prima di King.
    In Cell,King sembra porsi la domandai se siamo sicuri che in fondo l’uomo sia buono.Domanda alquanto ingenua e veramente nuova.
    Tutto qui,poi ognuno ovviamente la pensi e interpreti come vuole.

  14. @Marotta
    Lei vede stizza,livore e quant’altro gli passa per la testa o sogna,tipo la boutade l’evasione è un arte…poi se vede il Don Giovanni mozartiano o l’Arte della Fuga come evasione…beh,ha ragione Yoko,vada a leggersi Tex Willer…
    Scusi sa,ma non si accorge della castroneria che ha detto?

  15. Mentre godo nella bruma il libro di King un gruppo di sciamannoni, spesso lo sono anche io, vi conosco mascherine, mestano nel torbido perché devono comunque sperare che si parli di loro anche di domenica.
    Ripetere la solita solfa su Stephen, senza un rigo di motivazione sul perché dell'”astio, però incensare Cèline,Joyce,Dostoevskij,Kafka,Flaubert,Becket…a casaccio (fa bene WM1 a fare le pulci, secondo me non sapete niente e in ogni caso Becket lo voglio leggere, non l’ho avevo mai sentito).
    I vostri 15 minuti di celebrità li avete avuti, fatevi una tisana.

  16. Bè finalmente qualcuno dei detrattori si è deciso a portare delle argomentazioni serie..però ce n’è voluto!
    Peraltro pure a me Desperation non è parso granchè (non sono nemmeno riuscito a finirlo tutto come non sono riuscito a finire Insomnia), del resto ha scritto talmente tanta roba non è che ogni volta si può pretendere un altro Misery o It.
    E non ho letto il libro Shining, ma anch’io considero il finale del film, geniale come tutto Kubrick, del resto. Che King non ami il film di Kubrick è cosa nota, non credo che glli se ne possa fare una colpa se non ha gradito quelli che lui considera stravolgimenti.
    Comunque già “la forza di costruire trame” e quindi di dare vita a un mondo mi sembra una dote fondamentale e nient’affatto disprezzabile.
    L’accusa di ripetitività mi pare ingiusta, tutti i narratori hanno dei temi ricorrenti..embè? Che sul bene e sul male, sulla morte non abbia detto niente di nuovo o perlomeno non lo abbia detto in un nuovo modo…bè è un’ opinione come un’altra.

  17. A parer mio la forza di King sta più in come scrive che nelle trame. Certo, alcune sue opere non brillano come astri (ma non siam mica qui per deificare ogni cosa faccia) ma in generale è uno scrittore che, anche con storie mediocri, è riuscito molto spesso ad appassionare i lettori proprio per l’effetto intimo, dei suoi personaggi, per il loro realismo.
    Mi sembra ovvio che non tutte le sue opere siano riuscite ma provare a leggero anche senza stare sotto l’ombrellone non guasterebbe.
    Riguardo a Shining, sarà perchè ho letto prima il libro ed ero poco più che un ragazzo ma, per la tensione creata, mi fece accendere la luce per attraversare un corridoio che abitualmente percorrevo al buio.

  18. Scusi Lipperini,ma non ho capito quale epiteto contenesse la risposta a Biondillo “Chi beve birra campa cent’anni”,che non vedo più neicommenti.
    Secondo lei che avrei dovuto rispondegli?

  19. Ho chiesto di non scambiarsi battute e altro fra utenti ma stare alla discussione: per tutto il resto, cara Eloise, ha a disposizione decine di fantastici blog dove può sbizzarrirsi. Se ha qualcosa da dire su King, faccia pure. Su altro (vale anche per Lady Yoko, prima che ululi alla carampana censuratrice), rivolgersi altrove.

