LETTERARIETA'

Francesco Erbani firma l’apertura delle pagine di cultura. Si parla di società letteraria, di premi, e di “senza”. Partendo da un documentario.
«Credo di non aver mai letto un vincitore dello Strega degli ultimi dieci anni»: le labbra strette e l´occhio strizzato, Tiziano Scarpa avrà certo messo in conto che, dicendo questo, la stesse cose potrebbe ripeterle il vincitore dello Strega 2010, infilando anche il suo Stabat mater, Strega 2009, nel buco nero e indistinto dove giacciono i romanzi lasciati intonsi.
Sono i paradossi di quel che resta di una società letteraria. La battuta di Scarpa, raccolta nel catino fumigante del Ninfeo di Villa Giulia, è fra quelle che introducono Senza scrittori, un film documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, critico letterario il primo, regista il secondo, una bella inchiesta prodotta da Rai Cinema e Digital Studio che stasera viene proiettata all´Azzurro Scipioni di Roma, in coincidenza non casuale con la trepidante vigilia del Premio Strega che, appunto, giovedì incorona il suo sessantaquattresimo vincitore.
Senza scrittori è un prolungamento del catalogo stilato da Alberto Arbasino nel suo Un paese senza, un elenco di tutte le cose di cui l´Italia è mancante. Racconta il predominio che la macchina editoriale, soprattutto quella dei grandi gruppi, ha assunto nel mercato della letteratura, dove non ci sono più opere o scrittori, critici o riviste, ma solo libri, solo produzione industriale, solo una filiera perfettamente assestata, e nella quale, però, quella che un tempo si chiamava la società letteraria ha pensato bene di accomodarsi, spintonando un po´ e anche dando di gomito, ma trovando un cantuccio nel quale sistemarsi.
Un cantuccio troppo stretto per Antonio Scurati, che ancor prima di essere battuto per un voto da Scarpa, confessa che, sì, è vero, «da qui uscirò triturato anche dal punto di vista del mio stato d´animo», ma che trova il coraggio di annunciare il suo disprezzo per una «società letteraria dalla quale stasera prendo congedo, vada come vada». Un cantuccio stretto anche per il giovane Giorgio Vasta, che lamenta come «la letteratura venga assunta solo se si incarica di essere manutenzione della realtà e che quando ha l´ambizione di essere qualcosa d´altro, le viene sottratta la fiducia». Un cantuccio che sia Scurati che Vasta guardano sempre dall´osservatorio del Ninfeo di Villa Giulia.
Cortellessa, camicia e pantaloni rossi, si aggira come un bonario diavoletto fra i tavoli imbanditi dello Strega, filma le calzature che stropicciano il brecciolino, sovrappone la camminata di un metaforico pavone e domanda a Francesco Piccolo se questa è una messinscena da commedia all´italiana, ottenendo come risposta che «qui c´è l´Italia, non la commedia, che in fondo era più dolorosa». Fra scalpiccii e risatine stiracchiate, ecco invece il corrucciato Valentino Zeichen: «Decadente? No, non è una società di grandi decadenti, questa è una società frolla, senza scheletro morale, priva di grandi progetti, di idealità. Una società stanca».
Lo Strega mostrerà pure lo spettacolo di una letteratura in cui, sentenzia il vincitore Scarpa, «tutto è vanità». Ma è un po´ come la nazionale di calcio, raccoglie quel che trova. E allora ecco che Cortellessa, sempre di rosso vestito, interroga giornalisti come Stefano Salis e critici come Marco Belpoliti, si sofferma spaurito fra i banchi di Fnac e deliziato fra quelli della Coop – accompagnato da Romano Montroni -, ascolta i due proprietari della storica libreria Tombolini di Roma e il responsabile della Demoskopea. Insomma insegue quella filiera produttiva che incasella lo scrittore e la sua opera, dal momento in cui questa prende forma a quando viene distribuita e recensita, meglio se esibita con il suo autore da Fabio Fazio o dalla Dandini o sul palco di un festival.
E allora il punto culminante non può che essere una visita a Segrate, dove c´è la Mondadori, cioè «la Xanadu dell´editoria italiana, la centrale dove si fanno i grandi giochi della nostra letteratura». Qui interroga Antonio Franchini, responsabile della narrativa Mondadori, che vive la grande scissione, annota Cortellessa, dell´essere scrittore e dell´essere editore. E qui si introduce anche un parola che non si sentiva da tempo: letterarietà. Che cos´è che rende letterario un testo? Può essere la letterarietà a distinguere fra scrittori di successo e scrittori che si concentrano sulla qualità e la sperimentazione, per esempio?
Letterarietà, risponde Franchini, «è un´idea discussa, allargata, non più condivisa». Ma il fatto che le discriminanti siano venute meno che effetto fa? (domanda Cortellessa) «Rende il tutto più divertente, più anticonformista». Il controcanto è affidato a Francesco Cataluccio, ex direttore alla Bruno Mondadori e poi da Bollati Boringhieri: «La società italiana è diventata più cinica, non poteva che diventare più cinica anche l´editoria».

791 pensieri su “LETTERARIETA'

  1. Siamo addirittura al ribrezzo, caspita. È ora di aprir le finestre per cambiare aria! O tocca metter mano a un risanamento generale della rete? Vogliamo farla, una buona volta, sta benedetta pulizia etnica?
    Non ho bisogno di metafore alate per dipingerti come un fascista, mi basta sentirti parlare.

  2. Allora tocca che ti munisci di una bella scorta di appositi sacchetti, stile aereo, perché io da quelli come te non mi faccio chiudere il becco.

  3. Povera vittima. Ti senti già sulla soglia di Bergen Belsen. Un martire del libero pensiero. E’ proprio questa candidatura abusiva al ruolo di vittima a suscitare ribrezzo. E a dire il vero, lungi dal volerti chiudere il becco, qui come altrove ti si è invitato (sempre nero su bianco) a discutere più approfonditamente. Da sempre ci attribuisci le posizioni e le prassi che fanno comodo a te. Ogni volta noi ti invitiamo a specificare dove le avresti trovate, a fare esempi concreti dal nostro percorso, a esprimere giudizi ponderati su quello che facciamo, e tu regolarmente svicoli, perché andando nello specifico riveleresti quanto millantato sia il tuo credito. Dopodiché, fai il ganassa, Leonida alle Termopili della critica, gridi che ti vogliono chiudere il becco etc. Ok, tieniti pure questo ruolo, quello del macilento deportato. Orribile: ti si vedono tutte le costole!

