Francesco Erbani firma l’apertura delle pagine di cultura. Si parla di società letteraria, di premi, e di “senza”. Partendo da un documentario.
«Credo di non aver mai letto un vincitore dello Strega degli ultimi dieci anni»: le labbra strette e l´occhio strizzato, Tiziano Scarpa avrà certo messo in conto che, dicendo questo, la stesse cose potrebbe ripeterle il vincitore dello Strega 2010, infilando anche il suo Stabat mater, Strega 2009, nel buco nero e indistinto dove giacciono i romanzi lasciati intonsi.
Sono i paradossi di quel che resta di una società letteraria. La battuta di Scarpa, raccolta nel catino fumigante del Ninfeo di Villa Giulia, è fra quelle che introducono Senza scrittori, un film documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, critico letterario il primo, regista il secondo, una bella inchiesta prodotta da Rai Cinema e Digital Studio che stasera viene proiettata all´Azzurro Scipioni di Roma, in coincidenza non casuale con la trepidante vigilia del Premio Strega che, appunto, giovedì incorona il suo sessantaquattresimo vincitore.
Senza scrittori è un prolungamento del catalogo stilato da Alberto Arbasino nel suo Un paese senza, un elenco di tutte le cose di cui l´Italia è mancante. Racconta il predominio che la macchina editoriale, soprattutto quella dei grandi gruppi, ha assunto nel mercato della letteratura, dove non ci sono più opere o scrittori, critici o riviste, ma solo libri, solo produzione industriale, solo una filiera perfettamente assestata, e nella quale, però, quella che un tempo si chiamava la società letteraria ha pensato bene di accomodarsi, spintonando un po´ e anche dando di gomito, ma trovando un cantuccio nel quale sistemarsi.
Un cantuccio troppo stretto per Antonio Scurati, che ancor prima di essere battuto per un voto da Scarpa, confessa che, sì, è vero, «da qui uscirò triturato anche dal punto di vista del mio stato d´animo», ma che trova il coraggio di annunciare il suo disprezzo per una «società letteraria dalla quale stasera prendo congedo, vada come vada». Un cantuccio stretto anche per il giovane Giorgio Vasta, che lamenta come «la letteratura venga assunta solo se si incarica di essere manutenzione della realtà e che quando ha l´ambizione di essere qualcosa d´altro, le viene sottratta la fiducia». Un cantuccio che sia Scurati che Vasta guardano sempre dall´osservatorio del Ninfeo di Villa Giulia.
Cortellessa, camicia e pantaloni rossi, si aggira come un bonario diavoletto fra i tavoli imbanditi dello Strega, filma le calzature che stropicciano il brecciolino, sovrappone la camminata di un metaforico pavone e domanda a Francesco Piccolo se questa è una messinscena da commedia all´italiana, ottenendo come risposta che «qui c´è l´Italia, non la commedia, che in fondo era più dolorosa». Fra scalpiccii e risatine stiracchiate, ecco invece il corrucciato Valentino Zeichen: «Decadente? No, non è una società di grandi decadenti, questa è una società frolla, senza scheletro morale, priva di grandi progetti, di idealità. Una società stanca».
Lo Strega mostrerà pure lo spettacolo di una letteratura in cui, sentenzia il vincitore Scarpa, «tutto è vanità». Ma è un po´ come la nazionale di calcio, raccoglie quel che trova. E allora ecco che Cortellessa, sempre di rosso vestito, interroga giornalisti come Stefano Salis e critici come Marco Belpoliti, si sofferma spaurito fra i banchi di Fnac e deliziato fra quelli della Coop – accompagnato da Romano Montroni -, ascolta i due proprietari della storica libreria Tombolini di Roma e il responsabile della Demoskopea. Insomma insegue quella filiera produttiva che incasella lo scrittore e la sua opera, dal momento in cui questa prende forma a quando viene distribuita e recensita, meglio se esibita con il suo autore da Fabio Fazio o dalla Dandini o sul palco di un festival.
E allora il punto culminante non può che essere una visita a Segrate, dove c´è la Mondadori, cioè «la Xanadu dell´editoria italiana, la centrale dove si fanno i grandi giochi della nostra letteratura». Qui interroga Antonio Franchini, responsabile della narrativa Mondadori, che vive la grande scissione, annota Cortellessa, dell´essere scrittore e dell´essere editore. E qui si introduce anche un parola che non si sentiva da tempo: letterarietà. Che cos´è che rende letterario un testo? Può essere la letterarietà a distinguere fra scrittori di successo e scrittori che si concentrano sulla qualità e la sperimentazione, per esempio?
Letterarietà, risponde Franchini, «è un´idea discussa, allargata, non più condivisa». Ma il fatto che le discriminanti siano venute meno che effetto fa? (domanda Cortellessa) «Rende il tutto più divertente, più anticonformista». Il controcanto è affidato a Francesco Cataluccio, ex direttore alla Bruno Mondadori e poi da Bollati Boringhieri: «La società italiana è diventata più cinica, non poteva che diventare più cinica anche l´editoria».
Mister Aldo,
faccia attenzione a sbandierare le affinità, le puzze, le scuole. Sa com’è, la vita spesso si diverte a dispensare sorprese, non sempre gradite. E scoprire poi affinità, collusioni, vicinanze, dei nostri pupilli del momento proprio con i soggetti del vituperio e dell’esecrazione. Perchè lo so che se alla Conad si dovesse trovare i suoi sommellier impasticciati con quel sofisticatore poi ci rimane male. Assaggi con cautela.
Se ha trovato sgradevole l’alito del bosforo, potrebbe accorgersi di aver scambiato per sinfonia l’Eco di un rutto.
L.
p.s.
un abbraccio forte a john grady, ma anche alla lippa (mamma mia che pazienza..), girolamo e altri.
@ Andrea Cortellessa
Lascia perdere i culi, suvvia. L’approccio empirico mi piace. Visto che non siamo platonici, acclariamo che non esiste qualcosa di ontologicamente definibile come “letterarietà”, ma che esiste la letteratura, cioè la forma di espressione umana che produce testo e che ha molteplici finalità (comunicazione, arte, intrattenimento, istruzione, etc.). Ed esiste senz’altro una letteratura più colta e una letteratura più popolare, una più complessa e una di più facile accesso. Le appartenenze all’una o all’altra si possono definire in base allo stile di scrittura, allo sviluppo dell’intreccio, ai temi affrontati, etc. Va da sé che il confine tra i due “mondi” non è una linea netta, ma tratteggiata e che ci sono infinite gradazioni nel mezzo. Ed è qui che le nostre strade si dividono, perché per me quel confine, quella linea tratteggiata è interessante, ed è anche – tra l’altro – un terreno di scontro e di sperimentazione, mentre ho l’impressione che per te quella linea dovrebbe essere rimarcata con un muro bello alto, a presiedere il quale mettere la sentinella della critica letteraria.
Purtroppo sto preparando le valigie per il mio atteso giro d’ispezione dell’Impero Austroungarico (Praga-Cracovia-Budapest) e non posso dilungarmi come vorrei.
