Torno da Londra, da dove viene la gran parte della mia formazione di lettrice. Non solo la mia, evidentemente: se qualcuno ricorda quel meraviglioso romanzo che è Il libro dei bambini di A. S. Byatt, sa che dalla borghesia fabiana nacque la letteratura che ancora oggi ci accompagna, quella di  Carroll, MacDonald, Barrie, Tolkien,  Travers, e tanti altri.
Diversi anni fa, su Giap, Wu Ming 4 ne scrisse così:
“Nessuno ci aveva preparati a questo, come nessuno aveva preparato i bambini della Byatt all’impatto con la spietatezza della guerra e del capitalismo. Nessuno aveva pensato che avremmo dovuto confrontarci col male. Non già la guerra guerreggiata in prima persona, che per fortuna non c’è toccata in sorte, ma il male altrettanto immanente rappresentato dalla sconfitta dei progetti di trasformazione di sé e del mondo, dall’imbarbarimento sociale, dall’individualismo, dalla paura. Mentre le conquiste e le idee della generazione ribelle lasciavano spazio al peggio, e tanti di quei genitori utopisti si ritrovavano imbrigliati o conniventi – o semplicemente la vita ci metteva davanti ai suoi drammi -, a noi è rimasto l’anelito alla felicità, ma sciolto dalla forza morale. Sciolto cioè dalla consapevolezza che in certi momenti si può e si deve resistere alla marea, e che quella felicità può realizzarsi solo se ci si impegna in un’azione collettiva”.
Torno, dunque, dopo aver visitato il Museo di Scienze Naturali di Londra, meraviglioso per ideazione, cura, allestimenti, e dove i bambini stessi scoprono la meraviglia del mondo. Torno dopo aver gioito dell’ingresso gratuito ai musei, delle pubblicità dei libri nella metropolitana, e di tutto quello che dovrebbe contribuire a realizzare un mondo migliore. Sapendo bene, però, che la Gran Bretagna, come il resto del mondo, non è affatto immune dalla contraddizione. Perché i bambini sono fotografati, discussi, protetti, desiderati: ma alcuni bambini e non altri.
A volte, quando i bambini diventano soltanto carne da spettacolo da esibire sui social, dopo essere stati ed essere ancora carne da consumo, mi chiedo se non varrebbe la pena ricordarli, i bambini di ieri, per capire come guardiamo oggi all’infanzia. Specie in queste ore, quando le prime pagine dei giornali on e off line riportano la foto di Liam Ramos, cinque anni, zainetto in spalla, cappello di lana turchese con le orecchie di pezza, arrestato dall’ICE a Minneapolis e trasferito col padre in un centro di detenzione in Texas. Questi bambini, appunto, e tutti gli altri, quelli di Gaza, quelli che le storie non hanno fatto in tempo a raggiungere, e tanto meno a salvare.

A gennaio mi succede sempre così: non capisco come mai, ma le prime giornate dell’anno nuovo sono le più affollate. Dunque, per oggi, posto qui qualcosa di già scritto. In particolare, la recensione de L’antidoto di Karen Russell uscita su Tuttolibri de La Stampa qualche settimana fa.
Inoltre ricominciano i viaggi: domani sarò a Reggio Emilia, venerdì devo fare un salto a Torino e lunedì parto per Londra. Quindi il blog sarà aggiornato a partire dal 23 gennaio. State bene, eh.
“Russell scrive ora il suo romanzo più ambizioso, L’antidoto (Sur, traduzione di Veronica La Peccerella), ambientato poco dopo la Domenica Nera del 14 aprile 1935. Siamo a Uz (come la città di Giobbe), nel Nebraska, ma più che la messa alla prova di un Dio è l’opera dell’uomo ad aver provocato il disastro. Gli abitanti ne avranno consapevolezza solo quando la polvere ha inghiottito tutto: “Più aravamo la terra, meno acqua avevamo. La spugna della natura era sparita. Avevamo ridotto il terreno in polvere. Avevamo strappato ogni ancoraggio. Ora stava volando via tutto”. In realtà avevano fatto di più: avevano “trasformato il suolo in denaro”, strappandolo ai nativi, e il massacro delle lepri selvatiche con cui si apre la storia ne richiama, inevitabilmente, altri.
Ma L’antidoto non è esattamente un romanzo storico, perché contiene volutamente un gran numero di anacronismi: è semmai un romanzo di spettri e di streghe. La strega della prateria è una delle voci narranti: si risveglia dalla tempesta chiusa in una cella, con una sola parola in mente, bancarotta (e, come vedremo, non è un caso).”