  4. @ Andrea Cortellessa
    La dicotomia tra ciò che vende e non vende non la faccio io, Cortelle’, la fa il mercato! La domanda che dovresti farti è come ci si attrezza per contrastare tutto questo? Me lo vuoi dare uno straccio di risposta pratica invece di continuare a rinfacciarmi di essere un nipotino di Adam Smith?
    Ti sto dicendo da ore alcune cose ben precise:
    1) Esistono pratiche che consentono di aggirare le leggi capestro del mercato editoriale, e noi WM siamo la dimostrazione vivente che “si può fare”, come gridava Gene Wilder in Frankestein Junior. Forse per farti capire ancora meglio di cosa stiamo parlando potrei dirti quanti download i nostri libri hanno avuto solo nell’anno 2009: trentatremila, copia più copia meno. Una tiratura di tutto rispetto, direi, o no?
    2) E’ possibile sfidare il mare fitto di squali del mercato editoriale praticando una narrativa che sia ambiziosa ma non per pochi eletti. E’ la sfida che WM ha lanciato a se stesso dieci anni fa. E siamo ancora qui. (Quando poi ti prenderai la briga di leggere un nostro romanzo mi dirai se è paccottiglia alla Moccia oppure no).
    3) E’ possibile giocare di sponda tra i suddetti due canali, tra questi due ambiti e creare circoli virtuosi che tengano un piede nel mercato senza lasciarsi sovradeterminare in toto dalle sue leggi.
    3bis) E’ possibile stare sul mercato senza timbrare il cartellino alle parate e alle kermesse della società editoriale e senza farsi sovradeterminare dai mass media (basta scegliere come relazionarsi a essi o come non farlo), occupandosi invece del rapporto diretto e capillare con la repubblica dei lettori.
    Wu Ming è questo, non quello che dice Gilda Policastro, Cortelle’, che di noi non sa un cazzo. La prima regola del critico letterario non dovrebbe essere “prima leggo poi critico”? E allora, cazzo, fatelo. Così almeno parlate con cognizione di causa e vi risparmiate anche delle figuracce.

  5. @ Andrea Cortellessa: sto ancora aspettando che mi spieghi cos’è la “letterarietà”. Io adesso vado a dormire, magari se stanotte ti viene di rispondermi, ti leggo domattina. Buona notte.

  6. @ Wu Ming 4
    Torno a ripetere. Mi interessano anche il copyleft e altre forme di diffusione non tradizionali della parola; però vorrei che venisse anche difeso il buon vecchio libro in libreria, che il mercato tollerava prima e tollera sempre meno oggi. Non è il clinamen irresistibile della storia a fare in modo che ciò avvenga: sono le nostre singole individuali scelte, giorno dopo giorno.
    Quanto alle diverse possibili definizioni di letterarietà esistono da un buon secolo migliaia di pagine di pensosi saggisti da tre o quattrocento copie, che fortunatamente noi leccaculo all’Università ancora leggiamo, non pretendo di farne un bigino in una notte. Ciò malgrado, quando mi si parla di titoli “letterari” versus titoli “d’intrattenimento”, un’idea me la faccio – il che certo dipende dal fatto che sono uno con gli occhi foderati di prosciutto ecc.
    Quanto al fatto che non avrei letto quel che scrivete, sai perfettamente che non è vero. Se poi per poter interloquire con voi si deve essere in grado di ripetere a memoria tutto quello che avete pubblicato, su carta e in rete, mi stupisco che qualcuno dei vostri millanta lettori sia in grado di farlo realizzando con voi una così forte empatia come tu la descrivi.
    In questa occasione mi sono rapportato, come dici tu, con quanto personalmente hai scritto qui commentando l’articolo di Erbani postato; e l’ho fatto recuperando dalla memoria quel che ho letto in «New italian epic», che ho motivo di ritenere tu almeno in parte condivida. Mi fa specie, come ha scritto Policastro, che un libro pubblicato due anni fa per voi sia una specie di materiale archeologico che non vale rimettere in gioco; o pensate che per aver diritto di parola si debba leggere solo quello che giorno dopo giorno continuate a scrivere irrefrenabilmente? Se dobbiamo fare il gioco del lei non sa chi sono io, allora la mia storia (e a maggior ragione quella di Gilda Policastro) dovrebbe far semplicemente vergognare Girolamo per quel che ha scritto ieri alle 10.11, ma figuriamoci se qualcuno è tenuto a sapere queste cose.
    In ogni caso non ho affatto attribuito, come sostiene il tuo sgarbatissimo omonimo, a te o a «voi» opinioni a vanvera. Le ho contraddette invece, e l’ho fatto nel merito senza insultare nessuno, magari utilizzando modalità di pensiero a te non gradite, o che quell’altro etoniano di Girolamo potrà considerare veteroaccademiche, che ne so; però sono le mie e ho idea che vadano rispettate quanto le tue. Di conseguenza,
    @ dottor Wu Ming 1
    Falla finita con Bergen Belsen ecc. Sei tu che parli di “ribrezzo”, in tal modo definendo le opinioni altrui senza affatto contraddirle nel merito – se non ripetendo quante belle cose tu hai fatto e tu hai scritto senza che io, foderato di prosciutto, ne tenga debitamente conto. Io mi sono limitato a contraddire il tuo omonimo, e l’ho fatto richiamando il precedente di quel che tu stesso due anni fa, non trenta, hai scritto e pubblicato. Quanto al “ribrezzo”, infine, sai bene quanto me che questa metafora ha alle spalle una storia precisa: richiamarti alla quale non ti fa onore.
    Buonanotte a entrambi.

  7. La cosa tremenda è che in teoria qui dentro dovremmo essere tutti dalla stessa parte. A nessuno piacciono le strategie mercantili che portano in cinquina allo Strega robaccia tipo “Acciaio”, a nessuno piace la scomparsa delle librerie (quelle col libraio che i libri li legge e li consiglia) sotto i colpi dei megastore, a nessuno piace il discredito dell’Università (L’istituzione defunta, insieme alla sua Ombra: la Critica). E allora?
    Non è questa la miglior dimostrazione dell’atomizzazione totale del gusto, del fatto che nessuno ha più crediti per parlare se non a proprio nome, Cortellessa?

