LETTERARIETA'

Francesco Erbani firma l’apertura delle pagine di cultura. Si parla di società letteraria, di premi, e di “senza”. Partendo da un documentario.
«Credo di non aver mai letto un vincitore dello Strega degli ultimi dieci anni»: le labbra strette e l´occhio strizzato, Tiziano Scarpa avrà certo messo in conto che, dicendo questo, la stesse cose potrebbe ripeterle il vincitore dello Strega 2010, infilando anche il suo Stabat mater, Strega 2009, nel buco nero e indistinto dove giacciono i romanzi lasciati intonsi.
Sono i paradossi di quel che resta di una società letteraria. La battuta di Scarpa, raccolta nel catino fumigante del Ninfeo di Villa Giulia, è fra quelle che introducono Senza scrittori, un film documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, critico letterario il primo, regista il secondo, una bella inchiesta prodotta da Rai Cinema e Digital Studio che stasera viene proiettata all´Azzurro Scipioni di Roma, in coincidenza non casuale con la trepidante vigilia del Premio Strega che, appunto, giovedì incorona il suo sessantaquattresimo vincitore.
Senza scrittori è un prolungamento del catalogo stilato da Alberto Arbasino nel suo Un paese senza, un elenco di tutte le cose di cui l´Italia è mancante. Racconta il predominio che la macchina editoriale, soprattutto quella dei grandi gruppi, ha assunto nel mercato della letteratura, dove non ci sono più opere o scrittori, critici o riviste, ma solo libri, solo produzione industriale, solo una filiera perfettamente assestata, e nella quale, però, quella che un tempo si chiamava la società letteraria ha pensato bene di accomodarsi, spintonando un po´ e anche dando di gomito, ma trovando un cantuccio nel quale sistemarsi.
Un cantuccio troppo stretto per Antonio Scurati, che ancor prima di essere battuto per un voto da Scarpa, confessa che, sì, è vero, «da qui uscirò triturato anche dal punto di vista del mio stato d´animo», ma che trova il coraggio di annunciare il suo disprezzo per una «società letteraria dalla quale stasera prendo congedo, vada come vada». Un cantuccio stretto anche per il giovane Giorgio Vasta, che lamenta come «la letteratura venga assunta solo se si incarica di essere manutenzione della realtà e che quando ha l´ambizione di essere qualcosa d´altro, le viene sottratta la fiducia». Un cantuccio che sia Scurati che Vasta guardano sempre dall´osservatorio del Ninfeo di Villa Giulia.
Cortellessa, camicia e pantaloni rossi, si aggira come un bonario diavoletto fra i tavoli imbanditi dello Strega, filma le calzature che stropicciano il brecciolino, sovrappone la camminata di un metaforico pavone e domanda a Francesco Piccolo se questa è una messinscena da commedia all´italiana, ottenendo come risposta che «qui c´è l´Italia, non la commedia, che in fondo era più dolorosa». Fra scalpiccii e risatine stiracchiate, ecco invece il corrucciato Valentino Zeichen: «Decadente? No, non è una società di grandi decadenti, questa è una società frolla, senza scheletro morale, priva di grandi progetti, di idealità. Una società stanca».
Lo Strega mostrerà pure lo spettacolo di una letteratura in cui, sentenzia il vincitore Scarpa, «tutto è vanità». Ma è un po´ come la nazionale di calcio, raccoglie quel che trova. E allora ecco che Cortellessa, sempre di rosso vestito, interroga giornalisti come Stefano Salis e critici come Marco Belpoliti, si sofferma spaurito fra i banchi di Fnac e deliziato fra quelli della Coop – accompagnato da Romano Montroni -, ascolta i due proprietari della storica libreria Tombolini di Roma e il responsabile della Demoskopea. Insomma insegue quella filiera produttiva che incasella lo scrittore e la sua opera, dal momento in cui questa prende forma a quando viene distribuita e recensita, meglio se esibita con il suo autore da Fabio Fazio o dalla Dandini o sul palco di un festival.
E allora il punto culminante non può che essere una visita a Segrate, dove c´è la Mondadori, cioè «la Xanadu dell´editoria italiana, la centrale dove si fanno i grandi giochi della nostra letteratura». Qui interroga Antonio Franchini, responsabile della narrativa Mondadori, che vive la grande scissione, annota Cortellessa, dell´essere scrittore e dell´essere editore. E qui si introduce anche un parola che non si sentiva da tempo: letterarietà. Che cos´è che rende letterario un testo? Può essere la letterarietà a distinguere fra scrittori di successo e scrittori che si concentrano sulla qualità e la sperimentazione, per esempio?
Letterarietà, risponde Franchini, «è un´idea discussa, allargata, non più condivisa». Ma il fatto che le discriminanti siano venute meno che effetto fa? (domanda Cortellessa) «Rende il tutto più divertente, più anticonformista». Il controcanto è affidato a Francesco Cataluccio, ex direttore alla Bruno Mondadori e poi da Bollati Boringhieri: «La società italiana è diventata più cinica, non poteva che diventare più cinica anche l´editoria».