  20. The Stand è un romanzo che andrebbe letto senza soluzione di continuità. Ci si dovrebbe immergere completamente. L’ideale sarebbe non fare altro per tutto il tempo della lettura e riservarsi un minimo di tempo per le normali funzioni vitali. Invece ci sono altre faccende da sbrigare, c’è il lavoro a cui pensare, e la lettura delle oltre mille pagine si trascina per le lunghe. Il fatto è che qui Stephen King ha più che mai, l’ambizione di creare un universo alternativo totalizzante che inesorabilmente assorbe il lettore. Sono ben consapevole dei difetti di quest’opera: certamente è prolissa, perché ci sono pagine o episodi che potrebbero tranquillamente essere tagliati senza che l’economia complessiva della narrazione ne soffra; poi a volte la psicologia dei personaggi è un po’ traballante. Per essere più precisi, si ha la sensazione che alcuni di loro subiscano cambiamenti troppo repentini e radicali per essere realistici. Ma, al diavolo, in fin dei conti che importa il realismo – mi dico inoltrandomi nella lettura -, visto che il presupposto da cui nasce tutta la storia è assolutamente fantastico. O, ancora, chi può dire esattamente che cosa succederebbe a una persona se si trovasse in una situazione del genere, inedita e inaudita? Forse quello che ci propone Stephen King è un’altra forma di realismo.
    Allo stesso tempo, però, The Stand ha numerose qualità. Innanzitutto riesce a tenere avvinto il lettore – impresa non di poco conto in un volume di tante pagine. Perché Stephen King è innanzitutto un grande artigiano, un bravissimo inventore di storie e di trame, dotato per di più di un’attenzione estrema per i dettagli delle vicende narrate. E’ visionario in un senso duplice: da un lato, partendo da una situazione data, riesce a vedere tutte le implicazioni e a declinarle nel loro possibile svolgimento; e dall’altro riesce a farle vedere grazie, per l’appunto, alla cura maniacale con cui descrive le cose, le persone, gli ambienti. Tante sono le trovate che rendono vivo il racconto. Un esempio tra tanti: le pagine in cui King descrive la prigionia di uno dei personaggi, Lloyd Henreid, che dopo aver visto morire per colpa del virus misterioso tutte le guardie che potrebbero liberarlo, rischia lui stesso di morire di fame e, cibatosi della carcassa di un topo, comincia a guardare con l’acquolina in bocca il polpaccio del cadavere del vicino di cella. Oppure penso anche all’episodio in cui Stu Redman, dopo essersi rotto una gamba durante il “pellegrinaggio” finale verso la città del male, viene assistito dal cane Kojak, che lo aiuta a sopravvivere. Un episodio, oltretutto, che a me pare una citazione e mi ricorda l’amicizia tra il cane e il sopravvissuto in Io sono leggenda di Richard Matheson, non a caso uno degli autori preferiti di Stephen King. A questo punto è poco importante se, in più di una pagina, lo stile è un po’ tirato via.
    The Stand è, inoltre, un romanzo densamente americano. Lo è perché Stephen King interpreta come pochi l’animo dei suoi concittadini, rappresentandone ansie, paure e tic diffusi; perché è pieno di realia tratti da una cultura popolare e quotidiana ((che l’autore immagina ormai defunta dopo l’epidemia) – per esempio, nel suo diario una delle protagoniste, Frannie Goldsmith, conclude ogni registrazione con una lista di “cose da ricordare”, tipicamente americane, della civiltà appena naufragata. Ma lo è anche perché, con l’esattezza visionaria di cui ho scritto poco sopra, Stephen King fa attraversare ai suoi protagonisti l’intero continente, tanto che sarebbe stato meglio leggere il romanzo con una cartina geografica a fianco. Da questo punto di vista King riprende il tema americano del viaggio e ne approfitta per creare una serie di ritratti molto vividi di una provincia americana spogliata dei suoi abitanti ma popolata dalle cose che si sono lasciati dietro. Credo che anche solo per questo motivo Stephen King non dovrebbe essere trascurato o preso sotto gamba. Non gravato da intellettualismi o dalla pretesa di fare “letteratura alta” – qualunque cosa ciò significhi -, è anzi probabile che, pur con tutta la sua torrenzialità, King sia uno scrittore che resterà nel tempo.