  8. Wu Ming (4, 1? boh, urlano tutti alla stessa maniera) quando ancora aveva i nervi parzialmente saldi mi tacciava di “razzismo intellettuale” (nel frattempo sono andata al cinema, e mi ha omaggiata di ben altre perle): io la chiamerei piuttosto salvaguardia e rispetto di certi requisiti minimi per distinguere un libro da un prodotto -il famigerato vasetto): non vorrà negarmi che Gomorra sia di sicuro il libro più stampato, più venduto, più circolato, con più lunga permanenza in classifica degli ultimi anni, ma che poi, nei vari ambienti in cui ci si trova a parlarne (università, scuola, giornali, editoria), pochi l’abbiano effettivamente letto, pochissimi ”tutto quanto” e ancor di meno apprezzato, sul piano della qualità letteraria. I libri si vendono e si comprano, in dosi anche massicce, per regalarli, per averli sulla mensola all’ingresso di casa, per non sfigurare nelle cene di amici in cui se ne parla (Tony Pagoda ah sì, il protagonista del libro di Sorrentino…bello, brutto, punto). Oggi uno scrittore a cui stavo parlando di Bachtin, della sua teoria del romanzo, mi ha detto che a lui di Bachtin (testuale) non gliene importa proprio niente, che la teoria letteraria non la conosce e non la vuole conoscere, e che a lui piacciono i libri dove si parla dei temi ”essenziali, ad esempio la morte” (mi scuso se cito una comunicazione privata, qualora l’autore in questione dovesse leggere e riconoscersi, ma serve a provare a progredire in un discorso in cui andrebbero stabiliti dei punti fermi, distinguendo in modo inequivocabile i diversi orientamenti). Mi fanno sorridere gli spari alla cieca, contro la vigilessa che sarei io, contro Cortellè, contro l’accademia da cui Wu Ming si vuole tenere a distanza (tranquilli Wu Ming 1, 4 e compagnia cantante, perché anche l’accademia si guarda bene dall’acquisirvi in qualche modo, se non come “fenomeni”). E quanto alla mia mancata conoscenza della vostra opera, vero, non vi ho letti da cima a fondo, perché ho ben di meglio da leggere. Ho letto Altai, un cosiddetto romanzo ambientato nel Cinquecento in cui si parla come l’altro ieri al bar sotto casa mia, un cosiddetto romanzo in cui per mille pagine o quante ne sono non si trova una subordinata nemmeno a cercarla con la lanterna. Lui disse, lui fece, lui partì, lui andò, lui chiamò. Questo dovrebbe essere un libro che pur guardando alle masse di lettori non rinuncia alla qualità? Vi spiace se rimango a Gadda? Poi, siccome non vi basta fare i romanzieri o provarci, e sconfinate nella teoria letteraria, andate giù di luoghi comuni e frasi sconnesse in quell’impressionistico pamphlettino, tutto esclamativo, sul cosiddetto NIE (categoria pretestuosa, immotivata, inverificabile sui testi portati ad esempio in modo caotico e disorganico), la cui unica gloria è stata la sonora stroncatura di Emanuele Trevi sul Manifesto. Da me sul momento, devo dire, non particolarmente apprezzata per i toni di dileggio, ma, a lettura ultimata del pamphlettino, inevitabilmente rivalutata. Del resto, siete voi stessi a definirlo, qui, non un libro ma un insieme di pensierini buttati giù senza nessun impegno. E invece impegnarsi, leggere non solo quello che si dice di voi/con voi/per voi nei blog, nel web, ma anche qualcos’altro? Esistono molti buoni libri di teoria letteraria da cui potreste partire (voi e molti scrittori proni al mercato), anzitutto l’ottimo Federico Bertoni sul realismo (altro che NIE), per ripulirvi anzitutto questo linguaggio perennemente intimidatorio e volgare ed acquisirne uno meglio atto alla discussione critica: basti pensare al modo con cui come fanno i nostri politici destrorsi in televisione (medium che dichiarate di non amare, ma di cui riproducete le modalità comunicative) attribuite ai vostri avversari l’aggressività da voi costantemente brandita.
    (Ora che lo scambio di cortesie è stato equo e condiviso, possiamo tornare al confronto delle idee?)

  9. @ Andrea Cortellessa
    Ti avevo chiesto due cose: non mescolare le mie argomentazioni a quelle di altri e fornirmi una definizione di “letterarietà”. Continui a parlare con me citando altri qui intervenuti e a consigliarmi di studiare i testi dei “pensosi saggisti”. L’unica cosa che mi butti lì è una distinzione tra “titoli letterari” e “titoli d’intrattenimento” (perché la letteratura tra le altre cose non intrattiene, anche? Questo non mi chiarisce proprio niente). Vabbé, capisco, era tardi. Magari se oggi, fresco e riposato, hai voglia di provare a fornirmi una definizione di “letterarietà”, così ci capisco qualcosa. Io sono mattiniero causa esami del sangue, quindi tornerò a passare di qui in tarda mattinata.
    Ah, naturalmente ho visto anche il commento lucido ed equilibrato di quell’altra che sostiene di avere “letto” Altai e ribadisco il mio consiglio spassionato (credimi, non sono ironico): non starla a sentire. Il “cosiddetto romanzo” Altai non è di mille pagine, supera di poco le 400, chiunque lo abbia anche solo sfogliato se ne può rendere conto; le subordinate ci sono, te lo garantisco, e – ammesso e non concesso che sia un criterio di valutazione critica – non c’è bisogno della lanterna per trovarle, basterebbe arrivare a leggere almeno la prima frase del primo capitolo (che è appunto una subordinata temporale); e ovviamente nel romanzo non si parla come al bar sotto casa della signora in questione (a meno che detto bar non si trovi in effetti a Venezia…)
    Dicevo appunto di risparmiarsi certe figuracce…

  10. La signora si autodefinisce “l’accademia”, e “non acquisisce”. Pensa come siamo ridotti. Questa qui si autocandida a formare, educare, i rivoluzionari di domani. Dicevo giorni fa, poveri studenti. quanto tempo perso, quante energie sprecate.
    Come diceva quella merdaccia commerciale di Totò: ma mi faccia il piacere…
    L.

  11. WM1
    “tieniti pure questo ruolo, quello del macilento deportato. Orribile: ti si vedono tutte le costole!”
    complimenti, questo tipo di battute allusive ancora mancava.

  12. Cari Cortellessa e Policastro, ho seguito la vostra generosa – ma inutile – battaglia qui con adesione e simpatia.
    Perdete il vostro tempo, mi spiace dirlo.
    Consiglio una lettura [evidentemente non fatta ancora] di Sun Tzu di cui do un assaggio che spero vi spinga ad approfondire:
    In ogni conflitto le manovre regolari portano allo scontro,
    e quelle imprevedibili alla vittoria
    Tra l’altro i WM lo hanno letto, sono in vantaggio su di voi, miei davvero cari. Sappiate che avete il mio sostegno.
    Venire qui è una generosa, come ho detto, manovra regolare, nient’altro. Questo è un recinto chiuso e ben guardato, piuttosto impermeabile. Non pensate che ci siano qui lettori che al di là dello scambio possano capire quello che dite, il sito è concresciuto con i WM. Ma fuori di qui manovre imprevedibili vi aspettano.
    PS Cortellessa, non rispondere alla domanda di WM4 di definire la letterarietà, non serve e un commento non basta, bisognava allevarli fin da bambini. Lascia perdere, sono figli del DAMS e delle scuole di comunicazione, sono figli del mai troppo deprecato Umberto Eco.

