Riporto, dal sito del Manifesto, l’articolo di Gilda Policastro di ieri, 20 luglio. Non lo commento, perchè chi ha seguito la discussione su Lipperatura è in grado, da solo, di trarre le proprie conclusioni. E perchè, come dice Lisa Simpson, citando Lincoln, è meglio rimanere in silenzio ed essere considerati imbecilli che aprire bocca e togliere ogni dubbio.
Conclusa la stagione dei premi letterari, parte quella dei festival: l’occasione per riflettere sugli uni e sugli altri è il recente documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, Senza scrittori (prodotto da Rai Cinema), un’indagine che da premi e festival muove, mostrandone dall’interno alcuni tra i più noti passando dal Ninfeo di Villa Giulia, sede storica del Premio Strega, al Festival di Mantova, e sbarcando infine, provocatoriamente, alla Stazione di Topolò, in Friuli, dove da più di dieci anni ha sede un anti-festival di poesia eco-compatibile, ovvero con pochi ospiti scelti, alloggiati presso le case degli sparuti abitanti del paese. Un’indagine, quella di Cortellessa e Archibugi, ricca di informazioni e totalmente disincantata, che a partire dal «basso-materiale» sviscera i meccanismi e i parametri economici in base ai quali si regolano la produzione, la distribuzione e le vendite (il libro come merce in un sistema produttivo, cioè), oltre che la costruzione delle delle dinamiche del consenso (il libro come prodotto in un contesto concorrenziale). Meccanismi e dinamiche che vengono amplificati da premi e festival, ma che evidentemente sostengono, come lo scheletro il corpo, l’editoria italiana, orientandone o determinandone (quel che è più preoccupante) la progettualità, e limitando, di contro, gli spazi per la ricerca e le proposte eccentriche, relegate in ambiti di nicchia (editori semiclandestini, librerie in estinzione come la storica Tombolini di Roma, lettori-reduci impossibilitati a rinvenire libri che non siano best-seller).
Le questioni in esame nel documentario sono tutte di grande momento, a partire dalla constatazione dello strapotere ormai inarrestabile del mercato editoriale. Un’industria che fin dai suoi albori ha badato ai profitti, ma che mai come in questo momento parrebbe aver abdicato interamente alla qualità in favore del «successo», con la conseguenza perniciosa che sia l’idea stessa di letterario o di artistico a depotenziarsi, in nome del solo obiettivo della diffusione ad ampio raggio e dell’appeal generalista «che rende tutto più divertente», come sostenuto (e non dimostrato) nel documentario da Antonio Franchini, editor Mondadori (oltre che scrittore in proprio).
Se l’editoria senza mercato, rovesciando la tesi di Cortellessa, non potrebbe sopravvivere all’invadenza di altri media (nonché allo strapotere della rete presso le generazioni under 40), è vero altresì che i contrappesi storici al mercato (i luoghi della formazione e dell’analisi critica) si sono ridotti a zone del tutto marginali o ininfluenti. Le categorie dominanti all’interno del discorso letterario (sed commerciale) non sono così la qualità, il valore, la «longevità» (dicevano una volta i culturologi), o – volesse mai il cielo – le possibilità di canonizzazione di un’opera, bensì il successo quantificato dalle classifiche di vendita: «vera spada di Damocle settimanale per ogni editore», citando ancora dall’intervista a Franchini. Proprio nel web, da un articolo di commento a Senza scrittori apparso su «Repubblica» a firma di Francesco Erbani (e successivamente postato nel blog Lipperatura), si è sviluppato un dibattito tra lo stesso Cortellessa (insieme ad altri, tra cui chi scrive) e il gruppo bolognese dei Wu Ming, fenomeno mediale da oltre un decennio, con un’ampia produzione d’intrattenimento all’attivo. È dello scorso anno, ad esempio, l’edizione di un pamphlet costituzionalmente destrutturato e dichiaratamente scevro da ambizioni canonizzanti, intitolato New Italian Epic: etichetta di una qualche immediata fortuna mediatica, subito smontata però nella sua consistenza teorica dai critici «cartacei» (Emanuele Trevi, ad esempio, su «Alias»). Ma l’aspetto che in questo caso fa conto sottolineare è come i Wu Ming, da un’angolatura opposta, arrivino a sancire nei fatti uno status quo molto simile a quello delineato nel doc di Cortellessa-Archibugi, a partire dalla considerazione (in quel caso salutata con malcontenuto entusiasmo) che l’idea stessa di letteratura sia divenuta arbitraria o rinegoziabile in nome di altre urgenze (sociologiche, documentarie, o della famigerata «evasione»), sempre secondo i nuovi parametri «popolari», coincidenti, com’è superfluo ribadire, col successo commerciale.
