A mio rischio e pericolo, torno sul discorso della maternità. Perchè vorrei sottolineare un luogo comune: a parole, tutte sosteniamo che ogni madre è diversa e non esiste un modello unico. Nei fatti, è molto facile che ognuno proponga come corretta solo la propria esperienza. La maternità c’est moi.
Fin qui, ci sta. Ci sta molto meno quando il discorso diviene pubblico. Grazie a Paola, mi capita fra le mani una lettera pubblicata su Genitorichannel. Lettera di una dottoressa che, furente contro “Tata Lucia” per i motivi che leggerete, afferma fra l’altro:
“Se poi guardiamo fra gli adulti di oggi cresciuti secondo le opinioni (perché di questo si tratta) di TATA LUCIA cioè a “basso contatto”, scopriamo che nella nostra società le patologie affettive sono dilaganti, il consumo di psicofarmaci è fuori misura, le dipendenze da alcool, gioco d’azzardo, cibo ecc…, dimostrano come un’educazione dei bambini a basso contatto possa mettere a rischio il loro sviluppo affettivo”.
Alla faccia della libertà di scelta. O segui alcuni dettami, o tuo figlio diventerà un alcolista impasticcato, bulimico e schiavo del poker.
La risposta di Paola Banovaz, sul suo blog, e soprattutto i commenti che seguono, dimostrano, a mio parere, una cosa: che c’è un disperato bisogno di qualcuno che dica alle madri “come si fa”, si tratti della dottoressa o della tata. Ne avevo già parlato, in Ancora dalla parte della bambine: la solitudine della madri, l’insicurezza delle madri (dovuta a tanti fattori: sociali e culturali) sono “il” problema. L’altro, ma qui entriamo ancora in un altro terreno, è la tensione di dover crescere il Figlio Messia. Che sia perfetto. Che non sia turbato da nulla. Che abbia i migliori strumenti disponibili per avanzare nel mondo.
D’accordo, le madri perfette non esistono (a parole). Ma esistono i figli imperfetti, e non per questo meno amati. Credo che occorra accettare, soprattutto, questo: madri, e padri.
(Non litigate troppo, qui sotto)
Divertente il caso, riportato dai quotidiani il 21 settembre, della diffida per vie legali a un ‘bamboccione’ di Mestre da parte dei suoi genitori: a 41 anni, pur avendo un lavoro stabile e ben retribuito presso un enete locale di Venezia, non ne vuole sapere di mettersi in proprio e vive ancora con mamma e papà, che non ne possono più di accudirlo. Altro che solitudine delle madri. ‘Sti figli fanno loro fin troppa compagnia*-°
Guarda, c’ è pure chi sostiene che il consumo di massa di stupefacenti iniziato con il flower power va direttamente ricollegato agli anni 50 in cui, negli USA, si inaugurava il parto con antidolorifi per cui il bambino si strafaceva di tutto quello che davano alla madre e sviluppava nella vita una maggiore sensibilità agli agenti chimici e finiva per un’ overdose. Ti viene voglia di dargli ragione da quando hanno introdotto in massa il parto in acqua (e abbiamo tutti figli campioni di nuoto).
Io sono per l’ esperienza genitoriale come empowering, si insiste un po’ troppo poco su questo, però veramente, risolverebbe tante cose. Adesso che gli ho dato un nome in inglese secondo te ce la facciamo a farla diffondere alla velocità dell’ acqua che fluisce da una vasca-parto bucata?
(Molto, molto bello quello che dici nell’ ultimo paragrafo, credo che accettare per noi che non occorre essere genitori perfetti ci aiuti moltissimo a non esigere figli perfetti con tutti i costi umani che ciò spesso comporta).
Magari, Mammamsterdam arrivassimo a diffondere l’empowering genitoriale 🙂 Continuo a riflettere sulle motivazioni: il fatto che i figli siano diminuiti, ergo siano preziosi, per me non è sufficiente.
@ lalipperini
Scusa, ma non capisco cosa si intende per “basso contatto”. Qual è l’età oltre la quale i figli possono smettere di dormire nel lettone, attaccarsi alla tetta, lasciare che le mamme tornino a lavorare, chiedere che i padri passino tempo con loro non soltanto nei week-end, senza correre il rischio di finire a bucarsi in vena davanti a una slot machine?
Eh, Loredana, sappiamo bene che ogni madre è unica e ogni figlio pure. Il disperato bisogno di sapere come si fa viene dallo scarso contatto con il mondo di maternità & infanzia che abbiamo noi figli e nipoti di famglie nucleari. Quanti bimbi piccoli ho visto tirar su? Quanto a lungo ho potuto osservare dinamiche madre/bambino per poter valutare e scegliere (anche in rapporto a come sono fatto io) le strategie da riproporre a mia volta e quelle da evitare? E quelle da variare perché son cambiati i tempi? Se poi (pensiero di zauberei, che lo spiega maglio di me) i figli restano unici senza fratellini, la capacità di relazionarsi col mondo e strutturare le relazioni si difficile anche per loro. Viviamo (è innegabile) in una società quantitativamente povera di relazioni affettive significative, e le poche che abbiamo le coltiviamo all’eccesso; ma forse ciò non ci compensa. E, da caregiver, siamo insicuri del modello che stiamo applicando. E sentiamo il bisogno di aggrapparci a un expertise che ci manca…
Entrano in scena Tata Lucia, il neuropsichiatra infantile, gli steineriani, la suocera, Benjamin Spock (per tacere di Paolo Crepet). Hanno ciascuno il proprio osservatorio, a partire dal quale imbastiscono il proprio discorso più o meno scientifico. Ma io non penso che tirar su i bambini sia affare di scienza universale, quanto storia di percorsi singolari. Quindi, o abbiamo già sviluppato a nostra volta capacità di osservazione e senso critico, oppure siamo fregati da questi modelli, finti per costituzione anche quando sono sani nelle intenzioni.
