LETTERARIETA'

Francesco Erbani firma l’apertura delle pagine di cultura. Si parla di società letteraria, di premi, e di “senza”. Partendo da un documentario.
«Credo di non aver mai letto un vincitore dello Strega degli ultimi dieci anni»: le labbra strette e l´occhio strizzato, Tiziano Scarpa avrà certo messo in conto che, dicendo questo, la stesse cose potrebbe ripeterle il vincitore dello Strega 2010, infilando anche il suo Stabat mater, Strega 2009, nel buco nero e indistinto dove giacciono i romanzi lasciati intonsi.
Sono i paradossi di quel che resta di una società letteraria. La battuta di Scarpa, raccolta nel catino fumigante del Ninfeo di Villa Giulia, è fra quelle che introducono Senza scrittori, un film documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, critico letterario il primo, regista il secondo, una bella inchiesta prodotta da Rai Cinema e Digital Studio che stasera viene proiettata all´Azzurro Scipioni di Roma, in coincidenza non casuale con la trepidante vigilia del Premio Strega che, appunto, giovedì incorona il suo sessantaquattresimo vincitore.
Senza scrittori è un prolungamento del catalogo stilato da Alberto Arbasino nel suo Un paese senza, un elenco di tutte le cose di cui l´Italia è mancante. Racconta il predominio che la macchina editoriale, soprattutto quella dei grandi gruppi, ha assunto nel mercato della letteratura, dove non ci sono più opere o scrittori, critici o riviste, ma solo libri, solo produzione industriale, solo una filiera perfettamente assestata, e nella quale, però, quella che un tempo si chiamava la società letteraria ha pensato bene di accomodarsi, spintonando un po´ e anche dando di gomito, ma trovando un cantuccio nel quale sistemarsi.
Un cantuccio troppo stretto per Antonio Scurati, che ancor prima di essere battuto per un voto da Scarpa, confessa che, sì, è vero, «da qui uscirò triturato anche dal punto di vista del mio stato d´animo», ma che trova il coraggio di annunciare il suo disprezzo per una «società letteraria dalla quale stasera prendo congedo, vada come vada». Un cantuccio stretto anche per il giovane Giorgio Vasta, che lamenta come «la letteratura venga assunta solo se si incarica di essere manutenzione della realtà e che quando ha l´ambizione di essere qualcosa d´altro, le viene sottratta la fiducia». Un cantuccio che sia Scurati che Vasta guardano sempre dall´osservatorio del Ninfeo di Villa Giulia.
Cortellessa, camicia e pantaloni rossi, si aggira come un bonario diavoletto fra i tavoli imbanditi dello Strega, filma le calzature che stropicciano il brecciolino, sovrappone la camminata di un metaforico pavone e domanda a Francesco Piccolo se questa è una messinscena da commedia all´italiana, ottenendo come risposta che «qui c´è l´Italia, non la commedia, che in fondo era più dolorosa». Fra scalpiccii e risatine stiracchiate, ecco invece il corrucciato Valentino Zeichen: «Decadente? No, non è una società di grandi decadenti, questa è una società frolla, senza scheletro morale, priva di grandi progetti, di idealità. Una società stanca».
Lo Strega mostrerà pure lo spettacolo di una letteratura in cui, sentenzia il vincitore Scarpa, «tutto è vanità». Ma è un po´ come la nazionale di calcio, raccoglie quel che trova. E allora ecco che Cortellessa, sempre di rosso vestito, interroga giornalisti come Stefano Salis e critici come Marco Belpoliti, si sofferma spaurito fra i banchi di Fnac e deliziato fra quelli della Coop – accompagnato da Romano Montroni -, ascolta i due proprietari della storica libreria Tombolini di Roma e il responsabile della Demoskopea. Insomma insegue quella filiera produttiva che incasella lo scrittore e la sua opera, dal momento in cui questa prende forma a quando viene distribuita e recensita, meglio se esibita con il suo autore da Fabio Fazio o dalla Dandini o sul palco di un festival.
E allora il punto culminante non può che essere una visita a Segrate, dove c´è la Mondadori, cioè «la Xanadu dell´editoria italiana, la centrale dove si fanno i grandi giochi della nostra letteratura». Qui interroga Antonio Franchini, responsabile della narrativa Mondadori, che vive la grande scissione, annota Cortellessa, dell´essere scrittore e dell´essere editore. E qui si introduce anche un parola che non si sentiva da tempo: letterarietà. Che cos´è che rende letterario un testo? Può essere la letterarietà a distinguere fra scrittori di successo e scrittori che si concentrano sulla qualità e la sperimentazione, per esempio?
Letterarietà, risponde Franchini, «è un´idea discussa, allargata, non più condivisa». Ma il fatto che le discriminanti siano venute meno che effetto fa? (domanda Cortellessa) «Rende il tutto più divertente, più anticonformista». Il controcanto è affidato a Francesco Cataluccio, ex direttore alla Bruno Mondadori e poi da Bollati Boringhieri: «La società italiana è diventata più cinica, non poteva che diventare più cinica anche l´editoria».

791 pensieri su “LETTERARIETA'

  1. WM: che uno possa condividere le vostre posizioni o meno, almeno vi fate delle domande interessanti, e interrogate il mondo e la letteratura di cui è espressione attraverso posizioni che sono al di fuori degli schemi italioti tradizionali (ed è chiaro che è l’incapacità dei vostri interlocutori di alterare i propri paradigmi ad irritarli tanto).
    .
    Il migliore augurio che possa farvi è che risposte conclusive alle vostre domande non ne ne troviate mai…

  2. Scrive Wu Ming4:“Infine, a proposito dei falsi dati di vendita strombazzati sulle fascette e nelle pubblicità, mi domandavo quanti autori disinnescassero queste pratiche truffaldine con la contromossa più semplice del mondo: rendere pubblici i propri dati reali di vendita.”
    Solo un piccolo contributo alla discussione: tempo fa, su uno dei blog del collettivo, Wu Ming invitava i propri lettori a non credere ai dati di vendita riportati sulle fascette dei romanzi (cifre gonfiate secondo precetti e logiche di marketing), specificando che tale invito riguardava ANCHE i loro romanzi (e relative fascette). Ecco, non per fare l’avvocato difensore di nessuno, ma sinceramente, a me non è MAI capitato di sentire altri scrittori affermare una cosa simile.

  3. @ Dinosauro
    Grazie per l’aver citato il mio curriculum a mio disdoro; ricordo che in passato lo fece anche Camillo Langone del Foglio, è un ben curioso modo di delegittimare il prossimo. Però la invito a verificare quante di quelle pubblicazioni che lei ha la bontà di citare assecondino le richieste del Mercato editoriale contemporaneo, quali cioè di quelle pubblicazioni promuovano un’idea di letteratura ad esso funzionale. Come le pubblicazioni di altri partecipanti alla presente discussione.
    @ Wu Ming 4 chiederei invece di spiegarmi in che modo la sua «descrizione neutra», del fatto che l’«unica tutela» degli autori sia appunto il loro successo di mercato, contribuisca a criticare e decostruire tale condizione (come mi pare di poter dire fosse intenzione delle «descrizioni» marxiane). Ma se agli «hooligans» come me non è dato dare una risposta nel merito, mi chiedo che fine faccia il suo tante volte ribadito penchant per il sangue vivo della mitica cultura popolare.
    @ Luca
    Prego, non si esima. Da parte mia, buon divertimento.