  13. Adesione e simpatia anche per gli allevatori di aldovrandi. che non ci dice di chi è figlio.
    Non deve essere stato facile.
    L.

  14. chiedere una definizione di “letterarietà”, aggiungo, è come chiedere una definizione di “vino”, si può dare, decisamente, ma è abbastanza inutile, più utile è mettere sul tavolo due bottiglie di due diversi produttori e lasciare alla lingua addestrata il compito di cogliere le differenze
    si potrebbe postare qui una pagina di manituana e uno di un autore a scelta di Corty&Poly e confrontarle
    quale sarà il vino piatto, che una volta bevuto e nella migliore delle ipotesi non lascia nulla in bocca, e il vino invece che per colore, profumo, aromi che persistono sul palato, vince la gara? al confronto l’ardua sentenza, si apra la gara

  15. I toni di questa discussione non saranno “televisivi” perché il livello culturale e l’arguzia di chi scrive sono sopra la media, ma l’astio che traspare a volte è lo stesso. Peccato, perché gli argomenti sono davvero appassionanti.
    Io vorrei riallacciarmi all’intervento di ieri di Paolo E., che credo ponesse una questione importante a cui mi sembra non sia ancora stata data risposta.
    Al di là della definizione di “letterarietà” (tema interessantissimo), mi sembra che il tema di fondo della discussione, in corso qui come in altri ambiti, sia quello dei problemi posti dalla (vera o presunta) democratizzazione della cultura. Dice Paolo E.: “Mi sembra di aver capito che entrambi i sunnominati (WM e Cortellessa) si sentano a disagio in un panorama letterario dove l’avvento dell’istruzione di massa ha reso il libro un prodotto commerciale e null’altro.” Credo anch’io che siamo tutti d’accordo sul fatto che un ritorno alla cultura (e alla letteratura qui in particolare) come appannaggio di un’élite ristretta non sia auspicabile. Direi anzi che, se tutti coloro che scrivono sono in buona fede, il movente della discussione dovrebbe essere proprio questo. Ci si chiede cioè: come salvare e promuovere un buon livello qualitativo e una capacità critica a rischio di estinzione, ampliandone progressivamente
    l’accessibilità? È evidente che si tratta di “formare” i milioni di potenziali lettori, contrapponendosi alle manipolazioni del mercato che tendono
    ad appiattire il livello verso il basso.
    Ma come? Con quali metodi? Il collettivo WM ha proposto e messo in atto delle modalità concrete, e non mi sembra che dall’altro polo della discussione si critichino tali modalità in sé (quanto piuttosto il livello qualitativo della produzione letteraria di WM, o determinate affermazioni; ma questo è un altro discorso).
    I rappresentanti della “critica alta” (mi scusino A. Cortellessa e G. Policastro se non ritengono questa definizione pertinente, non me ne viene un’altra) quali modalità concrete propongono? La mia non è affatto una domanda retorica – è quella di una lettrice di media cultura che si rende conto, come credo si rendano conto anche i critici in questione, che la critica e la teoria letteraria a certi livelli NON sono accessibili alla massa dei lettori.
    Come già Paolo E., mi scuso anch’io in anticipo se il mio intervento risulta troppo ingenuo. Il confronto con cotante teste pensanti e scriventi mi intimidisce, ma ci ho voluto provare lo stesso…

  16. il suo intervento, @Frau Dinosauro, non è affatto troppo ingenuo, ai miei occhi, è assolutamente vero che «la critica e la teoria letteraria a certi livelli NON sono accessibili alla massa dei lettori».
    In effetti è un problema serio, che coinvolge quello della formazione e della trasmissione della cultura, come un problema serissimo è quello dell’industria editoriale.

  17. @ Aldovrandi
    Io penso che si debba poter parlare non con tutti – il che è impossibile, me ne resi conto in un dibattito coi responsabili “culturali” di non so quale struttura Mediaset, anni fa – ma con il maggior numero di persone diverse, che esprimano posizioni diverse. In passato il lavoro di Wu Ming mi ha interessato molto, anche se non da oggi penso che abbia subito una marcata involuzione, appunto in senso commerciale (come dimostrano i contorcimenti teorico-ideologici di «New italian epic»). Certo, se alla minima obiezione mi si parla del «ribrezzo» che ispiro, o del fatto che posso parlare solo perché lecco culi all’Università, continuare a discutere è dura (e, se interessa saperlo, continuo a tenere il punto solo perché so bene che si vorrebbe invece che io abbandonassi il campo schifato; ma appunto non sono il tipo da farmi chiudere il becco, che è un becco puntuto e fra l’altro particolarmente ingombrante, all’atto di leccare un culo).
    In ogni caso sono venuto a discutere qui perché qui, senza che lo sapessi, è stato postato un articolo che riguardava il mio lavoro, e che – senza neanche essere stato visto – veniva tacciato di «ipocrisia». Semplice azione e reazione. Sun Tzu l’ho letto anch’io (ovviamente nell’edizione Astrolabio, non in quella – non mi pare fosse di Ediciclo – con l’aureo commento di Wu Ming), ma ho letto anche Starobinski.
    @ Wu Ming 4
    Ti dice male, perché il tuo (pseudo)ragionamento è lo stesso esposto in «Senza scrittori»: dal momento che non c’è più una definizione univoca di letterarietà (e quando mai ci sarebbe stata? per fare l’esempio più ovvio, al tempo dei formalisti russi – che ne hanno data una a me particolarmente cara – c’era appunto il Bachtin qui evocato da Gilda Policastro – e che vi farebbe molto bene ripassare, aggiungo da portaborse foruncoloso – che diceva cose molto diverse dalle loro; e poco prima c’erano stati James e Forster, ecc., e chiudiamola qui ché è meglio), “allora” tutto si può liberamente considerare «letteratura» (per esempio facendo impunemente partecipare la qualsiasi ciofeca a premi che sino a prova contraria si definiscono “letterari”, pretendendo anche che la ciofeca di turno li vinca) e, “siccome” non si può più distinguere fra testi letterari e testi di consumo, “allora” anche quelli di Margaret Mazzantini (proprio questo l’esempio fatto da Franchini, che a scanso di equivoci è il suo editore) sono «letteratura». Insomma: todos caballeros, e vai col tango! (e vai col registratore di cassa, cioè)
    Per cui, “allora”, dopo Giordano ecco D’Avenia. E dopo «Q» (che un senso ce l’aveva, e sai bene che ve l’ho riconosciuto in tempi non sospetti) ecco «Altai» (che proprio non capisco perché non si può dire abbia seguito un metodo seriale; ah già, scusate, sul sito Nabucodonosor.org c’è un erudito saggio di Girolamo che lo spiega, impiegando all’uopo la teoria delle stringhe e la precessione degli equinozi; ma com’è noto io sono foderato di prosciutto e dunque non ne tengo il debito conto).
    Ora, questo modo di ragionare viene definito da Marx ed Engels, nell’«Ideologia tedesca», appunto «ideologico»: perché mira a coonestare con argomentazioni strumentali, di tipo appunto ideologico, la difesa pura e semplice di una posizione di privilegio basata unicamente sul profitto economico. Il che, come ho detto, più o meno consapevolmente finite per fare anche voi.