Bergonzoni ha ripetuto più volte una frase che mi ha colpito “dovremmo abituarci a pensare ai figli come autostoppisti che fanno un tratto di strada con noi”. Paradossale, apparentemente senza cuore. Quindi, ottima per far riflettere, anche se non da applicare alla lettera 🙂
Wu Ming 4: da quanto capisco, occorrono allattamento naturale e dedizione notturna ad libitum. Qui.
http://www.bambinonaturale.it/2010/03/sogni-e-bisogni-cosa-e-normale-aspettarsi-da-un-bambino-che-dorme/
Cari/e tutti, penso che la maggioranza dei genitori e degli adulti siano amorosi verso i figli e i bambini. Immagino a fatica uno scenario dove qualcuno lascia piangere un neonato senza andare a vedere cosa ha. Tuttavia, quando si scende sul dibattito pubblico, la pressione esercitata a favore del bambinocentrismo, rende aggressiva gente in genere pacata et affettuosa e persino dedita al bambino medesimo. La tentazione del figlio perfetto mi spaventa. Segnalo, e poi la pianto, l’esistenza di siti per la promozione dell’istruzione domestica. I genitori si sostituiscono alla scuola almeno fino alle medie. Non sia mai che qualche perniciosa influenza esterna raggiunga i nostri amati pargoli. Arg!
@ lalipperini
L’articolo che mi linki sembra più che altro una polemica a distanza con il catalano che ha scritto “Fate la nanna”. Polemica che potrei anche condividere nella misura in cui quel famoso “metodo”, basato sull’autogestione del trauma, a me suona un bel po’ nazista. Però la verità è che io tendo a diffidare di ogni presunto metodo, tanto quanto dell’idea che si debba lasciar fare sempre alla natura.
Noto ad esempio che l’articolo da te linkato parla solo di bambini entro i tre anni di vita. E dopo? Quando si può lasciare entrare in campo la cultura? Quando si può iniziare a educare un figlio alla convivenza, cioè alla ricomposizione delle varie esigenze dei membri del gruppo famigliare (passaggio preliminare alla formazione di un individuo in grado di relazionarsi alla società)? Quando, ad esempio, il sonno del bambino può iniziare a cedere il primato e ad essere reso compatibile con il sonno degli adulti, o di fratelli e sorelle? E il gusto? Mica si potranno assecondare le voglie dei bambini quanto al cibo, o no? Molti di loro finirebbero per mangiare solo pasta, patatine fritte e caramelle (ne conosco alcuni)… Dunque prima o poi il gusto andrà educato. Come il sonno, forse. Come la capacità di concentrazione…
Da improvvisatore pragmatico feyerabendiano vorrei proprio saperlo.
Sì la tentazione del figlio Messia è sempre dietro l’angolo, soprattutto quando è unico.
Tata Lucia l’abbiamo conosciuta ad una sua mini conferenza al Centro S.Fedele di Milano. Molte madri a scuola parlavano della trasmissione e quindi ne eravamo incoriusiti.
La signora ha una peculiarità, unisce quella caratteristica alla tedesca del “basso contatto” a una educazione di stampo cattolico (senza offesa).
In quella serata ha dispensato buoni e “saggi” consigli ma a un certo punto ha pure asserito che nei primi anni i figli vanno seguiti bene, meglio abbandonare il lavoro. Le parole non sono testuali ma il concetto espresso era quello.
Mio marito ed io ci siamo guardati, perplessi, e poi ci siamo romanticamente avviati all’uscita.
Ci rimasi di stucco e dire che io lavoro saltuariamente…
Wu Ming 4, è quel che ho trovato della dottoressa fin qui: perchè sia nel profilo Facebook che in altri luoghi non vedo risposte, che suppongo siano nel libro. Lo leggerò, a questo punto, perchè mi pongo le tue stesse domande: delineare una genitorialità dove – sempre da quel che intuisco – gli adulti siano asserviti al bambino (altrimenti “che lo hanno fatto a fare?”) mi spaventa quanto “Fate la nanna”. Mi spaventano un bel po’ di cose, ad essere sincera. Mi spaventa il “fai così”.
E, Miriam, mi spaventa anche Tata Lucia 🙂
Ps. Il “basso contatto”, se non capisco male, è proprio questo. Nessuno deve sindacare sulla scelta genitoriale di allattare fino a quattro anni e tenere il bambino nel lettone fino a otto. Ma se quelli che NON lo fanno diventano automaticamente succubi dei media e a loro volta persone che hanno ricevuto “basso contatto” (la pagina facebook della dottoressa è sconvolgente nei commenti delle madri), questo sì, questo fa paura.