  21. Due parole su “Shining”, che è sempre citato in ballo dagli anti-King. Mi piacerebbe capire in cosa possa essere definito “purificatorio”.
    Quel finale – attenzione, spoiler per chi non lo avesse letto – mette a confronto padre e figlio, per cominciare. E il rapporto padre-figlio è sempre stato uno dei temi fondamentali di King. Non è nuovo? Lo ha trattato anche Omero? Pazienza, in fondo è da qualche millennio che la letteratura parla degli stessi argomenti, e si interroga sulla bontà degli esseri umani.
    Secondo: quel finale non ricompone proprio un bel niente. Anzi, lascia in Danny un rimpianto che non avrà mai fine. Danny ha UCCISO suo padre, e Danny amava suo padre. Non mi sembra proprio una banalità rispetto alla soluzione scelta di Kubrick, con il padre congelato nel labirinto (oltretutto, in questo modo resta viva l’entità dell’albergo).
    Quanto alla forma: non so dove lady yoko abbia pescato quella dichiarazione di Kubrick. Ad ogni modo, con tutto il rispetto, è una stronzata.
    Proprio in Shining ci sono due pagine da lettura obbligatoria: è il momento in cui Danny, nel corridoio dell’albergo, immagina che un estintore si stacchi e cominci a strisciare verso di lui come un serpente. Non accade nulla, e contemporaneamente è la descrizione magistrale della paura.
    Non ripetiamo tormentoni masticati qua e là, per piacere!

  22. Che poi, e mi riallaccio a ub, per costruire buone trame bisogna anche saper scrivere in una forma coinvolgente e appassionante cosa in cui King è bravissimo, quindi le due cose stanno insieme.

  23. Insomma di King sappiamo vedere anche i difetti, che ci piacciono quanto i pregi. The Stand è un po’ complesso, in effetti. Iniziate da Notte buia, niente stelle.

  24. Adesso non fatemi passare per una che ha detto che King fa il droghiere invece dello scrittore!
    I temi ricorrenti sono una cosa (molti scrittori hanno avuto praticamente un solo tema in tutta la loro opera),un conto è riproporre spesso la stessa tipologia di situazioni e di personaggi.
    Certo, per uno scrittore,perdonate,horror o noir una buona trama diventa fondamentale,al punto di far passare in seconda linea i romanzi dove questa non sia all’altezza.
    E’ altresì ovvio che per uno che ha scritto una cinquantina di libri,la ciambella non riesca sempre col buco.Credo che mai nessuno abbia prodotto una tal mole di romanzi e la discontinuità è dietro l’angolo.
    Ma il punto non è questo.Il punto di tutto il discorso era il tentativo di situarlo nella sua giusta dimensione nel panorama letterario.
    Credo si possa fare visto che scrive ormai da più di trent’anni.
    Il motivo dei miei rilievi ,e della differenza d’opinioni, è dovuto ad una diversa valutazione di quanto mi è sembrato vedere,specie nei commenti iniziali..
    Poi le parole,rispondi ad un’ironia con un’altra….si sa come va a finire.
    Ho letto qualche commento in giro dove alcuni lettori,peraltro fans di King,tipo (per duma key) “le prime 500 pagine sono noiose…”
    Certo di pazienza ne ha!
    Che riesca a coinvolgere il lettore è pure vero,specie per chi ama il genere.Dico genere a ragione,perchè molti suoi aficionados non sempre gradiscono i romanzi dove non sia presente l’elemento orrifico e del soprannaturale.A conferma che molti lo vedono dentro certi schemi narrativi,ed è il King che preferiscono.
    Lo stile di scrittura non mi entusiasma,sebbene usi slang e neologismi,ma anche questa è una mia personale considerazione.

  25. @lipperini
    Non so se il link a Placido sia a titolo informativo generale,ma qui nessuno ha mai posto questa equazione in merito a King.
    In merito a scambi di battute…fuori tema,valga per tutti,vedo che si butta solo sulle mie,peraltro innocue..

  26. bè Lady, se non altro ora hai ammesso che King merita un posto nel panorama letterario, davvero dai tuoi primi commenti sembrava non fosse neanche uno scrittore: “Scrive per il cinema con un team degno della NASA” “la letteratura è altrove”.
    Quindi sei tu che ti sei fatta passare per una che ha detto che King non ha dignità di scrittore.

  27. Ma non è vero che gli aficionados vogliono solo lo spettro con la catena cigolante! Anzi, i lettori di King lo amano proprio perchè non è un semplice scrittore horror. Lady Yoko, io non so se hai mai letto “Danse Macabre”, che è il saggio di King sul genere: mi sento di consigliarlo perchè spiega molto meglio di come posso fare io che il genere è semmai una delle strade possibili per raccontare, ma non è mai stata la sua unica strada. Lo dice anche in questa intervista, mi pare, e molto chiaramente.
    Poi ci possono essere romanzi più o meno riusciti, ci mancherebbe. Ma non dipende dall’essere prolifici: al confronto di Dumas King era un pigrone!