Esisterebbe cioè una nuova genia di scrittori, a partire dai Wu Ming medesimi, formatasi più nella rete che nelle aule universitarie, e felicemente affrancata dal bellettrismo novecentista, come dagli eccessi della sperimentazione avanguardista e neoavanguardista. Categorie peraltro mai chiamate in causa, in quanto riconducibili a un metodo d’approccio – la vetusta critica cartacea, appunto – per niente al passo con le magnifiche sorti e progressive della tecnologia informatica, che tutto fagocita: tanto che i Wu Ming stessi arrivano a definire superato il loro Nie, di appena un anno fa. Il bando va anche all’idea romantica dello scrittore separato dalla massa «zotica e vil» in virtù della pregressa formazione: lo scrittore è, viceversa, pienamente integrato nelle dinamiche di produzione-smercio dei libri (o degli yogurt? per riprendere la metafora Cortellessa) e se non lo è, peggio per lui, perché intanto c’è una pletora di «scriventi» (citando stavolta Malerba) pronti a far valere le necessarie consapevolezze in termini tanto di produzione di una letteratura affabulatoria e accessibile (perché «piatta come un lago»: così un commentatore nel web) quanto di potere contrattuale, e dunque di influenza sul mercato.
Viene in mente l’antiapologia del successo di un saggio manganelliano sul best-seller, libro cordiale, comunicativo, «sciarmoso», con la pretesa di parlare a tutti, mentre l’auspicato worst-seller si consentirebbe ancora il «lei», rivolgendosi «a pochi, a pochissimi, a nessuno»: e come farà mai a farsi acquistare, vien da domandarsi coi Wu Ming, un libro così scorbutico, oggi. Ma acquistare o leggere? Un libro-vasetto può far figura in dispensa, cioè nella libreria di casa: manca un passaggio, perché si muti in libro «longevo», ovvero entri in un discorso estetico e non già (solo) economico. Bisogna intanto che sia superfluo guardargli la data di scadenza, ma, prima ancora, che possa arrivare a essere 1) scritto (il che non è banale, se l’influenza del mercato vale anche in termini prospettici; 2) pubblicato; 3) presente in libreria 4) resistente al quotidiano afflusso in essa di vampiri o romanzi criminali.
La prima edizione dei testi teatrali di Shakespeare, ricordava Manganelli, uscì dopo la sua morte: Shakespeare odiava il successo o si rammaricava della fama mancata coi poemetti giovanili? «Forse, voleva anche lui vincere un premio importante: dopo tutto non è detto che sapesse di essere Shakespeare».
@ Anna Luisa
mi hai preceduto, l’articolo della Benedetti volevo linkarlo io nella versione più estesa che è uscita su “Il Primo Amore”:
http://www.ilprimoamore.com/testo_1883.html
Lo trovo bello ed efficace nella sua critica al “manicheismo semplificante” di chi, come la Policastro, “tra[e] cinicamente il proprio status dal generale ribasso”. Non condivido, però, il titanismo romantico della Benedetti: la sua polemica sembra ancora una difesa della figura del Grande Scrittore Misconosciuto Da Certa Critica. Il passo successivo dovrebbe essere quello di riconoscere anche il contributo di scrittori che non sono, né aspirano ad essere, Genî Immortali, ma non per questo accettano di farsi buttare senz’altro nella spazzatura.
La Kinsella l’ho lasciata perdere: troppo difficile. D’ora in poi ho deciso di fare come quel personaggio di DeLillo che leggeva solo le confezioni dei corn flakes 🙂
E’ incredibile come dopo tutti gli articoli e i commenti escano ancora fuori le dicotomie alto/basso e pubblico/critica… Curioso è anche il fatto che il documentario abbia prodotto discorsi a latere, che alla fine non necessitano per forza della visione dello stesso…
Ok, da adesso solo confezioni dei corn flakes :-))
Curioso anche come ogni volta che una critica viene condivisa da più persone almeno nei suoi elementi-base, qualcun altro se ne esca con la parola “linciaggio”. Chi usa a sproposito e irresponsabilmente una parola tanto greve e pesante si meriterebbe di finirci davvero in mezzo, a un linciaggio, ma di quelli in the street, in full-color multi-sensorial 3D. E poi raccontarci com’è l’esperienza e cosa la distingua dal criticare qualcuno in un dibattito.
Comunque a me non piace nemmeno questo continuo evocare “la posizione mediana” e “lo stare in mezzo”. Se permettete, quello che faccio io non lo vedo come una media aritmetica tra le Vette e gli Sprofondi, né mi colloco sulla linea di mezzerìa tra chi viaggia verso la fossa di scolo e chi viaggia verso il Parnaso. Io non mi sento “in mezzo” né cerco “il giusto mezzo” o la media o altro. Io mi colloco *altrove* rispetto a queste dicotomie. Non sono proprio interessato allo scontro schizoide tra due facce dello stesso fenomeno.
