Riporto, dal sito del Manifesto, l’articolo di Gilda Policastro di ieri, 20 luglio. Non lo commento, perchè chi ha seguito la discussione su Lipperatura è in grado, da solo, di trarre le proprie conclusioni. E perchè, come dice Lisa Simpson, citando Lincoln, è meglio rimanere in silenzio ed essere considerati imbecilli che aprire bocca e togliere ogni dubbio.
Conclusa la stagione dei premi letterari, parte quella dei festival: l’occasione per riflettere sugli uni e sugli altri è il recente documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, Senza scrittori (prodotto da Rai Cinema), un’indagine che da premi e festival muove, mostrandone dall’interno alcuni tra i più noti passando dal Ninfeo di Villa Giulia, sede storica del Premio Strega, al Festival di Mantova, e sbarcando infine, provocatoriamente, alla Stazione di Topolò, in Friuli, dove da più di dieci anni ha sede un anti-festival di poesia eco-compatibile, ovvero con pochi ospiti scelti, alloggiati presso le case degli sparuti abitanti del paese. Un’indagine, quella di Cortellessa e Archibugi, ricca di informazioni e totalmente disincantata, che a partire dal «basso-materiale» sviscera i meccanismi e i parametri economici in base ai quali si regolano la produzione, la distribuzione e le vendite (il libro come merce in un sistema produttivo, cioè), oltre che la costruzione delle delle dinamiche del consenso (il libro come prodotto in un contesto concorrenziale). Meccanismi e dinamiche che vengono amplificati da premi e festival, ma che evidentemente sostengono, come lo scheletro il corpo, l’editoria italiana, orientandone o determinandone (quel che è più preoccupante) la progettualità, e limitando, di contro, gli spazi per la ricerca e le proposte eccentriche, relegate in ambiti di nicchia (editori semiclandestini, librerie in estinzione come la storica Tombolini di Roma, lettori-reduci impossibilitati a rinvenire libri che non siano best-seller).
Le questioni in esame nel documentario sono tutte di grande momento, a partire dalla constatazione dello strapotere ormai inarrestabile del mercato editoriale. Un’industria che fin dai suoi albori ha badato ai profitti, ma che mai come in questo momento parrebbe aver abdicato interamente alla qualità in favore del «successo», con la conseguenza perniciosa che sia l’idea stessa di letterario o di artistico a depotenziarsi, in nome del solo obiettivo della diffusione ad ampio raggio e dell’appeal generalista «che rende tutto più divertente», come sostenuto (e non dimostrato) nel documentario da Antonio Franchini, editor Mondadori (oltre che scrittore in proprio).
Se l’editoria senza mercato, rovesciando la tesi di Cortellessa, non potrebbe sopravvivere all’invadenza di altri media (nonché allo strapotere della rete presso le generazioni under 40), è vero altresì che i contrappesi storici al mercato (i luoghi della formazione e dell’analisi critica) si sono ridotti a zone del tutto marginali o ininfluenti. Le categorie dominanti all’interno del discorso letterario (sed commerciale) non sono così la qualità, il valore, la «longevità» (dicevano una volta i culturologi), o – volesse mai il cielo – le possibilità di canonizzazione di un’opera, bensì il successo quantificato dalle classifiche di vendita: «vera spada di Damocle settimanale per ogni editore», citando ancora dall’intervista a Franchini. Proprio nel web, da un articolo di commento a Senza scrittori apparso su «Repubblica» a firma di Francesco Erbani (e successivamente postato nel blog Lipperatura), si è sviluppato un dibattito tra lo stesso Cortellessa (insieme ad altri, tra cui chi scrive) e il gruppo bolognese dei Wu Ming, fenomeno mediale da oltre un decennio, con un’ampia produzione d’intrattenimento all’attivo. È dello scorso anno, ad esempio, l’edizione di un pamphlet costituzionalmente destrutturato e dichiaratamente scevro da ambizioni canonizzanti, intitolato New Italian Epic: etichetta di una qualche immediata fortuna mediatica, subito smontata però nella sua consistenza teorica dai critici «cartacei» (Emanuele Trevi, ad esempio, su «Alias»). Ma l’aspetto che in questo caso fa conto sottolineare è come i Wu Ming, da un’angolatura opposta, arrivino a sancire nei fatti uno status quo molto simile a quello delineato nel doc di Cortellessa-Archibugi, a partire dalla considerazione (in quel caso salutata con malcontenuto entusiasmo) che l’idea stessa di letteratura sia divenuta arbitraria o rinegoziabile in nome di altre urgenze (sociologiche, documentarie, o della famigerata «evasione»), sempre secondo i nuovi parametri «popolari», coincidenti, com’è superfluo ribadire, col successo commerciale.