791 pensieri su “LETTERARIETA'

  1. Raccontare in giro di essere scrittori o insegnanti – oggi – suscita una certa pena in chi ascolta, soprattutto se a sua volta scrittore o insegnante, ovvero ben addentro alle tribolazioni e alle umiliazioni dei due mestieri. Per fortuna poi basta aprire un blog e sfogarsi con aria studiatamente disincatata*-°

  2. E’ bella questa immagine della Macchina Editoriale.
    Dà la sensazione orwelliana della fabbrica dove i libri si autoscrivono, dove robot che producono robot che producono robot che stampano testi, tengano prigionieri in cantina gli ostaggi della Società Letteraria.
    Che peccato, poveri Letterati! Siamo Senza.
    Senza scrittori, senza opere, senza critici, senza riviste. Reclusi. Un guaio.
    Poi uno pensa, ci ripensa, e nota che tra i tanti senza ne manca uno.
    Senza lettori. Ah, ecco!
    Come spesso accade il lapsus spiega molto.
    Cioè che siamo alle solite. L’Università italiana sarebbe perfetta, con tutti i suoi docenti, dipartimenti, eterni portaborse, pubblicazioni di dottori dottorandi e dottorati, se solo non ci fossero quei rompicazzo degli studenti.
    Per non dire della politica, non fosse per quelle milionate di fottuti, inutili, cittadini.
    Così, la Società Letteraria vede il deserto.
    Se ci porti me, nel deserto, e chiedi, “cosa vedi?”, di certo ti risponderò, “niente”. Invece, fai la stessa
    domanda a un tuareg e ti racconterà un intero universo di segni, di storie, di percorsi, di vite.
    Speriamo che i lettori-tuareg, ormai anche nel numero, sappiano leggere meglio il deserto di quanto fanno i Letterati della Società dei
    Letterati. E costringano gli scrittori, che esistono, così come tutti gli altri addetti ai lavori, a rispondere delle proprie responsabilità.
    L.

  3. I premi letterari non esistono. A qualsiasi livello. Sono sempre e comunque solo espressione di lobby editoriali, che li usano per mettere una bella fascetta gialla intorno al titolo di turno e provare a spingerlo così su per le classifiche.
    Letterarietà e successo sono aspetti sghembi. L’editoria è prima di tutto – e sempre di più – “impresa” e come tale ricerca innanzitutto la vendita ovvero il successo. Forse un tempo un titolo di successo, ancorché non “letterario”, consentiva all’editore di fare l’editore (e non l’imprenditore) almeno su due o tre titoli “letterari” comunque meritevoli. Oggi chissà se questo ancora si fa…

  4. @Il grande marziano
    Ogni tanto si fa ancora. Qualche editore lo fa ancora. Ma le leggi di mercato sono le stesse per tutti, grandi e piccini. O ci si muove per allargare il margine di manovra dentro il sistema dell’industria culturale (che è un’industria, appunto), per forzare le tavole della Legge di mercato, oppure si fanno lamentazioni nel deserto (per quotare Luca), che meritano una cura mosaica. Lamentarsi è reazionario.
    A cosa serve contrapporre alla “società letteraria” – prigioniera degli automatismi commerciali e mediatici – una fantomatica “letterarietà”? A rimpiangere i bei tempi pre-industria editoriale, quando a leggere erano in pochi ma buoni? Quando c’era qualcuno, una casta di intellettuali più o meno organici, che stabiliva appunto lo statuto di letterarietà?
    A cosa serve per uno scrittore affermato partecipare ai più strombazzati premi letterari per poi autodefinirsi outsider alla prima occasione?
    Quali strategie si mettono in atto per sottrarsi al meccanismo consolidato, quali strade comunicative alternative alle fascette gialle su una copertina per raggiungere le persone, il più vasto numero di persone possibile? Il problema è essere considerati, accettati, patentati, lasciati liberi di scrivere? O non piuttosto il fare comune, costituire e allargare, con ogni mezzo praticabile, comunità di lettori attivi. Siamo sicuri di non meritarci la risposta del manager Mondadori che spaccia la legge di mercato per “anticonformismo” (che equivale a una pernacchia)?

  5. @Wu Ming 4: il fatto che si faccia ancora, per certi versi è una consolazione. Anche se poi quei titoli “meritevoli” bisogna anche trovarli, nel maelstrom dei banchi librari.
    Ma lo scrittore – affermato o meno – partecipa consapevolmente ai grandi premi letterari (Strega, Campiello, Bancarella ecc.), oppure scopre di ritrovarcisi dentro “a cose fatte” grazie all’agire delle leve della sua casa editrice? Questo mi incuriosisce molto. Ho l’impressione che il meccanismo prescinda dall’autore, ma sia solo frutto di squisite manovre editoriali. Nel caso si può biasimare l’autore per questo? Certo, se poi l’autore in questione sconfessa il premio che ha testé ricevuto, non è che ci faccia un figurone…
    Alla fine, come dici tu, sono le strategie per emergere dal rumore di fondo delle migliaia di titoli che soffocano le librerie, quelle che contano e che è necessario mettere in atto. Oggi forse strade alternative ne esistono più di ieri (Internet, blogging ecc.), ma certi strumenti – come quelli dei premi o dei passaggi televisivi – sono ancora molto più forti di altri. E probabilmente sempre lo saranno. Il problema, semmai, non è tanto negli strumenti, ma nel prodotto letterario che promuovono.
    Che il nostro sia un mercato fascetta-dipendente?