Una sola cosa:
C’è un problema con la concezione della letteratura nell’ambito, diciamo, Lipperatura-Nazione Indiana-Carmilla. Lamentare l’industrializzazione della letteratura italiana (e si prendono a esempio le strategie dei premi) e riuscire a proporre come solo rimedio più industrializzazione, cioè favorire i generi della letteratura di massa, magari con l’idea di poterli usare per le ‘buone cause’. Insomma, ‘dalla stessa parte ma più veloce’. Per mantenere l’illusione di una letteratura d’opposizione si finisce per dare addosso ossessivamente ai cosiddetti ‘critici’ che non sarebbero all’altezza dei tempi nuovi, facendo finta che siano loro a condurre il gioco. L’industria viene criticata per la sua promozione dei Giordano e dei Mazzantini mentre dovrebbero promuovere autori di genere che, in realtà, stanno già ampiamente promuovendo in tutti i modi.
Magari il problema è irrisolvibile, specie si poi si pretende pure dalla letteratura una ‘efficacia’ sociale sul modello Saviano (efficacia abbastanza teorica, secondo me). L’unica è forse di fare come i Wu Ming: continuare a scrivere romanzi meglio che si può finendo per ignorare le stesse proprie teorie…
@ Sasha: Da un punto di vista squisitamente letterario, “continuare a scrivere romanzi meglio che si può” non sarebbe un brutto andare.
che commento incomprensibile, quello di @luca delle 12:07
sciolga il pensiero, caro amico, o anche no
@ Paolo S.
neppure io penso che i lettori debbano essere tirati tutti su a pane & Bachtin, o peggio ancora che Bachtin o Starobinski debbano servire come una clava per epurare i lettori, cosa per altro impossibile, ma è sempre utile, per capirsi, chiamare un coltello coltello e non forbice, un piatto piatto e non vaso, e chiamare kitsch il kitsch, chi poi vuole continuerà a nutrirsi di kitsch, ma davvero gli farà così male saperlo? o non saperlo contribuirà a soffocare quello che kitsch non è e che dovrebbe essere patrimonio comune?
E dovrebbe essere patrimonio comune per quella parte di verità che la parola e la scrittura che rifugge dal kitsch conserva per tutti quanti, tutti, sempre, mentre la parola usurata del kitsch non è innocua, chiude porte, non le apre.
Quello che viene difeso difendendo certi autori e non altri non è una fortezza di cartapesta, è un patrimonio che se pure non è frequentato quotidianamente da tutti, garantisce a tutti che la parola possa essere ancora, per chi vorrà e quando vorrà, un luogo di verità, non un luogo di riproduzione seriale di sentimenti usurati, anche di sentimenti estetici usurati, come quelli che solleticano incipit come quello riportato qui da JohnGrady:
«Dalle stanze del palazzo non arrivano rumori. L’alito del Bosforo e il canto del muezzin accompagnano i viventi dentro la sera, verso una parvenza di quiete. Oltre le finestre aperte, il cielo è un incendio di porpora e oro. Barche di pescatori si staccano dall’Asia e fluttuano sulla corrente di miele. Un pensiero cattura Gracia: i più grandi artisti del mondo – e ne ha conosciuti molti, quand’era in Europa – possono soltanto imitare la bellezza che ci ha dato il Signore; mai potranno eguagliare tanta meraviglia. Ha alzato la penna dalla carta, ora tiene la mano a mezz’aria. Ha gli occhi chiusi e ascolta il canto. Allo spegnersi dell’ultima nota, sigla e sigilla la lettera, infine si rilascia contro lo schienale»
Mica gli posso impedire di scrivere così, neppure voglio, come non mi sarebbe mai venuto in mente di impedire a qualcuno di pubblicare e leggere Grand Hotel, certo, se però si sostiene che Grand Hotel è uguale a Gadda, comincio a preoccuparmi, qualcuno a forza di sentirselo dire finirà per crederci, e questo no, non solo non mi garba, mi pare grave.
@ aldovrandi: ma guarda che qui nessuno sostiene che Gran Hotel è uguale a Gadda. Semplicemente si sta dicendo – leggasi il mio commento precedente delle 12:10 – che la letteratura non può essere ridotta a due estremi, perché nel mezzo c’è di tutto.
@ aldovrandi
il problema è che piatti forbici vasi e pentole sono oggetti mentre il kitsch
è un concetto, il quale applicato all’arte e dintorni di oggettivo non ha nulla, per quanto poi si formino sempre dei gusti più o meno condivisi in ogni epoca.
per te, @WM4 , sono sicuro che tu lo sai, il problema è che finisce per non saperlo JohnGrady, è il risultato che mi preoccupa, dovuto alla poca chiarezza che anche tu cavalchi, perché se non la cavalcassi non insisteresti con Cortellessa perché ti desse una definizione di “letterarietà”, o la conosci e sei in grado di difenderla pur continuando a scrivere quello che scrivi, come fa per esempio Camilleri, che sa di non essere un autore letterario, bensì un godibile scrittore di consumo, o ci marci confondendo le idee ai JohnGrady di turno.
Ma a me pare che questa confusione faccia comodo a molti.
@ aldovrandi
Eppure a me sembra di essere stato chiaro: ho detto che per me la “letterarietà” non esiste, esiste solo la letteratura. All’interno della letteratura possiamo fare tutte le distinzioni che vogliamo, purché si sia in grado di motivarle in qualche modo (cosa che finora nessuno qui ha fatto, per mancanza di tempo e di voglia). Il problema è pratico, credo, non statutario: cioè far emergere della buona letteratura a discapito di quella meno buona. Tensione verso il meglio contro gioco al ribasso, o, se preferisci “verità” versus “sentimenti estetici usurati”. Per questo, consapevole dei miei troppi limiti, rispondevo a Sasha che “continuare a scrivere romanzi meglio che si può non sarebbe già un brutto andare”. Penso che concorderai.
Scusate la fretta, ché oggi, di tempo da passare davanti al pc, purtroppo non ne ho. Mi limito solo a riportare un parziale scambio di battute (di alcuni mesi fa) tra Policastro e T.Pincio comparso in bacheca (e quindi pubblico) sulla pagina Facebook di G.P. L’argomento in questione è Altai.
Oltre ad alcune costanti riscontrabili in qualsiasi intervento della Policastro quali il disprezzo nei confronti dei lettori (razzismo intellettuale, appunto) o lo sguardo nostalgico/reazionario costantemente rivolto al passato – veri e propri topoi della scrittura “policastriana”- nell’intervento riportato in calce si possono ravvisare anche “raffinati” metodi di critica testuale adottati dalla persona in questione, criteri che hanno indotto la “Nostra”a definire, tra uno sbadiglio e l’altro, l’opera del collettivo… romanzo dietrologico.
Ecco un assaggio indicativo di come G. Policastro (che negli spazi di Lipperatura, dall’alto della sua torre d’avorio, elargisce lezioni di stile a destra e a manca) abbia letto Altai:
“… non è la paratassi, il problema, ma la lingua che si fa parlare a un romanzo ambientato nel 500. E poi ancora romanzi neostorici, ancora il complotto…io sbadiglio e mi chiedo: ma perché devo leggere ‘sta solfa, con tutto quello che c’è da leggere? Ma piuttosto la Storia della colonna infame, nella nuova bella edizione di Luigi Weber. No? Il motivo per cui appassiona tanti lettori è che scorre via veloce, non c’è nessun intoppo. io sono arrivata a p. 60 in mezz’ora di lettura in metropolitana. 60 pp. di Proust, in mezz’ora (e soprattutto in metro) non le leggi, perché ogni riga ti apre un mondo, e ti ci perdi.”