Esisterebbe cioè una nuova genia di scrittori, a partire dai Wu Ming medesimi, formatasi più nella rete che nelle aule universitarie, e felicemente affrancata dal bellettrismo novecentista, come dagli eccessi della sperimentazione avanguardista e neoavanguardista. Categorie peraltro mai chiamate in causa, in quanto riconducibili a un metodo d’approccio – la vetusta critica cartacea, appunto – per niente al passo con le magnifiche sorti e progressive della tecnologia informatica, che tutto fagocita: tanto che i Wu Ming stessi arrivano a definire superato il loro Nie, di appena un anno fa. Il bando va anche all’idea romantica dello scrittore separato dalla massa «zotica e vil» in virtù della pregressa formazione: lo scrittore è, viceversa, pienamente integrato nelle dinamiche di produzione-smercio dei libri (o degli yogurt? per riprendere la metafora Cortellessa) e se non lo è, peggio per lui, perché intanto c’è una pletora di «scriventi» (citando stavolta Malerba) pronti a far valere le necessarie consapevolezze in termini tanto di produzione di una letteratura affabulatoria e accessibile (perché «piatta come un lago»: così un commentatore nel web) quanto di potere contrattuale, e dunque di influenza sul mercato.
Viene in mente l’antiapologia del successo di un saggio manganelliano sul best-seller, libro cordiale, comunicativo, «sciarmoso», con la pretesa di parlare a tutti, mentre l’auspicato worst-seller si consentirebbe ancora il «lei», rivolgendosi «a pochi, a pochissimi, a nessuno»: e come farà mai a farsi acquistare, vien da domandarsi coi Wu Ming, un libro così scorbutico, oggi. Ma acquistare o leggere? Un libro-vasetto può far figura in dispensa, cioè nella libreria di casa: manca un passaggio, perché si muti in libro «longevo», ovvero entri in un discorso estetico e non già (solo) economico. Bisogna intanto che sia superfluo guardargli la data di scadenza, ma, prima ancora, che possa arrivare a essere 1) scritto (il che non è banale, se l’influenza del mercato vale anche in termini prospettici; 2) pubblicato; 3) presente in libreria 4) resistente al quotidiano afflusso in essa di vampiri o romanzi criminali.
La prima edizione dei testi teatrali di Shakespeare, ricordava Manganelli, uscì dopo la sua morte: Shakespeare odiava il successo o si rammaricava della fama mancata coi poemetti giovanili? «Forse, voleva anche lui vincere un premio importante: dopo tutto non è detto che sapesse di essere Shakespeare».
Si Valeria, e anche a me la deduttività lascia perplessa. Anche se poi certe induzioni ti sembrano forti, reggono il tempo e ottengono un loro relativo potere di deduzione. Però certo è un inganno. Immagino anche divertente.
Mi riferivo, Zauberei, anche agli interventi precedenti.
Correggo ‘eséressione’ con ‘espressione’ e specifico quello che volevo dire.
Anche se attraverso un metodo induttivo arrivo a una definizione di ‘letterarietà’, quella defizione non potrà mai diventare prescrittiva e normativa, pena l’isterilimento dell’opera. Ovvero, a questo punto, la critica funzionerebbe come il tanto famigerato mercato.
D’altra parte, mentre da noi proliferavano retori, grammatici e prescrittori nel resto d’Europa trionfavano i Shakespeare, i Cervantes, i Calderon che pure di regole ne sapeva ma, quando scriveva, dichiarava di chiuderle a chiave in un cassetto.
Ho scritto con diverse interruzioni e quindi non ho visto la risposta di Zaub. A questo punto la mia è quasi superflua.
Questo non mi cambia molto Loredana – e mi lascia perplessa lo stesso.