  6. WM4, per come la vedo io, il discorso è una variante del noto proverbio inglese: [i grandi player del mercato editoriale] hanno sporcato l’acqua, ora vogliono che noi buttiamo il bambino.
    Niente contro l’impostazione prettamente poietica che contraddistingue Wu Ming, però ci si trova a lottare in campo aperto e con un lavoro secolare di selezione, cura e protezione tutto da reinventare. Figo, esaltante, ma altrettanto settario, e strenuamente logorante.
    Il castello della letteratura, avrebbe dovuto difendere e diffondere tesori dalle virtù nascoste e inesauribili. Peccato che fosse ormai un museo di cartapesta nel momento in cui ha comiciato a subire gli attacchi più violenti e subdoli da parte del suo ex vassallo, il potere editoriale…

  7. @ Il grande marziano
    Molti scrittori sono agiti dalle loro case editrici, è vero. Non tanto nel senso che sono costretti a partecipare a premi letterari, kermesse editoriali, etc., ma nel senso che ricevono pressioni e consigli in tal senso dai propri editori, dalle persone con cui lavorano. Entrano così in un dispositivo che induce a rispettare certe consuetudini consolidate. Uno dei motivi per cui banalmente si consiglia di partecipare ai premi letterari, nonché di andare in tv da Fabio Fazio o dalla Dandini, è la necessità promozionale. E’ chiaro che certe passerelle mediatiche ti danno una visibilità presso un pubblico mediamente colto (non i lettori di Dan Brown, per intenderci) che altrimenti non avresti. Massimo risultato con minimo sforzo. Se uno crede nel proprio lavoro, nel libro che ha scritto, e vuole farlo sapere a quanta più gente possibile, fa quello che deve fare.
    Poi ci sono i luddisti cinesi come WM, che affidano tutto a recensioni, blog, radio, MP3, ore di treno su e giù per la penisola.

  8. Trovo comici Scurati e Scarpa, che ripudiano la società letteraria dal predellino.
    La strategia WM è interessante, sicuramente più consapevole rispetto alle trasformazioni delòl’ambiente mediatico cui oggi il libro si trova ad appartenere, ma esige dei “ripetitori” (un po’ come i cellulari), cioè solidarietà ideologiche che non si creano in un giorno e che infatti Luther Blisset (proto Wu Ming ha creato prima di scrivere romanzi)
    Cortellessa che reduplica i salotti letterari con un documentario, dimenticandosi che lo spettacolo della critica NON è la negazione dello spettacolo, mi fa tenerezza.

  9. Mah, dipende dai punti di vista. Partecipare a un premio e vincerlo può essere un modo di dimostrare che la diffusione della “letterarietà” dipende dal turbomarketing. In altre parole, un libro che ha convinto la critica e ha avuto una buona circolazione, sì, ma non vastissima, se vince un premio importante ecco che diventa un best-seller. E quindi, la distinzione fra “elitario” e “pop” è falsa e faziosa. Proprio come quando un buon libro passa in televisione a “Che tempo che fa”: poco notato prima, diffusissimo poi. Ci piacevano i libri di Lucarelli, ma eravamo in pochi a leggerli prima che avesse una trasmissione in tivù. Dopo il suo meritato successo televisivo, i suoi libri sono diventati molto popolari. Attenzione: si trattava in gran parte degli stessi libri scritti prima della tivù, e che sono stati ristampati e molto letti poi.
    Insomma, oggi ai cittadini che scrivono si offrono alcune strategie per diffondere le proprie cose. Perché non dimentichiamo che quando parliamo di “scrittori” o “scrittrici”, parliamo di cittadini che hanno come arma la loro parola e nient’altro. Non va dimenticato che bisogna confrontarsi con strategie pubblicitarie incomparabilmente più potenti, che premiano quasi solo il già noto, il già televisivizzato. Ci sono innumerevoli star televisive che scrivono libri, giornalisti che trovano uno spazio nel video e sfornano un romanzo e ottengono foto di cartone sagomate nelle librerie, mortificando autori e autrici che non riescono a far sapere alla gente di aver scritto qualcosa che potrebbe essere apprezzato da un pubblico più ampio.
    C’è chi si affida a editori potenti che gli fanno per mesi paginate di pubblicità e fascicoli con i primi capitoli rilegati dentro i supplementi settimanali dei quotidiani e comunicati radio.
    C’è chi si mette in gioco e partecipa ai premi. Quando dico “mettersi in gioco”, intendo per esempio sottomettersi al giudizio dei 200 studenti dei licei di Roma, e dei 200 lettori adulti dei circoli della società Dante Alighieri, che al premio Strega esprimono voti non certo sospettabili di aderenza alle aspettative delle case editrici. Ebbene, l’anno scorso, sia i liceali che gli adulti hanno votato al primo posto dei 12 libri finalisti dello Strega “Stabat Mater”. Per dire, chiunque vincerà quest’anno lo Strega, non potrà vantare questo doppio riconoscimento (perché quest’anno liceali e adulti hanno votato due libri diversi). Io mi sono messo in gioco. Sapete, anche Elio e le Storie Tese, o gli Afterhours, i Subsonica, o altri gruppi di “nicchia” hanno partecipato a Sanremo, e Elio prende ancora per i fondelli i vari Povia sanremesi, ma nessuno lo critica. Il problema è che in Italia si fa un sistematico lavoro di delegittimazione e irrisione dei cittadini italiani che scrivono, altrimenti detti scrittori o scrittrici. Come? In vari modi:
    1. Non li si fanno scrivere sui giornali che contano, se non episodicamente (l’unico intellettuale-scrittore di riferimento sotto i sessant’anni che scrive su Repubblica negli ultimi vent’anni è stato Alessandro Baricco; e Repubblica non può certo vantare di averlo “scoperto”, visto che si è limitata a prelevarlo in seguito al suo successo televisivo: nessun rischio, nessuna ricerca di apporti dal “paese reale”, nessuno scouting).
    2. Non si parla mai o quasi mai di siti, riviste, blog, autori e autrici per le proposte positive che fanno, ma appena c’è una polemica se ne dà notizia esagerandola, soffiando sul fuoco e chiamando una divergenza di opinioni “insulto” o “rissa”.
    3. Si pubblicano articoli che descrivono un’antropologia dello scrittore come “invidioso”; o che raccontano le piccinerie private di autori e autrici di grandi capolavori;
    4. Si fa finta che non esista il grandissimo lavoro culturale (in gran parte gratuito, fatto di volontariato in perdita – di denaro e di impiego del tempo) di ideazione e redazione di riviste, siti, incontri pubblici, interventi in biblioteche, scuole di provincia; per contrasto, si dà la massima evidenza a due o tre occasioni mondane, come se chi vi partecipa per una volta non facesse, nel resto dell’anno, un immane lavoro invisibile (e non esibito) di volontariato culturale.
    5. Al punto 1., fra gli intellettuali di riferimento sotto i 60 anni sembra che mi sia dimenticato di Saviano, che scrive eccome su Repubblica, ma volutamente lo cito ora, dopo il punto 4, giacché Roberto Saviano proviene proprio da quel mondo di volontariato culturale, dimenticato da Francesco Erbani (e da Cortellessa? Non lo so, non ho ancora visto il suo documentario; ma spero di no; Andrea Cortellessa sa benissimo quale immane lavoro di impegno e volontariato culturale fanno scrittori e scrittrici, e mi auguro che non abbia messo in piedi l’ennesima caricatura distorta dello scrittore o scrittrice mondani e cinici; sarebbe per me una grande delusione).
    6. Si fanno confronti con il passato, lamentando che non ci sono più gli scrittori di una volta, dimenticando in malafede che nessuna epoca può decidere in diretta, a caldo, con certezza, quali sono i valori assoluti che sta esprimendo essa stessa; ma soprattutto, faccio notare che in questo caso si verifica il famoso meccanismo che dalle mie parti si definisce “becchi e bastonati”. Ovvero: tu non fai scrivere sui giornali gli scrittori che valgono, e poi ti lamenti che non ci sono più scrittori che si impegnano sulla realtà e che intervengono in diretta a interpretarla…
    Insomma, concludendo, per me questo articolo su Repubblica è solo l’ennesima conferma di una linea culturale redazionale che definire deludente è poco. E’ l’ennesimo articolo reazionario delle pagine culturali di un giornale che nelle altre sezioni è progressista e coraggioso. Sì, reazionario: perché fare distorsione e sparare sugli scrittori e le scrittrici dandone un’immagine non corrispondente alla realtà, delegittimamdoli sistematicamente, significa sparare contro la possibilità che i cittadini indipendenti riescano a trovare un varco con la forza delle loro parole e con esse dare un contributo alla comunità (con quest’ultima frase ho dato una mia definizione di letteratura; la letteratura ha un grande valore politico).
    D’altro canto, non si tratta che di un conflitto di poteri; basta esserne consapevoli e si sta sereni. E’ chiaro che i giornalisti e i critici (e gli intellettuali che hanno accesso ai mezzi di comunicazione, scrivendo sui giornali o girando documentari) hanno tutto l’interesse a mantenere saldamente in mano la gestione dell’opinione pubblica e la diffusione del discorso pubblico, perciò non possono che lavorare a irridere, ridicolizzare, delegittimare.