A volte ritornano, e ritornano in virtù di un post sponsorizzato su Facebook che pubblicizza Il premio Nobel Italia. Come sarebbe a dire?, mi chiedo. Vado a vedere. Sito amatoriale, con due medagliette con il profilo di Alfred Nobel e l’invito a candidarsi per “meriti culturali, artistici e scientifici eccezionali”. Ci sono pure le foto dei vincitori: con tutto il rispetto, mai sentiti nominare. E, voilà, ecco il tariffario:
“È consentita la candidatura fino a un massimo di n. 5 iscrizioni annuali, aderendo con più opere e/o a più Classi. Gli importi corrisposti si intendono donazioni e pertanto sono atti liberali dei disponenti che non costituiscono controprestazione o pagamento di un prezzo. Le donazioni sono così determinate: a) 150,00 euro per singola iscrizione (Premio Nobel Italia); b) 350,00 per n. 3 iscrizioni (Premio Nobel Europa); c) 500,00 euro per 5 iscrizioni (Premio Nobel Mondiale). Tutti gli importi saranno adoperati per finalità di promozione culturale e sociale”.
Chi sono questi acchiappapolli, che usano l’acronimo NostraBellaItalia per svicolare dalle accuse (che pure dovrebbero esserci, eh)? Sopresa: una vecchia conoscenza di questo blog , visto che ne scrissi, originariamente per Repubblica e poi più volte qui, nel lontano 2011: Mattia Leombruno, EventoFestival. La stessa persona che fonda il Premio Mario Luzi, che vive sui soldi di chi si fida del nome del grande poeta. E offre recensioni personalizzate anche qui secondo tariffario.
La domanda è: ma questo benedetto Mattia Leombruno, in passato anche candidato consigliere municipale per Forza Italia, può continuare tranquillamente a usare il nome di un poeta immenso, e ora anche quello del maggior premio internazionale dedicato ad arti e scienze, per chiedere denaro ad aspiranti poeti e scrittori? E, se sì, perché?

Oggi il blog è dedicato a una trascrizione dal podcast di Anne Applebaum, Autocracy in America, del 9 gennaio 2026. Dedicato all’ICE.
“” Oggi non vai a lavorare. Torna in macchina. Vattene”. Così finisco per risalire in macchina e tutti iniziano a camminare in fila verso di me, circondando la mia auto. Gli agenti di lato cercano di tirare le maniglie delle portiere, cercano di aprire la portiera, mi urlano di scendere, e gli agenti davanti mi dicono di fare retromarcia, contraddicendo ciò che gli altri agenti mi stanno dicendo di fare.

Finiscono per lanciare gas lacrimogeni. E io ero lì dentro che soffocavo, cercando di implorarli, gridavo non ci vedo più; la mia macchina è avvolta dal fumo , e alla fine colpiscono di nuovo il mio finestrino, che va in frantumi. Immediatamente, nel momento in cui va in frantumi, un altro agente infila il braccio e mi spruzza in faccia lo spray al peperoncino.

Mi hanno semplicemente trascinato fuori dalla macchina, mi hanno buttato a terra. Mi hanno subito messo le ginocchia sul collo e sulla schiena. C’erano forse altri quattro o cinque agenti intorno a noi, che guardavano mentre facevano tutto questo. E per tutto il tempo, continuavano a chiedersi cose tipo: ” Perché è stato arrestato?”. Erano confusi anche loro.

Alla fine, mi hanno rimesso in questo SUV senza targhe e poi mi hanno portato al centro di detenzione nel centro di Los Angeles. Ci hanno perquisito, ci hanno preso le impronte digitali, ci hanno scattato delle foto. Le mie mani bruciavano. La mia faccia era ancora in fiamme per i gas lacrimogeni, e per tutto il tempo che sono stato lì dentro, nessuna telefonata, nessun avvocato, nessuna doccia. Niente di niente.”
“Quella che vediamo ora è una presenza massiccia e militarizzata delle forze dell’ordine, con pochissima supervisione. Gli agenti dell’ICE e i loro partner delle forze dell’ordine sono vestiti come soldati. Usano armi militari. Si calano in corda doppia dagli elicotteri Black Hawk. Usano granate stordenti per sgomberare gli edifici. Legano anziani e bambini con delle fascette per evacuare un edificio. Questi sono strumenti che i soldati armati usano contro i nemici, non contro i civili.”