Evidentemente se in 60 pagine lette non ha trovato nemmeno una subordinata significa proprio che le mancava la lanterna :-))))
…o forse è tutto un problema di neon (tipo di luce che notoriamente non facilita la lettura) sulla metro ;-))
@WM4
come si fa a non concordare che “continuare a scrivere romanzi meglio che si può non sarebbe già un brutto andare”. Del resto è così generico. Fare ogni cosa meglio che si può è sempre meglio di farla peggio che si può.
@annaluisa
questa frase della Policastro che citi: «60 pp. di Proust, in mezz’ora (e soprattutto in metro) non le leggi, perché ogni riga ti apre un mondo, e ti ci perdi.”»
potrebbe essere un modo non troppo indiretto di definire il concetto di “letterarietà”.
Possiamo convenire che un testo “letterario” propone a ogni riga non soltanto quella piatta riga ma una complessità che non è solo verbale, ma appunto di mondi e rimandi a mondi, di significati plurimi che a ogni lettura si aprono? Il contrario cioè della lingua inerte e della lingua menzognera del kitsch? E non occorre abusare in ipotassi, non occorre farla difficile.
@ “Fare ogni cosa meglio che si può è sempre meglio di farla peggio che si può”. Se sai, o immagini, come vanno le cose nell’industria editoriale sai anche che questa banalità di base non è tanto scontata. Anzi.
Stefano Petrocchi, coordinatore esecutivo del premio Strega, in un’intervista di oggi ad Affaritaliani.it, tra le altre cose se la prende con il documentario “Senza scrittori”…. il link all’intervista:
http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/premio_strega_stefano_petrocchi300610.html
Non era Pavese che diceva che se qualcosa nasce come letteratura, nasce morta? E non è proprio segno di letterarietà la certezza che quando essa realizza forme nuove esse vengono sempre respinte, spesso con violenza, soprattutto da chi si arroga il diritto di riconoscerle?
.
E’ bene per un lettore interrogarsi e chiedersi che cosa sia letteratura e cosa no ma io ho sempre più forte la sensazione che chi scrive non dovrebbe occuparsi della propria letterarietà più di quanto chi vive non dovrebbe pensare al colore del marmo che si userà per la sua lapide.
That’s my 2 cents.
@WM4
può essere, comunque come vedi, e lo trovo assai onesto, parli di industria editoriale, non di letteratura, e benché senza editoria nessun libro arrivi al lettore, dietro, o prima, c’è un altro “contratto” chiamiamolo così, preliminare, che ogni scrittore fa con la propria tradizione letteraria e il proprio tempo, e che non sempre si materializza in un contratto editoriale.
E’ una via cosparsa di fallimenti, e non da oggi, molti grandi libri novecenteschi hanno corso il rischio di non arrivare al lettore, che anche allora preferiva il kitsch di una Courths-Mahler.
il contratto che la vostra attività di scrittori ha stipulato con la tradizione e il vostro (e anche mio) tempo, si sembra, allo stato, criticabile, benché industrialmente di qualche vantaggio per voi.
La cosa non mi disturba, come ho detto, mi disturba solo che per promuovervi tendiate a ridicolizzare un’idea di letteratura più complessa e chi quella letteratura che, ripeto, è patrimonio di tutti, la difende. Guai a noi tutti, anche a voi, se morisse davvero.
E con ciò, temo di dovermene andare, almeno per ora.
@ aldovrandi
se un’idea di letteratura più complessa fosse stata qui espressa forse avremmo anche potuto “ridicolizzarla”, come dici tu. Ma ciò non è avvenuto. Abbiamo raccolto solo insulti (liberisti, servi del sistema editoriale, oltreché pessimi scrittori, indegni di essere considerati “letterari”). Quando poi è stato chiesto in base a quale idea di letteratura i nostri libri sarebbero da considerarsi trash (o kitch, o che dir si voglia), non è pervenuta alcuna risposta articolata.
Avercene di critici letterari.
Meno male che manca un giorno per il premio Strega. Chissà, dal vincitore o dalla vincitrice sapremo meglio cosa è il concetto di lettararietà, oppure potremmo capirlo dalle facce e dalle conseguenze del sudore.
P.S. Per quelli che intervenendo mettono le mani avanti, dicendo di non essere esperti, di non poter competere con W 1/4 e Cortellessa e infarciscono questa falsa umiltà di commenti condivisibili e sensati: siete irritanti come una zanzara tigre in un pomeriggio afoso.
Questo è un blog e ognuno può dire la sua, senza strafare. Magari.
Ogni riga… ogni parola… ogni virgola.
L’industria.. la complessità.. la tradizione letteraria.
Se la densità delle minchiate per riga è un buon indice di letterarietà, qua in giro c’è Dante.
Anzi almeno un paio. Mica siamo messi male, allora!
L.
@ WM1
essì, sto diventando buono 🙂
scherzi a parte, avevo ragione almeno su una cosa: chiamali “dottore” invece che “professore”, e vedi come s’incazzano.
altri scherzi a parte: un giorno un tale, nell acittadina diRugby, stanco del tric trac del fùtbal prende la palla con le mani e s’inventa un’altra cosa. Da allora in poi, uno sport da delinquenti giocato da galantuomini, copme pare dicesse Wilde. Sulle tribune, il circolo dei corrispondenti della pagina sportiva dell’Earl Grey Times e del supplemento settimanale del Lipton Sunday continuarono a blaterare sull’irregolarità della presa con le mani, sulla grevità del pallone ovale (degno di esere menzionato, scrisse qualcuno, solo per essere stato stroncato sul piccolo ma prestigiosissimo Cup of Tea Manifest), sull’illogicità del passaggio all’indietro, e via scrivendo. Paginoni buoni, per la loro dimensione, a scaldare i misrabili dormienti all’adiaccio in Victoria Station, bisogna rendergliene merito. Ma cosa avrebbero dovuto fare i rugbysti: uscire dal campo come i pallanuotisti di Moretti dalla piscina, e andare a discutere sulle gradinate?
@ Valter Binaghi
Sono diventato talmente buono che quoto le tue pacate riflessioni.
Scusate, tastiera nuova e sguardo stanco. Lo riposto corretto.
@ WM1
essì, sto diventando buono 🙂
scherzi a parte, avevo ragione almeno su una cosa: chiamali “dottore” invece che “professore”, e vedi come s’incazzano.
altri scherzi a parte: un giorno un tale, nella cittadina di Rugby, stanco del tric trac del fùtbal prende la palla con le mani e s’inventa un’altra cosa. Da allora in poi, uno sport da delinquenti giocato da galantuomini, copme pare dicesse Wilde. Sulle tribune, il circolo dei corrispondenti della pagina sportiva dell’Earl Grey Times e del supplemento settimanale del Lipton Sunday continuarono a blaterare sull’irregolarità della presa con le mani, sulla grevità del pallone ovale (degno di esere menzionato, scrisse qualcuno, solo per essere stato stroncato sul piccolo ma prestigiosissimo Cup of Tea Manifest), sull’illogicità del passaggio all’indietro, e via scrivendo. Paginoni buoni, per la loro dimensione, a scaldare i misrabili dormienti all’adiaccio in Victoria Station, bisogna rendergliene merito. Ma cosa avrebbero dovuto fare i rugbysti: uscire dal campo come i pallanuotisti di Moretti dalla piscina, e andare a discutere sulle gradinate?