  4. @ Andrea Cortellessa
    Le risposte nel merito vengono date se l’interlocutore si comporta correttamente, altrimenti per quanto mi riguarda può andare a far rissa allo stadio, che a me non interessa. E’ abbastanza ridicolo – oltreché, appunto, scorretto – che continui a decontestualizzare la mia frase e a riportarla come un assioma quando era la risposta a una domanda specifica. Ma tant’è, provo a rispiegarmi per la terza volta.
    L’industria editoriale parla la lingua dei fatturati, lo sappiamo. Come fa un autore che voglia provare a scrivere per mestiere, cioè a fare della scrittura una professione, a mettersi al riparo dalle pressioni e dai condizionamenti pesanti che può subire dal sistema editoriale? Qual è l’arma con cui può sedersi al tavolo di trattativa con il suo editore e dire questo sono disposto a farlo e quest’altro no, senza subire ricatti? Un potere di ricatto più forte, ovviamente, parlando la lingua che ogni editore comprende: quella dell’equivalente universale, appunto.
    Forse con un esempio vistoso ci capiamo meglio. Recentemente Roberto Saviano avrebbe potuto costringere i manager mondadoriani a proferir verbo pubblicamente, prendendo parzialmente le distanze dalla proprietà, se le sue parole non avessero contenuto l’implicita minaccia di togliere le tende e sottrarre loro centinaia di migliaia di euro di fatturato annuo? Secondo me no. Questa minaccia resta in vigore? Sì, e lorsignori sono avvertiti.
    Ho scritto che sarebbe ipocrita fingere che questa non sia la più solida tutela contro le sovradeterminazioni della grande editoria. E’ triste, è ingiusto, non ci piace, ma nel sistema capitalistico funziona così.
    Ora, proprio perché le descrizioni non sono decostruzioni, il mio discorso – che tu continui ad aggirare e ignorare – verte appunto sulle strategie collaterali a tale “tutela” di mercato. Prima di tutto perché tale tutela sarà sempre per pochi. In secondo luogo perché l’attività dello scrittore – almeno per come la concepiamo noi – non si esaurisce nel farsi assecondare dal proprio editore. Quindi, posto che non si vede all’orizzonte una rivoluzione in grado di ribaltare il sistema capitalistico, e la sua specifica propaggine editoriale, mi chiedevo quali pratiche possano essere messe in atto per allargare le maglie del sistema e quali percorsi alternativi si possano tentare. Probabilmente non lo sai e non te ne frega una cippa, ma è ciò su cui il collettivo WM riflette e sperimenta da oltre un decennio: copyleft, rifiuto di un certo tipo di mediatizzazione, uso del web, edificazione di spazi comunicativi allargati che fanno riferimento alla “repubblica democratica dei lettori”, trasparenza sui volumi di vendita, etc. Ho anche detto (e tre!) che tali pratiche non sono sufficienti, non hanno preso piede tra i colleghi, e che invece di lamentarsi bisogna continuare a cercare nuove strade e strategie.

  5. A proposito della costruzione mediatica a favore di un prodotto. Oggi sul corriere della sera (RCS) c’è una smisurata sponsorizzazione di Acciaio, cioè a pochi giorni dalla votazione dello Strega, stessa promozione gli era stata riservata a due giorni dalla prima selezione. Per non parlare della visibilità veicolata dai programmi di rai tre (linea notte, Dandini, Fazio e altro). E poi si descrive con stupimento una crescente vendita del libro. Ecco, Silvia Avallone è il tipico esempio d’una esordiente per nulla eccezionale che dai giornali e dai media in generale è stata presentata come la felice e sorprendente scoperta di una grande scrittrice. Ho letto e riletto il libro non mi sembra proprio un’opera d’arte, ma la fascietta lo cingerà.

  6. @ Wu Ming 4
    Mi spiace se questo ti sembrerà poco corretto, ma quel che aggiungi non fa che confermare la mia personale interpretazione delle tue frasi. Se per te l’unica possibilità per un autore di far rispettare le proprie prerogative – anzitutto, cioè, la sua visione del mondo, la sua scrittura, il suo sguardo – è diventare un campione d’incassi, vuol dire che tu ribadisci una tua descrizione del campo letterario in cui solo ed esclusivamente il potere industriale e i suoi imput hanno diritto di cittadinanza. E io torno a ribadire che invece c’è un altro modo di guardare alla questione, ed è di farlo in nome della letterarietà (ho visto che basta il termine, qui, a far venire le bolle a qualcuno): la quale appunto esula e prescinde dai dati di mercato e da altri coefficienti numerici di download o di contatti anubii o altro. Questo modo di guardare alla questione non è «ipocrita», come tu sostieni (con la tua esemplare correttezza verbale), è semplicemente diverso dal tuo. Ora, mentre una volta esisteva una forza d’opinione – della critica, certo: che a sua volta però contribuiva a formare un’opinione pubblica, al riguardo, non necessariamente “di nicchia” – almeno commisurabile alla forza contrattuale dei bestselleristi d’antan, oggi questa forza è assai ridotta: e il diffondersi di una mentalità come quella denunciata dalle tue frasi contribuisce a ridurla ancora di più, ambisce anzi a farla sparire del tutto (come del resto, in passate discussioni qui, è stato apertamente auspicato – sebbene non da te). Il che ai miei occhi, non c’è forse bisogno di aggiungere, è del tutto funzionale ai programmi di sviluppo dell’industria culturale. Se questo non rientra nelle tue, o nelle vostre, intenzione, è per quella che si definisce eterogenesi dei fini (per una volta mi risparmio, pour cause, l’avverbio «oggettivamente»). Sulla quale peraltro, in passato, Marx e altri hanno speso molta intelligenza.

  7. @ AMA: se trovi la discussione molto televisiva è segno o che hai buttato la TV tanti anni fa o che ne vedi troppa, fai un po’ tu.
    Alza il condizionatore, fa caldo.
    @WM 1 e4: fin troppo esaustivi, chi non ha capito non vuole capirvi. Meglio cercare nuove strade che fare orecchie da mercante, no? Saluti.

  8. @ WM4
    Compadre, lascialo perdere. Quando l’interlocutore è un meschinello e ciurlatore nei manici, e sotto sotto rimpiange i “bei tempi andati” in cui sapeva leggere l’1% della popolazione (motivo per cui non esistevano i best-seller), che devi stargli a dire? E’ venuto qui a inveire con la solita arroganza e la sempiterna pretesa di sapere e capire tutto meglio di chiunque altro. Almeno stavolta ci ha risparmiato la posa da erudito, optando invece per la linea Bombolo & Cannavale.

  9. @ Wu Ming 1
    Di grazia, in quale manico ciurlerebbe questo meschinello? Quanto al fatto che negli anni Sessanta o Settanta non esistessero i best-seller, toccherà che insieme alla supplente Edvige Fenech ti ripassi qualche libro di Giancarlo Ferretti o Vittorio Spinazzola.