In queste ore buie, torno sulla diatriba letteratura e AI. Lo faccio grazie a una delle mie scrittrici preferite, Tiffany McDaniel, autrice fra l’altro de L’estate che sciolse ogni cosa, nonché voce più bella e originale di quello che possiamo chiamare gotico, o fantastico, o come vi pare: scrive benissimo, vi basti. McDaniel è intervenuta su Instagram raccontando quel che è avvenuto ad Harlequin France, di proprietà di Harper Collins: alcuni traduttori, anche con rapporti di lavoro consolidati e addirittura trentennali, sono stati informati che i loro servizi non erano più necessari, perché si sarebbe passati alla traduzione automatizzata attraverso AI. In pratica, l’editore ha esternalizzato le traduzioni all’agenzia di comunicazione Fluent Planet: la quale, secondo l’editore medesimo  “si avvale di traduttori esperti che utilizzano strumenti di intelligenza artificiale per parte del loro lavoro”. Secondo il sindacato dei traduttori francesi, invece, i testi vengono inseriti  in un software di traduzione automatica,  lasciando ad alcuni freelance l’editing del risultato finale.  “L’obiettivo dichiarato è aumentare la redditività riducendo i tempi di lavoro”, si legge nel comunicato.
C’è un ma, scrive McDaniel: “tagliano i  costi sbarazzandosi dei traduttori umani, non tagliano i loro prezzi. I lettori francesi pagheranno lo stesso  per le traduzioni generate dall’AI”. Hanno cominciato con il romance, ma non sarà l’ultimo genere preso di mira scrive McDaniel. Anche se, aggiunge, è significativo che l’operazione sia cominciata con un genere scritto, tradotto e letto da donne. L’editore sta probabilmente supponendo che il pubblico femminile sia un bersaglio facile, e ha probabilmente pensato che le sue lettrici  non se ne accorgeranno, cosa irrispettosa non solo per loro, per le scrittrici e per le traduttrici”.
McDaniel propone una serie di azioni per chi scrive e per chi legge: clausole contrattuali, boicottaggio. “Ogni generazione vuole raccontare storie. Ma se non abbiamo chiaro che l’AI non può raccontare le nostre storie, allora il futuro sarà scritto senza di noi. La letteratura merita di conservare la sua anima”.
E questa, a me, sembra la prova provata che al di là dei discorsi teorici qualcosa sta accadendo adesso, e quel qualcosa, anche se saranno pure gli umani ad aver istruito l’AI e gli umani a correggere la sua traduzione, scippa creatività e intelligenza agli umani che traducono. Mi sembra banalmente chiaro, ma so anche che è quasi inutile ripeterlo.

Quello che segue è l’incipit della poesia “On Learning to Dissect Fetal Pigs” con cui Renee Nicole Good vinse nel 2020 l’Academy of American Poets Prize. Aveva 37 anni, aveva affetti e figli ed è stata assassinata brutalmente dalla polizia a Minneapolis, nonchè calunniata dal presidente degli Stati Uniti, che l’ha definita “un’agitatrice di professione”.
Non so cosa altro occorra aspettarsi. E, per favore, i geopolitici dilettanti o di mestiere non vengano ad alzare il ditino dicendo che è un errore prendersela con il solo Trump, eccetera.
Cosa altro occorre aspettarsi, ripeto?

Certamente è stato già ricordato, ma ieri sera mi sono interrogata sui precedenti della tragedia di Crans Montana. Che sono almeno tre, non sono così lontani nel tempo e colpiscono per la dinamica, che è praticamente identica. 
2004: Siamo a Buenos Aires, è il 30 dicembre. Alla discoteca República Cromañón si esibiscono i  Callejeros. Durante l’esibizione vengono accesi alcuni bengala: danno fuoco alle imbottiture nel soffitto. Muoiono 194 persone, 7oo sono i feriti. 
2013: nella notte tra il 26 e il 27 gennaio la discoteca Kiss di Santa Maria, Brasile, ospita un concerto dei Gurizada Fandangueira: il cantante accende un bengala, il bengala colpisce  il soffitto della discoteca, appiccando le fiamme al materiale di plastica usato per l’isolamento acustico. Muoiono 232 ragazzi.
2015: Al Colectiv di Bucarest suonano i Goodbye to Gravity. Ancora una volta, c’è un bengala. Ancora una volta prende fuoco il rivestimento di poliestere, le fiamme raggiungono il soffitto, muoiono in 62.
Sugli ultimi due episodi esistono una serie e un documentario, La notte che non passerà e Collectiv.