Oggi non accogliero mia figlia al ritorno dalle medie, ho un impegno. Non le cucinerò nulla,come nei giorni scorsi. Ha da prendere una cosa in frigo e metterla nel fornellino.
Loredana, dimmelo, sinceramente: si drogherà? Sarà tutta colpa mia?
Ti rispondo con le parole di una delle mamme:
“Buongiorno, mi chiamo federica ho una bambina di 6 mesi e sono una ex tata…Devo dire che nella mia esperienza lavorativa ho potuto studiare tutti i vari metodi di educazione che avevano le mamme con i propri figli.
Estivil, tata Lucia, Tracy Hogg con il linguaggio segreto dei neonati, i no che aiutano a crescere, la mamma che se la bimba faceva la monella le arrivava uno scapaccione,fino ad arrivare a quella “fanatica” che ascoltava i bisogni del proprio bambino, che lo ha allattato per parecchio tempo, che lo teneva con la fascia che quando il piccolo faceva i capricci lei le spiegava la motivazione del no gli comprava solo roba bio, nei cambi si usava solo olio di mandorla per pulirlo e dopo la crema karitè e le pappe le preparava lei…Insomma un vero e propio mostro!!!
Ovviamente io mi dovevo adeguare agli insegnamenti dei genitori con i loro figli (meno che gli scappellotti, non potevo farcela)
Nel frattempo i bimbi sono cresciuti e sono rimasta in buon rapporto con tutte le mamme così ho potuto riscontrare quale metodo avesse raccolto più frutti e…udite udite è propio quello del “mostro”!!!! Un bambino molto sensibile, intelligente, rispettoso sia che con gli umani che con la natura, educato ma sopratutto felice e consapevole di essere amato. Mentre gli altri non dico che siano dei disgraziati ma hanno più lacune…”
Gianni, sono solidale.
@ lalipperini
Al fondo di questa visione della maternità mi sembra esserci un mito delle origini giocato contro un’idea tutta positivista dello sviluppo umano.
Bisognerebbe tenere conto innanzi tutto che, essendo la nostra specie inserita in un movimento evolutivo, dinamico (a meno che non si voglia gettare via Darwin con l’acqua sporca), anche la “natura” è “storia”, benché su un livello temporale eonico. La qual cosa non significa, ovviamente, che cultura e natura sono coincidenti, ma semplicemente che da sempre, fin da quando vivevamo sugli alberi, sono in relazione reciproca. Fare sesso è un’esigenza naturale, ma mica si è fatto sesso sempre alla stessa maniera nel corso della storia.
Che si possa creare una sorta di condizione ideale dei rapporti, basata sulla naturalezza, a me suona molto fumoso, poco concreto, soprattutto tanto fricchettone. Anche questa tendenza a riscoprire una maternità totalizzante è un prodotto storico-culturale, con i suoi aspetti ideologici. Al fondo ogni precettistica ha bisogno di un principio fermo che si collochi a monte di ogni riflessione. Ecco in questo caso il principio è la Natura (che non a caso è detta “Madre”) e secondo alcuni direbbe chiaro e tondo: “Fai così”. Già, ma la Natura dice anche “Riproduciti!”, e “Perpetra la vita!”. Non so se mi spiego…
Io preferisco credere che le persone siano tutte diverse le une dalle altre, e che ciò che funziona bene per l’una non necessariamente funga allo stesso modo per un’altra. Questo vale tanto per i bimbi quanto per le donne che scelgono o meno di diventare madri.
Perfetto. Il punto è che a parole tutti condividono le tue ultime, sacrosante tre righe. Ma nelle pratiche, sia pure quelle della conversazione (o diffusione di principi tramite le medesime) non funziona così. Ogni genitore – credo – è passato attraverso questa messa a confronto di “cosa sia meglio”, e il concetto di sacrificio – concetto cattolico radicatissimo nella nostra vita – è quello che prevale. Se non ti sacrifichi, non sei. Questo, temo, è il vero punto della “diversità” italiana: un paese che santifica le madri, e dove le madri sono talmente intrise del concetto di sacrificio, volenti o nolenti, che nei fatti hanno ottenuto pochissimo in termini di servizi. Perchè comunque è il “loro” compito.
@ gianni biondillo
Salvo eventi straordinari, io e mia moglie non consentiamo più al pargolo di addormentarsi nel lettone. Il pargolo, va detto, ha iniziato le scuole elementari… Lo addormentiamo nel suo letto leggendogli un libro (fino a quando, a breve, non sarà lui a poterlo leggere a me, eccheccazzo!). A metà della notte però, dato che il suo sonno non si è ancora stabilizzato (quando si verifica questo evento? Qualche fulcontattista vorrebbe dirmelo, per favore?), piomba nel lettone e ci resta.
Ne consegue che forse si fermerà alle droghe leggere… 🙂
Da quel che mi consta la mentalità comune richiede una dedizione verso i figli che è eccessiva, lo sforzo fatto per allevarli puo’ essere considerato in buona parte un vero “spreco economico”.
Non a caso la corposa letteratura da cui si evince questa conclusione è passata in rassegna nell’ ultimo libro dell’ economista Bryan Caplan (c’ è persino un accenno sulla stampa italiana).