Mi pare che questa letterarietà alla fine sia qualcosa che possa riguardare in egual misura il linguaggio e la complessità della vicenda. Mi spiego: una lingua come quella di Ottonieri, riportata a suo tempo dalla Policastro, diviene il canone per dire ecco: letterarietà. Ma anche una trama molto complessa e con strutture innovative, anche se poggia su un linguaggio più semplice, fa dire ecco: letterarietà. L’esempio migliore che mi viene in mente di questa, diciamo, categoria, è David Foster Wallace.
Di qui, capisco benissimo la frustrazione di Wu Ming 1, di cui di recente ho cominciato a leggere new thing, che mi pare possa essere preso come esempio proprio di questo. Mentre nell’incipit di Altai, che comunque è un lavoro di gruppo e non ho letto, la sperimentazione, forse, dico forse, lascia il passo alla narratività, (non so come lavorino ma alla fine della fiera un lavoro di amalgama immagino venga fatto) da solista mi pare che wu ming 1 sia decisamente più libero, e da quanto ho potuto vedere, non si puo’ certo dire che new thing non abbia un plot molto particolare e complesso, o che non ci sia un lavoro sul linguaggio, anche se trovo sia un lavoro molto più simile a un Kerouac (riportare uno slang) che a un Ottonieri, ecco.
Sarebbe interessante sapere dai critici se ho detto solo cazzate o la struttura, in effetti, quando molto complessa o semplicemente innovativa possa essere metro di valutazione di questa fantomatica Letterarietà, che tutti dicono non ci sia ma ognuno a modo nostro sa cos’è.
@ zauberei:
mi permetto di ribattere ancora per dire che i parametri linguistici che tu elenchi non possono che essere applicati al singolo testo narrativo, non a un ipotetico insieme. Questo perché non esiste un solo tipo di lavoro sulla lingua, ma senz’altro ce ne sono molti. E’ evidente che la critica dovrà appliccarsi caso per caso, e guardarsi bene dallo sparare nel mucchio (quello che è stato invece l’atteggiamento di Cortellessa e Policastro). In quella discussione fiume io ho fatto due esempi che nessuno degli interlocutori ha colto (padronissimi, per carità) e che magari, adesso che gli animi si sono raffreddati e stiamo riuscendo a ignorare i provocatori, provo a riproporre. Gli esempi che facevo erano J.R.R.Tolkien e Beatrice Masini.
Se uno legge Tolkien – tanto in inglese quanto in traduzione – si imbatte in una lingua piana, senza esperimenti visibili o forzature di alcun tipo. Le apparenze ingannano però, perché invece, a guardare bene (in inglese) i suoi testi narrativi pullulano di strani arcaismi, ma soprattutto di “suoni”. In Tolkien c’è in sostanza una poetica dell’eufonia e della semantica che riguarda tanto i nomi propri e comuni in inglese moderno, quanto le lingue inventate che compaiono nelle pagine. Le parole e i suoni in Tolkien contengono concetti complessi, a volte intere sottotrame e informano di sé la narrazione, ovvero si collocano a monte della stessa. Non è lavoro sulla lingua questo? Non sulla lingua come sintassi, magari, ma certo come semantica, cioè sulle parole stesse che la compongono. Tanto è vero che Verlyn Flieger, una della maggiori esperte tolkieniane viventi, ha dimostrato in maniera convincente come alla base del lavoro linguistico di Tolkien, c’è la “Teoria dell’unità semantica” di Barfield (“Poetic Diction”, 1928).
Secondo esempio che facevo: Beatrice Masini ha scritto “Bambini nel bosco” in un linguaggio ultra-accessibile, usando una lingua semplice e lineare. E’ un cosiddetto romanzo per ragazzi. Eppure le riflessioni che contiene non sono affatto semplici, anzi, direi che potrebbero comporre una teoria della funzione narrativa molto forte e molto interessante. Mi azzardo a dire che il tema del romanzo è proprio il potere costituente delle storie. Punto di forza di questa riflessione narrativa complessa è proprio il fatto che la vicenda sia narrata in quel modo, con quella lingua piana, che rende il tutto immediato (letteralmente privo di mediazioni). E’ lavoro sulla lingua anche questo, altroché. Riuscire a dire cose complesse in parole apparentemente “povere”, lavorare cioè per sottrazione, è secondo me una delle scommesse più difficili per uno scrittore. Lo dice uno – il sottoscritto – che in un paio di occasioni ci ha pure provato a scrivere narrativa “per ragazzi” e ha miseramente fallito proprio perché è molto difficile.