@ Valter Binaghi
Sono diventato talmente buono che quoto le tue pacate riflessioni.
No, scusate, questa cosa della velocità di lettura come indice di letterarietà è una stronzata colossale. Ho fatto una fatica infinita a leggere un “romanzetto d’intrattenimento” (che manco vi cito ché non se lo merita) mentre ora che mi sto leggendo Spaesamento di Giorgio Vasta lo sto sbranando alla velocità della luce. Ma di che parliamo?
E anche ‘sta storia delle tirature e della visibilità… Qualcuno allora mi spieghi perché un libro giallo medio (cioè il 90% dei gialli pubblicati, alsciate perdere i soliti quattro nomi) vende circa 800 copie e riceve (se la riceve) mezza recensione. Scrivere gialli, oggi, è un errore stretegico!
Poi ci sono libri bellissimi come quelli di Giorgio Falco (lunga vita a Giorgio) che hanno avuto una visibiltà sui quotidiani altissima, recensioni straordinarie, partecipazione a premi prestigiosi, lui stesso collabora con La Repubblica, eppure l’Ubicazione del bene non ha venduto più di tanto.
E’ tutto molto, ma molto più complicato, cazzo.
Focalizzare lo sguardo solo su un fenomeno può aiutare a capirlo fino ad un certo punto. Diventa uno sguardo ideologico (così come ci insegna il buon vecchio Carletto). Ho una teoria, decido che quella è la verità e raccolgo le prove per dimostrarla tale.
Saramago o McCarthy hanno venduto da Best Seller (e gli esempi “alti” sono infiniti. Vi rammento che Kafka è uno degli scrittori più tradotti e venduti al mondo), come me lo si spiega?
Una volta dissi a Moresco (che mi diceva che a lui interessa essere letto dal quel centinaio di persone) “be’, fatti cento fotocopie e regalale ai lettori che ti interessano. Cosa pubblichi a fare, allora?”
Si pubblica perché si vuole essere letti, non prendiamoci per il culo. Io, per me, vorrei che Cristi Polverizzati vendesse milioni di copie. Solo che poi se diventa un best seller perde di letterarietà?
Il mercato è drogato da fenomeni extraletterari, questo è il problema, ed è esposto nel commento di Scarpa. Di fronte a un Volo non c’è gioco. Altro che farsi le battaglie navali fra di noi.
(a Loredana dico: sì Giorgio ha meno di sessant’anni. Ma io perché devo esultare ogni volta che leggo un suo pezzo su Repubblica, al posto di trovarlo naturale, ovvio, scontato, così come dovrebbe essere? Anch’io ho trovato disturbante, come Cortellessa, vedere in prima pagina una Avallone a pochi giorni dallo Strega. Questo è l’extraletterario che droga ogni ragionamento. Altro che ipotassi o paratassi)
@aldovrandi
ti ringrazio per avermi utilizzato come esempio di lettore che si lascia confondere. Indice di una grande maturità e capacità di affrontare le discussioni, devo dire.
Avrei apprezzato maggiormente una discussione sui contenuti di quello che ho postato relativamente ai motivi che mi hanno spinto a postarlo, che puoi leggere tu stesso salendo di qualche post. Tutto qua.
Il problema di certi fautori della letteratura alta, e in genere di tutte le guardie armate dell’alto vs basso, è che sono capaci solo di parlare davanti a una classe (che segretamente disprezzano), e sfuggono sistematicamente il confronto.
Come diciamo qua: “buona!”
Permettetemi una considerazione.
Se l’ idea di letteratura è talmente complessa da richiedere una intera vita di studi, se un gusto letterario adeguato richiede una istruzione universitaria (non solo: DI UNA BUONA UNIVERSITA’), allora permettetemi ma la situazione è sconfortante.
Da un lato perchè ne viene fuori un’idea di letteratura abbastanza elitaria: quanti di noi miserabili lettori comuni si possono permettere una formazione di quel livello, sia a livello economico che esistenziale ( se a me piace fare l’ingegnere allora non ho il diritto di leggere Dante con tutti i mezzi necessari a goderne fino in fondo)?
Quante persone comuni hanno il tempo e le risorse mentali e spirituali per formarsi un gusto letterario su saggi di centinaia di pagine?
Dall’altra parte risulta chiaro il motivo per cui la scrittura cosiddetta di qualità non risulta più al passo con i tempi, e fa sempre più fatica a raggiungere il pubblico. Semplicemente perchè non si rivolge più ad esso. I lettori di oggi se da una parte sono enormemente aumentati e questo è positivo, dall’altra non hanno i mezzi per sviluppare un certo tipo di gusto. Le case editrici che sono aziende se ne sono rese conto, e sono sempre meno interessate a far arrivare in libreria opere di alto livello si, ma che sono comprensibili solo dal pubblico erudito delle facoltà di lettere di cinquant’anni fa.
La critica di oggi quindi, oltre che giustamente sottolineare le pessime condizioni dell’editoria attuale, dovrebbe anche accorgersi che le vie di educazione alla alta letteratura che propone sono inefficaci nella stragrande maggioranza dei casi; ponendosi di fatto il problema di percorrere strade diverse per rendere più consapevole il grande pubblico.
E’ anche una questione di giustizia. Il passo del conte Ugolino mi fa piangere ogni volta che lo leggo. Sono perfettamente consapevole che con una migliore preparazione e con una certa sensibilità artistica mi piacerebbe assai di più. Sentirmi sbattere bellamente in faccia che se non sono laureato in lettere non sarò mai in grado di capire dante fino in fondo, per di più da parte di persone che sembra non porsi neppure il problema di come porre rimedio a questa situazione onestamente mi fa una certa rabbia.
ciao a tutti,
direi che al di là dei toni, il carteggio tra wu ming 4 e cortellesa, perchè di questo in fondo si tratta, con la rapida incursione di tiziano scarpa, sia molto interessante, qua e là appaiono intuizioni o evidenze sulla letteratura e/o l’industria culturale che difficilmente si trovano altrove.
c’è però una frase tra i commenti che mi è rimasta impressa, l’ha scritta cortellesa, e credo sia il punto centrale che ha poi causato lo sbandamento della discussione e il rinforzamento preventivo e aprioristico delle proprie posizioni.
la frase è: “Ovviamente dal mio punto di vista il primo passo è evitare di contribuire, intenzionalmente o meno, all’indottrinamento mediatico di cui sopra, per esempio con saggi che sviluppino teorie letterarie sulla base delle peggio ciofeche da intrattenimento-indottrinamento”.
senza entrare nel merito del saggio in questione, nè dei giudizi di valore espressi da questa frase, credo però che una teoria, sia pure letteraria, possa essere messa in piedi ricorrendo non solo all’analisi dei capolavori, ma anche allo studio di ciò che capolavoro non è. se penso a come è venuta fuori gran parte della teoria semiotica tra gli anni sessanta e settanta, ricordo soprattutto in estrema sintesi eco e barthes mentre tentavano di decostruire e sistematizzare le strutture soggiacenti alle mitologie ed alla comunicazione pubblicitaria, cioè quanto di più lontano dall’analisi di capolavori – il catch, le patatine fritte, la campagna pubblicitaria della citroen o di una qualsiasi marca di sapone.
quello che voglio evidenziare è proprio questo: a mio parere, mentre wu ming 4 e gli altri componenti del gruppo difendono e promuovono la teoria sintetizzata poi nel nie, cortellesa invece sembra difendere e promuovere un canone – almeno questo riscontro leggendo il lungo elenco di libri che cortellesa ha inventariato qualche commento fa.
