MARIO, IL MAGO, NOI

Archivio pertinente. La Cosa Preziosa scritta per L’Espresso del 31 maggio. Oggi utilissima.

 

Per spiegare cosa sta accadendo all’informazione sotto il governo Meloni non bastano i videomonologhi della premier, le querele ai giornalisti, anche notificate alle quattro di notte, e i fermi ingiustificati. Bisogna chiedere ad Abulafia: in questo caso, non lo studioso di Qabbalah medievale, ma il computer di Jacobo Belbo ne Il pendolo di Foucault di Umberto Eco. Nella finzione del romanzo siamo nel 1984, anno dei primi Mac e delle nascenti fascinazioni verso un oggetto che immaginavamo detenesse ogni possibile sapere. Dunque, se, per incanto, avessimo fra le mani quel computer di nome Abulafia, la prima risposta ci consiglierebbe di rileggere un racconto che Thomas Mann scrisse nel 1930, Mario e il Mago.
Siamo in Versilia, e la famiglia Mann assiste allo spettacolo dell’illusionista Cipolla, così abile nell’eloquio da destare grandi consensi fra il pubblico: Parla benissimo, si constatò vicino a noi. L’uomo non si era ancora prodotto, ma soltanto le sue parole erano apprezzate come un lavoro; era stato capace di imporsi solo con questo”. Accade che Cipolla ipnotizzi il cameriere Mario convincendolo di essere la ragazza che ama. Mario lo bacia, si risveglia, uccide il mago. “ Un finale di terrore, un finale catastrofico. E tuttavia un finale liberatore: non seppi e non so fare a meno di sentirlo così”. Un anno prima, nel congresso del partito Nazionalsocialista a Norimberga, Hitler aveva parlato pubblicamente di eugenetica, sostenendo che una rimozione media annuale di 700-800.000 dei più deboli di un milione di bambini significava un aumento del potere della nazione e non un suo indebolimento”.
Tutto qui? Basta un racconto del secolo scorso per spiegare il fascino dell’uomo solo (o della donna sola), l’annientamento del contraddittorio e il disprezzo verso il giornalismo? Certo che no, direbbe Abulafia. E ci riporterebbe al 26 gennaio 1994, quando telegiornali e reti televisive trasmisero i nove minuti del messaggio di discesa in campo di Silvio Berlusconi. Lo fecero perché nelle riunioni preparatorie ad Arcore Berlusconi avvertì che giornali e televisioni della Fininvest avrebbero dovuto “suonare la stessa musica”. Eseguirono quasi tutti, ma soprattutto i futuri elettori ne vennero rapiti: nella convention romana di Forza Italia una donna pescata da un telegiornale dichiarò che lo avrebbe votato “perché la musica è tanto carina”. Intendeva la musica dell’inno, simile al jingle di canale 5, che a sua volta, direbbe Abulafia, era costruito su scala pentatonica, la più antica – era alla base del corale gregoriano – ma anche la più popolare, perché era fatta per essere intonata senza fatica dai fedeli.  Volendo, Abulafia ci richiamerebbe alla memoria anche il blog di Grillo e i tweet di Renzi, ma è meglio non insistere.
Anche la cosa preziosa di oggi, dunque, parla di come si seduce il pubblico: ma almeno riguarda un vero incantatore. Di Gustavo Rol racconta infatti Francesca Diotallevi in L’ultimo mago, uscito per Neri Pozza: non interviene nell’antica diatriba su chi fosse davvero Rol, se un abile mentalista o un uomo che possedeva poteri paranormali, ma racconta alcuni episodi della sua vita dal punto di vista di un aspirante sceneggiatore, che vuole svelarne l’inganno ma che ne subisce il fascino. Quando vedrete il prossimo video della premier, pensateci su: i grandi ingannatori sanno perfettamente come modulare le proprie parole, ma spetta a noi riconoscerle, e difenderci.

Un pensiero su “MARIO, IL MAGO, NOI

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