Ecco, questi esempi dimostrano come pensare che il lavoro sulla lingua possa essere soltanto appariscente e vistoso, altrimenti non essere, è un’idea limitante, povera, e in definitiva falsa.
L’unica cosa che si può fare è valutare caso per caso il tipo di lavoro linguistico che è stato fatto dall’autore, valutare il risultato, appunto, come dici tu, non certo costituire macro-insiemi sulla base di una convinzione/impressione soggettiva. E la cosa senz’altro più assurda di tutte è ammantare tale convinzione soggettiva di oggettività.
Allora mi spiego meglio, Zauberei. Quando tu scrivi:
“Lampeggia terribilmente quando il sospetto che la normativa editoriale e di mercato ha imposto un editing che ha castrato quella sfida linguistica. Si imbizzarrisce quando le regole di genere prevalgono su una scrittura che ha il dovere di violarle. Sono certo cose che mi posso permettere di scrivere così, perchè non ho autorevolezza e sono innoqua. ”
E, svariate decine di commenti sopra, dici anche che nella letteratura nazionale si vola basso. Ora, mi pare legittimo chiedere su quali letture basi la tua opinione. Tutto qui. Perchè, scritta così, sembra una convinzione formata più su un dibattimento critico che su altro. Non ci sono retropensieri, c’è una domanda.
Qualcuno sopra ha citato degli autori, alcuni li conoscevo altri no. Che so Nove, Nori, Ammanniti, a me anche Scarpa non piace. Poi ho storie di amici di cui ho letto la prosa manoscritta e poi la prosa pubblicata, e ci ho avuto un dispiacere perchè certe scelte stilistiche non c’erano più.
Sono d’accordo con Wu Ming 4, che amplia il discorso sulla lingua. un altro esempio potrebbe essere il Mccarthy de “la strada”, linguaggio semplice, ma credo riconosciuto come avente il patentino di “Letterarietà”.
Sulla definizione di ‘letterarietà’ credo che pesi anche, implicitamente, la funzione che si attribuisce alla letteratura.
Comunque, secondo me, prima di discutere di qualsiasi oggetto si dovrebbe darne in chiaro la definizione ed esplicitare i criteri con cui si è arrivati a questa definizione, sennò tutto diventa nebuloso e si finisce per generare solo equivoci.
Letterarietà.
Stavo rimuginando un post su questa cosa, ma dico prima due cose qui, come faccio ogni tanto.
Quello che non funziona nella discriminante posta dai Critici patentati (Cortellessa, Policastro ecc) non è solo la mancanza di una presa d’atto dell’evoluzione storica di un canone, e neanche solo il fatto (ribadito qui da Wu Ming 4) che la sovversione linguistica è un valore da rapportarsi a un singolo testo, nel rapporto tra ambizioni e risultati. Quello che non funziona è l’assenza di una tipologia che permetterebbe di riconoscere non una sola ma (a mio avviso) almeno forme della qualità letteraria, irriducibili l’una all’altra.
Ci sono narrazioni che definirei emergenti, fortemente connotate in senso biografico e generazionale, in cui l’effetto sovversivo è dato soprattutto dall’irrompere di una nuova sensibilità che reclama uno spazio sociale e un ascolto. E’ un tipo di letteratura “d’esordio” che fino alla fine dell’Ottocento era impubblicabile, ma che è cresciuta con la dignità culturale assunta via via dalle giovani generazioni. Se all’inizio abbiamo prose folgoranti come “Una stagione all’inferno” di Rimbaud o “I canti di Maldoror” di Lautreamont, nel Novecento (mercato e massificazione permettendo) ci toccano “Il giovane Holden” e “On the road”, giù giù fino ai loro cloni italioti (“Boccalone” di Palandri, “Jack Frusciante” di Brizzi, ma anche “Volevo i pantaloni” di Cardella e “MelissaP” di Panariello o il Pierantozzi di “Uno indiviso”) A ognuno valutare ambizioni letterarie e risultati, ma limitando i paragoni a QUESTA categoria.