  10. @ Andrea Cortellessa
    Messe da parte le questioni di correttezza, continuiamo a non capirci.
    Io ho detto che allo stato attuale delle cose il volume di vendite è l’unica vera tutela per l’autore, sì, ma NEI CONFRONTI DELLA GRANDE EDITORIA! Cioè della sua controparte contrattuale, del grande capitale. La grande editoria NON E’ e NON PUO’ ESSERE l’interlocutore unico dello scrittore, ci mancherebbe altro. Il suo interlocutore principale è e deve sempre essere quella che noi chiamiamo la repubblica democratica dei lettori, dove appunto il diritto di cittadinanza è dei lettori. Non mi sono mai sognato di descrivere il “campo letterario” come un luogo dove “solo ed esclusivamente il potere industriale e i suoi input hanno diritto di cittadinanza”, anzi, io e i miei soci abbiamo impostato – al lato pratico, non a parole – tutta la nostra carriera di scrittori nella direzione opposta. Sono i lettori che mi danno la forza contrattuale per trattare con i nostri editori da una posizione non svantaggiosa, chi altri se no? Ma vuoi scherzare o cosa?
    Il numero di download, le recensioni su anobii, le discussioni sui blog, per quanto marginali possano essere attualmente nel mercato editoriale, corrispondono a lettori, esseri umani in carne e ossa, non quote di mercato. Spesso lettori attivi, critici, lettori forti (e nel nostro caso non necessariamente acquirenti). Gente che legge e discute di ciò che legge, magari pure con l’autore. Questo per noi è un valore aggiunto e una strada importante, che va incentivata e non denigrata come se fosse una riserva per le indagini di mercato. I lettori non sono tutti una massa di decerbrati che si fanno influenzare dai media, incapaci di sviluppare un gusto personale.
    La vera differenza tra la mia posizione e la tua, Cortellessa, è che tu sei a favore di una forza d’interposizione tra i lettori e il mercato, costituita dai critici di professione che dovrebbero arginare il dilagare degli automatismi commerciali, mentre io ricerco in tutti i modi l’attivazione e partecipazione diretta dei lettori stessi, perché ritengo che la reattività debba svilupparsi da loro, dal basso, non dagli intermediatori. Perché io ho fiducia nei lettori, tu no, o non abbastanza.

  11. Chi ha detto che i “bei tempi” che sotto sotto rimpiangi siano gli anni Sessanta? O meglio: gli anni Sessanta forse sì, ma bisogna vedere di quale secolo. Spinazzola, poi, te lo regalo. Ciau.

  12. @ Wu Ming 4
    Non sopporto la generalizzazione «i lettori». Anch’io sono un lettore, anche tu lo sei. Ma lo sono anche le centinaia di migliaia che acquistano i libri di Margaret Mazzantini, e i budget dell’industria culturale a quelli fanno riferimento purtroppo. E quelli condizionano, senza scrupoli, coi loro mezzi di indottrinamento mediatici (per esempio col marito della suddetta scrittrice che impunemente ne legge, ispirato, passi scelti durante il concerto del Primo maggio, da lui condotto sul palco). Io invece sono a favore di un lavoro – paziente e dunque non arrogante: mi spiace che tale lo definisca chi ha interesse a delegittimarlo – di formazione del lettore. La quale si può perseguire coi metodi tradizionali dal tuo compadre tanto disprezzati (l’attività dei critici, la presenza di testi contemporanei – non commerciali, ovviamente, come quelli invece oggi per lo più proposti – nei programmi scolastici, ecc.), oppure con altri mezzi come quelli da te proposti (e dei quali però a me piacerebbe verificare il grdo di «attività» e «criticità»). Ovviamente dal mio punto di vista il primo passo è evitare di contribuire, intenzionalmente o meno, all’indottrinamento mediatico di cui sopra, per esempio con saggi che sviluppino teorie letterarie sulla base delle peggio ciofeche da intrattenimento-indottrinamento.
    Il guaio è che la parola «formazione», col suo referente, la sinistra nel nostro paese l’ha buttata alle ortiche da tempo. I risultati – in tutti i campi – si vedono.

  13. Cortellessa, stai (scrivendo) di letteratura, romanzi, formazione e ci butti dentro la categoria “sinistra”? Il guaio dei critici militanti come te è che, spesso, scrivono di letteratura, o di zone limitrofe, con la testa immersa nella sociologia politica. Il risultato è evidente non scrivono di letteratura.

  14. @ Andrea Cortellessa
    Proprio perché i lettori non sono una massa anonima e proprio perché, come dici, il sistema di martellamento mediatico è forte e condizionante, soprattutto in un paese di lettori deboli e debolissimi come questo, ogni pratica che si proponga di chiamarli in causa, di suscitarne il senso critico, dovrebbe essere sostenuta o almeno discussa. In questi dieci anni noi ne abbiamo messe in campo alcune. Ho detto che non basta, e che mi sarebbe piaciuto che molti più scrittori le avessero adottate, ma è pur qualcosa. Se davvero vuoi verificarne il grado di “attività” e “criticità” non hai che da farlo. Noi lo facciamo in continuazione. Per cominciare potresti risparmiarti i giudizi sommari che hai speso finora sui nostri scritti di due anni fa e fare lo sforzo di articolare quattro cose in croce. Se invece vuoi insultarci, denigrare il nostro lavoro, liquidarlo in una frase, e poi fare la vittima perché qualcuno si incazza e te lo fa notare, beh, non è una gran partenza. Di sicuro non è il modo giusto di fare quello che ti prefiggi di fare: il critico letterario. O il formatore.
    Quanto alla parola “formazione”, infatti, sappi che ti lanci con tutto il peso contro una porta aperta. Figurati che io non ho timore nemmeno di parlare di “educazione” e che proprio nel saggio da te schifato (NIE) si parlava della necessità che gli scrittori si facciano carico di una nuova assunzione di responsabilità abbandonando certe pose post-moderne (ma che te lo dico a fare? L’hai pur letto…).
    Ergo, tu procedi alla tua maniera, come noi procediamo alla nostra, in base alle reciproche opzioni strategiche. Ma smettila di attribuirci cose che non abbiamo mai detto né – soprattutto – fatto.

  15. Sono d’accordo, “i lettori” non esistono. Esiste “questo” lettore, “questa” lettrice. Anche per questo bisogna vedere se gli acquirenti dei libri della Mazzantini siano gli stessi dei libri dei WM. Esistono comunità di lettori che certe volte sono interconnesse ad altre che sono chiuse e impermeabili.
    Ci sono libri che attraversano certe comunità a prescindere, per ragioni esterne. Fate un esperimento: andate su IBS e cercate un libro che è stato da Fazio. Nella sezione “Chi ha comprato questo libro ha comprato anche” ci saranno sicuramente altri 2/3 libri andati da Fazio. Che significa?
    Non ho una risposta, sto cercando di meditare sulle parole di Scarpa. Herta Muller da dopo il Nobel (cioè dopo l’incoronazione mondiale della “critica”, non certo del giornalismo d’accatto) vende ed entra in classifica. Lei, una scrittrice davvero ostica. Che significa?