“Ritengo che la recente presa di posizione di Ferroni sulla quaestio abbia definitivamente chiuso la querelle”
Ah, beh, allora… Ipse (ipse!) dixit e nessun altro osi fiatar.
Se ce lo dicevano prima, che bastava così poco…
Mi viene in mente quella scena de “I soliti ignoti” in cui viene presentato Ferribotte (Tiberio Murgia):
– …taciturno indove che laconico, ma ogni volta che parla… è una sentenza!
E Ferribotte, sorridente:
– Chi beve birra campa cent’anni!
Capisco benissimo le ragioni storiche, filosofiche ed esistenziali della tua dichiarazione “mi colloco altrove”, Wu Ming 1. Ma da questo punto, è facile per i critici collocarti dove comoda a loro, nelle loro categorie. Oppure ignorarti. Accorata scelta secondo me, ma sappiamo tutti che non si può avere l’uovo, la gallina e il culo caldo (per non scomodare le solite mogli e botti).
🙂
@Wu Ming 1: in effetti lo intendevo in questo senso, ché tali dicotomie non portano da nessuna parte, in nessun “altrove”… insomma, non mi capacito della loro utilità, se non per un fatto di comodità di chi le utilizza…
@ Paolo S
rimane che accettare di esser messi “a metà” tra la Letteratura e la merda equivarrebbe ad accettare un “framing” che per noi sarebbe perdente. Sarebbe vincente solo per chi vuole rafforzare dualismi, antinomie, manicheismi d’accatto. Abbiamo scritto che facciamo “letteratura popolare ma esigente, esigente ma popolare”. Non ci interessa farla “un po’ esigente e un po’ popolare”. Che lo cerchino altri, il “giusto mezzo” tra quel che piace agli “Eruditi” e quel che piace alla “Massa Amorfa”. Sono due rappresentazioni fallaci, due grandi stereotipi rassicuranti tra cui oscillano mille discorsi sempre uguali e senza costrutto. Qui non si tratta di cercare una “media”, ma di cercare un esponente. Non è “tra 2 e 6 accontentiamoci di 4”, bensì “facciamo di 6 l’esponente di 2”. Due alla sesta. Il 6 (la sperimentazione) potenzia il 2 (la narrazione) senza farlo scomparire. Anzi, il 2 rimane il numero più visibile, e quello che viene enunciato per primo. Nello spazio tipografico il 6 sta più in alto, ma è anche più piccolino.
WM1 yessir. Carina oltretutto la cosa degli esponenti (mi fa tanto Differenza e ripetizione), ma non è me che devi convincere – bensì la critica che gioca la sua partita a suon di autogoal…
Innanzitutto mi ha fatto piacere leggere un pezzo della Policastro. Nel famigerato thread denunciava il fatto che in Altai non ci fosse una subordinata. Avendo ora letto la sua prosa capisco: tra parentesi a ogni pie’ sospinto, subordinate a iosa, e frasi senza un punto lunghe dieci righe, immagino che aspiri alla Vera Scrittura. Che pero’ a me lettore (e acquirente) pare una ciofeca. Ma son gusti.
Comunque non crucciamoci: chiunque abbia letto la discussione del pdf sa bene che la Policastro e’ in malafede quando scrive quelle cose.
Qualcuno prima ha menzionato gli ebook. Io non vedo l’ora di leggere un suo intervento su ebook e futuro del libro. Ho bisogno di ridere in questo periodo.
@ Paolo S
“mi fa tanto Differenza e ripetizione”
Mentre la scrivevo, a me puzzava anche un po’ di Badiou 🙂
Però sì, funziona.
Ho usato la parola linciaggio dopo che qualcuno ha tirato in ballo la violenza contro la povera Policastro (non che ci sia alcun pericolo, mi sa) e dopo che parecchia gente ha colto l’occasione per lanciare il suo sasso virtuale… Visti i precedenti non è improbabile che la Policastro venga di persona a polemizzare, nel caso un mucchio di gente si sentirà mortalmente offesa trovando inconcepibile la sola idea che qualcuno possa pensarla in modo diverso…
(se ti fa piacere oggi ho cercato di comprare l’Eroe Imperfetto – giusto per parlarne male con cognizione di causa – ed era esaurito nelle tre principali librerie genovesi. Visto poi che nel romanzo che sto scrivendo c’è un Eroe molto eroe – un incrocio fra Julien Sorel e Ken Il Guerriero – volevo vedere se c’era qualche spunto…)
Pensa che io stavo pensando a un incrocio tra Georges Sorel e Monica Guerritore…
Guarda che ho mandato capitoli da leggere con minori provocazioni…
Il romanzo nel complesso potrebbe essere considerato come un incrocio fra Jane Austen e Mad Max. O fra Ivy Compton Burnett e Alan Altieri…
@ Wu Ming 1: Con “posizione mediana” (espressione sintetica usata per comodità) non intendevo nulla di riduttivo; semplicemente mi riferivo alle mille sfumature possibili nell’ambito della produzione letteraria. Si sarebbe potuto parlare di questo (per es. nel vecchio post eravamo partiti parlando di complessità della lingua), ma poi non lo si è fatto.