Il secondo tipo è quello a cui appartiene la stragrande maggioranza delle narrazioni romanzesche da Cervantes in poi. E’ il romanzo come rappresentazione compiuta del sociale, in forma realistica o allegorica, che contiene in sè una diagnosi e un posizionamento dell’autore rispetto alle tendenze che il sociale stesso manifesta. Qui la sperimentazione linguistica, quando esiste, assume il senso di una sovversione più politica che psicologica (ma le due cose non si elidono a vicenda) come avviene secondo me in Gadda o Manzoni, e la letteratura (dichiaratamente o meno), assume tratti mimetici e pedagogici e inevitabilmente questi parametri devono rientrare in una valutazione di qualità. Qui c’è spazio per il grande affresco sociale, per il cosiddetto romanzo borghese, per il romanzo storico e fantastico, ma anche per la cosiddetta letteratura giallo-noir, che in effetti racconta molto di più sull’antropologia della vita corrente che sul crimine in quanto tale.
Il terzo tipo è il più raro, ma anche quello che è più frequentemente oggetto di contraffazione. Dopo il turgore primaverile e l’ampio paesaggio estivo e autunnale, c’è il freddo e la solitudine essenziale di un inverno dell’anima, dove la terra che tutto ha dato in termini comunicativi diventa roccia. Qui la parola cerca, come direbbe Genna, una “letteralità” che non è più espressione del soggetto nè dialogo tra soggetto e mondo, ma emergenza dello spirito pura e semplice. Qui troviamo pochi giganti (Leopardi, Kafka) e molti cattivi imitatori, che confondono l’onanismo autoriale con la nudità della voce assoluta. Qui ho trovato di recente un romanzo italiano straordinario, “Il nemico” di Emanuele Tonon.
@ Alessandro Ansuini:“Sarebbe interessante sapere dai critici se ho detto solo cazzate o la struttura, in effetti, quando molto complessa o semplicemente innovativa possa essere metro di valutazione di questa fantomatica Letterarietà, che tutti dicono non ci sia ma ognuno a modo nostro sa cos’è.”
Alessandro, nella frase che ho riportato ti chiedi se una struttura molto complessa possa essere metro di valutazione della qualità di un opera. Se con “struttura” intendi un romanzo con trama complessa, stando a quello che dice la Policastro, la risposta è no. Ti riporto una frase della stessa G.P.:“Perché un libro abbia senso me lo deve raccontare senza infingimenti, possibilmente in un modo che non sia né cronaca, né reportage, né fiction nel senso del complicato intreccio o delle mille peripezie. Ho amato per la sua sobrietà e nudità, negli ultimi anni, la Kristof della prima parte della Trilogia, il McCarthy de La strada, la Pugno di Sirene, il Trevisan dei Quindicimila passi.”.
Leggi bene, GP dice “né fiction nel senso del complicato intreccio o delle mille peripezie.”
In pratica, per GP la forma romanzo è morta, non è praticabile e l’autore che decide di scrivere un romanzo con trama complessa, articolata, è inevitabilmente destinato a produrre un’opera di scarso valore, fuori dal canone della letterarietà.
La domanda è: perché? Perché il romanzo sarebbe morto? Tu la pensi così?
@ Wu Ming 4: il breve commento che ho postato ieri lo hai interpretato perfettamente. Grazie per aver riportato il discorso sulla complessità linguistica (ragionamento che nel vecchio thread fu interrotto dalle risse).
@ Anna Luisa: prego, non c’è di che. Comunque la teoria sostenuta dalla Policastro sulla morte del romanzo non è altro che il vecchio cavallo di battaglia del Gruppo 63, roba di quasi mezzo secolo fa.
Una delle mie note sulle retoriche di rete:
Fa paura a molti, è dura da “reggere” una discussione (qualunque discussione) che resti rigorosamente sulle argomentazioni, dove si smontino senza ipocrisie le asserzioni basate sul nulla, sulla scorrettezza, sulla disinformazione, riportando sempre le generalizzazioni alle singolarità e l’astratto alla concretezza dell’esempio.
Se si è abituati a generalizzare, la richiesta di fornire esempi è vissuta come “violenta”, ricattatoria.
Se si è abituati a omologare gli altri, qualunque contro-esempio che sciolga il vincolo immaginato è vissuto come aggressione.
Quando si esce dal politically correct (Slavoj Zizek ricorda spesso che nell’accademia, quando pensi che la conferenza di un collega sia stata orribile e tediosa, gli dici che era “interessante”), e si dicono le cose senza peli sulla lingua, ci sarà sempre la finta anima bella che parla di “linciaggio”, “abbaiate”, “branco”, “fascisti”, sempre condendo con qualche “mi meraviglio di voi”, “mi meraviglio di te”, “tu che sei una persona intelligente”, “sono davvero deluso”.