  16. Pare quasi surreale che un semplice lettore intervenga in una discussione tra WM4 e Cortellessa, ma in un periodo in cui la nazionale italiana pareggia contro Smeltz (Nuova zelanda) si può anche osare, se non altro per chiedere chiarimenti.
    Mi sembra di aver capito che entrambi i sunnominati si sentano a disagio in un panorama lettterario dove l’avvento dell’istruzione di massa ha reso il libro un prodotto commerciale e nulll’altro, dove la logica della vendita è l’unica che conti.
    La risposta di ciascuno (sempre secondo la mia discutibilissima impressione) è radicalmente diversa nei due casi.
    Il collettivo WM si sforza, utilizzando anche i nuovi canali di comunicazione, di trovare una alternativa da affiancare alla grande editoria per raggiungere il proprio pubblico in modo tale da avere la possibilità di fare letteratura in modo più libero da logiche commerciali.
    Andrea Cortellessa rivendica il ruolo che la critica una volta aveva (e che ora sembrerebbe non avere più) di rendere la comunità dei lettori più smaliziata di fronte alla scelta di un’opera piuttosto che di un’altra, ed in particolar modo più consapevole di quel criterio di letterarietà che garantrebbe la qualità, e che nelle logiche editoriali di oggi non trova alcun riscontro.
    Molto benissimo, se non che Cortellessa accusa WM4 di scarsa radicalità nelle sue posizioni, in quanto la sua visione ammette, sia pure non approvandola, una certa legittimità del meccanismo liberale (che riduce un testo letterario a prodotto da supermercato); mentre per contro l’idea del primo sembra essere poco chiara e comunque eccessivamente lontana dalla realtà (come si pensa di riconquistarlo il ruolo centrale della critica in un panorama cosi cambiato e che vede come protagonisti milioni e milioni di potenziali lettori? Cosa significa “letterario” al giorno d’oggi? In base a quali criteri si distingue un’opera “letteraria” da una no? E come può il lettore decidere se il parere di un autonominato critico sia autorevole o meno?)
    Chiederei ai due interessati se le posizioni siano queste; ed in caso contrario vi pregherei di prendere quanto sopra come richiesta di qualche chiarimento. Avendo ormai poco tempo per la lettura, come molti do’ grande importanza al problema della scelta e del rischio di incappare in ciofeche commerciali. Penso quindi che per il lettore medio un chiarimento sul dibattito in corso sia molto interessante.
    Qualora invece il post risulti troppo ingenuo, chiedo scusa a tutti, non era mia intenzione.

  17. @ Paolo E.
    Il riassunto delle reciproche posizioni mi sta bene.
    Mi associo alle perplessità che manifesti rispetto al concetto di “letterarietà”. Io non so cosa significhi. Dico sul serio. So cos’è la letteratura, tenendo conto che esiste una letteratura colta e una più popolare, con tutte le gradazioni che stanno nel mezzo (e che costituiscono la maggior parte del corpus letterario). “Letterarietà” mi fa pensare a un’idea platonica che sta a monte della letteratura. Ma sicuramente sbaglio. Ce lo spiegherà Cortelessa.
    Quanto alla domanda “Come può il lettore decidere se il parere di un autonominato critico sia autorevole o meno?”, suppongo che questo dipenda dalla serietà con cui detto critico svolge il proprio lavoro. Se legge i testi letterari e ne parla con cognizione di causa, senza pregiudizi e pretesti, probabilmente è uno il cui parere, a prescindere che sia condiviso o meno, potrà essere preso in considerazione come “autorevole”.

  18. C’è speranza?
    Ho controllato di recente: al momento, in Italia, non ci sono romanzi di Harold Robbins in vendita. Robbins vendeva quantità immense di romanzi negli anni Sessanta e Settanta e i resti si possono vedere su tutte le bancarelle (e da tutti i suoi libri sono stati tratti brutti film). Mia madre li aveva tutti.
    Ora è largamente dimenticato, non solo in Italia. Non ha retto alla prova del tempo. Se all’epoca del suo successo fossero state più diffuse certe teorie letterarie oggi di moda saremmo stati costretti a prenderlo sul serio e perderci del tempo dietro, a scapito di romanzi meno venduti…

  19. @ Sasha: credo si potrebbero fare mille esempi di senso contrario, cioè autori che sono stati scoperti postumi, perché ostracizzati dalle teorie letterarie in voga ai loro tempi.
    Questo suggerisce tutt’al più che il tempo è forse un giudice equanime e alla lunga la buona letteratura resta, mentre quella scarsa finisce nel dimenticatoio. Infatti, checché ne abbiano detto allora e continuino a dirne certi critici letterari, Tolkien è ancora lì dopo sessant’anni.

  20. Wu Ming sostiene e rivendica la conquista per via di compromessi inevitabili di un potere contrattuale che garantisca allo scrittore di continuare a esprimersi con relativa libertà. Paradosso da far impallidire Epimenide il cretese. Di quale libertà parliamo, in un regime industriale, nel totalitarismo delle imprese, nel potere unico e incontrastato del capitale? Sì, lo sapevamo, lo sapeva anche Marx, esattamente, che il mercato globale è il passaggio inevitabile per l’emancipazione delle masse. E Benjamin, l’aveva spiegato con estrema lucidità come la riproducibilità seriale della merce-libro dovesse andare a tramutarsi nell’allargamento delle possibilità di accesso a quello che una volta era un ambito superselettivo, cioè la “cultura” e nello specifico la “letteratura”.
    Ma nel campo letterario ridotto al solo mercato, ripeto, di quale scrittore e di quale libertà stiamo parlando? E di quali masse? I numeri che confortano i Wu Ming sono numeri non di lettori, ma di acquirenti. Sui banchi della Feltrinelli della stazione di Napoli, ad esempio, ho visto i libri, i giochini, i pennarelli, i succhi di frutta biologici, i taralli. Così si fa la spesa, da Feltrinelli, e non si mangia certo tutto quello che si compra. Lo yogurt scaduto, ad esempio, si butta (esempio non casuale, ma tratto dal documentario di Cortellessa, dalle parole di Salis del Sole 24 ore cui Cortellessa oppone: converrà che il libro abbia una sua unicità, a differenza del vasetto?), e Wu Ming già ritiene scaduto un suo libello del 2008 (chissà se uno lo/li invita a rileggersi che so, Pasolini o Leopardi).
    Franchini, editor del maggior gruppo editoriale italiano, ancora nel documentario di Cortellessa e Archibugi che ho potuto vedere ieri sera alla prima proiezione (spero di una lunga serie), parla degli scrittori in termini di “gancio”: il gancio di Moresco era costituito dalla sua spiccata autorialità, il “gancio” di Saviano la sua “voce” originale e “letteraria”. Dove non c’è salvaguardia nemmeno di un criterio minimo di coerenza linguistica, cos’aspettarsi, se non dichiarazioni astrusamente provocatorie come “la scrittura della Mazzantini ha un suo stile”? Ma cos’è per Franchini, poi, il famigerato “gancio”? Il punto di forza, il punto di presa sui possibili lettori, il sentore di $, cosa.
    Wu Ming vuole salvaguardare la propria libertà di scrittore assecondando il mercato. Benissimo, anzi, male malone avrebbe detto Leopardi (due menzioni, perché oggi è il compleanno). Regalare al mercato dei prodotti seriali non accresce la democrazia dell’offerta, all’opposto: la riduce. Nessuno può scrivere oggi come Gadda o Manganelli, si dice spesso. Eppure Gadda (Manganelli forse meno) dei lettori li ha avuti. Persino l’università ha ridotto drasticamente la sua offerta formativa, così non solo la Letteratura diventa qualcosa di vetusto e lontanissimo dal nostro presente, ma viene percepito come perfettamente legittimo, dagli studenti, abbeverarsi alla fonte di Moccia perché “Moccia” come mi disse uno studente “parla di noi, e poi io in libreria l’ho trovato, mica in discoteca”.
    L’ho fatta lunga, arrivo al dunque. 1) quello studente non andrà mai a cercarsi in libreria qualcosa di più complesso e impegnativo, se ha l’illusione che anche il prodotto fatto per vendere sia letteratura, perché si trova in libreria;
    2) se gli scrittori si piegano al ricatto commerciale “per vivere”, come dice Wu Ming, non ci sarà più nessuno che abbia voglia di provare altre strade, di scrivere perché la scrittura è una via diversa di accesso al mondo, perché dà la possibilità di comprenderlo e di farlo comprendere con un suo specifico linguaggio, modo, forma ogni volta diversa, da reinventare, da sabotare, come diceva un grandissimo del Novecento, di recente scomparso.
    La letteratura è un giuoco sociale, diceva ancora lui, ai sodali della neoavanguardia. Oggi lo è sempre meno, è un business, invece, ed è un business che valorizza l’individuo, il grande gruppo editoriale, lo scrittore che fa vendere, il libro best seller.
    Wu Ming si vanta del numero dei suoi lettori e non si chiede mai quanti e quali dei suoi fiumi di pagine siano entrati in un discorso, non solo letterario, ma culturale in senso più ampio. Quante delle sue affermazioni sono diventate pietra di scandalo, nella società, nel contesto entro cui opera (il web sarà pure una buona cartina di tornasole, ma non esaurisce la totalità dell’universomondo letterario -uno come Sanguineti, ad esempio, nemmeno ce l’aveva internet, e non mi pare sia stato avulso dal suo tempo-, figuriamoci dell’universomondo tout court). E ha ragione Scarpa quando dice che non possiamo dirlo adesso, chi resta e chi vale, o forse non possiamo dirlo in via definitiva, ma a guardare i secoli passati, chi rimane è chi si oppone, non chi si china.