Tutto qui, eh.
@ Anna Luisa,
non c’è intenzionalità né peccato, figurati. Anche a me è capitato di usare immagini simili. Però queste espressioni, volenti o nolenti, attivano un frame che rafforza le dicotomie, anzi, le dicotosue, della Gilda, e oligopoli, castronerie, discorsi di corte. Lessa, questa roba. Frollata. Dovremmo cercare altre metafore.
@ Sascha,
a chi hai mandato capitoli da leggere?
A noi?
Noooo, ho come l’idea che siate sommersi da aspiranti scrittori… Ho solo minacciato di mandarveli. Finora ho fatto leggere qualcosa solo ad amici -comuni lettori…
Ho seguito con molto interesse la discussione sulla letterarietà. Anche se a molti non piace questa dicotomia, mi pare di capire che qui nessuno metta in dubbio l’esistenza di una letteratura “alta” e di una letteratura “bassa”. Semplificando, ciò che invece viene problematizzato sono i seguenti punti:
1) Chi ha titolo per classificare un libro come appartenente all’una o all’altra categoria?
2) Cosa ne facciamo di tutto ciò che c’è nel mezzo?
3) Come contrastare un’industria editoriale che punta sugli alti volumi di vendita a discapito della qualità?
Mi limito al primo punto. La questione è infatti complessa e non riguarda solo l’editoria e la letteratura. In molti campi, ormai, i “saperi esperti” non sono più considerati gli unici autorizzati ad applicare etichette e categorizzare. Anche perché se è certamente vero che il popolo dei lettori è condizionato da un modello culturale dominante che premia la semplificazione e la mercificazione, per quale ragione dovremmo ritenere che i critici letterari siano immuni da condizionamenti? Anche loro sono immersi in un paradigma, sono stati formati in scuole e università che rappresentano istituzioni non secondarie del nostro sistema politico e sociale, sono stati scelti e selezionati da parte di esponenti di quelle stesse istituzioni, che rappresentano un potere. Inoltre, come il comune lettore anche i critici vivono nel nostro tempo, ascoltano la radio, guardano la televisione, leggono i giornali e i settimanali. Come si può ritenere che essi siano gli unici impermeabili all’egemonia culturale che marchia il nostro tempo?
Certo, si presume che il critico letterario, nel suo processo di formazione e di professionalizzazione, abbia acquisito una serie di competenze e di capacità tali da renderlo più consapevole e meno soggetto a forme di manipolazione. Ma, d’altro canto, queste figure vivono molto più del comune lettore a contatto con ambienti e istituzioni chiuse, che possono avere una forte capacità di condizionamento, anche del giudizio: vi sono immersi quotidianamente. Quindi di chi ci si può fidare?
Io penso che la risposta a questa domanda necessiti di un sguardo pluralista. I critici letterari sono solo una delle agenzie che aspirano a formare e indirizzare le scelte e i gusti dei lettori (e anche degli scrittori e degli editori). Ma oggi non sono più l’unica agenzia. Accanto a loro (anzi, intorno a loro) ci sono altri attori. Me ne vengono in mente quattro: la televisione (Fazio, Dandini & c.), le comunità on line, gli uffici marketing dei grandi gruppi editoriali, le grandi catene librarie.
E’ evidente a tutti quale sia il peso delle forze in campo. La soluzione, quindi, secondo me andrebbe cercata nel potenziamento delle agenzie oggi più deboli: critici letterari e comunità on line. Proprio quelli che si stanno scannando su queste pagine.
In questi anni, dai Wu Ming, per esempio, sono venute proposte e sono state messe in campo delle prassi che mirano a intaccare il peso specifico della agenzie più forti. Sono certamente discutibili, ma sono sotto gli occhi di tutti. Ancora invece non ho capito quali siano le strategie di Policastro e Cortellessa per uscire dall’angolo.