  10. @ Paolo S
    “ci si trova a lottare in campo aperto e con un lavoro secolare di selezione, cura e protezione tutto da reinventare”. Sottoscrivo in pieno. E come dici non è soltanto “figo” ed “esaltante”, ma anche “logorante” (“settario” invece non direi, perché dipende da come ti poni e da come imposti il tuo modo di comunicare). E’ una lotta. Mi sembra sia stato Tronti a dire che la scrittura è sempre un corpo a corpo con la storia. Allora è chiaro che – storicamente – l’istruzione di massa ha creato il mercato editoriale di massa, quindi da un certo momento in poi le leggi di mercato hanno prevalso anche nel mondo letterario che dal mecenatismo filantropico è passato all’imprenditoria capitalistica. Questo significa che è finito tutto, cioè che si stava meglio quando si stava peggio? Oppure esistono modalità attivabili per sottrarre alla legge del profitto il monopolio assoluto sulla letteratura e mantenere aperto uno spazio di gratuità?
    Lo so che risulterò antipatico, ma quanti degli autori che lamentano il dominio delle case editrici e della società letteraria corrotta hanno adottato una clausola copyleft per i loro libri? Quanti hanno provato a sganciare i propri testi narrativi dal prezzo di copertina imposto dalla casa editrice? Le dita di una mano sono troppe per contarli.
    Quanti puntano i piedi e provano a sottrarsi al dispositivo di mediatizzazione autoriale di cui parlavo sopra, invece di lamentarsi di quanto siano farlocchi i premi letterari?
    Ci tengo a precisare che non è un problema di background ideologico, perché la maggior parte degli autori in questione ne condivide più o meno uno simile. E non è nemmeno questione di esaltare le scelte fatte da WM, perché se dopo dieci anni non hanno preso piede, be’, è un evidente fallimento strategico di cui non è il caso di andare troppo fieri.
    Occorre continuare a provare, a sperimentare, ad agire. E lasciare le lamentele agli altri.

  11. @Wu Ming 4: c’è anche da sottolineare quel luogo comune in base al quale l’autore che fa parte del mercato editoriale di massa e si trova negli scaffali dei supermercati tra i corn flakes e i profilattici, automaticamente non è degno di essere considerato “letterario”. Cosa che peraltro spesso è vera. Ma non sempre.
    Quali sono i margini di manovra di un autore “normale”, ovvero che non è un mostro sacro, se vuole restare a far parte di un determinato “ambito”? A quali regole (o compromessi) si trova a dover sottostare, anche suo malgrado, per potersi garantire almeno quelle minime entrate che gli servono per continuare a fare quello che vuole fare, ovvero scrivere?
    @Valter Binaghi: l’uscita di Scarpa mi sorprende molto e mi ricorda la presentazione di un libro di un autore di fantascienza italiana esordiente, il quale, alla domanda cosa ne pensi della fantascienza italiana, candidamente rispose: “Io non leggo fantascienza italiana”.
    Quanto ai “ripetitori”, sono d’accordo. E’ la rete di contatti che conta. E se ce l’hai preesistente, sei già a metà strada.