è chiaro che la mia è una versione parziale, riguarda esclusivamente quanto emerso da questo post e dai suoi commenti, e dalla lettura ormai lontana del saggio dei wu ming, ma credo che sotto la discussione ci sia proprio una differenza non riconciliabile di sguardi: lo scarto tra una teoria, seppure dal carattere fenomenologico (se non ricordo male), e un canone. e la cosa mi pare anche divertente: anche perchè io da uno scrittore mi aspetterei un canone, da un critico una teoria, e qui mi sembra tutto capovolto.
mi piacerebbe sapere cosa ne pensate di questo – magari riesco a capire se non abbia fatto casino e travisato le vostre posizioni.
grazie
giuseppe
Scusate ma questa discussione me ne ricorda un’altra su Nazione Indiana a proprosito di NIE e dintorni, dove anche lì alla fine ci si prendeva a mazzolate. Mi sembra che si tenda a considerare il passato una sorta di mitica età dell’oro, una sorta di paradiso terrestre della produzione e della circolazione letteraria, come se in questo fantomatico passato il pubblico di lettori fosse fatto da milioni di eruditi e fini degustatori della letteratura alta. Un paese in cui la stragrande maggioranza dei cittadini era analfabeta, vorrei ricordare. E non si parla di preistoria ma del novecento. Sulla politica editoriale quoto Gianno Biondillo. Ma per favore non venitemi a dire che una volta sì che la grande letteratura (ma cos’è sta grande letteratura?) era a portata delle masse o che avesse più probabilità di arrivare a enormi quantità di lettori . Eddai, eh, non prendiamoci in giro.
Si richiede una precisione filologica (il numero esatto delle pagine di Wu Ming, addirittura: ricordo vagamente che era un mattone, me lo prestò un amico, lo lessi effettivamente ben oltre la pagina 60 testé ricordata, citando una discussione che non è scolpita sul marmo, ma divulgata via Fb, e dunque suscettibile di evoluzioni ulteriori), entro un thread come questo, in cui sono le stesse categorie di base ad essere evocate impropriamente. La letteratura, la letterarietà: e vogliamo, allora, perché no, recuperare il concetto più ampio di artistico? Possiamo ancora distinguere una crosta dilettantesca da un quadro di Kiefer? Sì, vivaddio, possiamo. Non si capisce perché rispetto alla letteratura (letterarietà, valore artistico) si debba essere così tolleranti.
Mi viene così difficile tornare su punti per chi ha letto e postillato non dico Spitzer o Contini, ma anche solo (chi è uno che possiamo aver letto tutti…Barthes?), sono l’abc di una qualunque discussione, ma pazienza. Veniamo all’esempio, allora, il copiaincolla lo so esercitare anch’io:
Che fu trascorso quell’istante di opacità, subito le schermo riprese la sua funzione ma più vivido, cangianti le ombrìe, psichedelìe di memorie proiettate, pervadente l’oblìo tecnicolore, che gemina lucendo in un sol punto, un punto solo la sua ansia e placa. – Si scostò un istante da quel punto, in cui ella poteva avere l’impressione di dominare il seriale anfiteatro del monitor; per incappare quindi nel bulbo della camera rotante – lì pure, in sala di controllo, inaccessibile scrutante sul deserto intermittibile delle cose in un quadro. Suo minimo punto di strizza nel cuore, aggrappatasi al guscio della tuta nera di Magoga, così che le parve squittire, pupille puntasse allora sull’intermittente a lei occhioso semicerchio degli schermi.
Ora, signori Wu Ming, loro estimatori aprioristici e sostenitori a spada tratta: una differenza tra l’incipit postato più sopra, dei Wu Ming medesimi, e questo passo la vedete o no?
Se non la vedete, occorre tornare di corsa sui banchi di scuola, e siccome qualcuno metteva in dubbio le mie capacità pedagogiche, vediamo se qui mi riesce di dare un bignamino essenziale di stile.
Perché il passo che ho riportato, di cui per il momento non dico la provenienza, lo considero letterario, e quello di Wu Ming no? In ordine non di priorità ma di “evidenza”:
1) il ritmo, la sintassi: è una prosa evidentemente, immediatamente alta (senza essere però belletterista), che crea un disturbante effetto di disorientamento invece che il pacificato dominio affabulatorio (e pacificante) del reale da romanzo seriale, grazie a una estrema mobilità (da un tempo all’altro, da una percezione alla successiva, entro un cronotopo comunque incerto e misterioso), musicalità e coerenza (ed è evidente che la sintassi nel suo complesso non si esaurisca certo nell’utilizzo di UNA subordinata temporale ogni tanto, il che è OVVIAMENTE inevitabile. Quando parlo di sintassi parlo di andamento ritmico, di una prosa che bisticci con le attese del lettore e lo solleciti effettivamente a entrare nel testo, e attraverso il testo in un mondo – in questo caso il mondo caro all’autore della multimedialità e della vita dello/ nello schermo – invece di imporgli, ripeto, l’affabulazione della paratassi – paratassi come concezione ideale della scrittura, non come PRESENZA CONCRETA DI SOLE PARATATTICHE, la qual cosa è impossibile pure per un maestro del genere come Ilvo Diamanti);
2) la ricerca in chiave espressionista che tocca la sintassi (l’inatteso “pupille puntasse”, dopo un tempo narrativo come l’imperfetto, per fare solo l’esempio più eclatante) riguarda evidentemente l’ambito semantico, del significato (così la costruzione di immagini inedite come il ”seriale anfiteatro del monitor”), così la morfologia e il lessico (le desinenze inattese di ombrìe, psichedelìe, occhioso, intermittibile).
3) la forma: il brano l’ho isolato da una serie di micro sequenze narrative, che insieme determinano narrazione, cioè sviluppo, evoluzione, ma verso la complessità, non verso un andamento lineare (l’attesa, ovvia, banale, elementare, vetusta, corrotta, ammiccante, furba, facile, seriale TRAMA).