Ci sono scrittori, scriventi, e scribacchini.
a Wu Ming 1: sei troppo intelligente per non capire che la mia frase (quella su Ferroni), peraltro abilmente estrapolata dal contesto, faceva implicito riferimento a TUTTI colori i quali hanno contribuito a “smontare la consistenza teorica” (QUI utilizzo parole di Policastro) del NIE. Segnatamente Tiziano Scarpa e Valter Binaghi.
E poi, e soprattutto: a buttarla sempre in vacca siamo buoni tutti e siamo sempre in tempo! Discutiamo, PIUTTOSTO.
Valter Binaghi? Valter Binaghi avrebbe “smontato” il NIE? Mi risulta invece che abbia salutato il memorandum come un contributo importante. Lo ha fatto anche ieri, sul suo blog, recensendo “L’eroe imperfetto”.
Tiziano Scarpa? Scarpa si è posto in maniera critica ma costruttiva, riconoscendo anche alcune cose, e ne è nato un bello scambio.
A me quelli che cercano di costringerti a ripartire sempre da zero, come se nel frattempo non si fosse detto e scritto niente, non invogliano al confronto (to say the least).
Prese di posizione anche (per fortuna) critiche ma serie e non sbrigative né astiose (e dialoganti) sono state espresse da una plètora di persone, che fossero scrittori, lettori, giornalisti o critici/studiosi in Italia e all’estero. Questi ultimi vanno da Alberto Casadei ad Alberto Asor Rosa, da Stefano Jossa a Monica Jansen a Bart Van den Bossche e molti altri. Sono uscite monografie, si sono fatti convegni, le posizioni si sono evolute, ci sono stati scambi proficui. Se interessa è tutto qui:
http://www.carmillaonline.com/archives/cat_new_italian_epic.html
Se non interessa, e ci si accontenta di una frase en passant di Ferroni, amen.
@ Wu ming 1:“Non c’è intenzionalità né peccato, figurati. Anche a me è capitato di usare immagini simili. Però queste espressioni, volenti o nolenti, attivano un frame che rafforza le dicotomie, anzi, le dicotosue, della Gilda, e oligopoli, castronerie, discorsi di corte. Lessa, questa roba. Frollata. Dovremmo cercare altre metafore.”
In questo istante sono io a essere lessa e anche un po’ frollata. Il termometro posto accanto al mio pc segna 34 gradi (e già fatico a tenere a bada i refusi). Scusami, ma quello che mi chiedi – riformulare nuove metafore più calzanti, meno manipolabili – è per il momento al di sopra delle mie forze. Getto la spugna e mi eclisso.
@ Anna Luisa,
col caldo, non ti sei nemmeno accorta dei giochi di parole nascosti nel mio commento 🙂
@ Wu Ming1: “col caldo, non ti sei nemmeno accorta dei giochi di parole nascosti nel mio commento.”
Li ho notati solo ora, rileggendo! Forse più che gettare la spugna è meglio che vada a fare delle spugnature (di acqua fredda sulla capoccia surriscaldata) ;-))
Le metafore più articolate, per oggi puoi pure scordartele…
Intervista a Gilda Policastro
http://www.youtube.com/watch?v=sJiEbXTQqos&feature=player_embedded
Di solito non leggo gli articoli della Policastro sul Manifesto. Non sono interessato al punto di vista di gente – senza potere contrattuale – che scrive gratis su testate nazionali per auto-promuoversi.
In questa occasione pero’ ho fatto una eccezione. E dopo aver scorso il pezzo “gratuito” della Nostra non ho avuto nulla da commentare.
Buona continuazione.
E siccome non ho tanto tempo da perdere, torno a intrattenermi con Chuck Palahniuk.
Chuck Palahniuk? L’autore di Pygmy, forse il peggior romanzo dello scorso anno e uno dei peggiori che io abbia mai letto?
Oh, è tornato Sascha.
Da un po’.
Smettila di linciare Palahniuk. Lo hai quasi ucciso.
Era un 20 di luglio: ” Sei stato tu! Sei stato tu col tuo sasso!”
Virtuale.
Segue pernacchia.
L.
@Johnny 99
A scanso di equivoci, la mia posizione su NIE (intellettualmente articolata, credo, e comunque positivamente partecipe) l’ho espressa qui
http://valterbinaghi.wordpress.com/2008/05/17/a-proposito-di-new-italian-epic-di-valter-binaghi/
Si, Valter, Grazie. Ma io ricordo quelli precedenti e a quelli facevo riferimento. Sai che non li trovo in Rete?
@ Sascha
L’unica cosa sui cui tutti si sono trovati d’accordo nella discussione pidieffata è stato il disprezzo verso un carneade assurto a a simbolo del peggio della comunicazione “da bar” internettiana.