  12. @ WM4: Io il vostro non lo considero un “fallimento strategico”, anzi…
    Il fatto che determinate scelte non abbiano preso piede per me è dovuto più che altro a un certo ritardo italiano in quel campo: anche gli scrittori più sensibili alla Rete qui in Italia paiono essere o in ritardo o pigliare sovente cantonate non da poco (Genna, mi pare, l’anno scorso predisse la morte di Facebook, con data precisa, ora lo usa come metro per valutare il successo di varie iniziative culturali, figurarsi).
    E questa del “fallimento” è percezione solo tua o di tutti i WM? Ne state parlando? Troncherete quindi questo metodo? Quali le opzioni in alternativa?
    Io aspetterei ancora qualche anno prima di bollare alcune vostre esperienze come fallimento…

  13. @ tutti: i contatti non preesistono alla tua attività. I contatti SONO la tua attività.
    @ Il grande Marziano: non so rispondere alla tua domanda. Posso dire che l’unica cosa che tutela davvero un autore nel mercato editoriale sono le vendite, ovvero i soldi che riesce a far guadagnare all’editore e che guadagna lui stesso per poter scrivere un altro libro. Fare finta che non sia così sarebbe ipocrita.

  14. @Wu Ming 4: infatti, sono le vendite. Trovare dunque la conciliazione tra vendite e promozione, aspetti culturali e imprenditoriali, copyright e copyleft, è un po’ come trovare l’equilibrio tra yin e yang, ovvero continuare a oscillare dall’uno all’altro. Tutto il resto è, come dici tu, ipocrisia.
    Agganciandomi al fallimento strategico, sono d’accordo con Elvezio, nel pensare che non lo sia. Il copyleft è un fallimento se nessuno scarica i libri gratis, ovvero se li scaricano tutti e nessuno li compra più. Il copyleft è “integrativo”, non “sostitutivo”. Avete dati in tal senso che vi (s)confortano?

  15. @ Elvezio
    Nessuno intende troncare nulla. Le scelte di WM corrispondono al nostro modo di interpretare e intendere il mestiere di scrittore, e su queste non siamo disposti a transigere. Ciò non significa che non si debba essere in grado di vedere quanto poco certe pratiche abbiano inciso sul panorama editoriale e quanto poco abbiano contagiato altri colleghi.

  16. @ Wu Ming 4
    A me pare che il fatto che “i dati” (di vendita) siano per voi “confortanti” vi esenti un po’ troppo facilmente da un’analisi critica del mercato editoriale e dei suoi condizionamenti sulla letteratura effettivamente circolante (come si evince dalla patente di letterarietà, appunto, data in “New italian epic” ad alcune delle peggio ciofeche commerciali nostrane), e (di conseguenza) vi, o ti, porti un po’ troppo facilmente a liquidare il lavoro critico altrui come “puntare i piedi” e “lamentarsi”. Se prima di emettere tale giudizio avessi visto il film in questione, sapresti che vi si analizzano – oltre ai premi letterari – le classifiche di vendita (e i loro messianici “dati”), i festival-spettacolo, le vetrine in vendita (sempre ai soliti noti) delle grandi catene di librerie, le concentrazioni editoriali (in orizzontale e in verticale, lungo la “filiera”) ecc. ecc. Ma certo: gli altri stanno sempre a guardare il dito, mentre la propria è sempre la luna.

  17. @ Andrea Cortellessa: non mi permetto affatto di giudicare il documentario in questione, dato che non l’ho visto. In questo thread si sta commentando l’articolo che è stato postato, quindi se vuoi attaccare briga caschi male, perché non ci sto.
    Riguardo ai condizionamenti del mercato sulla letteratura circolante, sono sotto gli occhi di tutti. Ma visto che tocchi l’argomento “dati di vendita” e classifiche, torno al discorso che facevo sulle lamentazioni e l’agire pratico e ti domando: quanti autori si premuniscono di rendere pubblici i dati REALI di vendita dei loro libri (a parte noi soliti farlocchi WM, ovviamente)? Se la critica alle truffaldinerie editoriali è PRATICA, appunto, dati alla mano, e non lamentazione o ostentazione di cinismo, ben venga. Non ho elementi per dubitare che il tuo documentario vada in questa direzione.

