LE UNICHE RETI CHE CONTANO (MODESTO SFOGO DECLINISTA)

A volte ti viene la malinconia, e sai già perfettamente che quella malinconia che esprimerai verrà interpretata come conservatorismo, o declinismo, come si definisce oggi. Sai che ci si attenderà da te il rimpianto dei tempi andati, e magari una bella citazione di Pasolini, perché è questa la mossa coerente, questa è quella che ti spetta. Tu sai, non hai le prove e sei qui che ti lamenti mentre il mondo, nel caso quello editoriale, ha messo il turbo.
Quale turbo, di grazia? Più che Sorrentino, ci vorrebbe Terry Gilliam per raccontare quel che vedi, o meglio ancora il Luis Buñuel più feroce. A dar retta alle promozioni, avremmo un caso editoriale al giorno. E così non è. A dar retta ai pubblici discorsi, meglio di così non potrebbe andare. Non vedi quanti selfie con il libro del momento? Non vedi quanti status, quanti tweet, quanti lettori entusiasti di questo o quel romanzo? Non vedi quale spinta dal basso per incoronare questo o quell’esordio?
Sì che lo vedi. E vuoi pure crederci, alla spontaneità di quelle reazioni e di quel sostegno. Vuoi persino credere che scrittrici e scrittori abbiano investito più tempo nella stesura del libro che nel coltivare le relazioni utili, che tutte quelle cene e telefonate e messaggi oddioquantotistimo inviati negli anni siano stati sinceri, e mai frutto di calcolo. Che quando una casa editrice decide di sostenere un libro in luogo di un altro lo faccia perché è disposta a perdere in credibilità e in soldi per un testo che ritiene importante, e non per personale benevolenza verso chi lo ha scritto o perché chi lo ha scritto si presta a diventare caso. Perché è, che so, autore di seconda generazione, malato di cancro, bella figa, genitore infelice, perseguitato politico, vittima di violenza, bel fusto, star di Facebook.
E su questo dovremmo essere più fermi, noi che ci occupiamo di libri. Dovremmo reimparare a leggerli, quei libri, prima di scrivere articoli che dicono in sostanza una sola cosa: “ehi, questo è notiziabile”. Dovremmo smettere di illudere chi scrive, sia o meno pubblicato, che sia il “caso” a contare. Perché non è così.
Dicevo tempo fa che il 2014 è stato un anno fecondo per la narrativa italiana: lo confermo, e molti dei romanzi usciti lo scorso anno reggeranno l’impatto col tempo, anche se non sono stati best-seller, anche se non hanno scalato classifiche e se non hanno avuto tanti selfie col volume in bella vista. Penso ai romanzi di Nicola Lagioia, di Giorgio Falco, di Mauro Covacich, di Chiara Valerio, di Elisa Ruotolo, di Giuseppe Genna, di Wu Ming, penso ai racconti di Gianfranco Calligarich, penso a Silvia Ballestra, ad Antonella Lattanzi, a Valerio Evangelisti,  ad Antonio Moresco, a Massimiliano Santarossa, a Giovanni Cocco, e sicuramente faccio torto a molte e molti. Sempre i soliti, diranno i miei piccoli lettori. Forse saranno i soliti, ma leggeteli, intanto, e tentate un parallelo con i casi di queste prime settimane del 2015. E se siete particolarmente crudeli, andate indietro nel tempo, appena un po’. Rileggete, come suggerivo ieri, “La pelle”: e ditemi dove ritrovate quella potenza letteraria. Oggi. Trovatemi una lingua, fra quei casi letterari odierni, che regga il paragone con quella di Malaparte.
A volte ti viene la malinconia, perché lo sai che le case editrici sono aziende e devono far quadrare il bilancio, e che per farlo quadrare molte cominciano garbatamente a dire alle proprie figure professionali che, insomma, potrebbero essere obsolete, e che ci sono tanti bei service esterni altrettanto efficienti e meno costosi. Tutto giusto, tutto moderno, e i libri (non scherzo) sono un prodotto. Ma un prodotto che si giudica sulla durata. So che suona declinista, ma ho la sensazione che molti di quei casi editoriali bruceranno come fiammiferi nel giro di poche settimane, nonostante il generoso sforzo e i selfie e gli endorsement così faticosamente cercati. A meno che il loro romanzo non abbia un valore che va al di là di quella piccola fiammata.
E questo chi lo decide? I lettori? Anche. I critici? Forse. Il tempo? Sicuramente. Dunque, l’unico consiglio non richiesto che noi malinconici declinisti possiamo fornire è quello di stringere i denti, voi che scrivete e che non siete per nulla inclini a coltivare reti di sostegno, ma preferite le reti di parole. Passa. Non so a quale prezzo, ma passa. Perché andando avanti così il sistema imploderà. In dieci secondi. Nove. Otto. Sette.
Eccetera.

6 pensieri su “LE UNICHE RETI CHE CONTANO (MODESTO SFOGO DECLINISTA)

  1. Descrivi perfettamente il paradosso evidenziato da Diego Fusaro: “Essere senza tempo”. Dove l’assenza di tempo non è l’infinito e l’estasi, ma semplice mancanza di esso per eccessiva accelerazione e dunque impossibilità di contemplare. Esattamente ciò di cui parli tu. Quanto durerà ancora la “matrice”?

  2. E non solo nel campo dell’editoria, riconosco gli stessi meccanismi : cene, incontri vuote relazioni che intrecciano reti di incapaci, senza cultura e senza contenuti . Occupano posti “importanti” , spesso, superano concorsi”formali” , banditi ,sì, con tutti i crismi. Sarà un sistema ad implodere . Spero.

  3. E’ evidente che, se tutti scrivono e solo pochissimi leggono, la prospettiva è una sola: che ciascuno scriva e legga solo il proprio manoscritto (senza più scomodarsi a spedirlo a chicchessia).

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