  28. ..e sui miei…capisco che sian poco gradite…ma insomma un po’ di equità anche per gli amici…
    Mi dispiace Vincent,ma non ho letto The Stand,così ben da te illustrato.

  29. @Lady Yoko. Vasiliy ha parlato di gente – noi- che corre in soccorso degli autori di successo, tu di autore da ombrellone. Siamo da quelle parti, mi pare.
    Quanto alle battute, ho resistito per un bel po’: da questo momento, o si parla di King o si viene moderati 🙂
    (e guardi che sono fin troppo educata con lei: ha dimenticato i commenti al suo post? Quelli che riflettono sulle mie consuetudini sessuali, sulla mia età, sulla presunta invidia per le giovani? Queste sarebbero le argomentazioni degli intellettuali céliniani? FINE OT)

  30. Ma poi non capisco che problema ci sia se uno preferisce il King di Pet Sematary a quello di Stagioni Diverse (a me garbano entrambi).
    io ad esempio non amo il fantasy e non ho mai letto un libro della saga della Torre Nera..anche se per amor di King mi chiedo se non sia il caso di iniziare

  31. King ha avuto il grande pregio sintetizzare, con più successo di ogni altro suo contemporaneo l’immaginario della paura come fiction e della paura reale della miseria umana contemporanea.
    L’immaginario della paura ‘fiction’ di King è quello di qualsiasi occidentale suo contemporaneo e deriva da Mary Shelley e Edgar Poe, fino al cinema di Nightmare o l’Esorcista passando per le riviste pulp degli anni 30 e 40, i fumetti eccetera.
    La paura reale quotidiana è quella della provincia, la paura del diverso del debole infatti quasi tutti i protagonisti sono in qualche modo esclusi dal gruppo “dominante” sociale. Questo soggetto o gruppo di soggetti poeticamente si scontra col “buio” più terribile, il buio della propria interiorità dei propri vissuti e insieme incontra il buio personificato nel male di turno. Il tutto accade in una catarsi che lo porta a sconfiggere demone interiore quello esterno e a “sposare la principessa” o soccombere nel tentativo.
    Questo non è il cliché di un autore commerciale ma una poetica epica di chi sposa il fantastico come ossatura primaria della sua opera.
    Quello che sfugge sempre è che il fantastico è un linguaggio che pone la messa in scena su un piano “campale” orizzontale, epico di azione anziché mantenere la tensione nel conflitto verticale interiore realista dell’individuo con se stesso.
    Nel caso di King, però, l’eroe non ha la spada e l’armatura, ma l’alcolismo, l’handicap, il disagio sociale, il vissuto col cancro, o col fumo o col divorzio, col lutto cioè è un’epica nostra, in cui siamo tutti edipi dai piedi forati alla ricerca del nostro destino sull’orlo del buio.
    Va da sé che chi non ama l’epica fantastica, il fantasy o questi linguaggi e modi della contemporaneità occidentale che si fondono con immaginari di cartapesta, e splendono di icone pop come un luna park, non amerà mai King, tutt’al più gradirà quel capolavoro che è Stand By Me e poco altro.
    Non è un buon motivo per disprezzarlo, però.
    Il panorama letterario non esiste, non è una maratona, non c’è punteggio, ma come ragionate?
    Quoto biondillo alla grande: magari anche Ficino era una merda rispetto a Dante che era un buffone rispetto a Eschilo, ridicola copia di Omero che a sua volta ha tradito lo spirito epico dei cazzutissimi e purissimi aedi Achei che mai avrebbero infangato i canti ponendoli per iscritto così che potessero essere letti da chiunque.
    Effettivamente definire Don Giovanni opera d’evasione è una cavolata e mi scuso ma era chiaro il mio senso, che la letteratura d’evasione non roba di oggi e non è più considerata minore dalla critica e non è mai stata minore di fatto. Per fare una buona letteratura d’evasione ci vogliono gli attributi.
    La boutade è negli occhi di chi guarda. Io intendevo L’arte dell’evasione letteralmente, non conoscevo l’opera di Bach…
    ah.. questi intellettuali.
    Comunque a mio avviso su King…
    1. ‘A volte ritornano’, antologia di racconti incredibili divertentissimi e suggestivi mi ha folgorato a 14 anni, e guai a chi me li tocca.
    2. It grande romanzo contemporaneo di genere horror, grande opra sulal crescita..
    3. Stand By Me, grandissimo racconto di letteratura contemporanea.
    4.Il ciclo della Torre nera. Una delle migliori saghe epiche mai scritte..
    5. Le creature del buio e Shining grandi romanzi sull’orrore e sull’alcolismo.
    6. Carrie ottimo ottimo.
    7. Pet cemetery grande romanzo sulla perdita e l’attaccamento.
    ecc…
    D.