Ma c’ è di più, e qui qualcuno storcerà il naso: in termini di felicità fare figli resta comunque un ottimo investimento (sebbene l’ accudimento renda infelici), uno dei migliori a nostra disposizione oggi visto che le opzioni alternative sono ancor più deprimenti. Si parla in termini statistici.
La conclusione d’ obbligo è evidente: meno sacrifici, e che le energie risparmiate siano investite facendo più figli.
@ lalipperini
D’accordissimo. Ma con una specificazione.
La genitorialità qualche sacrificio lo impone. C’è poco da dire, la vita di prima non riesci a farla proprio uguale uguale. Sarebbe stupido pensare che un genitore non debba almeno in parte riprogrammare le cose, cambiare prospettiva, reimpostare il piano relazionale con gli altri, etc. etc. Ci siamo passati tutti. Ma il discorso di matrice cattolica che suona “Sei genitore, cosa ti lamenti?” in realtà, come dici, è riferito alle madri, alle donne. La Natura viene chiamata in causa per riferirsi al loro rapporto simbiotico con i figli, dato che in Natura, appunto, il padre non ne ha pressoché alcuno (ed ecco che vediamo rispuntare l’idea del padre esterno, il padre che tutela e accompagna il simbionte mamma-prole, come tra gli scimpanzé). Si parla di sacrifici della genitorialità ma in realtà si sta parlando della buona vecchia genderizzazione dei ruoli, cioè di cultura, checché ne dicano i naturisti.
La genitorialità ne impone molti: e sarebbe bello riuscire a parlarne serenamente, senza sensi di colpa, prima di esplodere come i genitori di “Carnage”. Invece no. Invece bisogna riprogrammare la vita con un angelico sorriso sulle labbra: e, infatti, sono le donne a doverlo fare. In questi luoghi di difesa della “natura” i padri sono nei fatti tenuti fuori, o comunque molto ai margini, senza altri ruoli che quello di essere di conforto alla madre. Sì, è ri-genderizzazione. Strisciante, ma forse è quella che ci imprigiona maggioramente ai vecchi schemi.
No, non credo che l’accudimento renda infelici, anzi. Sono solo alcuni modelli a farlo – e non vale neanche per tutti/e.
Grazie Loredana, condivido totalmente quello che dici. Basta con la dittatura dei manuali e la guerra tra i consigli degli esperti (pediatri, neuropsichiatri, neonatologhe…, ognuno con una visione diversa da imporre come unica). E’ sempre interessante leggere un po’ di tutto per farsi un’idea senza dover aderire per forza ad uno dei modelli religiosamente. E’ evidente che non bastano solo buon senso e sensibilità dei genitori, è importante informarsi, leggere, prendere spunti utili dall’esperienza e professionalità degli altri, evitando però che questi consigli diventino delle formule magiche che tutto sistemano e risolvono. Anche a me fa paura il genitore che “adatta” il proprio figlio al modello del momento, manco fosse un mobile da montare secondo le indicazioni del manuale…
E’ la prima volta che leggo un intervento così obbiettivo e convincente su maternità e modelli da seguire, hai espresso il mio pensiero come non sarei riuscita a fare, grazie. Diffonderò a sorella e amici. A quando il libro?
Grazie mille a te, Chakie. Il libro è in faticosa scrittura, sicuramente non prima del tardo 2012. Scrivere di maternità significa accarezzare le proprie piaghe, quindi è più dura del solito…
Allora alcune questioni, perchè questa vicenda ha molti canali per cui irritarmi.
1. La psicologa in questione dice un sacco di cazzate – se non altro nello scegliere nella miriade di informazioni che la psicologia evolutiva propone quelle meno attendibili. Fior di psicologi evolutivi per esempio hanno molto ma molto da sindacare sulle direttive dell’oms in merito all’allattamento prolungato, e in verità l’alto contatto può essere considerato precursore dei problemi dei bambini adulti – non il basso. L’alto contatto è un mito culturale per altro che le donne non si sono mai potute permettere, perchè quando ci hai una casa sulle spalle e dodici figli c’è poco da fasse pippe sul figlio come messia.
2. Resta il fatto che mi dispiace Loredana, ma la psicologia esiste e ha delle informazioni che non possono essere etichettate esclusivamente come braccio del sistema culturale e pretendendo implicitamente che certe informazioni non vengano date. Come sempre quando si politicizza molto l’orizzonte psicologico, da Foucoult in poi, si parte facendo una cosa buona, si approda alla decisione di ignorare il problema della sofferenza psichica grave e del dolore dei soggetti, che si ha il dovere di cercare di evitare. Finiamola di pensare che la patologia psichiatrica è un atto di libertà perchè questa cari miei è una gran cazzata radical chic, ed è il rischio sotteso a questo modo di argomentare.
3.E’ chiaro comunque che, se esiste un sapere di cura esiste un sapere di profilassi, e a me duole vedere che la disciplina che lo fornisce e che fa tanto un buon servizio è regolarmente schiacciata sulle chiacchiere dei più cretini.
Loredana se devi parlare di psicologia e maternità cimentati anche con nomi rispettabili e ricerche importanti e riconoscine i meriti. Se no, è come se io volendo parlare di scrittura fantasy mi attaccassi solo ai più mediocri – ricordo che l’ho fatto e mi avete giustamente attaccata. So che me capisci e mboh ma quanto è che non ero polemica qui? me so ripresa un pochetto.