  18. @ Frau Dinosauro
    grazie per lo sforzo di sintesi. In effetti era precisamente sulle modalità pratiche per affrontare lo stato più o meno desolante delle cose che sollecitavo Cortellessa, oltreché sulla definizione di “letterarietà” (visto che sembra una delle questioni che gli stanno a cuore). E’ evidente però che se l’immagine che si ha di WM è quella di scrittori di spazzatura commerciale, collusi anima e corpo con il sistema mediatico-editoriale imperante, probabilmente non si ha alcun interesse a discutere con noi di questo. La differenza tra Cortellessa e quell’altra però mi sembra evidente: lui non conosce la nostra attività e non ha letto i nostri romanzi (ma tutt’al più il saggio sul NIE) e quindi non si pronuncia sulla narrativa di WM, ma solo sulle nostre idee in merito all’editoria; lei non li ha letti tanto quanto, perché legittimamente sostiene di avere di meglio da fare, e tuttavia pretende di pontificare. C’è una differenza, ed è quella che mi spinge a considerare come interlocutore quello tra i due che mi sembra il meno scorretto.
    Colgo l’occasione per informare che nessuno dei membri di WM ha frequentato il DAMS né è mai stato allievo (di nome o di fatto) di Umberto Eco. Quando la si smetterà di dire falsità sul nostro conto sarà sempre troppo tardi…

  19. @ Frau Dinosauro
    Quello che dice non è affatto privo d’interesse, anzi è (sarebbe) il nocciolo della questione. Anch’io aderirei volentieri al rasoio empirico proposto da Aldrovandi: si mettono l’uno accanto all’altro «Altai» e, poniamo, «Cristi polverizzati» di Luigi Di Ruscio (del quale, a scanso di equivoci, sono stato l’editore – seppur sprovvisto di registratore di cassa), e si vede subito che cos’è letteratura e cosa no. Ma materialmente i lettori non sono posti nelle condizioni di operare tale scelta, perché 1) in libreria «Altai» è presente a pile (anzi lo si può liberamente downloadare, come ci è stato abbondantemente spiegato) mentre «Cristi polverizzati» praticamente non ha distribuzione; e 2) perché chi entra in libreria è stato educato sin da piccolo non a pane e Bachtin ma a forza di Ammaniti e Mazzantini, e di fronte a un’ipotetica copia di «Cristi polverizzati» non saprebbe neppure da che parte cominciare.
    Per questo parlavo, molti commenti fa, di «formazione del lettore». È quello che dovrebbe fare tra l’altro l’Università (che non a caso qui non è molto amata, mi pare), ma soprattutto servirebbe che quanto si studia lì (per es. Bachtin) lo si potesse far valere in altri luoghi-chiave, per es. nella redazione del supplemento culturale di un quotidiano o in una riunione di consiglio editoriale. Una volta (gli anni Sessanta e Settanta ma del Novecento, caro WM 1; ti farebbe comodo che fosse mille anni fa, lo so, purtroppo non è così) a quei tavoli sedevano gente come Calvino e Sereni, poi è capitato che un tipo integerrimo e puntutissimo come Aldo Tagliaferri addirittura dirigesse la Feltrinelli, e ancora oggi spesso vi si incontrano persone sapientissime e degnissime – è il caso ovviamente di Franchini, appunto – che però sono intimamente convinte che la battaglia ormai sia persa e che, come mi ha detto ieri uno spettatore di «Senza scrittori», chi continua a combatterla – in nome della letteratura – sia come un cavaliere Templare che, persa la guerra, abbia aderito all’Ordine di Malta e faccia volontariato in ospedale. Ti sei ridotto a fare il Santo Barelliere alla Lourdes della letteratura, ha soggiunto sarcastico. Può darsi. Ma appunto sono un tipo ostinato. E a Lourdes capita ogni tanto che si verifichino dei miracoli, o quelli che tali ci appaiono.

  20. @ Andra Cortellessa
    i nostri commenti precedenti si sono incrociati.
    Tu continui a ribadirmi la distinzione tra “testo letterario” e “testo di consumo”. Ok, fino a qui c’eravamo arrivati pure ieri. La “letterarietà” sarebbe, se capisco bene, caratteristica della prima categoria. Ma in base a cosa si stabilisce il discrimine? Me lo vuoi spiegare? Vorresti cioè riempire di significato le locuzioni che usi o le devo accettare come date?
    A latere: continuo a consigliarti di non parlare dei libri che non hai letto. Dovrebbe essere la prima regola deontologica del critico letterario. Io non ho letto i tuoi libri e non ho visto il tuo film, e infatti non mi permetto di proferire verbo. Se tu avessi letto Altai, come ad esempio millanta di aver fatto quell’altra, sapresti da te che NON E’ un sequel di Q. E se per te scrivere un romanzo che dodici anni dopo Q ne riprende alcuni personaggi è scrivere letteratura seriale, scusami ma fai ridere.
    Sul fatto che l’università non sia più formativa, pensi di trovare qualcuno che possa negarlo? Aggiungerei che la scuola non lo è più, visto che all’università arrivano matricole che letteralmente non sanno scrivere in italiano. C’è proprio un problema di alfabetizzazione, prima ancora che di formazione del gusto, rispetto al quale io sono meno draconiano, e ancora un volta più possibilista, di te. Chi l’ha detto che uno che non è stato educato alla lettura sia costretto per tutta la vita a leggere Moccia e nient’altro? Vogliamo dire che non è possibile, auspicabile, sollecitabile, un salto di qualità? Quell’altra lo ha scritto chiaro e tondo, ma io non credo che tu possa pensarla allo stesso modo. Sbaglio?