  21. Il numero di autori di enorme successo, di pubblico e/o di critica, dimenticati dalle generazioni successive è incomparabilmente maggiore di quello degli autori ignorati e successivamente rivalutati. Per un Dumas canonizzato ci sono migliaia di Sue illeggibili (e anche quando si parla con ammirazione di Dumas – come faceva spesso Placido – il dubbio che si parla di versioni ridotte per ragazzi è forte…) e illetti.
    Fra l’altro noto che lei parla di autori ‘ostracizzati’ da teorie letterarie, cioè dai critici: niente da dire sugli autori ignorati o peggio dal pubblico e riscoperti da un pubblico successivo? Perchè dobbiamo dare addosso ai cattivi critici che non indovinano i successi e non al pubblico che non indovina cosa sarebbe potuto piacere a pubblici successivi?
    Il mio punto sulle teorie letterarie in voga non riguarda il successo ma, appunto, la perdita di tempo risparmiata a noi lettori forti – gli unici che potrebbero interessarsi a tali teorie – dal non doversi occupare di roba squallida (interessante al massimo dal punto di vista sociologico o storico) e di successo per motivi di solito extra-letterari.

  22. @ Sasha: non so se la questione sia dare addosso ai critici o al pubblico. Di certo non è una gara da cui si possa trarre una qualche soddisfazione. A me personalmente non interessa e lei senz’altro fa benissimo a risparmiare il tempo, perché è prezioso. Ci mancherebbe altro.

  23. “I numeri che confortano i Wu Ming sono numeri non di lettori, ma di acquirenti.”
    Ecco, questo modo di considerare i lettori non come persone che possono compiere una scelta consapevole, ma sempre e soltanto come mere unità acquirenti (che è la vera accettazione del punto di vista capitalistico mentre si pretende di negarlo), questo razzismo intellettuale, io lo combatterò finché avrò fiato. Garantito. E senza bisogno di andare a sbronzarmi di succo di frutta con Moccia.
    .
    “Se gli scrittori si piegano al ricatto commerciale ‘per vivere’, come dice Wu Ming, non ci sarà più nessuno che abbia voglia di provare altre strade, di scrivere perché la scrittura è una via diversa di accesso al mondo, perché dà la possibilità di comprenderlo e di farlo comprendere con un suo specifico linguaggio, modo, forma ogni volta diversa, da reinventare, da sabotare”.
    Combatterò anche l’idea romantica, idealistica, e fondamentalmente reazionaria della letteratura, in base alla quale si può scrivere qualcosa di valido e di diverso solo se lo si fa con le pezze al culo o con il conto in banca di papà, cioè l’idea che la scrittura non possa diventare un mestiere artigiano che dà da vivere.
    .
    “Wu Ming si vanta del numero dei suoi lettori e non si chiede mai quanti e quali dei suoi fiumi di pagine siano entrati in un discorso, non solo letterario, ma culturale in senso più ampio. Quante delle sue affermazioni sono diventate pietra di scandalo, nella società, nel contesto entro cui opera”.
    Beh, non so quanto spesso ce lo chiediamo, ma in questo thread io ho senz’altro dato un risposta: troppo poche. Basta dare un’occhiata alla società che ci circonda, del resto. Ma aspettiamo ancora di vedere alla prova i rivoluzionari veri, non compromessi, della critica letteraria, ai quali cediamo senz’altro il passo. Prego…

  24. Mi fa piacere riportare qui le parole di Michael Moore che chiudono il film “The Corporation”:
    “Penso spesso a quanto sia ironico.
    Io faccio queste cose e poi dove vanno?
    Vanno in TV sono distribuite dagli studios di proprietà di grandi corporation. Perché mai mi distribuiscono se io mi oppongo a tutto ciò che loro rappresentano? Uso i loro soldi per contestare quello in cui loro credono.
    Il fatto è che loro non credono in niente.
    Mi distribuiscono perché sanno che milioni di persone verranno a vedere il mio film o il mio programma in TV e loro faranno soldi.
    E io sono riuscito a diffondere le mie idee approfittando di questa grande falla del capitalismo: il vizio dell’avidità.
    Si dice che l’avido ti venderebbe la corda che servirà a impiccarlo pur di guadagnare un solo dollaro. Bè, io sono la corda o almeno spero; un pezzo della corda. E loro credono che quando la gente vede un mio lavoro, magari guarda questo film o qualcos’altro, nessuno comunque farà niente perché loro sono stati molto abili a intorpidire le menti abbassando il nostro livello culturale. Quindi non avrà nessun effetto. La gente non si alzerà dal divano per andare a fare politica. Ne sono convinti.
    Io sono convinto del contrario, sono convinto che qualcuno uscirà da questo cinema o si alzerà dal divano per andare a fare qualcosa, qualsiasi cosa per riportare il mondo nelle nostre mani.”

  25. Cristallino Michael Moore. Lui ha ancora fiducia nell’umanità. Nelle persone. Al contrario di chi pensa che “in un regime industriale, nel totalitarismo delle imprese, nel potere unico e incontrastato del capitale” non ci sia più alcun margine di manovra e di libertà. E forse un pensierino alla suddetta corda fossi in loro lo farei…

  26. Ma come, Michael Moore? Quel lurido capitalista che vi spilla tutti quegli euro per i suoi filmacci commerciali?
    Ve lo ripeto, signor andrea, e ci aggiungo anche la signora gilda, che poi sasha fa repubblica da solo, a fare i pasdaran, guardiani della rivoluzione che nemmeno sapete quale, fate ridere. Vi giuro, non ve lo potete permettere, non avete alcuna credibilità. Fermatevi sulla soglia della “letterarietà”, cincischiate lì la palla, che almeno potete fare finta di sapere di cosa state parlando. Il resto, davvero, lasciate perdere, sparate delle cazzate che lasciano basiti, vi prendono a pernacchie anche gli ultimi trinariciuti. Posso assicurare che, anche se non vi sono amico, si tratta di un consiglio amichevole.
    Diciamo pure misericordioso.
    Ci pensi, signora gilda, si rilegga, perchè nel suo intervento c’è un numero impressionante di baggianate e banalità pseudo antagoniste, che meriterebbe di essere stampato gigante e messo in una bacheca.
    Ma sarebbe una punizione troppo dura.
    L.