Veramente, Zauberei, non c’è nulla di liquidatorio nei confronti della psicologia nel mio post. Semmai, dell’interpretazione, non so quanto scientifica, che ho riportato. Mai nella mia vita ho pensato che la patologia psichiatrica sia un atto di libertà: ergo, respingo ogni accusa di radical-chicchismo, almeno per quanto riguarda questo passaggio (ma anche in assoluto: radicale lo sono stata, chic mi viene malissimo).
Quanto al riconoscere i meriti, sono prontissima: ma non sto scrivendo un trattato di psicologia. Sto ragionando, come al solito, sull’immaginario: specie quel che tocca le donne che non hanno gli strumenti, le lauree, le difese per reagire a chi le colpevolizza se non allattano fino a quattro anni preconizzando un futuro disastroso.
Chiaro?
Si è chiaro – ma prendi atto del rischio. Non sempre i rischi che corriamo – che te lo dico a fa, riguardano il nostro pensiero vero, ma un suo fraintendimento. Per me questo fraintendimento è possibile e frequente se si riduce un sapere, solo alla macchietta di quel sapere. Se si cita una competenza dicendo esclusivamente che quella competenza è sintomo di un orizzonte culturale. Ora radical chic non ce sarai, e a dire il vero si sono d’accordo, ma la chiusa del post, eccheggia quel tipo di qualunquismo, ecco. Ti si propone una teoria, che tu non hai i mezzi per confutare scientificamente, e la rifiuti perchè è una teoria che reggimenta la libertà, non perchè è poco in grado di procurare benessere o cura realistica – insomma la chiusa del tuo post non mi è piaciuta e secondo me potevi fare di meglio – come non mi è piaciuto il post di Banovaz, proprio perchè si attacca il dovere di fornire rettifiche scientifiche, e non la qualità delle rettifiche. La dottoressa se avesse farneticato di meno, avrebbe fatto una cosa giusta che io stessa mi propongo di fare ogni volta che sento cazzate da Vespa.
Infine – non puoi dire che certe cose non le tratti perchè non scrivi un trattato di psicologia, finisce che parli solo della psicologia cattiva e non della buona, e fai un servizio dannoso. Perchè la psicologia buona e quello che dice è altrettanto parte del tuo lavoro che l’erba gramigna.
A me, una volta tanto, piacere sapere di tanti papà con un disperato bisogno di sapere “come si fa”. Perché almeno le mamme se lo chiedono.
Zauberei, che si possa fare di meglio, sempre, è affermazione sacrosanta. Che ci siano modelli culturali buoni per tutti, spiacente, ma è cosa che mi lascia molto perplessa. Specie se non l’adesione a quei modelli espelle dalla società dei giusti.
Giorgia, penso che non siano pochissimi i padri che cominciano o hanno cominciato a chiederselo, per fortuna.
Barbara, la mia affermazione era fatta ovviamente in termini statistici, e sempre prendendo con le molle gli esiti delle ricerche “sulla felicità delle persone”.
La storia standard è all’ incirca questa:
In altri termini: la felicità è al culmine quando da fidanzati o da sposini un figlio lo si sogna insieme, e poi quando il suddetto se ne va di casa. Il tempo in mezzo è altamente problematico.
Caplan si limita a far notare come per lo più il tempo in mezzo sia “falsamente problematico” e come comunque i più depressi restino i singles e le coppie senza figli. Fare più figli è la conclusione.
Ripeto, il mio “in termini statistici” vale il tuo “ e comunque non è vero per tutti…). Mi sembra ovvio.
Rassicurante questo Caplan… (io ho scelto di non fare figli e quindi appartengo alla lista degli incompleti, egoisti, immaturi, pavidi ;-)) mi aspetta un futuro di depressione statisticamente garantita!
In psicologia evolutiva Loredana, ci sono modelli culturali molto più elastici di quanto tu possa immaginare, proprio perchè sono diversi decenni, che il primo tribunale che li deve rettificare è proprio la prova delle diverse culture e le varie forme di validità statistica Questi modelli includono e spiegano per esempio le modulazioni delle diverse culture. Il secondo motivo è che i nuovi modelli non nascono più dall’idea e la creatività di un soggetto, ma dalla forza e dall’implementazione statistica di un progetto di ricerca – non c’è più Freud c’è la teoria dell’attaccamento, non c’è più Klein, c’è l’Infant Research. Non vuol dire che il peso della cultura non si senta, ma assume una connotazione diversa. Comunque io quello che volevo dire l’ho detto – non mi piace fare la persona che obbliga alla propria opinione – lo detesto quando capita sul mio blog! qui la lascio e boh se serve bene se no amiche come prima! Se mai lo volessi ti do’ qualche indicazione bibliografica in pvt, se invece non lo volessi va beh prendiamo atto non è che smetteremo di parlare per questo.
La re-genderizzazione di cui giustamente parlano Loredana e Wu Ming è solo un aspetto di una questione ancora più grande, secondo me: la semplificazione dell’esistente, la necessità di trovare punti fermi quali che siano per non dover “pensare complesso”. Di qui la fortuna dei manuali e delle sciatterie psicologiche e no. Allora, è giusto “usare” la maternità e i problemi che vi sono connessi per porre sul piatto questo tema. Che, per me, è il tema numero uno.