  18. Sia ben chiaro che non faccio ai Wu Ming una colpa per il loro tentativo, anzi. È di certo la farlocca repubblica delle lettere nostrana ad aver contribuito massimamente al proprio declino. Non sto a contare il numero di autogoal che numerosi intellettuali italiani (in varie posizioni rispettto all’«industria culturale») hanno segnato e hanno contribuito a porli in stato di minorità…
    Beh, ecco, quando sento certi commenti dei «letterati» mi vengono in mente i cinghiali di Mononoke Hime: magari un tempo sono stati i custodi di una grande tradizione, ma ormai (se già non diventano creature del male per cause esterne) l’unico contributo che sono capaci di dare è togliersi di mezzo interpretando loro stessi fino in fondo, anche sapendo che si scagliano contro un nemico che li conosce bene e che ha teso loro una trappola mortale…

  19. Se per caso (data l’interferenza tecnica) l’avete saltato vi consiglio caldamente di leggere il commento di Tiziano.
    In quanto a me io son stufo di fare l’outsider. Fosse per me vorrei essere ampliamente insider e guadagnare una pacca di soldi, che c’ho l’affitto da pagare.
    😉

  20. @ Gianni Biondillo
    Infatti outsider proprio non sei. Attento a non iscriverti d’ufficio – invece – nell’ominosa categoria dei chiagneffotti…

  21. Oddio letterarietà fa tanto formalismo russo, mi ci vuole un antistaminico e poi alle belle persone che hanno scritto cosa interessantissime prima, il succo qual’è (troppo carne al fuoco e io non sono sveglio)? Siete contro il gruppo Mondadori vittorioso per tre edizione consecutive (Ammaniti nel 2007 con Come dio comanda; nel 2008 Paolo Giordano con La solitudine dei numeri primi e da ultimo Tiziano Scarpa, nel 2009 con “Stabat Mater”)? Io e le casalinghe di Voghera vorremmo maggiore chiarezza, nomi e motivazioni, non vi parlate addosso (questo blog che amo non è, per fortuna, solo regno di scrittori, di insegnanti scrittori, di intellettuali più o meno “organici). Andiamo a vedere questo documentario, piuttosto, poi si sintetizza e si tirano le somme, anche se trovo che una seria analisi sul mercato editoriale italiano esige una chiarezza, un rigore, una preparazione e una presunzione che in pochi possiedono. Non certo io, figurarsi, ma anche altri fluttuano e fluttuano

  22. Pensavo che l’Italia (la squadra) facesse abbastanza schifo. Pensavo che al mondiale (no il G20) non sarebbe andata molto lontana.
    Poi per caso alcune settimane prima del grande evento, mi imbattei in un’intervista a uno dei probabili eroi azzurri, in procinto di partire per quella terra di selvaggi.
    Il tale si chiamava Bonucci, un pischello sui 22, reduce da un mezzo campionato da titolare nel Bari (!), no il Real Madrid, occhiali scuri tolti solo per mostrare uno sguardo fiero e sprezzante. Proclamava frasi definitive: “il mister sa cosa può aspettarsi da me, ho già dimostrato quello che valgo, vado per vincere, non ho paura di nessuno.”
    Minchia, pensai, devo rivedere il mio giudizio in maniera drastica! Altro che non andare lontano, questi non possono battere nemmeno S.Marino, forse li rimandano indietro prima del check-out. Del pischello, dopo un’amichevole in cui i messicani ne fecero strame, si sono perse le tracce da subito. Come premio, pare che andrà alla Juve. Giusto. Degli altri, lo sapete.
    Dice, a casa non abbiamo fenomeni. Nun c’avemo più li campioni de na’ vorta! Mannaggia!
    Ma i fenomeni, i campioni, quelli ti servono, forse, per battere il Brasile, l’Argentina, la Spagna, quelle lì. Per la Nuova Zelanda, con il postino il bancario lo spedizioniere che s’è preso le ferie, basta e avanza una squadra di serie B, nemmeno al top.
    E allora? Che stai a dì?
    Allo stesso modo, un po’ di mesi fa, mi capitò una sera di vedere una tipa dalla Dandini. Giovane, molto sicura, molto spavalda, che parlava di operai, di fabbrica, di ggiovani, di piombino.
    Pensai, “questa mi sa che vince lo Strega.” E mi sa pure che ci avevo preso.
    E mi sento anche che, al massimo entro un paio d’anni, la sentirò lamentarsi delle consorterie dentro le case editrici, e dei guasti dell’industria culturale, e fare l’occhiolino a Cortellessa.
    Guarda che dito, guarda che luna. Chi era, Buscaglione?
    Ciofeche commerciali, patenti letterarie… Cortellessa, glielo dico con un sorriso, dia un’occhiata pure alla sua Scuola Guida.
    L.

  23. Quella attuale, o almeno degli ultimi 20 anni, dovrebbe essere definita ‘letteratura di scelta’. Se fosse così si eviterebbero parecchi fraintendimenti su ciò che è letterario e ciò che non lo è. Porre la questione in termini di categorie e/o di astrazioni secondo me non ha molto significato.
    Acquista pregnanza se invece definiamo letterario il testo scelto dal grosso editore fra più alternative più o meno valide nel merito. A questo punto l’attenzione si indirizzerà sui criteri di scelta di quel libro: smerciabilità, carisma dell’autore, sua capacità di mettere in atto tutte quelle strategie per farsi apprezzare nell’attuale contesto socio culturale, gradimento della casalinga di Voghera ( che ormai fa la parrucchiera nella provincia padana, è divorziata con figlio da mantenere, paga il mutuo della casa e d’estate va a cuccare a Milano Marittima).

  24. Insomma è per colpa della Dandini, che ha un intuito lombrosiano che sappiamo già chi vince? Un programma che non vedo mai, Scarpa ci è andato?

  25. Dimenticavo la chiusa. L’autore che rientra nei parametri di sopra ( e ce ne sono degli altri, si capisce) è uno che fa letteratura.

  26. @ Vincent
    ma ciò che era letteratura per il Cavaliere Marino non è, né può esserlo, per noi. Se avesse letto gli Antò di Compleanno dell’iguana gli sarebbe venuta l’orticaria, per dire.