  32. @lara-
    Per Shining – libro-film
    King cerca di spiegare ogni atteggiamento, ogni falla, con continui flash back nel passato, cadendo spesso in banali cliché riguardo temi come l’alcolismo, l’infanzia difficile. E ancora: l’irrazionale tende spesso ad essere giustificato, perdendo quell’aura malefica che invece pervade il film, vero emblema dell’irrazionale, del relativismo spazio temporale.
    Al libro mancano due fenomenali idee come quella del labirinto e quella della frase ripetuta ossessivamente alla macchina da scrivere. Inoltre il finale di King non ha l’abrasiva forza, lo spiazzante guizzo del finale kubrickiano. (L’imprigionamento di Jack nel ghiaccio e la fotografia su cui si chiude il film)
    Il libro ha una certa tendenza a tirarla per le lunghe, utilizza spesso la tecnica del ritorni indietro che nel film non ci sono,o se ben ricordo,molto meno. Sopprimere questi ritorni, vuol dire condensare maggiormente il pathos attorno alla vicenda che si sta svolgendo.
    King, insomma, si preoccupa di spiegare tutto.
    La sua intenzione è quella di non lasciare nulla di incomprensibile, di inconcludente.
    King si è sforzato un po’ troppo di trovare delle chiare motivazioni psicologiche alla discesa di Jack nella follia,mentre credo migliore l’ambiguità del film in tal senso.
    Questioni di vedute.
    Per la forma,trovo anch’io notevoli quelle due pagine,ma insomma….spesso non è proprio così.
    Ma molto probabilmente credo che si riferisse allo stile di scrittura,del linguaggio (lui lo leggeva in lingua originale),cosa che in seguito ha trovato attenzione e riflessioni da parte dello stesso King.
    Essendo poco interessata a King,non colgo il rilievo “Shining, che è sempre citato in ballo dagli anti-King”,per la verità non son nè pro ne anti,solo indifferente, e non conosco quindi altre eventuali discussioni sull’argomento.

  33. Uh, Eloisa, ma che libro hai letto?
    Sia il labirinto che la macchina da scrivere CI SONO nel romanzo! La diversità è nel finale e, a mio parere, nel fatto che semplicemente Kubrick non credesse affatto che esistesse un’entità malvagia nell’albergo. Per me, ha fatto un film molto di maniera.
    Torniamo a King. Perché mai l’alcolismo dovrebbe essere un clichet? Mi sembra, anche qui, che qualche fantastiliardo di scrittori se ne sia occupato senza incorrere in questa accusa. Molto banalmente, King è stato alcolista, e ogni scrittore, credo, porta sempre qualcosa di se stesso in quel che scrive.
    Quanto al rapporto padre- figlio, ripeto che è una delle tematiche che gli sono care: e che infatti ho ritrovato, sia pure con altre sfumature, in 1922, il racconto che apre questa raccolta.
    E, no, non trovo motivazioni psicologiche per la follia di Jack: semplicemente, la sua debolezza lascia un varco aperto, e in quel varco si infila qualcos’altro.