  21. @ aldovrandi
    In effeti l’affinità tra noi ed Eco fu una questione di cui si dibatté a fine anni Novanta e che venne rapidamente risolta. Da allora nessuno l’aveva più ritirata fuori e adesso che l’hai fatto tu si spande un pessimo odore di naftalina.

  22. @ Wu Ming 4
    A proposito di falsità. Che io non abbia letto «i vostri romanzi» è falsissimo, lo sai bene e dunque continuare a sostenerlo si configura come un atto di profonda disonestà. Fino a poco tempo fa sul vostro sito (che non frequento e non so dunque se ancora vi sia consultabile) avevate trascritto un lungo pezzo da me dedicato a «Q», uscito dieci anni fa sull’«Indice». Poi ho letto per intero, e come si dice con le migliori intenzioni, «54» (anche se non ne ricordo il numero di pagine, eh, sono proprio disattento; devo ripassare anch’io la lezione) e ho pensato che non fosse il caso di continuare a leggere i successivi. Tutto qui. Anni dopo ho letto «New italian epic» e, sebbene vi faccia comodo continuare a dire che non ho letto quel libro, o quello di Evangelisti da me recensito su «Tuttolibri», purtroppo per voi (e per me) è vero il contrario (come il tuo sgarbatissimo numero uno, durante un dibattito, qui o su Nazione indiana non ricordo, fu costretto a un certo punto ad ammettere).
    Se invece di continuare a gridare che non venite letti – o che tornare a sottolineare contiguità di poetica fra i vostri libri e un romanzo di successo di trent’anni fa puzza di naftalina (o fa ribrezzo) – argomentaste su quanto ho detto qui nel commento delle 9.54, faremmo un passo avanti. Sempre se interessa, eh.

  23. @ Gilda Policastro e un altro paio di tromboni
    Tanto per capire di cosa si parla, l’incipit di Altai.
    Dalle stanze del palazzo non arrivano rumori. L’alito del Bosforo e il canto del muezzin accompagnano i viventi dentro la sera, verso una parvenza di quiete. Oltre le finestre aperte, il cielo è un incendio di porpora e oro. Barche di pescatori si staccano dall’Asia e fluttuano sulla corrente di miele. Un pensiero cattura Gracia: i più grandi artisti del mondo – e ne ha conosciuti molti, quand’era in Europa – possono soltanto imitare la bellezza che ci ha dato il Signore; mai potranno eguagliare tanta meraviglia. Ha alzato la penna dalla carta, ora tiene la mano a mezz’aria. Ha gli occhi chiusi e ascolta il canto. Allo spegnersi dell’ultima nota, sigla e sigilla la lettera, infine si rilascia contro lo schienale.
    C’è un romanzo di Wu Ming in cui si parla “come al bar sotto casa” (non sotto casa mia, ci tengo a precisare, lì hanno le vocali aperte e molte delle parole sarebbero incomprensibili ai più) ed è “54”, e sono le pagine memorabili ambientate al Bar Aurora. Quanto mi manca Bottone! Quanto lo vedrei bene in un qualsiasi Senato Accademico…
    Un’accademia che consideri i lavori di Wu Ming e i Wu Ming stessi “fenomeni” (intuisco che lei usi questo termine in senso dispregiativo), dimostra soltanto quanto valido sia il paragone tra università e Feudalesimo che altri hanno già fatto.
    Per quel che vale il mio giudizio di lettore, faccio mia l’idea che un mio concittadino ha espresso durante una presentazione di Altai ai confini del mondo conosciuto.
    Il lettore è colpito dalle storie nei libri di Wu Ming come una macchina dentro un autolavaggio automatico: da ogni direzione, con spazzole, acqua, sapone.
    Faccio mio il primo commento al post, di Luca. (che saluto).

  24. caro @WM4
    io non vi seguo dagli anni Novanta, anzi, non vi seguo, vi ho assaggiati e ho letto un libro vostro e qualche documento in rete perché sono curioso e non butto mai nulla prima di averlo assaggiato, dunque non sapevo che questa affinità fosse una “questione”, non penso di dover leggere tutto quello che scrivete per capire cosa leggo, anzi, più che “non penso” , “so che non occorre …”, come non devo leggere TUTTO Starobinski per capire il rango di Starobinski.
    e proprio perciò, più che lamentarti per l’ “odor di naftalina” dovresti chiederti come mai io, che non ho seguito la questione, senta così forte odor di Dams, di Eco, di facoltà di comunicazione
    io trovo che voi siate interessanti come operazione – interessante non vuol dire che la trovi fertile se non per voi, ma interessante resta – ma che i vostri libri non siano al contrario libri interessanti in quanto opere letterarie, bensì come un prodotto – meno mainstream della Mazzantini – dell’industria culturale, un po’ come la linea Sapori&dintorni della Conad, che è una linea che si dà come di maggior qualità rispetto al mainstream Conad, ma sempre un prodotto Conad è.

  25. Interessante la circolarità (autoritaria) dell’argomentazione: «l’affinità tra noi ed Eco fu una questione di cui si dibatté a fine anni Novanta e che venne rapidamente risolta». Traduzione: la questione «si dibatté a fine anni Novanta e venne da noi rapidamente risolta». Cioè: siccome a voi così non pare, così non è.

  26. @ JohnGrady
    «L’alito del Bosforo e il canto del muezzin accompagnano i viventi dentro la sera, verso una parvenza di quiete. Oltre le finestre aperte, il cielo è un incendio di porpora e oro. Barche di pescatori si staccano dall’Asia e fluttuano sulla corrente di miele. »
    appunto, appunto!!!
    l’alito del Bosforo, la corrente di miele, non ho parole:DDDDDDD

  27. @ Sir Robin
    No. Ma ne sono stati pubblicati stralci in rete, mi pare su Nazione indiana e anche sul sito personale di Di Ruscio. Il libro si può ordinare sul sito de Le Lettere. Inoltre è fresco di stampa un numero della rivista «Nuova prosa», edita da Greco & Greco, che riporta oltre a una quantità di interventi critici (oddio che palle, tutti leccaculo) uno straordinario racconto da lui pubblicato nel 1977, «Apprendistato», che mostra come ribollisse sin da allora la materia del libro pubblicato più di trent’anni fa. Certo, lavorare per trent’anni a un libro, nel tempo in cui secondo i loro stessi autori un saggio pubblicato due anni fa non deve più essere tenuto in considerazione, è davvero una follia. O un miracolo, appunto.

  28. @ John Grady
    Lei che frequenta luoghi ai confini del mondo conosciuto, che attività vi svolge? Quella di pr, press agent, agitprop? Ci ammetta al suo universo ai confini del reale, la prego!