Apparentemente il tapino aveva detto qui su Lipperatura che scrivere come Kafka è facile.
Tu “è facile scrivere come Lovecraft o Kafka, difficile il realismo alla Tolstoj o Balzac” sai mica per caso a chi si riferissero?
.
oggi, grazie alla magia della Rete
grazie alla magia della rete ognuno può farsi le sue ricerche da sè e “sintonizzarsi” su quello che gli pare. Che può essere I Grandi Successi di Rete 105, Radio Italia solo Musica Italiana, Radio Maria, Radio Padania Libera, Radio Radicale, Radio Rock, Radio Aut, Radio Alice. Ognuno si orienterà secondo il suo gusto, interesse, curiosità personale.
Conosco da alcuni anni un blogger scozzese che nei mesi scorsi ha portato a termine la lettura dei 12 volumi di A Dance to the Music of Time di Anthony Powell, subito seguiti da una (ri)lettura di Proust.
Gli ultimi libri letti e recensiti nel suo blog sono di: Maria Barbal-Dezso Kosztolányi-Richard K. Morgan (oddio, genere!)-Raymond Radiguet-John Berger-Ross Macdonald (ancora genere!)-George Gordon Byron-E.T.A. Hoffman.
E recensiti bene, nel senso che riesce sempre ad analizzarli in modo non banale e facendo capire caratteristiche dell’opera di là della sua opinione personale.
Bene, costui, come tanti altri, è stato apostrofato da te in una discussione sul Guardian come “amante del genere che non sa distinguere Shakespeare da Harry Potter o Stephenie Meyer” durante una delle tue solite entrate alla cazzo in cui prendi mezza frase capita male per rivolgerti a tutti i tuoi interlocutori come una massa indistinta di deficienti.
Nessuno ti vieta di sintonizzarti perennemente su fruscii e rumori di fondo, il problema è poi se te li porti sempre dietro nelle orecchie.
…
Per il resto, qui nessuno ha fatto apologia del mercato. Chiunque, quali che fossero i suoi gusti o opinioni, ha portato esempi di opere per lui importanti che non si trovano (più) in libreria.
E’ vero che il mercato può avere una funzione censoria persino a monte – nel senso che determinate opere troppo “strane” rischiano di non venire pubblicate, o autori, soprattutto se esordienti, di subire pressioni dagli editori – ma neppure questo è un fenomeno di oggi.
Non è che “la gente” trovi inconcepibile che la Policastro la pensi in modo diverso. Il fatto è che se togli la retorica (compreso il modo altamente scorretto di riassumere posizioni altrui, che era già percepibile nella discussione originaria) quello che rimane di condivisibile è davvero banale.
E a parte autoraffigurarsi come intellettuale coraggiosa, novella Ipazia assediata dai barbari, non mi sembra abbia proposto nulla. Anche volendo sposare in toto il suo punto di vista, inseguire chi compra i “vasetti scaduti” e dirgli di studiare Sanguineti e Manganelli, in modo da poter in futuro distinguere la vera letteratura da (gasp!) l’intrattenimento non mi sembra praticabile.
Il critico poi non si giudica da quanto ha studiato, dalle citazioni che spende, dalla carriera universitaria, ma dalla capacità di argomentare in maniera ragionata e non banale su un testo.
Se lo fa in modo continuativo e coerente, c’è caso che lo ascolti e, indipendentemente da differenze di gusto o di opinione, possa diventare nel tempo un utile punto di riferimento per orientarsi.
Nulla di quel che ho letto della Policastro – sul Manifesto, qui, su Nazione Indiana – mi ha convinto che abbia qualcosa di originale da dire.
Mi ha piuttosto dato l’impressione che reagisca in maniera piuttosto meccanica alla presenza di determinati “markers” che le fanno decidere se qualcosa è “letterario” o no, e quindi se ha il diritto di piacerle o no. Per dirla con Borges:
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“La condición indigente de nuestras letras, su incapacidad de atrae, han producido una superstición del estilo, una distraída lectura de atenciones parciales. Los que adolecen de esa superstición entienden por estilo no la eficacia o la ineficacia de una página, sino las habílidades aparentes del escritor: sus comparaciones, su acústica, los episodios de su puntuación y de su sintaxis. Son indiferentes a la propia convicción o propia emoción: buscan tecniquerías (la palabra es de Miguel de Unamuno) que les informarán si lo escrito tiene el derecho o no de agradarles. “
Mmmh, mi hai fatto venire un idea.
Maestro Borges, mi inchino… “superstición del estilo”: superbo!
Ancora coi vasetti scaduti? E la mancanza di originalità? La trentacinquenne campana deve farsi una posizione in her life che noi sosterremo con il silenzio. A lei che importa? Sempre meglio che lavorare sul serio con le mani (le avevo proposto con molta grazia tempo addietro il piacere di coltivare un orto).