  27. @Andrea, per me in mezzo ci stai benissimo, non ti ci togliere!
    Non offenderti, ma ne vedevo meglio altri, a fare i letterati-cinghiali.
    😉

  28. @ Paolo S
    Scusa, ho equivocato, parlavi di commenti di letterati e tale, fracico, temo di non potermi non dichiarare. Però sempre meglio fare i nomi, a scanso appunto di equivoci.

  29. Cortellessa: “la patente di letterarietà, appunto, data in “New italian epic” ad alcune delle peggio ciofeche commerciali nostrane”
    Che noia… Argomento dell’effetto di canone. Già spiegato l’anno scorso qui:
    http://www.carmillaonline.com/archives/2009/03/002968.html
    “[…] L’effetto di canone porta a leggere la tassonomia del memorandum come una sorta di pagella. Citare un libro equivarrebbe a scrivere che è bello. Ma dove sta scritto che tutte le opere menzionate (ripeto: sono 61) sono riuscite? Ho scritto addirittura il contrario: che i fallimenti possono essere più interessanti dei successi […]”
    Le “patenti” le lascio volentieri a Cortellessa, che al contrario di me è titolato a darle. Faccio comunque notare che siamo al *terzo* anno di giaculatorie e rimostranze da parte dei critici (sempre gli stessi). Certo che, per essere degli appunti presi fuori dal cassetto al solo scopo di discuterne (e per giunta una fotografia di una fase già trascorsa), quei “memo” hanno fatto incazzare parecchio. Il risultato è che mentre la riflessione è andata oltre, nuovi libri sono usciti (noi WM ne abbiamo pubblicati altri tre) e prassi diverse sono in campo, c’è chi resta inchiodato alle lamentele del 2008. E mi sa che resterà inchiodato a lungo.

  30. @ Wu Ming 1
    Io sono inchiodato al fatto che viviamo in una situazione di mercato iperliberista e turbocapitalista, che abbatte ogni ostacolo sul suo cammino, senza uno straccio di pensiero critico a contrastarlo. Tu invece, a differenza di me, sei libero di volare senza chiodi, alato e liberista, nel 2010 come nel 2011 e in tutti i futuri radiosi e le magnifiche sorti e progressive del Mercato Ottimo Sovrano. Scrive qui Wu Ming 4: «l’unica cosa che tutela davvero un autore nel mercato editoriale sono le vendite, ovvero i soldi che riesce a far guadagnare all’editore e che guadagna lui stesso per poter scrivere un altro libro. Fare finta che non sia così sarebbe ipocrita».
    In un altro tempo (non nel 2008 e nemmeno nel 2007) era in circolazione un altro pensiero, secondo il quale a «tutelare» un «autore» non c’era solo il $, ma anche la capacità di una comunità di lettori, criticamente avvertiti, di segnalare come certi autori, e certi libri, potessero – oh mio dio!, ma davvero? – prescindere dal $.
    È entusiasmante constatare, passata la nota acqua sotto i noti ponti, come la mano della Provvidenza del Mercato Ottimo Sovrano vi rechi soddisfazione ottima e senza residui – ché il contrario sarebbe, davvero, «ipocrisia». Dunque vogliate gradire i miei migliori auguri di buona riflessione, buone soddisfazioni, e soprattutto buoni «dati confortanti».

  31. @ Andrea:
    “Tu invece, a differenza di me, sei libero di volare senza chiodi, alato e liberista, nel 2010 come nel 2011 e in tutti i futuri radiosi e le magnifiche sorti e progressive del Mercato Ottimo Sovrano”
    Va bene.
    Come vuoi tu.
    Non so quanta soddisfazione tu tragga dal comportarti così, inventandoti posizioni altrui a misura delle invettive ready-made che tieni in saccoccia per un uso indiscriminato e dove-colgo-colgo. Tanta o poca che sia, è un modo di tirare innanzi come un altro. Un modo reattivo e triste, che esime dalla fatica di conoscere e confrontarsi… e al quale spero di non ridurmi mai. Continua pure a boxare con le ombre.
    Comunque te l’assicuro: non volevamo farti del male.

  32. @ Cortellessa:
    il tuo comportamento qui è davvero inqualificabile. Sei venuto per attaccar briga, fingi di non sapere con chi stai parlando e di fraintendere quanto viene detto. Mi auguro che questo atteggiamento sia dovuto a una cattiva digestione e non a un difetto di carattere, perché davvero non ti fa onore.
    Per capirci (ma credo che a parte te, che fai il fonto tonto, TUTTI gli altri interlocutori abbiano capito benissimo), quella che tu con enorme scorrettezza intellettuale vorresti far passare per apologia del mercato è una constatazione realistica. La domanda a cui rispondevo era quella di Grande marziano: “Quali sono i margini di manovra di un autore ‘normale’, ovvero che non è un mostro sacro, se vuole restare a far parte di un determinato ‘ambito’? A quali regole (o compromessi) si trova a dover sottostare, anche suo malgrado, per potersi garantire almeno quelle minime entrate che gli servono per continuare a fare quello che vuole fare, ovvero scrivere?”
    Ovvero mi si chiedeva quali compromessi un autore di medie dimensioni può trovarsi a fare per riuscire a mantenersi con la scrittura. La mia risposta resta la stessa: “l’unica cosa che tutela davvero un autore nel mercato editoriale sono le vendite”. Si intende per tutela quella dalle eventuali pressioni di editori e società letteraria, visto che è l’argomento su cui verteva la domanda. Vale a dire: se vendi hai potere contrattuale sul mercato e puoi respingere al mittente le eventuali richieste di compromesso poste dalla controparte editoriale, altrimenti farai fatica a farlo e allora ti toccherà scegliere tra mandare giù qualche rospo o incrinare i rapporti con l’editore. La lingua del capitale è il $ (è così che ti piace scriverlo, sì), l’equivalente universale, do you know?
    Descrivere una realtà di fatto non significa farne l’apologia (altrimenti Karl Marx sarebbe il più grande apologeta del capitalismo mai esistito!), proprio come includere un libro in una definizione come NIE non significa attribuirgli patenti di letterarietà o decantarlo come un capolavoro. Rassegnati, Cortellessa, noi non ragioniamo come te. E siamo anche meno maleducati, mi pare.