E’ il manieristico broncio di chi non ha niente da dire e vuole dirlo a ogni costo, ma non riesce a infilarsi dove ci sono argomentazioni.
Poi c’è la questione “tanti contro uno”. Anche questo è uno schieramento immaginato, almeno nel caso di questo specifico thread. Ci sono tante dinamiche “orizzontali”, piccole (salutari) tensioni tra chi almeno in apparenza dice cose simili, ci sono botte-e-risposte *dentro* il presunto campo di chi “è d’accordo”. A margine, c’è un consenso (non unanime ma forte) nel dire che l’articolo uscito sul “Manifesto” è superficiale, semplicistico, distorto, disinformante. In una parola, scorretto. La maggioranza di persone che ne sono convinte cosa dovrebbe fare per evitare il denunciato effetto “tanti contro uno”? Scrivere il contrario di ciò che pensa?
Sarà capitato a molti di vedere qualcuno lamentarsi per la presenza di link in una discussione. E’ capitato anche nel thread “Letterarietà”. La dinamica è questa: “Tu la pensi così!”; veramente ho scritto il contrario, ecco la prova; smettila di intimare di seguire i tuoi link!
Il fastidio che alcuni esprimono nei confronti dei link è lo stesso che provano verso i contro-esempi. Quello che infastidisce è che si riportino i discorsi a un basamento, a un ancoraggio, a una base concreta. Riportare l’astratto (il Mercato, la Letteratura, la Lingua) al concreto è denunciato come violenza.
Anna Luisa, non credo che da quelle parole possa estrapolarsi il pensiero della Policastro, anche perché sono due discorsi differenti, quello del linguaggio e quello della struttura. Per esempio, come mi fai notare, riconosce nella, diciamo, semplicità della Kristof e di Mccarthy, la letterarietà, basandosi, per l’appunto, sul linguaggio. (qui entra il discorso accennato appena sopra da wuming 4. Un linguaggio non deve per forza essere barocco, può avere molte forme per esprimere la sua letterarietà)
Ma la domanda che facevo io è diversa, e non credo possa escludere a priori che una trama molto complessa, seppur appoggiandosi su un linguaggio semplice non possa raggiungere il suo scopo. faccio un esempio, rammentando sempre flaiano che diceva “se lei si spiega non un esempio non capisco più niente.”
Il Wallace di Mondo Adulto I e II, serie di racconti raccolti in “brevi interviste con uomini schifosi”, senza entrare nello specifico, nella formula adottata per narrare, seppur con un linguaggio semplice, fa sperimentazione. Quasi tutti i racconti di quella raccolta hanno una formula “sperimentale”, e chi sperimenta, sostengo io, rientra nel campo di una certa avanguardia, (intesa come territorio inesplorato) ha in sé quelle doti di ricerca e sovvertimento di una qualche regola comune che non sono inferiori – sempre secondo me – a un lavoro sul linguaggio. Anche nel breve di qualche racconto. Alla domanda se il romanzo sia morto o meno invece davvero non saprei rispondere, ma come tutte le generalizzazioni mi pare una sciocchezza.
Posso dare un consiglio di lettura?
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Sto terminando la lettura di Scrittori giocatori, l’ultima raccolta di saggi di Stefano Bartezzaghi. Un libro bellissimo.
C’è un lungo e magistrale (magistrale!) saggio sulla scrittura e… la sperimentazione linguistica di Primo Levi in cui Bartezzaghi (ovviamente facendo tesoro di quanto scritto da Belpoliti, Mengaldo etc.) fa reagire tra loro:
– il rapporto tra lingua, mnemotecnica e memoria nell’opera di Levi;
– il suo costante sforzo connotativo (la cosiddetta “idea accessoria” che una parola deve richiamare) ed etimologico (il ricorso all’origine di una parola per inventarne l’idea accessoria e farne un uso meno frusto);
– certi suoi divertissements giudicati “minori”, ad es. le poesie;
– il suo interesse per la psicologia del giocatore di scacchi;
– la sua passione per l’enigmistica (palindromi, anagrammi etc.);
– il suo hobby di inventare rebus (e disegnarseli da sé);
e l’elenco potrebbe continuare.