Potrei continuare per ore. Ma mi basta. Mi basta dire che il libro in questione è Crema acida, che l’autore è Tommaso Ottonieri, e che l’editore è Manni. La terza implica che il libro quei lettori-acquirenti di cui abbiamo parlato finora non l’abbiano mai nemmeno visto passare per sbaglio in una qualche libreria che non fosse a Lecce (sede dell’editore in questione) e che, di conseguenza, l’autore Tommaso Ottonieri non abbia potuto minimamente sognarsi di acquisire quel potere contrattuale fieramente rivendicato dai signori Wu Ming, meno che mai accedere ai meccanismi combinati dei premi.
Singolarmente, negli ambienti della critica e delle riviste, non vi è nessuno che si possa permettere di ignorare Ottonieri, il suo posto nella prosa degli ultimi direi trent’anni, dal momento che il suo esordio (che vi risparmio, perché se l’incipit di Wu Ming era letterario, quello delle Memorie di un piccolo ipertrofico potrebbe seriamente spaventarvi).
Questo per me è un problema. E quando qualcuno, nel thread (chiedo scusa se non ricordo chi) mi chiedeva come si fa a fare in modo che Bachtin o in generale la teoria letteraria diventino patrimonio di tutti, la risposta è elementare, ovvia come la trama di un romanzo seriale: esistono le istituzioni, la formazione al gusto (che non è il giudiziuccio estemporaneo dei fanatici del web, ma l’esito di un discorso culturale e sociale) può e deve passare ancora attraverso le università e la scuola. Il problema è che fino a qualche tempo fa passava anche per le terze pagine e l’editoria (e lo stesso Franchini nel doc di Andrea ricordava come un manoscritto potesse ricevere almeno tre letture diverse, prima di venir pubblicato: oggi, evidentemente no), mentre oggi i contrappesi del mercato si sono ridotti. Io ripartirei da qui, perché per me il problema è questo: la confusion delle persone, per dirla dantescamente, cioè dei ruoli e delle funzioni (a costo di passare per elitaria, reazionaria e tutti i nuovi epiteti che i signori Wu Ming sapranno generosamente trovarmi).
Lo scisma avvenne sulle Scritture. Non dovevano essere stampate, non dovevano essere tradotte. Non dovevano essere lette.
Gliele dovevano spiegare loro, a quei cazzoni. Qual era la via per il paradiso. Cosa era giusto, cosa sbagliato, cosa importante o bello o brutto.
Per un po’ di persone, di certo, quella era proprio l’età dell’oro.
Paola, pensa a un fabbro, oggi. Mestiere duro, salario medio-basso, considerazione sociale scarsa. Eppure, duemila e più anni fa, erano i detentori del segreto del fuoco, abitavano la caverna di Vulcano. Un potere enorme.
Si può avere nostalgia anche di chi non si è mai stati.
E’ del tutto comprensibile.
L.
(è saltato lo spazio prima e dopo la citazione postata: spero questo non ne infici la possibilità di lettura).
(ci sarebbe pure un bellettrista con una e in più e una frase che non chiude, a un certo punto: ri-scusate).
@Vincent
non so se ero compreso nel PS, ma è abbastanza plausibile e mi ci considero. Hai ragione sull’essere irritante, è che di solito vengo qui per leggere cose interessante e dibattiti costruttivi (come forse, dopo centinaia di commenti, questo comincia ad essere, fatto salvo qualche spiraglio precedente), cui davvero non partecipo perché per quanto questo sia un semplice blog, cerco di mettermi anche nei panni di chi legge, e non credo di avere in tasca così tanti interventi illuminanti da diffondere.
Detto questo, oggi strappo alla regola, perché da lettore mi sono sentito chiamato in causa, e mi sono anche io irritato… se i qui presenti critici, e non solo loro, vogliono dividere il mondo in letteratura alta e tutto lo schifo rimanente è un problema loro, di certo da lettore, che dovrebbe venire educato da tali critici, questo atteggiamento mi sembra un voler tagliare i ponti. I WM quando argomentano si fanno capire anche da me, WM1, che spesso esagera con i toni (ma è in buona compagnia), se cita lo fa dando spiegazioni (vedasi la discussione su Saviano su Giap).
Ora i critici dovrebbero capire che o pretendono di parlare ad altri critici e fini letterati che non hanno però bisogno dei loro insegnamenti, oppure imparano a comunicare con noi lettori un filino più ignoranti 😉 . Inutile citare Bachtin senza spiegare. Anche se questo è solo un blog, anche se il loro è solo un commento fra i tanti. Se vogliono salvare i mediocri lettori ed educarli, provino a dialogare… non posso dedicare tutta la vita a studiare, formarmi e approfondire, solo per poter capire cosa dice un critico. E non è tirando su un muro fra la mia ignoranza che mi porta a leggere Proust ma anche WM, e la loro profonda cultura che si dialoga.
In sostanza quella che è stata mossa a WM è una critica di tipo, diciamo così, politico-letterario, articolata in tre argomenti.
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1) A prescindere da qualsivoglia tattica non-commerciale, orizzontale, partecipativa, anti-spettacolare messa in atto da WM, il nostro peccato originale sarebbe avere accettato la sfida del mercato e le sue ferree logiche, divenendone così complici e/o apologeti più o meno inconsapevoli.
2) Il nostro saggio del 2008, “New Italian Epic” sarebbe altrettanto organico al peggiore mercantilismo editoriale, poiché svilupperebbe una teoria letteraria basata su ciofeche da intrattenimento-indottrinamento, in questo modo nobilitandole (da cui si deduce – come fa notare qui sopra giuseppe zucco – che l’unica riflessione letteraria legittima sarebbe quella basata sulla letteratura colta e di élite).
3) I nostri romanzi sarebbero testi non letterari, quindi anch’essi annoverabili tra le ciofeche da intrattenimento per gonzi e in tutto funzionali al sistema mediatico-mercantile.
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Rispetto a questi tre argomenti Cortellessa è stato più volte sollecitato – e da diversi interlocutori – a esprimersi in merito a quale sia la strategia d’azione alternativa che lui indicherebbe nei confronti del mercato editoriale e quale il canone di letterarietà in base al quale formula il suo giudizio (lasciando perdere la conoscenza dei testi giudicati che, almeno per quanto riguarda WM, ha confessato essere scarsa).
E’ trascorso un giorno e mezzo e non ha MAI risposto.
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Ora finalmente, dall’altra campana, ci giungono un esempio e un po’ d’analisi testuale (è pur qualcosa!). E un’enunciazione d’intenti strategici: occorre educare al gusto letterario, occorre rendere colti i lettori ignoranti affinché i romanzi di Ottonieri (preso ad esempio tra i tanti) possano campeggiare sui banchi delle librerie senza essere sommersi dalle ciofeche commerciali. In quel radioso avvenire in cui il popolo sarà stato educato, finalmente la letteratura alta surclasserà la letteratura popolare e i romanzi di Ottonieri (o chi per lui) andranno via come il pane al posto del Codice Da Vinci.
Be’, compagni commissari, rimboccatevi le maniche perché sarà un lavoraccio. Far digerire la pagina sopra citata alle persone che legittimamente vogliono ascoltare una buona storia senza bisogno di un esegeta che gliela spieghi parola per parola sarà davvero dura. Non mi meraviglio che in trent’anni, voi dell’ambiente delle “riviste” e della “critica”, non ci siate riusciti. E immagino sì, che sia un grosso problema. Chissà, magari abbastanza grosso da suggerirvi qualcosa.