Abbaiate in cento contro uno, dicendo tutti la stessa cosa solo per certificare la vostra appartenenza al gruppetto.
Vi attaccate ai dati anagrafici, alla provenienza geografica, ai prodotti del luogo di tale provenienza.
Siete ridicoli, vili, ma soprattutto volgari.
Sarete anche bravi scrittori – io non lo so – ma individui mediocri, davvero povera gente, eredi perfetti dei plaudenti di piazza Venezia.
(E di te, Loredana, che sembri approvare tutto questo, mi stupisco).
@Roberto Moroni
Va bene tutto, ma non esageriamo. I paragoni con i plaudenti di piazza Venezia lasciamoli perdere, per favore.
L’opposizione tra qualità e quantità non regge, così come quella tra critici e mercato. Tali opposizioni, anzi, sono secondo me funzionali a una spartizione dei campi, che si legittimano a vicenda nella divisione di funzioni e fruizioni. Più interessante mi sembra la riflessione di Pasolini sul fatto che il mercato è borghese e la qualità è popolare, quando parlava di “resistenza dei ceti popolari alla cultura di massa” (Il sogno del centauro). Quando parliamo di libri che vendono parliamo davvero di lettori “popolari”? Io direi di no, anche perché molti dei libri che vendono non vengono letti per nulla, quindi almeno bisognerebbe fare due classifiche, una dei libri più venduti e un’altra dei libri più letti (si potrebbero avere stupefacenti sorprese). Per una letteratura di Qualità bisognerebbe superare questa discussione e cercare dove risiede la resistenza al consumismo. Quali sono i luoghi dove si praticano l’analisi, l’analogia, la metamorfosi e l’allegoria? Dovunque ci sia una lingua/storia che richede interpretazione c’è quel piacere del testo che è lo strumento di un’agnizione e di una condivisione. Se borghese è fruire al minuto, frullare e fruttare, ovvero comprare e urlare, mentre popolare è fermarsi a pensare, usare l’analisi e cercare rapporti, ovvero agire e creare, le due parole, ancorché mutate sociologicamente di senso, potranno essere usate come guida per orientarsi rispetto al dibattito letterario.
L’opposizione tra qualità e quantità non regge, così come quella tra critici e mercato. Tali opposizioni, anzi, sono secondo me funzionali a una spartizione dei campi, che si legittimano a vicenda nella divisione di funzioni e fruizioni. Più interessante mi sembra la riflessione di Pasolini sul fatto che il mercato è borghese e la qualità è popolare, quando parlava di “resistenza dei ceti popolari alla cultura di massa” (Il sogno del centauro). Quando parliamo di libri che vendono parliamo davvero di lettori “popolari”? Io direi di no, anche perché molti dei libri che vendono non vengono letti per nulla, quindi almeno bisognerebbe fare due classifiche, una dei libri più venduti e un’altra dei libri più letti (si potrebbero avere stupefacenti sorprese). Per una letteratura di Qualità bisognerebbe superare questa discussione e cercare dove risiede la resistenza al consumismo. Quali sono i luoghi dove si praticano l’analisi, l’analogia, la metamorfosi e l’allegoria? Dovunque ci sia una lingua/storia che richede interpretazione c’è quel piacere del testo che è lo strumento di un’agnizione e di una condivisione. Se borghese è fruire al minuto, frullare e fruttare, ovvero comprare e urlare, mentre popolare è fermarsi a pensare, usare l’analisi e cercare rapporti, ovvero agire e creare, le due parole, ancorché mutate sociologicamente di senso, potranno essere usate come guida per orientarsi rispetto al dibattito letterario.
scusate l’incapacità tecnologica: ho più di quarant’anni…
Sarà che vengo dal rock ma ogni volta che sento discorsi sulla contrapposizione ragioniera nelle arti tra qualità e successo/quantità spargo Beatles ad ogni angolo. Giusto per cominciare. Ma la lista è infinita. Quindi la questione sta proprio da un’altra parte.
Era Gramsci no? che parlava di intellettuali e torri d’avorio. Credo non esista libro (o altro pensiero artistico) per pochi, pochissimi eletti, escluso che l’autore non lo voglia tenere volutamente nascosto. Può esserlo da principio, se è molto avanti per i suoi tempi o parte da un’isola sperduta della Guinea, ma poi arriva comunque, infischiandosene di mercati e circoli. Ma la maggior parte dell’arte, direi tutta, non nasce fuori e altrove da ogni pensiero ragionato accademico, nonostante questa imprevedibilità faccia incazz. chi se ne occupa? Appunto. Amen, e menomale.