  34. Ma io l’entità anzi le entità malefiche nel film di Kubrick le ho avvertite e la foto finale (SPOILER) significa, secondo me, che Jack ormai ne fa parte.
    Scusate per l’OT

  35. @lipperini
    si parlava di questo post…,perchè poi lo dice solo a certi…va beh..polemica inutile…chiuso.
    Autore d’ombrellone,non vuol dire che abbia successo,ma solo come lettura d’evasione,almeno così ho inteso io,mai posta l’equazione “dove c’è profitto, non c’è arte” o viceversa, anzi facevo l’esempio di Camus,proprio il contrario.
    @marotta
    Per me tutta la letteratura è contemporanea,non si tratta di graduatorie o altro,c’è chi ha toccato magistralmente certi temi universali dell’uomo e chi no in ogni tempo,c’è chi ha fatto ridere in passato e lo fa ancora oggi.
    Aristofane è più comico e grande di tanti contemporanei,così come Dante e tutta la tragedia greca e tanto altro son più contemporanei dei contemporanei,e se si va a ben vedere ,in fondo è tutta una grande ripetizione.Poi c’è chi la dice meglio e chi peggio.E’ il modo che conta ed io trovo che altri han detto meglio le cose di King.Si può o è lesa maestà?
    Oh ragazzi,io me ne vado a cena,e comunque qui possiamo andare avanti per tre giorni…ma credo,almeno per quanto mi riguarda,che si sia sviscerato abbastanza il post…

  36. L’dea dl labirinto dove Jack si perde e muore,metafora del labirinto mentale nel quale progressivamente si perde,
    era proprio relativo al finale,diverso da quello di King,questo era il senso.
    Per la macchina da scrivere,”All work and no play makes Jack a dull boy” tradotto da Kubrick con “Il mattino ha l’oro in bocca”, a dir il vero non ricordo bene se che nel libro fosse ripetuta tante volte da jack.

  37. Ma King non è così banale da usare una metafora di quel tipo 🙂 Jack è già perso, nel momento in cui accetta il primo Martini dal barista, nel momento in cui viene meno a una promessa che ha fatto a se stesso. Il labirinto è una delle trovate più spaventose del libro, perchè Danny, nel labirinto, trascorre momenti di terrore puro. Ma è anche il luogo dove riesce a vincere il terrore. Ed è in quel luogo che ha la percezione della “cosa” orrenda che si nasconde dell’albergo.
    Per la frase: certo, è nel romanzo.
    Paolo. La bellezza del romanzo è che Danny riesce a “salvare” il padre dal farne parte. Quello che intendevo dire è che Kubrick ha fatto, con Shining, un’operazione di pura estetica, di pura e bellissima immagine. A mio parere, il romanzo è molto più crudele e palpitante.

  38. La letteratura che sopravvive ai secoli è contemporanea, quella che non sopravvive al mutamento del linguaggio e del senso resta dov’è.
    Per restare nell’ambito, a mio parere alcune pietre miliari del romanzo Gotico oggi sono di una pallosità intollerabile, mi riferisco per esempio a The Monk di Matthew Gregory Lewis o The Castle of Otranto di Walpole…
    Possiamo finirla qui Yoko ma in caso contrario, chi ha detto meglio le cose di King? Lo chiedo senza polemica ma con la curiosità di lettore, mi piace king e quindi leggerei volentieri chi ha detto meglio di lui certe cose…
    🙂
    D.

  39. “Paolo. La bellezza del romanzo è che Danny riesce a “salvare” il padre dal farne parte. Quello che intendevo dire è che Kubrick ha fatto, con Shining, un’operazione di pura estetica, di pura e bellissima immagine. A mio parere, il romanzo è molto più crudele e palpitante.” lara
    Sarà anche un puro esercizio di estetica, ma per me rimane un capolavoro cinematografico sia dal punto di vista tecnico che narrativo (che poi sono legati). Comunque quello che dici può spiegare il disappunto di King il quale evidentemente non ha gradito che Kubrick abbia trasformato in pure e bellissime immagini, in un (meraviglioso) esercizio di tecnica, di arte cinematografica una storia che King avvertiva profondamente “sua”, in cui aveva messo molto di sè vedi la questione dell’alcolismo.

  40. King e Kubrick sono due personalità artistiche così determinate che, per forza si sono trovate ad impastare gli stessi elementi in modo diverso.
    Senza contare che i mezzi espressivi sono diversi.
    Ha fatto bene Kubrick a fare quel capolavoro e ha fatto bene King a prenderne le distanze, beati noi che ce li godiamo entrambi.
    D.

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