  27. “Combatterò anche l’idea romantica, idealistica, e fondamentalmente reazionaria della letteratura, in base alla quale si può scrivere qualcosa di valido e di diverso solo se lo si fa con le pezze al culo o con il conto in banca di papà”.
    Anche perché fra le “pezze al culo” e il “conto in banca di papà”, per fortuna e grazie a Cthulhu, secondo me, ci sono tantissime opzioni/realtà intermedie possibili, ma proprio tante…

  28. @ Gilda Policastro
    Spesso la ammiro ma non la capisco, nel senso del perché sia così sfiduciata e perché rivolga la sua rabbia ( e anche il suo talento ) in certe direzioni. I dati confortano i WM sia per il numero in sé sia in rapporto al numero dei downloads. Nell’epoca dei supermercati c’è molta gente che magari assaggia e poi comprende il valore di un oggetto ( oltre al fatto che un libro è sempre un libro ), io al supermercato qualche volta ci vado ma non vedo tutti questi libri in mano alle cassiere, e il libri dei WM ( sono un acquirente, ma poi non li metto in frigo, me li leggo, a volte li presto, li regalo e li ripongo sullo scaffale e poi passa tempo e li risfoglio: sono a lunga conservazione ) manco stanno alla coop dove vado, ( @Biondillo: il tuo campeggiava tempo fa in bella mostra ) per cui li compro in libreria. E non solo i loro, perché seguendoli ( lungo i sentieri ecc. ) negli anni si scoprono altre vie, altri libri, musica, cinema, cultura pop insomma, che si può pronunciare anche senza prendere fiato, poi magari non ne verranno fuori chissà quali discorsi ma niente non è.

  29. Si, va bene, il mercato, il sistema, la commercializzazione, le librerie e gli yogurt…
    Ma di questi baroni, baroncini e baronessine che hanno leccato culi e portato borse, recensendo servilmente ieri sul modello Juke Box (il barone mette la monetina e loro a suonare la recensione), e oggi continuano a leccare culi e portare borse e mentre si fanno recensire servilmente continuano a recensire a gettone, ne vogliamo parlare? Di come si costruiscono quei pulpiti dai quali si può sputare sui poveri meschini che fanno compromessi – perché i compromessi, com’è noto, li fanno solo gli scrittori che scrivono facendo un primo o secondo mestiere perché i compromessi gli accademici non li hanno fatti (e, se hanno fatto un concorso, non avevano protettori o capibastone in commissione), mica i ricercatori che se li chiami “dottore/ssa” invece che “professore/ssa” se la legano al dito – di come si acquisiscono quelle posizioni che garantiscono rendite, vitalizi e “fondi di ricerca” per farsi pubblicare nella “piccola editoria indipendente” – dico, ne vogliamo parlare?

  30. @ Girolamo
    Complimenti vivissimi per la raffinatezza di linguaggio, la sobrietà dell’interlocuzione, la discussione nel merito delle tesi altrui, non da ultimo per il grado di informazione circa l’altrui storia e le altrui scelte. Guarda: da hooligan onorario, mi dichiaro davvero ammirato per il tuo intervento. Del resto il tuo amico Wu Ming 1 l’aveva ben indicata la strada migliore, per mettere a tacere l’avversario: Bombolo e Cannavale. Come i beneamati troll d’una volta, che a un certo punto non trovavano di meglio che fare prooot! Tu di tuo, dato che di mestiere fai l’ideologo del gruppo, provvedi ad aggiungerci uno zinzino di Feltri e poi anche una goccia di «culturame» alla Brunetta. Il risultato finale è il massimo della raffinatezza, di nuovo i miei più vivi complimenti.

  31. costava 100 lire a pagina lo cunto moderno
    di doglia d’Iddio e del salario filiale
    in sfoglio eliografico di mondi e sorti
    salubri alla vecchiezza crepa di guerre e
    domani di sistoli e cimbali imperdonabili
    Celan Zvetaeva in coda al Kgb per il sogno
    d’utero Whitman i barcaioli dei lager treni
    che macellavano sen di strade come versi
    rimorsi da pagine giorni ebbri di tempo e
    libri burrasca denti che azzannano il culo.

  32. @ Girolamo
    Sinceramente a me degli altarini in questa sede importa poco. Sono sufficienti le cose che vengono dette. Qui leggo che il prodotto fatto per vendere non è letteratura e in libreria (un luogo preposto alla vendita di libri) non ci dovrebbe stare perché in questo modo si nobilita agli occhi del volgo coatto. Ebbene, una volta assodato questo, ne consegue che se il problema è non mescolarsi alla paccottiglia che si trova sugli scaffali e sottrarsi al sistema editoriale capitalistico, così da stare nell’eletta schiera di chi si oppone e non si china, la soluzione c’è ed è semplicissima. Basta non rivolgersi affatto a una casa editrice (che fino a prova contraria è un’impresa commerciale). Tutt’al più, per farsi comunque leggere al di fuori del circuito di vendita, si potrebbero mettere scaricabili gratis on line i propri libri con una clausola copyleft, garantendone così la libera riproducibilità… Possibile che nessuno ci abbia ancora pensato?

  33. @ Wu Ming 4
    Dunque, fammi capire meglio. (Sai, a furia di portar borse m’è venuto il prolasso alle trombe d’Eustachio, e a furia di leccar culi ci ho l’herpes al piloro; insomma: invecchio.) Dunque, se si ha un’idea di letteratura alternativa alla paccottiglia che si trova nelle vetrine a pagamento dei megastore, «la soluzione c’è ed è semplicissima»: basta rinunciare a pubblicare le proprie cazzatelle (di quelle per cui Girolamo è sempre pronto a citare la stessa frase di Céline), perché una casa editrice «fino a prova contraria è un’impresa commerciale». Dunque, fammi capire ancora meglio: tutte le piccole case editrici di cultura che fieramente si rifiutano di smerciare paccottiglia da megastore non sono, stando al tuo ragionamento, a loro volta «imprese commerciali», e allora si fa bene a sfollarle di libreria, se necessario a suon di manganello e olio di ricino. Del resto – a sentire quel prodigio di dialettica di Girolamo – si tratta in ogni caso di case editrici universitarie che, come tali, vanno avanti a botte di «fondi di ricerca». Davvero un bell’esempio di pluralismo democratico, di ricchezza di punti di vista, di libertà d’espressione e di scelta. Insomma – tanto per far barrire di nuovo il Dinosauro – si gode molto a sentirti dire cose così di sinistra.

  34. In questa discussione ci sono un paio di aspetti surreali.
    Come il rinfacciarsi reciprocamente di essere “popolari” o “avanguardisti”. Il che presupporrebbe che uno scrittore veramente progetta uno stile: ma quando mai? Ognuno scrive il libro che è e trova un pubblico consono, perchè vivaddio la scrittura vive più d’ispirazione che di raziocinio, e i lettori sono culturalmente e psicologicamente diversi.
    Il secondo aspetto surreale è la perorazione in favore della letteratura “alta”. Detesto essere proprio io a dare lezioni di marxismo spicciolo, ma mi pare che Cortellessa e Policastro difendano non un’opportunità democratica ma un feudo che i rapporti di produzione attuali hanno reso obsoleto. Il che non significa che non esistono differenze qualitative tra opere letterarie, ma che il riconoscimento della qualità non dipende più (da un bel pezzo) nè dal possesso di un apparato critico (previa formazione universitaria), nè dall’appartenenza a salotti esclusivi, nè dall’engagement ideologicamente pre-determinato.
    E’ lo Spirito, bellezza, che soffia dove vuole.
    O, se preferite, l’insostenibile leggerezza del cyberspazio.