  33. Scusa Cortellessa ma proprio non mi posso esimere: il Letterato ok, va bene, capisco e, come diceva quel tizio, mi adeguo. Però guarda che a fare il rivoluzionario, e scomunicare a’ uecchio i capitalisti, fai davvero ridere.
    Risparmiati/ci.
    L.

  34. Post scriptum @ Cortellessa: per la precisione i “dati confortanti” a cui mi riferivo non erano quelli di vendita, ma i download dei nostri libri in rapporto ai dati di vendita (consultabili sul nostro sito). Perché, sai, noi “alati liberisti” affammatori del popolo pratichiamo il copyleft e regaliamo gratis i testi dei nostri romanzi. Interessa la ricerca sul campo? La critica pratica all’industria editoriale?

  35. Scrive WuMing4: “allargare, con ogni mezzo praticabile, comunità di lettori attivi”. I mezzi praticabili, a parte la mobilitazione delle solite disponibili squaw in Repubblica e Unità, comprendono Twitter ma non Facebook, i convegni in giro per l’Italia ma non – chissà perché – la tivù. Davvero incomprensibile la loro ricerca di una purezza ormai tutta di facciata, dato che gli scaricamenti gratuiti delle loro opere servono essenzialmente, come è stato più volte e anche da loro stessi dimostrato, a incrementare il tam tam e di conseguenza le VENDITE.
    Ahimè, nacquero rivoluzionari, sono oggi dei vecchi pompieri capaci di infinocchiare al massimo la Lipperini.

  36. L’editoria di massa è una fiera del narcisismo, è un tritatutto senza «falle» che spinge «al consumo immediato e riflesso». È il cupo quadro che esce dal film Senza scrittori, presentato ieri a Roma. Tra gli autori, il critico Andrea Cortellessa. Ma questo «guastafeste», come egli si definisce, sarà lo stesso Cortellessa che pubblica con Bruno Mondadori, Einaudi, Fazi, Le Lettere, Aragno, Chiarelettere; collabora con Adelphi, Bompiani, Garzanti, Mondadori; scrive su Stampa, Poesia, L’indice dei libri del mese? Però, quante «falle» che ha riempito.

  37. Non volevo certo innescare un vespaio. L’impressione che ne ho tratto – però – è quella della solita vecchia storia per cui lo scrittore che per i motivi più disparati raggiunge un successo “popolare”, viene pregiudizievolmente tacciato di far parte dell’editoria di massa, di farlo per i soldi, di essere sceso ai peggiori compromessi pur di vendere e *quindi* di essere tutto fuorché “letterario”.
    E’ vero, molte volte succede. Ma bisogna anche avere l’intelligenza di distinguere.

  38. Io non so se questa discussione sia molto televisiva. Posso dire che a me discutere per il gusto di discutere non interessa granché. A proposito del tema posto dall’articolo di Erbani (e NON del documentario di Cortellessa, che non ho visto) ho provato a dire una cosa – cioè che lamentarsi è inutile e perfino nocivo quando non ne consegue un tentativo di reazione pratica allo stato delle cose – e a formulare delle domande aperte.
    La mia riflessione partiva dal fatto che può e deve esistere un doppio binario per la letteratura, anziché uno solo, il mercato (come invece qualcuno ha cercato di farmi dire).
    Quando Tiziano Scarpa parla di “volontariato culturale” individua in effetti una larga parte dell’attività dello scrittore, che se ne va in giro a sollevare questioni e dibattiti a partire dalle cose che scrive. E questo ha a che fare con la prima questione che sollevavo, cioè quali strategie gli scrittori mettono in atto per sottrarsi ai meccanismi dello star system che tendenzialmente criticano, quali strade comunicative alternative ai meccanismi consolidati nella società letteraria.
    La seconda questione che ponevo in merito alla scomparsa degli scrittori riguarda le pratiche che possono sottrarre alla legge del profitto il monopolio assoluto sulla letteratura e mantenere aperto uno spazio di gratuità, senza per questo impedire agli scrittori di campare facendo il proprio mestiere. Idem per quanto riguarda le pratiche di sottrazione al dispositivo di mediatizzazione autoriale che è un cardine dell’intero sistema.
    Infine, a proposito dei falsi dati di vendita strombazzati sulle fascette e nelle pubblicità, mi domandavo quanti autori disinnescassero queste pratiche truffaldine con la contromossa più semplice del mondo: rendere pubblici i propri dati reali di vendita.
    E’ evidente a chiunque che sono le domande alle quali il collettivo di scrittori di cui faccio parte ha cercato di dare risposta in questi anni, ma questo non significa che le nostre risposte siano quelle migliori, tanto meno che siano sufficienti. Anzi, ho affermato esattamente il contrario.
    Queste erano le questioni che ponevo (prima che piombasse qui un critico hooligan a darmi del liberista apologeta del mercato).

  39. Io non mi fido di uno scrittore che non cerca anche di guadagnare dal suo lavoro (ovviamente rispettando i lettori); cosa sarebbe, altrimenti? un vate? un profeta? uno che ha “messaggi di verità” da offrire generosamente all’umanità? Brrrr! 🙂

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