  29. @ Andra Cortellessa.
    Dunque l’ultimo nostro romanzo che hai letto è 54, uscito nel 2002. Be’, sei aggiornato, non c’è che dire, e senz’altro questo ti dà titolo per parlare della produzione narrativa di WM con cognizione di causa e spiegarci quanto essa “abbia subito una marcata involuzione”. Ci credo che non ricordi il numero delle pagine (a otto anni di distanza!), ma forse se avessi letto Altai quest’anno, o anche solo se lo avessi tenuto in mano per qualche secondo, non diresti che è mille pagine (cioè praticamente Il Signore degli Anelli), dato che è lungo meno della metà. Infatti ti do atto di non averlo detto e sto parlando con te, non con quell’altra.
    Però se qui c’è qualcuno che sta svicolando non sono io. E’ da ieri che ti sto chiedendo di spiegarmi la definizione che continui a ribadire tra “testo letterario” e “testo di intrattenimento”, nonché quali siano secondo te le pratiche da mettere in campo per contrastare l’andazzo editoriale prevalente. Le nostre te le ho spiegate tre volte e ho premesso che non sono certo le uniche né necessariamente le migliori. Tu invece che cosa proponi?

  30. @Wu Ming 4
    È corretto, non ho letto vostri romanzi dopo il 2002. Anche tu non hai letto quello che io ho scritto in questi anni, mi pare; ma poco male. Spero che ti ricordi almeno quello che ho scritto qualche anno prima, visto che tu o un tuo amico l’ha caricato sul tuo sito. Però tu non hai letto neppure quello che ho scritto qui, sotto i tuoi occhi, alle 9.54. Provo a ripeterlo, fosse mai che ti fossi distratto un attimo lì ai confini del mondo conosciuto:
    Insomma: non chiedermi una definizione di letterarietà. Non ci casco. Dammene tu una, invece, secondo la quale per es. «Altai» è letteratura alla stessa stregua di «Cristi polverizzati». Il tuo numero uno me ne ha data una, di definizione, in forma di saggio pubblicato non da Ediciclo due anni fa, che non ha convinto me (e non solo me).
    Non hai letto «Cristri polverizzati»? Ahi ahi, allora siamo almeno pari, mi pare. Fattelo prestare dal tuo numero uno, se non l’ha gettato nel cassonetto. Sai, lui ha il ribrezzo facile.

  31. @Andrea Cortellessa
    L’articolo che ha dato il via ai commenti mi sembra interessante. Il primo commento anche. Poi, come spesso accade qui e altrove, si è passati dal livello dei contributi al dibattito a quello degli insulti e delle evidenti castronerie spacciate per competenza critica (non è a lei che mi rivolgo nello specifico).
    Forse leggere l’incipit del romanzo sul quale si sono dette alcune inesattezze, e che io personalmente ho letto dall’inizio alla fine, può quantomeno permettere a chi dovesse imbattersi in questi commenti di farsi un’idea di ciò di cui si parla.
    Ciò senza che si faccia di me, che ho fatto un semplice copia-incolla, un pr o press agent.
    Se una volta esaurita la fase degli insulti si arrivasse magari a quella dell’analisi, io e credo gli altri commentatori che si sono inseriti nella discussione, pur senza aver pretese di critica, ma da semplici cittadini della repubblica democratica dei lettori, saremmo contenti. I contributi mi sembra non manchino.

  32. @ Wu Ming 4
    È salta l’autocitazione, riprovo:
    Ti dice male, perché il tuo (pseudo)ragionamento è lo stesso esposto in «Senza scrittori»: dal momento che non c’è più una definizione univoca di letterarietà (e quando mai ci sarebbe stata? per fare l’esempio più ovvio, al tempo dei formalisti russi – che ne hanno data una a me particolarmente cara – c’era appunto il Bachtin qui evocato da Gilda Policastro – e che vi farebbe molto bene ripassare, aggiungo da portaborse foruncoloso – che diceva cose molto diverse dalle loro; e poco prima c’erano stati James e Forster, ecc., e chiudiamola qui ché è meglio), “allora” tutto si può liberamente considerare «letteratura» (per esempio facendo impunemente partecipare la qualsiasi ciofeca a premi che sino a prova contraria si definiscono “letterari”, pretendendo anche che la ciofeca di turno li vinca) e, “siccome” non si può più distinguere fra testi letterari e testi di consumo, “allora” anche quelli di Margaret Mazzantini (proprio questo l’esempio fatto da Franchini, che a scanso di equivoci è il suo editore) sono «letteratura». Insomma: todos caballeros, e vai col tango! (e vai col registratore di cassa, cioè) […]
    Ora, questo modo di ragionare viene definito da Marx ed Engels, nell’«Ideologia tedesca», appunto «ideologico»: perché mira a coonestare con argomentazioni strumentali, di tipo appunto ideologico, la difesa pura e semplice di una posizione di privilegio basata unicamente sul profitto economico. Il che, come ho detto, più o meno consapevolmente finite per fare anche voi.

  33. @ John Grady
    Porgo le mie scuse. Però i «tromboni», se voleva così pacatamente partecipare al dibattito, poteva risparmiarseli. Sa, ci sono tanti modi di suonare il trombone.

  34. @ Andrea Cortellessa
    L’ho letto il tuo commento di stamattina. Dici che non esiste una definizione univoca di “letterarietà”. Benissimo, tra le varie ce n’è una che tu prediligi? Puoi parlarmene o è un segreto per iniziati? Si può discutere questa idea, o queste idee? La mia non era una trappola, era un invito alla discussione. Fai il critico letterario ed è il tuo pane, no? Da quello che capisco secondo te “Altai” (che non hai letto) non sarebbe letteratura. Ok, perché? Purtroppo non ho letto “Cristi polverizzati”. Puoi fare un’altro accostamento così capisco cosa intendi?