La domanda è ovvia, e non mi capacito che non sia stata posta più spesso: come è stato possibile dimenticare i precedenti? Perché nei tre casi, ora quattro, il meccanismo è identico: fuochi o bengala o quel che è, rivestimento sul soffitto, fuoco, morte. E se neanche quasi cinquecento giovani persone che hanno perso la vita bastano, che altro deve accadere?
Diciotto anni, Javier Marias, in una intervista spietata a Repubblica, diceva:
“la gente dimentica, dimentica molto facilmente. E soprattutto non associa, non stabilisce un collegamento tra gli eventi della storia e i fatti del presente”.

Il 2026 porta con sé il decennale dal terremoto del Centro Italia. Lo ricordiamo tutte e tutti, ovviamente: molto di più lo ricorda chi ha perso una persona cara. E una casa. 
Bene, da poco è stato nominato commissario per la ricostruzione in Emilia Romagna il senatore Guido Castelli, che già commissaria le Marche e i territori colpiti nel 2016. Come forse sa chi segue questo blog, Castelli è trionfalistico nelle dichiarazioni e munifico nelle elargizioni. In agosto, Repubblica ha individuato venti atti di contorno rispetto alla missione del commissariato, che è quella di ricostruire i comuni distrutti. I decreti extra valgono 1.261.762 euro e sono tutti affidamenti diretti. Concessioni firmate del commissario Castelli tra il 2024 e il 2025.
Già, ma la ricostruzione? In ottobre, ActionAid scriveva questo:
“Nei138 Comuni del cratere ci sono attualmente circa 20 mila persone ancora in attesa di una sistemazione definitiva e sono 2.690 le Soluzioni Abitative di Emergenza (SAE) ancora occupate.  La ricostruzione, quella delle case ma anche degli spazi pubblici, dei servizi, dei luoghi di ritrovo è invisibile, non perché non si inizino a vedere cantieri ma perché non ci sono dati aperti, consultabili e aggiornati che ne raccontino l’andamento per ciascun luogo e per ciascun intervento. ”
Ovviamente il commissario è invece sempre trionfalistico, ma non ci si aspettava nulla di diverso.
Ciò di cui non si parla è invece come si sta realizzando la ricostruzione, e il modo in cui si è imposta a cittadine e cittadini una narrazione che non corrisponde alla realtà e che viene semplicemente abbellita da assai ipocrite celebrazioni dei valori del territorio e la loro trasformazione (indovinate?) in spettacolo.
Su questo punto, riporto un lungo post che la libraia e attivista Silvia Sorana ha scritto il 30 dicembre. C’è tutto quel che serve sapere: altro, occorrerà trovarlo e raccontarlo, a costo di non ottenere ascolto che da pochi.
“La ricostruzione fisica è stata drogata da una bolla da cantiere che, gonfiando i prezzi e saturando il mercato, ha favorito l’adozione di soluzioni tecniche a basso costo e alto profitto per le imprese, a discapito della qualità edilizia. Tutto mentre contemporaneamente si esalta l’autenticità, la qualità, il paesaggio, la montagna.”