Non credo affatto che l'”alto contatto” debba essere garantito dalla mamma in esclusiva, semmai dalla coppia. Resta il fatto che i figli piccoli sono delle priorità nella gestione di affetti e interessi, oppure ne risentono eccome. Esistono dei condizionamenti malamente imposti dalla cattiva erogazione di servizi alla famiglia nelle società industriali, ma anche l’ego ipertrofico di chi non intende assolutamente scendere a patti con la propria smania di autorealizzazione: in altri termini, il cattivo genitore puro e semplice. Ed è inutile spacciare come differenza quella che è solo renitenza all’esercizio della funzione.
C’è una via di mezzo fra annullamento dell’adulto e disinteresse, Valter: è esattamente la divisione netta fra il tutto e il niente a turbarmi. Così come quella in genitori buoni e cattivi.
WM4,
vuoi cioè dirmi che tuo figlio si farà le canne e mia figlia sarà il suo pusher?
😉
Loredana, sempre a proposito di famiglia e genitorialità, segnalo un pessimo articolo pubblicato oggi nella rubrica “La ventisettesima ora” del Corriere della Sera. Lo trovo di una superficialità imbarazzante, un esempio di come una questione così difficile e complessa possa essere trattata al livello di riviste per adolescenti… Intendo sia l’articolo di Maria Luisa Agnese che quelli di Simona Ravizza…Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi…
http://27esimaora.corriere.it/articolo/un-figlio-a-tutti-i-costi-anche-a-quasi-60-anni/
Chakie
A me quello che inquieta un po’ è che si parla sempre di fare la cosa migliore per il bambino. Ma gli operatori con cui ho avuto a che fare nella mia vita mammesca (ginecologi, pediatri, maestre ecc.) di cui serbo un miglior ricordo dicevano, in un modo o nell’altro, tutti la stessa cosa: una cosa di grande buon senso, banale, anche, ma che spesso secondo me in certe discussioni si tende a dimeticare – e cioè che l’importante non è fare la cosa migliore in assoluto per il bambino, ma che tenga conto del benessere e la serenità della mamma, del papà, di tutta la famiglia. Vale per la scelta dell’analgesia o meno durante il parto, per l’allattamento, per il sonno, per l’accudimento nei primi mesi, per le scelte scolastiche ecc. Nel senso che la cosa migliore (anche) per il bambino è senza dubbio vivere in una famiglia serena. E secondo me è anche più sano pensare in questi termini, il bambino non come piccolo essere assoluto (il primo figlio del mondo, come dice l’insofferente Moretti ne La messa è finita 🙂 ) , ma come parte già di una piccola società, che i bambini sono anche i cittadini di domani.
WM4
BIONDILLO
è probabile che i vostri figli si divertiranno molto 🙂
magari i miei porteranno le cartine…
anche se dalla quantità di faccine
quelli fumati sembriamo noi
@ gianni
Eh no, che facciamo? Torniamo a Eva tentatrice?
@ valter binaghi
Sono d’accordo. Ci sono genitori che vogliono tutto: il bene dei figli, la vita di prima, un rapporto superesclusivo con i pargoli, la carriera, etc. Fare i genitori invece implica anche rinunce, come ogni scelta nella vita: qualcosa guadagni, qualcosa perdi. Il problema è che la qualità e la tipologia di quelle rinunce sono ancora pesantemente genderizzate, e sono tornate a esserlo anche tra persone di una certa quale sensibilità e consapevolezza.
Zauberei, qua mi toca prendere le difese della Lippa: non perché trovi ‘sbagliata’ la tua difesa della psicologia, ma piuttosto perché è giusto che il giornalista documenti le pratiche più visibili, non tanto quelle migliori.
Le banalizzazioni di uno psicologo da rotocalco che cita ancora Freud & Klein sulle pagine di riviste vendutissime hanno più peso sull’agire della collettività che i più scientifici studi di infant research – di cui per altro spero tu ci parlerai diffusamente!
Wu Ming 4
Aggiungo una cosa, tratta dall’esperienza di insegnante. Le patologie genitoriali si avvicendano nelle stesse persone assumendo forme opposte, per compensazione. Ossia chi sviluppa sensi di colpa non per aver dato poco tempo – perchè il nostro tempo purtroppo non dipende solo da noi – ma gli scarti del proprio sè all’epoca in cui il figlio era pargolo, tende più tardi a una forma di permissivismo totale, con tanto di elargizioni materiali e giustificazioni permanenti al figlio adolescente (che poi è quello che mi ritrovo io al liceo). In altri termini, bisogna aver dato il meglio di sè (quello che i mezzi e la vita ci concedono) per poi riuscire a dire dei no e ad esigere dai figli, quando è il caso.
@Loredana
Siamo daccordo: l’annullamento è masochismo puro e non serve a nessuno. Però neanche liquidare ogni forma di sacrificio come “retorica” (vedi post precedente) è pericoloso. Io non ho mai visto niente di solido e duraturo crescere senza il sacrificio di qualcuno. Poi se parliamo di famiglia è assolutamente necessario che i sacrifici non cadano tutti sulla groppa di un genere. Anche perchè poi chi si sacrifica in esclusiva rivendica un “possesso”. E questa sarebbe un’altra, dolorosa storia: certi padri finiscono col pagare la noncuranza nell’accudimento della prole con una scarsissima possibilità di incidere sulla sua formazione.