Buona fortuna, comunque.
@ Gilda. Pensavo che «l’abc di una qualunque discussione» fosse il rispetto per l’interlocutore, non la lettura di [nome a piacere]. Comunque, anziché soffermarmi sulle valutazioni del brano di Ottonieri ti do ragione su un punto: un certo discorso ha smesso di passare attraverso le terze pagine e [“certa” direi io] editoria.
Accettato ciò, la smettiamo di dare la colpa al mercato e al popolo bue e alle tivù di Berlusconi e valutiamo un po’ il percorso fatto dal discorso letterario in Italia negli ultimi tempi?
Metto là due parole per dirne i peccati mortali: irrilevanza e iperspecializzazione. Al di fuori di nicchie ecologiche ben protette, il destino di organismi con caratteristiche simili è finire nei musei, non riconquistare le terze pagine…
@ Gilda Policastro
io faccio il portiere d’albergo e la differenza fra l’incipit di altai e quello di ottonieri la vedo. mi pare inoltre che luigi di ruscio fosse un autodidatta.
giusto per dire che non mi sembra che “i qui presenti critici, e non solo loro, vogliono dividere il mondo in letteratura alta e tutto lo schifo rimanente.” come ha scritto pigna. vogliono solo evidenziare che fra la mazzantini e djuna barnes c’è, c’è stata e ci sarà sempre una enorme differenza. wu ming 4 poco più sopra dice che secondo lui la letterarietà non esiste. non mi sembra un gran messaggio da diffondere di questi tempi, ma tant’è. per qualcuno esiste, non solo per i critici.
@ Gilda Policastro
Perfetto. Ho colto il punto. Stiamo evidentemente parlando di due cose diverse. Io apprezzo la narrazione di storie, il lavoro da artigiano dello scrittore, e credo che lo stile e la bella scrittura debbano essere funzionali a quello che si vuole raccontare. Se quello che si vuole dire è “io sono la bella scrittura”, passo oltre. Lascio che siano gli addetti ai lavori a leggere e bearsi delle pagine che non ho i mezzi per capire.
Magari evito di postarti un bell’esempio di prosa che ho letto da poco e che si intitola “Processo di attivazione MVNO per clienti B2C” e che, a un non-iniziato, può dare un’idea delle sensazioni che danno certe pagine di ottima letteratura. Ottima, mi vien da pensare, proprio perché “la massa” non ha gli strumenti per leggerla.
L’esempio che porti è veramente parlante. Ma proprio tanto.
Preciso che non sono ironico: mi auguro davvero di vedere il giorno in cui Ottonieri sbaragli Dan Brown e faccio il tifo per lui. E lo farei anche per voi se solo dimostraste un po’ meno paternalismo (o è disprezzo?) verso il prossimo.
A onor del vero WM4 dice un’altra cosa: che fra l’alto e il popolare ci sono infinite sfumature. Ottonieri non è WM, e va bene. Ma WM è Volo?
Chi decide di navigare nel mare di mezzo non merita nessun apprezzamento?
Eppure il vituperato Dostoevsky e lo stesso Hugo erano tacciati dello stesso mortificante appellativo dai letterati dell’epoca.
Poi, veramente ve lo chiedo con tutto il cuore, basta con questa intolleranza alla trama, sa di ridicolo. La Recherche ha una trama complessa e fitta (piena di ribaltamenti di campo, scene madri, etc.) meglio di un romanzo di fantascienza!
(io poi sono intollerante anche all’ab-uso del concetto di scrittura “consolatoria” come insulto d’accatto. Basta, che palle. Insieme a “non-luogo” è il topos di ogni intellettualismo de no’ antri. Andate a dirglielo a Leopardi se la letteratura, anche la più cupa e dispertata, non possa essere, anzi, non debba essere ANCHE consolatoria).
@ gianni biondillo
Anzi, alle volte la letteratura può essere perfino terapeutica.
@aldovrandi
Grazie!!!
Quel “WM$” scritto col simbolo del dollaro è fantastico: è la spilletta con la svastica sul chiodo di Sid Vicious e Johnny Rotten.
Sai chi sono, vero? Era roba fottutamente commerciale anche quella…
Ma quella merda c’è chi la considera arte, proprio come Wu Ming. Fatevene una ragione. E non siate invidiosi, fa male al fegato…
http://www.youtube.com/watch?v=9RdCVx0V0YY
“Chi decide di navigare nel mare di mezzo non merita nessun apprezzamento?”
Certo che lo merita, ma wuming4 dice che il concetto di letterarietà non esiste. e se non esiste, non esiste il mezzo che dici tu, biondillo.
è tutto uguale.
ma parliamoci chiaro: questa discussione fra wuming e i critici nasce dal fatto che loro vogliono il patentino di letterarietà e i critici non vogliono darglielo. a maggior ragione da quando se lo sono appioppati da soli col NIE. ma chissenefrega ce lo mettiamo?
Sono d’accordo che cortellessa e la policastro possano apparire indisponenti, lo sono eccome, ma a wuming che gliene frega?
Puo’ essere che li abbiano letti e li abbiano trovati “non letterari”? perché è qui che poi wuming4 si inviperisce. dice che non hanno dato spiegazioni. le hanno date invece: secondo i loro gusti i wuming non sono letteratura alta. Oh, mica hanno il libro delle verità in mano, è la loro opinione.
a me è sembrato di vedere giappone-paraguay in tv, non facevo il tifo per nessuno dei due.
ma non è che per questo non so dell’esistenza di cristiano ronaldo.
@Alessandro Ansuini
la differenza mi pare che non la metta in discussione nessuno, la questione è che non solo chi scrive (come fa notare biondillo), ma anche chi legge viene gettato in una massa indistinta di cui, me ne dolgo e non sono ironico, finisco per fare parte. Almeno questo è il messaggio che mi arriva, e al di là dei proclami non percepisco la volontà di aiutarmi a migliorare che i critici dovrebbero dimostrare, credo (e loro dicono), ma solo quella di segnare il passo fra loro e il resto del mondo. D’accordo, forse io sarò sacrificabile e i critici guardano al futuro, ma mi sembra tanto che si continui a dire “come dovrebbe essere” o, peggio, “come avrebbe dovuto essere”, senza operare davvero per modificare le cose, mentre altri, magari sbagliando, ci provano.
Per inciso, la differenza la vedo anche io, forse perché anche io nel mio piccolo sono diciamo un lettore autodidatta, ma l’essere autodidatta può implicare appunto che quelli che si erano posti come formatori per migliorarmi non sono riusciti nel proprio intento (per i motivi più disparati certo, e non tutti riconducibili a loro).
Ai WM e a molti scrittori richiamati nel NIE, invece posso dire grazie, perché oltre a farmi passare qualche piacevole ora, non solo di evasione, mi hanno fatto scoprire o ricordare dell’esistenza di altri autori più “alti”, così come da questa discussione me ne esco con un autore (Ottonieri) da approfondire. Sono stati degli ottimi link in tal senso, che a noi fanatici del web piacciono molto.
Comprensibile il tuo punto di vista pigna, assolutamente.