Ma invece esistono libri che non sono capaci (per i più svariati motivi) di parlare. E non è un segno di valore.
Ma soprattutto credo una cosa: che il mercato sia alla disperata, proprio disperata ricerca di qualità e varietà, non si sogna altro che di averle per poterle vendere, altro che diavolo pronto a distruggere ogni creatività.
Roberto, sono io a stupirmi (ma solo parzialmente) di te. La faccenda del cento contro uno è ridicola. Qui si sta discutendo di un articolo che ha volutamente stravolto i contenuti di una discussione: articolo pubblicato su carta e senza possibilità di interazione. Così come è ridicolo lamentarsi su Facebook dicendo che ho postato questo articolo senza chiedere il permesso all’autrice, dal momento che era reperibile sul sito del Manifesto. Ridicolo è disinformare, non dibattere.
Quanto agli insulti che riservi ai commentatori, scelgo, come da titolo del post, il silenzio nei confronti di chi li porge.
Gianni Grazie:) il libro era “per sempre giovane”.
Provo a fare qualche riflessione sulla categoria della letterarietà – partendo dalla considerazione che, per quanto si tenti di disconoscerla lo si fa per paura di non esserne investiti, nel caso invece capitasse di esserne raccolti ci si rimane volentieri, o ci si scansa con un gesto di eleganza e non di rabbia. E’ un po’ come l’intelligenza – tutti a dire: uh ma non è definibile l’intelligenza! Non c’è un valore assoluto!
Di solito però si affannano di più quelli che sono stati etichettati come cretini, il che naturalmente non testimonia affatto del fatto che lo siano davvero, dico solo che la categoria ha un suo potere.
Io non sono critica letteraria. Immagino però che se lo fossi, la categoria mi affascinerebbe terribilmente e cercherei di rincorrerla come posso: avrei la percezione forte della possibilità di un canone qualitativo, e del fatto che esso parrebbe storicamente determinato, l’aver letto e studiato e analizzato tante cose derivate da storie e culture diverse, mi sfiderebbe a confrontare le diverse vicende relative per trovare il canone comune: un’operazione che vuole una complessità terrificante – e ricordo che quando nel dibattito scorso Policastro ridusse questa complessità a un problema di subordinate ci rimasi -come dire, – di cazzo.
Allora mi sono messa davanti alla questione come lettrice, perchè io come lettrice ho sempre presente il mio metro di letterarietà. E’ personale, non ne faccio articoli sui giornali ma conta nel mio modo di valutare e affezionarmi ai libri e di rincorrere gli scrittori che mi scelgo. Il mio metro di letterarietà è un fattore incrociato che tiene conto di una costante ambizione estetica di un voler scrivere bene, di qualcosa che mi distingua perchè usa il linguaggio un romanzo che mi racconti di un momento storico, da una monografia del certo storico. Il mio metro di letterarietà suona quando mi accorgo o che il lavoro sul linguaggio non è stato pensato, o magari è fallito. Lampeggia terribilmente quando il sospetto che la normativa editoriale e di mercato ha imposto un editing che ha castrato quella sfida linguistica. Si imbizzarrisce quando le regole di genere prevalgono su una scrittura che ha il dovere di violarle. Sono certo cose che mi posso permettere di scrivere così, perchè non ho autorevolezza e sono innoqua. Ma se l’avessi, se decidessi di dedicarmi alla divulgazione se facessi il lavoro intellettuale di insegnare nelle scuole, o di scrivere di libri sui giornali, per me riflettere e rincorrere la letterarietà sarebbe importante, sarebbe un’assunzione di responsabilità. La scrittura letteraria, è scrittura di linguaggio esatto. E’ terapia per chi ha bisogno di specchi del mondo interno e del mondo esterno e da solo non li ha. Una scrittura sciatta fallisce questo ruolo.
Tutto bene, Zauberei: però mi chiedo quanto quello che posti è frutto di tue letture narrative o di tue letture critiche. Perdonami.
E dunque tu dici Zaub che la ricerca della qualità di un’opera (preferisco quest’esèressione a ‘letterarietà’) si può effettuare tramite un metodo induttivo. Su questo posso concordare. E’ la deduttività che mi lascia perplessa.
Letture critiche ne faccio molto poche, e quando le faccio mi stanco prima di quel che vorrei. Letture narrative invece ne faccio: non moltissime, un po’ come un lettore medio che ama leggere insieme a fare altre cose, e che si fa delle opinioni.
Non capisco bene il retropensiero di questo commento Loredana. Come se avere una certa opinione debba essere esito di una non conoscienza – per forza. O come se tu insinuassi che una lettura del genere non possa venire da me autonomamente.