  35. @ Valter Binaghi
    Certo, certo, lo Spirito soffia dove vuole. Non esistono industrie editoriali in grado di formattarlo, filiere distributive in grado di incanalarlo, massmedia in grado di veicolarlo. È bello prender lezioni di marxismo da te. Quasi quanto da Girolamo.

  36. Pare sia arrivata la Policastro a citare lo yogurt scaduto, forse da sussumere esegetico.
    A me interesserebbe capire quale urgenza possa spingere a scrivere oggi. E se la si debba combattere in ogni modo.

  37. Dal momento che sono un portaborse leccaculo, cioè – nel linguaggio di Girolamo – uno che lavora all’Università, sono stato educato fra l’altro al metodo delle concordanze. Sicché mi incuriosisce la coincidenza fra il commento di «dinosauro», qui ieri alle 8.08, e quello uscito ieri sul «Giornale» a firma «Redazione»: «L’editoria di massa è una fiera del narcisismo, è un tritatutto senza “falle” che spinge “al consumo immediato e riflesso”. È il cupo quadro che esce dal film Senza scrittori, presentato ieri a Roma. Tra gli autori, il critico Andrea Cortellessa. Ma questo “guastafeste”, come egli si definisce, sarà lo stesso Cortellessa che pubblica con Bruno Mondadori, Einaudi, Fazi, Le Lettere, Aragno, Chiarelettere; collabora con Adelphi, Bompiani, Garzanti, Mondadori; scrive su Stampa, Poesia, L’indice dei libri del mese? Però, quante “falle” che ha riempito».
    Vieni allo scoperto Vittorio, siamo fieri di averti fra i nostri lettori!

  38. @Cortellessa
    Se credi che a me l’onnipotenza e la sciatteria classificatoria dell’industria culturale faccia godere hai sbagliato a capire. Io (a differenza di te, probabilmente) per piccoli e coraggiosi editori ho pure pubblicato, ma quando dall’ufficio stampa delle case editrici si passa alla promozione in libreria i casi sono due: o sei un giallista o sei un “letterato”. Colpa dell’ottusità del lettore medio o anche della miopia degli accademici (che comunque condizionano almeno a livello categoriale la definizione dei testi)?
    Quello che non funziona nel tuo discorso (ma se n’è già parlato), è la rivendicazione di una capacità selettiva che poteva esserci quando il critico (o il “lettore forte”) era davvero in grado di vantare una conoscenza di ciò che si pubblica in un paese. Oggi, resta la pretesa ma senza la possibilità effettiva di controllo, il che si traduce necessariamente in una visione parziale o ideologicamente pregiudiziale.
    Io ho trovato in giro anche solo negli ultimi tre anni dei lavori fantastici, pubblicati da editori non di prima fascia (che però i vari comitati tipo Pordenonelegge sono i primi a snobbare, a meno che non ci siano degli amici dentro, e guarda che non è un’accusa di complottismo, semplicemente so che la produzione è troppo numerosa per poter essere censita e giudicata).
    Infine: fai male a deridere una nozione come quella di spirito o ispirazione. Si può intendere in un senso molto laico, come l’irriducibilità del testo alla relazione cosciente tra un mittente e un destinatario, ti aiuterebbe a capire che la scrittura contiene la lettura (e quindi anche la critica) e non viceversa, e ad avere più fiducia in ciò che sta sostituendo un’istituzione defunta.

  39. @ Valter Binaghi
    Non so quale sia l’«istituzione defunta» sulla quale concludi. Quanto al fatto che deriderei Spirito e Ispirazione, ti sbagli. Quello che invece mi fa specie e molto, in chi sostiene di poter dare lezioni di marxismo ancorché spiccolo, è l’idealismo col quale si può sostenere che Spirito e Ispirazione siano liberi di condizionamento – oggi! – da parte dell’industria culturale.

  40. @ Andrea Cortellessa
    Mi dispiace, ma le cose che mi attribuisci – di sinistra o di destra che siano, a detta tua – non le ho mai scritte [per inciso: quando mai mi hai sentito parlare di “cazzatelle”? Boh, chi ti capisce è bravo]. Inoltre ti pregherei di discutere con me senza mescolare le mie argomentazioni a quelle di altri, perché altrimenti sì che si fa confusione.
    Una casa editrice, grande o piccola che sia, è un’impresa commerciale. Questo è un fatto, non un’opinione. Anche un piccolo editore, per quanto coraggioso, bravo, anticonformista, compagno, può essere, deve sopravvivere nel mercato se vuole pagare gli stipendi ai dipendenti o ai soci lavoratori, le utenze, le tasse, etc. Altrimenti chiude baracca (e sai meglio di me quanti chiudono baracca). Ecco perché mi fanno ridere le posizioni luddiste espresse da Gilda Policastro. Se parliamo del sistema editoriale nessuno può prescindere dalle vendite. Nemmeno Gadda prescindeva dalle vendite. Se non si vuole avere questo problema, allora, sì, la soluzione è semplicissima: non si entri in quel mondo. Fortunatamente ci sono altre modalità per veicolare i propri testi, che prescindono dalla mercificazione e vanno praticate e sperimentate. Noi WM, proprio per non ridurre la veicolazione dei nostri testi all’esclusivo supporto libro-merce, ne pratichiamo una infatti: il libero download e la libera riproducibilità a scopi non commerciali. Per poi sentirci dare dei venduti al sistema e dei liberisti… ròb da mat.
    Io non voglio buttare fuori dalle librerie proprio nessuno, anzi, da quindici anni a questa parte WM non ha mai smesso di pubblicare anche per piccoli editori oltre che per le major (il penultimo titolo è uscito per le edizioni Ediciclo, due mesi fa, tanto per dire). Ma al contrario di te non vedo il mondo diviso in due schieramenti netti: le grandi case editrici che pubblicano solo merda da una parte e i piccoli impavidi editori paladini di un’idea diversa di letteratura dall’altra. C’è anche buona letteratura pubblicata dalle major e c’è anche tanta merda pubblicata da piccoli editori (e tra l’altro ci sono anche piccoli editori non meno truffaldini di certe major).
    Credo altresì che sia possibile scrivere libri che non siano “paccottiglia da megastore” e nonostante questo si riescano a vendere. Lo credo perché non sono completamente sfiduciato nell’umanità, nei lettori (pochi o tanti che siano), e non credo che l’editoria sia una sorta di sistema totalitario nel quale non è possibile, pur con grande difficoltà, aprire fenditure, guadagnare margine di manovra, sperimentare qualcosa di diverso. Tanto per capirci, io non credo di scrivere la stessa roba che scrive Moccia. E se la mia percezione soggettiva non conta un cazzo, credo che possano confortarmi i lettori (non solo i miei, ma anche quelli di Moccia, che sono tanti di più e probabilmente di WM non hanno mai nemmeno sentito parlare).
    Quanto alle case editrici universitarie posso dire che non le conosco. A parte sporadici episodi tendo a tenermi alla larga dall’accademia italiana, perché penso che se il capitalismo fa schifo, il feudalesimo non è certo meglio (come diceva ancora quel tizio barbuto). E almeno per quello che ho potuto vedere io, l’università è rimasta ferma a prima della scoperta dell’America.