E così, dopo dieci anni, Stranger Things si congeda. Lo fa con una puntata, almeno a mio parere, impeccabile nonostante le incoerenze, dove ogni anomalia svanisce, così come si chiude il tempo dei giochi e dell’adolescenza: i protagonisti vanno verso il mondo, chi andrà al college, chi in una grande città, chi inizia a lavorare in un giornale. E qualcuno, come Gordie de Il corpo di Stephen King (omaggiatissimo in tutta la serie) scrive, e racconta, come è giusto che sia. Ma le storie non finiscono, perché ci sono altri, i fratellini e le sorelline, che prenderanno il posto dei personaggi principali attorno al tavolo, per giocare a Dungeons&Dragons.
Nei fatti, Stranger Things ha raccontato cosa significa crescere avendo fede: fede nella fantasia, nei mostri che possono esistere davvero, e fede nel fatto che i mostri si possono sconfiggere, fede nell’amicizia, fede nel futuro. Solo i bambini e i ragazzi non si accorgono che stanno cambiando e dunque non possono temere il cambiamento: lo faranno dopo, una volta adulti, quando si guarderanno indietro. Ma la meravigliosa estate de Il corpo, e di It, e di tutti i libri kinghiani dove ci sono bambini e ragazzi, sembra non finire mai e potersi prolungare all’infinito. Perché i bambini e i ragazzi hanno appunto fede, farà dire King a uno dei suoi personaggi. I bambini e i ragazzi credono ancora (o credevano) alla fatina dei denti e persino a Babbo Natale, credono nei fantasmi e nei lupi mannari e, in una parola, credono nella magia. Proprio quella che, crescendo, si dimentica: al massimo, alcuni uomini e alcune donne provano a ricrearla nei libri, nei film, nelle serie televisive, cercando di ricordare come si viveva da dodicenni.
Nell’ultima puntata di Stranger Things, Mike, e poi tutti gli altri, dicono le parole chiave: “Io ci credo”. E’ lo stesso atto di fiducia nelle storie con cui si chiudeva Game of Thrones, che aveva un finale più sgangherato ma con la stessa finalità: ogni anomalia svanisce, ognuno prosegue la propria vita, senza draghi e senza mostri, inoltrandosi nell’età adulta.
Resta una piccola domanda: noi che abbiamo amato Eddie il ribelle, quanto tolleriamo, da adulti, le persone vere che escono dal canone? Temo molto poco. E temo anche che quando guardiamo con tenerezza alle amicizie degli adolescenti, alla forza del gruppo, alle speranze e al coraggio, pensiamo ai noi stessi che forse eravamo davvero (o forse no), ma che sicuramente, nella maggior parte dei casi, oggi non siamo.
Quanto alle storie, beh, chi ci crede (in numero minore, temo anche questo) sa che sono una delle possibilità di salvezza, anche quando non spiegano tutto, come in Stranger Things.
(E comunque, avercene)

La giornata, dunque, si apre così:
“Il Rapporto curato da LaPolis-Università di Urbino Carlo Bo, con Demos e Avviso pubblico, individua in una persona su cinque l’ampiezza del consenso sociale verso soluzioni autoritarie. Incluse quelle che rimandano, esplicitamente, all’esperienza del fascismo. Un’area che si allarga a circa una persona su tre, se includiamo gli incerti di fronte al bivio tra democrazia e autoritarismo”. 
Ma forse non c’era bisogno del rapporto per capirlo: basta uscire, salire su un mezzo pubblico, guardarsi intorno. Qualcosa è cambiato da molto tempo, una narrazione è diventata predominante e adesso siam qui. Il che non significa che non si possa fare nulla, evidentemente, ognuno come può, ognuno come sa.
Le cose sono cambiate anche in editoria, e dal momento che questo è l’ultimo post del 2025 riassumo brevemente quanto scritto qui e sui social: in sintesi, dopo le lunghissime discussioni su come funzionano o non funzionano le cose in Italia, al momento si continua ad andare avanti come prima, con gli editori che inseguono le booktoker, tallonati dagli inserti culturali che le blandiscono, sperando che così i libri e i giornali si vendano un po’ di più (preciserei che non ho nulla contro le booktoker, tutt’altro, e l’ho scritto in tempi non sospetti: mi sembra soltanto malinconico assistere all’ennesimo tentativo di cannibalizzazione di un fenomeno che porta sempre allo stesso punto. Contro un muro).
Nel frattempo c’è anche chi non si accorge di quel che avviene, convinto/a che non toccherà a lui o a lei, e che i suoi libri saranno sempre ben accolti e ben recensiti, e pure premiati, e pazienza se non vendono come una volta.
Aggiungiamo la discussione già fatta sull’uso dell’intelligenza artificiale e il quadro è quasi completo.
E’ sicuramente presto per dire qualsiasi cosa in proposito, tardi per non accorgersi che, appunto, le cose sono molto cambiate. Possiamo immalinconirci pensando a come eravamo o capire come agire.
E dunque? Dunque, caro commentarium, per me resta valido quello che scrisse Sandra Newman diversi anni fa:
“Non c’è nulla di vergognoso, infantile e irrealistico nel volere un mondo migliore. Dobbiamo lasciarci alle spalle la superstizione secondo la quale ogni tentativo di risolvere i nostri problemi finirà nella distopia di Orwell. La storia ci insegna che le buone intenzioni non sono un’avvisaglia di fallimento: dobbiamo permetterci di pensare in termini utopistici, e agire pragmaticamente per farli diventare realtà”.
E naturalmente Buon Natale e Buon Anno a voi. Il blog torna il 5 gennaio, e vediamo cosa succede.

Loredana Lipperini
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