  35. @ Wu Ming 4
    Non so se sia una trappola, ma poni alla discussioni delle condizioni alle quali non è possibile ottemperare. Pretendi che ora io, in 5 minuti su questo post, dia una mia definizione di “letterarietà”? Per fare questo non mi basterebbe una vita di studi, altro che i mesi di discussioni online che hanno preparato «New italian epic». Mi pare però di aver aggiunto, riprendendo un argomento di Aldrovandi, che dovrebbe bastare mettere fianco a fianco, hai ragione non «Altai» e «Cristi polverizzati», ma un qualsiasi premio Strega o numero uno in classifica di vendite degli ultimi dieci anni (e per favore non tirare in ballo Saviano) e – la lista può essere interminabile, ma facciamo pure questo gioco – «Sotto il vulcano», «La cognizione del dolore», «Austerlitz», «W, o il ricordo d’infanzia», «Il ragazzo morto e le comete», «Verso la foce», «L’arcobaleno della gravità», «Tu, sanguinosa infanzia». Tutti libri pubblicati nella seconda metà del Novecento, alcuni meno di quindici anni fa; non negli anni Sessanta di qualche secolo ai confini del mondo conosciuto – come fa comodo pensare a qualche tuo conoscente. Vuoi dei titoli freschi freschi? Servito: «Il tempo materiale», «L’ubicazione del bene», «Sirene», «Senza verso», «Troppi paradisi», «Lezioni di tenebra», «Nel condominio di carne», «Viaggio nel cratere», «Storia naturale dei giganti», ecc. ecc. ecc. Tutti libri letterari, già, anche se ciascuno a suo modo, nessuno dei quali ha vinto il premio Strega né ha scalato le classifiche, né ha trentamila download all’attivo.
    Ecco, sono contento, ho leccato diciassette culi in un colpo solo, fra culi vivi e culi morti.

  36. Mi accodo umilmente, semplice lettore da educare, a quanto detto da Frau Dinosauro e Paolo E., sperando di essere ignorato come loro (al netto dei due commenti di WM4 e di quello di aldovrandi, giuro che ho letto tutta la discussione, ma vado a memoria, se sbaglio perdonatemi), piuttosto che preso a pesci in faccia.
    Dice Frau “I rappresentanti della “critica alta” […] quali modalità concrete propongono? La mia non è affatto una domanda retorica – è quella di una lettrice di media cultura che si rende conto, come credo si rendano conto anche i critici in questione, che la critica e la teoria letteraria a certi livelli NON sono accessibili alla massa dei lettori.”
    Ecco, lasciando da parte questo lunghissimo dialogo fra sordi, in cui le parti in causa non si spostano di un millimetro dalle loro posizioni (forse anche giustamente), ma sopratutto non si danno risposte, accusandosi a vicenda di non darsele, vorrei far notare ai critici che, noi lettori, magari laureati in comunicazione, al dams oppure solo diplomati, che leggiamo in metropolitana o nei ritagli di tempo di lavori precari, non sempre possiamo andare a leggerci critici autorevoli e saggi importanti, quindi avremmo bisogno che, senza banalizzare parlaste con noi in modo semplice a chiaro. Vorrei andarmi a leggere gli autori e i saggi citati, ma forse non ci riuscirò. I WM tentano di dare delle risposte, anche complesse, senza rimandarci a saggi ulteriori, senza dirci che è impossibile ridurre le risposte a brevi post. Magari le risposte non sono giuste, e i toni di WM1 non sono sempre fra i più concilianti.
    Ma quindi torno a porre la domanda di Frau Dinosauro che ho citato.

  37. Centinaia di commenti dopo.
    Mi dispiace di non essere potuta intervenire prima, ma sono blindata in uno studio televisivo di Torino da lunedì. Mi dispiace dirlo con ritardo, ma spero che possa avere un senso ugualmente. Spero che i toni si distendano, da questo momento in poi. Lo spero vivamente, perchè l’argomento è importante anche al di là dell’articolo e del documentario in questione. E perchè alla padrona di casa, come credo sia noto, non piacciono le risse.
    Grazie.

  38. [intervengo dopo il post delle 10.30 di Wu Ming 4]
    Gentili Andrea, Wu Ming e co-commentatori. Ritorno al commento dopo una bufera di interventi, e tento di non essere troppo polemico.
    Pongo subito a Cortellessa la domanda che mi preme: perché i lettori dovrebbero essere tirati su a pane e Bachtin opposti a Mazzantini e Ammaniti? (Da cui segue, ma ci torno poi: in quale scenario possiamo ipotizzare che i lettori vengano coltivati a pane e Bachtin?)
    Bachtin mi è stato utilissimo per mettere a fuoco pensieri che ho espresso nella tesi di laurea e non è raro che ora mi torni in mente leggendo prosa e saggistica. Ma prima, per esempio da studente del liceo, apprezzavo comunque letteratura (e anche spazzatura letteraria, ma sapendo che era spazzatura) e non è che mi sentissi incompleto o carente.
    Non ne avevo davvero bisogno, fino a quando non ho messo, per un breve tempo , i panni del letterato. Che è una delle esperienze che ho fatto nella vita. Ma non è certo l’esperienza fondamentale che me l’ha cambiata, la vita, e nemmeno l’esperienza letteraria per me più importante.
    Non è realistico immaginare una società in cui si cresce a pane e Bachtin, ma soprattutto non è utile voler usare Bachtin per purgare terze persone che si nutrono di Mazzantini.
    E non è realistico, secondo me, sperare di ottenere effetti sul panorama nazionale delle letture e dei lettori compilando pagelle, riferendosi a testi-trumenti che non tutti hanno, promuovendo un idea di letteratura che fa riferimento soprattutto a se stessa.
    D’altra parte, non sono nemmeno convinto che si possa “ridurre” la letteratura a pratiche di scrittura, anche quando le trovo convincenti o stimolanti o intelligenti – cioè lavorare come fa il collettivo Wu Ming, che contemporaneamente, per giustificare il proprio approccio, compie una sua ricapitolazione autonoma e ‘parziale’ (leggeteci un po’ la sfumatura di senso che preferite) di un paio di millenni di letteratura.
    È una sfida in un territorio di confine, tra narratori e accademia, ma vista la frequenza (e la profondità) con cui il collettivo Wu Ming effettua le incursioni in campo critico è normale che chi difende quei territori sfoderi tutte le sue armi per difendere i territori invasi.
    Apparentemente Wu Ming non fa nulla di diverso di quanto abbi fatto, per esempio, Kundera nelle sue conferenze su L’arte del romanzo. Ma WM lo fa al di fuori della cornice accademica e senza invito, e utilizzando una modalità “divulgativa” piana, che troppo spesso manca nel discorso specialistico dei critici, anche quando si rivolgono al pubblico. E pure in rete, accidenti…
    Ora, per tutta una serie di ragioni storiche che non sto a elencare, a me pare evidente che nel nostro paese la critica ha perso una serie di treni, e così pure i letterati. Che per chi si occupa di lettere oggi sia il momento di fare una nuova Verifica dei poteri e ora di ridefinire obiettivi, strategie, alleanze, mappature per me è un dato di fatto.
    È un evento che io attendo, ma capisco che ci vuole un coraggio quasi incosciente a scombussolarsi tutta una serie di quadri di riferimento. È un peccato, per me, che menti acute e appassionate difendano accanitamente una fotezza di cartapesta; per fortuna grazie a questa difesa mi arrivano comunque alcune perle – come la dichiarazione orripilante di Franchini nel documentario di Cortellessa.

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