E anche questo non fa bene a nessuno.
Insomma, ci terrei a dire che l’accudimento non può essere concepito in termini di puramente fisica prossimità (per cui basta che uno ci sia, fa niente se è sempre quello), ma di opera qualitativamente composta, dove ognuno dei genitori porta un contributo specifico e irrinunciabile.
E non ditemi che c’è chi i figli se li cresce da soli: è una necessità da affrontare, non un modello da promuovere.
Anna Luisa, perché mai chi ha scelto di non procreare dovrebbe essere un “pavido immaturo”?
Forse ha di meglio da fare.
O forse ha sbagliato i conti.
E’ pur vero che la prima ipotesi risulta statisticamente improbabile (solo 19 figli rendono infelici quanto il single o il senza-figli medio).
Ma la seconda è invece altamente credibile, questo perché la “retorica del sacrificio” spaventa eccome. Ma è anche una retorica esagerata!
Il fatto è che la possibilità di incidere su quel che saranno i nostri figli non è poi così forte, gli stili educativi generalmente proposti alla lunga si equivalgono (gli studi su gemelli e su gemelli adottati parlano chiaro). A questo punto meglio optare per il meno dispendioso. Oltretutto, lo sforzo è decrescente all’ aumentare dei figli.
Per un cattolico (come me) il sacrificio è un dovere, è qualcosa che realizza in sé. Ma un non-credente razionale è giusto che badi al sodo.
Ho sempre notato che i bambini (piccoli) sono sensibili a quel che il genitore esprime in un dato momento: apprensione, dolore, gioia, interesse, noia, ecc. – ma non a parole! Quel che veramente esprime col corpo ad esempio, con i gesti, con le sue reazioni emotive, con una chimica simile a quella dell’ animale che sente cosa ‘pensa’ veramente il padrone o il capo branco, ‘traducendo’ un linguaggio non verbale. Bambini attratti inesorabilmente dal ‘non detto’. Non c’entra tanto l’esame di coscienza per capire chi siamo e cosa veramente vogliamo da loro, quanto l’onestà e il ‘lavoro’ che con dedizione e… sacrificio mettiamo in quel che facciamo. Che poi l’oggetto siano loro oppure un nostro progetto, è a mio parere quasi trascurabile… cioè tendo ad assolvere molto i ‘genitori’ e molto meno le ‘persone’. Assolverli nel senso proprio di slegarli da troppe angustie! Che poi c’entra pure il contesto culturale, l’ambiente sociale, la latitudine, e così via. Se hai un figlio di 4 anni abituato alla tedesca che va a letto alle 7 di sera o uno che ti porti al ristorante fino a mezzanotte, non è cultura questa?
Ciò detto credo anch’io che da noi il ruolo sbilanciato di mamme e papà, e la mancanza di servizi adeguati sia una vera iattura – non tanto l’idea del figlio perfetto, ché l’ho vista all’opera anche altrove, ma per il mondo di sudditi che ruotano intorno al figlio perfetto (nonni, tate, zie, cognati, tutti coinvolti negli aspetti pratici dell’accudimento quotidiano, senza scelta). Concordo con Binaghi sul rischio di chi si sacrifica in esclusiva, ed è anche il modo migliore per perpetuare questo sistema secondo me.
Cara Loredana, grazie di aver informato su questa querelle, e grazie soprattutto delle tue osservazioni sintetiche e acute, come al solito.
io sono mamma da poco e sto cominciando a capire solo ora molte cose sulla genitorialità. E’ un gran pasticcio, principalmente; da noi in Italia c’è questa retorica della maternità rose e fiori, in cui ci si deve mettere prone ai piedi del pargolo, in un’ottica tutta cattolica del sublime sacrificio. Il che potrebbe andare anche bene, il punto è che resta tutto in superficie. La teoria abbonda (da neomamma io mi sento una perenne invitata al Festival del Consiglio non richiesto) , i manuali di qua, la suocera di là, e ognuno ha ragione, ovviamente. Mamme però non si nasce, si diventa, e non con la teoria, ma solo, esclusivamente con la pratica. A volte aiuta davvero un consiglio, ma da chi ha esperienza con una colica, con i pianti senza motivo apparente, non da chi conosce IL bambino come entità astratta e bisognosa solo di bastone o solo di carota a seconda della moda del momento. Ora si porta il biologico estremo, e un’esaltazione acritica della “naturalità”.
Ad esempio, òleggendo la pagina FB del libro “E se prende il vizio?” sono rimasta colpita dall’equazione +seno=+ amore. Io sono mamma da poco, e non ho avuto latte. Mia figlia cresce sana e serena con il latte formulato e il biberon, perché l’amore non passa solo attraverso un capezzolo. Né credo che diventerà una serial killer perché non potrò allattarla fino alla maggiore età come fa buona parte di quelle mamme.