Ora, mi sembra che le posizioni siano abbastanza chiare (apparentemente, perché, tanto per dirla una, il cinema della commedia all’italiana per un sacco di anni è stato considerato dalla critica “cinema d’evasione”, ma tant’è…). Ritornando invece al documentario, che io ho visto, tra le cose che mi hanno colpito c’è la mancanza della pars costruens. Voglio dire: il punto di vista di Cortellessa (che entra nell’inquadratura come Michael Moore, non a caso sopra citato) è a tutti chiaro fin dall’inizio (non solo a parole, ma attraverso anche un chiaro uso dimostrativo del montaggio), ma al di là del tono, diciamo così, nostalgico (nei confronti di un’epoca d’oro della letteratura e della critica che sembrano essere tramontate – forse definitivamente?), dove stanno le proposte? Butto là due cose a caso: nel documentario in questione non si fa menzione di internet o del compito importantissimo che dovrebbero rivestire le biblioteche, ad esempio, per quanto la carne al fuoco sia tanta (troppa direi…). Ecco, se sulla “letterarietà” non esiste una definizione assodata, su questo mi piacerebbe sentire l’autore…
Quindi secondo la dott.ssa Policastro una trama lineare non è indice di letterarietà, una trama “complessa” (“sviluppo, evoluzione, verso la complessità”) sì.
Quindi un thriller molto intricato può ambire a uno status di letterarietà?
Senz’altro no. Quindi è sufficiente che la trama non sia lineare?
Oppure è la trama stessa a non essere “letteraria”?
In quel caso non dovrebbe considerarsi letteraria gran parte della produzione romanzesca del ‘700 e dell’800, tranne forse il Tristram Shandy.
Però anche il ritorno alla trama è una scelta estetica consapevole degli scrittori per rappresentare il contemporaneo, anche quello è “l’esito di un discorso culturale e sociale”.
Invece il criterio di valutazione esclusivamente formale qui usato data agli anni ’70, considerato che era quello che utlizzavano gli strutturalisti.
Chi è che non tiene conto della contemporaneità, dunque? I critici reazionari qui intervenuti. E dato che “reazionario” è un termine che viene accettato da chi ha esposto il punto di vista appena menzionato, mi sembra che a qualche conclusione si sia arrivati.
“Ci si lamenta sempre che il romanziere moderno non nutre speranze e che il mondo da lui dipinto è insopportabile. L’unica risposta è che chi non nutre speranze non scrive romanzi. Scrivere un romanzo è un’esperienza terribile, durante la quale spesso cadono i capelli e i denti si guastano. Mi manda sempre in bestia chi insinua che lo scrivere narrativa sia una fuga dalla realtà. È invece un tuffo nella realtà ed è davvero traumatizzante per l’organismo. Se il romanziere non è sostenuto dalla speranza di far soldi, deve essere almeno sostenuto da una speranza di redenzione, altrimenti non sopravviverà alla prova.
Chi è senza speranza non solo non scrive romanzi, ma, quel che più conta, non ne legge. Non ferma a lungo lo sguardo su nulla, perché gliene manca il coraggio. La via per la disperazione è rifiutare ogni tipo di esperienza, e il romanzo è senz’altro un modo di fare esperienza. La signora che leggeva solo libri al fine di migliorarsi aveva intrapreso una rotta sicura – ma senza speranza. Non saprà mai se è migliorata o no, ma dovesse mai per errore capitarle di leggere un grande romanzo, non potrà non accorgersi che le sta accadendo qualcosa. (…)
La mente che sa capire la buona narrativa non è di necessità quella istruita, ma la mente sempre disposta ad approfondire il proprio senso del mistero attraverso il contatto con la realtà, e il proprio senso della realtà attraverso il contatto con il mistero. La narrativa dovrebbe essere oculata e occulta. Per gran parte della critica popolare, vale l’opinione che la narrativa debba avere al centro l’Uomo Medio, e dipingere la comune vita media di tutti i giorni; mentre ogni scrittore di narrativa sarebbe tenuto a riprodurre quello che veniva chiamato «uno spaccato di vita». Ma se fossimo soddisfatti della vita in quel senso, non avrebbe alcun senso produrre letteratura.(…)
Negli ultimi vent’anni i college hanno posto in tale rilievo i corsi di scrittura da dare quasi la sensazione che qualsiasi imbecille con un talento da quattro soldi possa uscire da un corso simile in grado di scrivere una storia in modo abile. In realtà, sono così tanti ora a saper scrivere storie in modo abile che il racconto come mezzo espressivo corre il rischio di morire di abilità. Vogliamo l’abilità ma, da sola, è mortale. Necessaria è la visione che l’accompagna, e non la otterrete da un corso di scrittura.”
Flannery O’ Connor
Quando i critici smetteranno di fare autopsie ai testi e mostreranno di avere e sapere infondere nei lettori la ricerca di “una visione” (che in ogni opera è diversa), accettando lo sforzo estenuante e mai risolto di tradurla in parole anzichè innamorarsi del proprio bisturi praticando sempre il medesimo taglio, allora li prenderemo sul serio.
Nessuno può dimenticare quei professori che ti hanno fatto odiare i libri più belli, con tutte le forze. Nessuno può dimenticare quelli che sono riusciti a farteli amare, uscendo fuori dal dovere, dall’astrazione, facendoli sentire utili e necessari a te. Nessuno.
Balzac, Dostojevsky, appunto, e pure quella merdaccia rockstar di Mozart, altro che Kiefer e le croste.
Se uno mi mostra l’ingrandimento di un lembo di pelle e me lo descrive come la donna più bella del mondo, è lui il cialtrone e non io che non capisco. Non si rende un favore a Ottonieri, non si fa venire voglia di leggerlo, con quattro righe incomprensibili prese alla cazzo, solo per fare l’esegesi sborona. E’ solo e sempre di sè che si sta parlando, di quell’ego ipertrofico che vuole il posto davanti nella foto. Non dell’amore, della passione che la lettura di Ottonieri ci ha suscitato, perchè è stato importante per noi, e potrebbe esserlo per altri.
Signori, è merda. Io la chiamo così.
Qualcuno, abbastanza a sproposito, ha usato la metafora calcistica, materia su cui sono ferrato a sufficienza. Ne approfitto.
Al tempo, parecchio ormai, a Napoli li chiamavamo “giocatori di villa”, inutile che vi spieghi l’origine di quel nome.
Erano quelli che facevano mille palleggi senza farla andare per terra, la mossetta, il tacco, la finta, quando stavi per strada, o in un cortile. Dei veri fenomeni. Poi li mettevi in campo e pluff, niente corsa, niente visione, mai un passaggio azzeccato o un tiro da venti metri. Sempre con le mani sui fianchi e quell’aria da ‘siete voi che non siete buoni’.
Si trattava delle pippe più grandi, che i terzinacci presunti scarsi cancellavano dal campo.
Ecco, è il campo che conta. Solo quello. Quanti palleggi fai con la testa mi frega una mazza. Chi non capisce niente di calcio pensa che Maradona sia stato un grande proprio per i colpi di tacco e le rovesciate.
Al contrario. Lo è stato perchè, in squadra con lui, delle mezze ciofeche diventavano campioni.
L.