  41. @ Cortellessa
    E comunque non mi hai ancora spiegato cos’è la “letterarietà”. Quando vuoi, non c’è fretta, magari quando ti sarai stancato di attribuirmi posizioni che non ho mai sostenuto…

  42. La cosa più buffa (cfr. Henri Bergson: al fondo, ogni effetto comico è prodotto dalla presenza del meccanico nel vivente) è l’ossessività quasi robotica con cui, ormai da anni, il dottor Cortellessa – e ora la vigilessa Policastro, che ne sa persino meno di lui e infatti dice che scriviamo libri seriali – seguita a descriverci come proni di fronte all’industria editoriale e ai suoi diktat. Eccoli, gli esponenti di spicco della spazzatura commerciale, esecrateli! Guardate questi idolatri del dio denaro e delle scorciatoie che fanno vendere!
    [N.B. Non vi è mai stata volta in cui questo discorso non sia stato condito di metafore atte a dipingerci come fascisti. Tanto greve nelle allusioni quanto povero d’immaginario, il dottor Cortellessa. Ricordiamolo: diede del fascista anche a Valerio Evangelisti, recensendo un suo libro di cui – è stato facile acclararlo – aveva letto soltanto le prime due pagine, confondendo ogni fischio per un immaginario fiasco.]
    §
    Assorbito com’era da tali farneticazioni (ripetute pappagallescamente da altri), il dottor Cortellessa non si è mai, dico mai, premurato di verificare quel che diceva, di cercarne un riscontro nelle nostre scelte, nella nostra prassi, nel nostro percorso che è ormai lunghetto. Ogni volta che lo si è invitato a farlo, a discutere nello specifico e nel concreto, ha cambiato direzione. Lo ha fatto anche qui. Dopodiché, ha continuato a strillare le sue accuse per le vie di Castropoli (la città delle castronerie pseudo-critiche), sempre millantando di conoscere quel che scriviamo (del resto, finge di conoscere un sacco di cose) e sparando giudizi a casaccio.
    Si fosse tolto le fette di prosciutto dagli occhi (poniamo avesse deciso di magnarsele, quelle fette), forse prima o poi si sarebbe accorto che qualcosa non tornava. Sì, glielo concedo, questo beneficio del dubbio. Forse, anziché irrigidirsi nella stolidità di cui dà prova oggi, un giorno il dottor Cortellessa sarebbe arrivato a dirsi:
    “Uhm… Strani servi dell’industria editoriale, questi qui!”.
    §
    Eh sì, davvero strani. Pensateci un momento.
    – Mettono tutti i loro libri scaricabil gratis dal loro sito.
    – Dopo il successo del loro romanzo d’esordio hanno cambiato addirittura nome per ripartire da capo, senza un “marchio” che li avrebbe tenuti nel solco di quell’exploit.
    – Disertano sistematicamente kermesses e fiere che gli editori giudicano tappe immancabili della “stagione”, oltre a rifiutare programmaticamente le ribalte di “prestigiosi” premi letterari.
    – Rifiutano inviti in tv che, hai visto mai, potrebbero far loro vendere decine di miglia di copie in più.
    – Anziché prendere scorciatoie mediatiche macinano migliaia e migliaia di km. all’anno per discutere, anzi, per rispondere dei loro libri in centri sociali, circoli, biblioteche di quartiere, minuscole rassegne di provincia (oltre 80 presentazioni solo dal novembre 2009 a oggi).
    – Continuano a pubblicare con tanti editori diversi, anche molto piccoli come Ediciclo, per avere più margini di manovra e avere la libertà di scrivere libri “strani”, non incasellabili, frequentemente anche ostici (si vedano gli ultimi due, “Il sentiero degli dei” e “L’eroe imperfetto”). Ah già, ma loro scrivono… roba seriale, dixit la vigilessa di Castropoli.
    – Si fanno il mazzo tenendo contatti con la comunità dei loro lettori, rispondono di persona a centinaia di mail alla settimana etc.
    – Sono gli unici a comunicare i dati di vendita dei loro libri (e si vedrà al link proposto sopra che alcuni sono ridicoli, un pugno di copie all’anno, quindi non è per “farsi belli”, ma per trasparenza nei confronti dei lettori), sbugiardando anche la loro stessa casa editrice che in più occasioni ha comunicato alla stampa cifre iperboliche.
    Eh già. Un ben inusuale modo di essere succubi delle logiche dominanti nell’editoria!
    §
    Tutto questo fa parte del nostro stile, che per noi è una questione etica. Rifiutiamo a priori tutto ciò che striderebbe con queste scelte di fondo. Sbagliamo, imbocchiamo vicoli ciechi, abbiamo ripensamenti tattici e – più di rado – anche strategici, ma l’impostazione rimane quella da più di dieci anni. Se uno vuole prendersi la briga di studiarsela (c’è chi l’ha fatto e/o lo sta facendo), *dopo* potrà anche dire che è tutto un bluff, fumo negli occhi, quello che vuole. Ma, appunto, dopo. A ragion veduta. E andando a cercare il riscontro, c’è da star sicuri che svaporerebbe almeno una parte (forse una buona parte) delle fesserie che il dottor Cortellessa e la signora vigilessa diffondono sul nostro conto, pregiudizievoli e disinformati come ormai abbiamo imparato a conoscerli.
    §
    Il greve Girolamo sarà, appunto, greve. Ma forse non abbastanza. Anzi, sicuramente non abbastanza.

  43. @Wu Ming 4
    Certo che c’è tanta paccottiglia pubblicata da piccoli editori, e tanta ottima letteratura pubblicata dalle majors, che grande scoperta! Quello che tento di dire in «Senza scrittori» è che il sistema della distribuzione e delle concentrazioni verticali (il medesimo gruppo editoriale che si rivela proprietario della distribuzione nonché delle catene di librerie) sta facendo in modo che l’ottima letteratura faccia molta più fatica di quanta non ne facesse solo pochi anni fa, a raggiungere gli scaffali. E attenzione: sia quella prodotta dai piccoli che quella dei grandi editori, i quali “spingono” (pubblicitariamente e poi, molto concretamente, con la promozione libraria: che si spinge sino alla pratica, al limite del codice legale, di acquistare tutto lo spazio in vetrina nelle librerie più importanti) solo i prodotti ad altissimo e rapidissimo consumo: così soffocando autori di ricerca o semplicemente “letterari”, per poi andargli a dire che sono molto spiacenti ma il risultato commerciale del loro ultimo lavoro non si può dire soddisfacente, e che devono dunque andare a cercarsi spazio altrove. Basti vedere (per fare un esempio concreto già fatto da Belpoliti sull’Espresso) il differente trattamento riservato, entro la medesima collana del medesimo editore, all’ultimo ottimo libro di Silvia Ballestra e al primo non ottimo di Silvia Avallone (ulteriormente promossa facendole pubblicare un raccapricciante elzeviro in prima pagina sul Corriere a tre giorni dalla finale dello Strega…).
    Il fatto è che sei tu, non io, a operare una dicotomia fra ciò che “vende” (= fa almeno trentamila copie) e ciò che “non vende” (= le cazzatelle, le masturbazioni intellettuali e via metaforizzando). Sino a pochi anni fa bastava vendere cinquemila copie, e per la poesia mille, per poter parlare di un ottimo successo di vendita (parlando di letteratura, ripeto). Oggi, negli uffici commerciali delle grandi case editrici – e di conseguenza negli imput ai promotori librai -, queste cifre non bastano più. Se si prevedono questi ordini di cifre (a torto o a ragione, perché per fortuna questa non è una scienza esatta – a dispetto di quanto dicano quelli dell’ufficio commerciale), il libro semplicemente non si pubblica.
    È per questo che, ancora una volta con perfetta eterogenesi dei fini, ai miei occhi tu finisci per condividere lo stesso sistema di pensiero dei più spregiudicati fra i padroni del vapore.

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