Mi sembra più che altro che ognuno difenda strenuamente la SUA esperienza e/o formazione più o meno scientifica, eleggendola a paradigma. Se fosse così facile e meccanico fare la mamma (tetta sì/tetta no, lettone/lettino) il mondo sarebbe nettamente diviso in buoni e cattivi a seconda del tipo di infanzia. Invece la fortuna è che i bimbi crescono non solo grazie ai genitori, ma spesso NONOSTANTE i genitori e la loro ansia da applicazione delle teorie altrui.
Il senso del post era esattamente questo, matrioska! Ribadisco che è la dicotomia a farmi riflettere: è evidente che la genitorialità comporta rinuncia. Ma rinuncia non vuol dire cancellazione, soprattutto della madre. Nè, di contro, per citare Broncobilly, decidere di non avere un figlio non significa “badare al sodo”.
cara matrioska benvenuta!
sulla retorica della maternità rose e fiori non sono molto d’accordo
non mi sembra appartenga più alla generazione delle nuove mamme
e non è poi neanche tanto di moda
basta vedere tutti i manuali e i libri che escono ultimamente sull’argomento e ne escono veramente tanti!
o per rimanere alla rete tutti i blog sulle mamme “imperfette”
quando ho aperto il mio blog, del quale non farò certo pubblicità qui, mi contattarono subito vari editori chiedendomi il libro…ovviamente ho rifiutato ma questa è un’altra storia.
e comunque fare riferimento ai blog o a facebook può essere un po’ riduttivo
di genitori ne ho conosciuti tanti in questi anni di asili elementari medie e ora anche liceo!e mi sembra che in realtà ci sia più buonsenso per strada che in rete
ma magari sono stata fortunata io negli incontri
con questo non escludo ovviamente altre storie
o il fatto che ci possa essere qualche mente folle che ritiene che chi cresce i figli a biberon stia crescendo dei serial killer!
ma non mi sembra così condizionante all’interno della società, per fortuna, altrimenti invece di stare tutte qui davanti al pc staremo tutte ad allattare i nostri pargoli
fare il genitore non è facile o meccanico
a volte a me ha aiutato l’istinto (parola che qui apre subito a discussioni lunghissime!) allora specifico che mi ha aiutato nelle cose pratiche tipo capire il motivo del pianto (fame dolore capriccio) o se ha la febbre senza usare il termometro (ormai è un gioco tra me e mio marito, io tocco la fronte e dico i gradi e lui controlla con il termometro e conferma sempre la mia diagnosi!)
l’unico consiglio che ho seguito è stato quello di mio suocero che mi disse di fargli ascoltare mozart quando li mettevo a nanna
sottoscrivo il tuo NONOSTANTE
non esiste la perfezione
facciamocene una ragione
ma non mi piace neanche la tanto à la page mamma imperfetta
e in giro vedo tanti bei papà che continuare ad accusarli di manchevolezze è ingiusto
Scusate, ma S.O.S. tata e’ un programma che di tanto in tanto guardo insieme con mia figlia, e a leggere questa querelle io trasecolo.
Indubbiamente il personaggio tata Lucia sfoggia una eccessiva sicurezza, ma il suo approccio e’ interessante e le famiglie che visita veramente disfunzionali ai limiti dell’aberrazione, con bimbi nevrotici e ricattatori. Semmai il dubbio che rimane e’ se i tanti saggi consigli e i miglioramenti riscontrati in tv saranno duraturi o no.
Oltretutto, mi chiedo, questa psicologa che secondo me monta la polemica su un programma di successo per far pubblicita’ al suo libro, l’ha mai guardato questo programma? Sembrerebbe di no.
Perche’ se da una parte la tata insegna a reagire ai capricci e alle abitudini sbagliate, comprese quelle qui definite “di contatto”, al tempo stesso esorta in tutti i modi i genitori a passare piu’ tempo “qualitativo” con i figli, dialogando, seguendo i compiti, portandoli in giro, facendoli giocare.
Infatti l’altra faccia di questi stanchi genitori ridotti a cedere ad abitudini vincolanti per una sorta di loop di convenienza reciproca, e’ che si dimostrano indifferenti e assenti per tutto il resto del tempo.
Da ultimo, non mi e’ piaciuta neppure la risposta della Banovaz e mi e’ sembrata intrisa a sua volta di snobismo e sufficienza.
Tata Lucia non e’ una sorta di “superbadante tv”, e’ una signora con lauree, stage in USA e un currriculum di enorme rispetto. In mezzo a tanti improvvisatori televisivi e’ almeno molto competente.
e comunque rimane un programma televisivo dove tutto è “caricato” eccessivo per far risaltare di più la differenza tra “prima” e “dopo”
è la televisione, bellezze.
Punk, tutte le volte ripeti la stessa cosa però 🙂
Nessuno sta tessendo l’elogio dell’imperfezione e tanto meno parla male dei padri. Semmai, si sta cercando di fare il contrario, di valorizzarne il ruolo.
Mi sa che la prossima volta lo preciso nel post. 🙂
E ripeto che quel che si vede in giro, nei propri sceltissimi ambienti, non corrisponde all’universo mondo.
lippa
due faccette in un post è da tossica persa!!
E certo, la mia mamma ha dovuto scegliere il latte artificiale dopo il terzo mese 🙂 (terza faccina: in effetti la mia mamma è anche una pokerista accanista alla bella età di 88 anni: dovrei risalire alla nonna e alla bisnonna)