L’andamento del saggio è meticoloso, inesorabile: all of the above serve a Bartezzaghi a far capire come, in Levi, la sperimentazione linguistica (anche quella in apparenza più “divertissente”) sia *sempre* finalizzata a uno sforzo di comprensione, a gettare ponti tra chi scrive e chi legge. C’è un’etica della chiarezza, del nitore, della necessità di mantenere la comunicazione tra gli umani. Certamente Levi maturò questo proposito dopo l’esperienza dell’orrenda “Babele” di Auschwitz, anche se è stato dimostrato che su certe cose rifletteva da prima. E’ anche il motivo per cui disprezzava la ricerca di una “illeggibilità”.
La lingua di Primo Levi si presenta come semplice, piana, diretta. E lo è. Ma per ottenere quest’effetto, Levi ricorre a forzature discrete eppure radicali, fa continuamente esperimenti con le parole (e spesso li commenta dentro la narrazione, ne fa spunto per conversazioni tra i personaggi).
Va ricordato che Primo Levi nella sua carriera ha praticato i “generi”: ha scritto non poca fantascienza, e si è cimentato anche con il romanzo storico (perché, anche se qualcuno si scandalizzerà, io sono d’accordo con Alessandro Barbero: Se non ora, quando? è innegabilmente un romanzo storico).
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Ecco, volendo stare ai parametri proposti ex cathedra con tanta foga,
Primo Levi non sarebbe abbastanza “Letterario”.
@ Wu Ming 4: Sì, lo so che è una delle teorie elaborate dal Gruppo 63. La cosa che più mi fa impressione è che negli interventi di GP (e parlo di TUTTI i suoi interventi) non ho mai riscontrato un barlume di originalità ma solo pedissequa ripetizione di teorie letterarie elaborate nel secolo scorso. Non è mai farina del suo sacco… di suo ci mette solo il tono saccente (di cui, è sotto gli occhi di tutti, va molto fiera) con cui le esprime.
@Alessandro Ansuini: “non credo che da quelle parole possa estrapolarsi il pensiero della Policastro, anche perché sono due discorsi differenti, quello del linguaggio e quello della struttura.”
Occhio, io ho riportato l’enunciato di GP per intero perché non mi sembrava corretto spezzettarlo ed è vero che in quella frase GP affronta entrambi i discorsi (linguaggio e struttura), ma se rileggi il mio commento puoi notare come io abbia posto l’accento sul passo “né fiction nel senso del complicato intreccio o delle mille peripezie.”
È di questo specifico passaggio che intendevo riflettere con te e soprattutto, è da parole come queste che si comprende il disprezzo per l’opera di Wu Ming da parte di GP.
Ti ho invitato a ragionare su quella precisa asserzione perché, come dicevo rivolgendomi a Wu ming 4, uno dei cavalli di battaglia della Policastro è proprio “la morte del romanzo”.
Permettetemi una considerazione banale e di base: il concetto di letterarietà come lo intendono Cortellessa & Policastro è, IMHO, pura fuffa. Significa nient’altro che giudicare un libro bello o brutto a priori, in base a criteri estrinseci e pregiudiziali, come ad es. il genere al quale si suppone che il libro stesso appartenga, l’editore o la collana dove è pubblicato, l’autore, la collocazione sugli scaffali della libreria, la tipologia di lettori cui si suppone che il libro medesimo sia rivolto, la grafica della copertina. E’ la negazione stessa della funzione critica e, sinceramente, non mi sembra un concetto meritevole di discussione. Se invece si intende il termine “letterarietà” non come pre-giudizio aprioristico, ma come valutazione ragionata e argomentata a posteriori su di un testo, allora si apre il campo del giudizio estetico propriamente detto. In questo senso “letterarietà” sarebbe un sinonimo (impreciso) di “bello”, e la nostra diventerebbe né più né meno che una discussione filosofica sui criteri del bello in letteratura. Interessantissima e potenzialmente infinita.
Di Primo Levi ho letto solo se questo è un uomo e, data la materia trattata, non saprei dire se è letterario o meno, posso dire che era necessario.
Un’altro esempio di struttura che diviene di per sé Letterarietà è Fuoco pallido di Nabokov, un poemetto, le cui note poi compongono il corpus del libro.
Chedo venia se praticamente rifletto a voce alta ma vedi, le discussioni servono a questo, anche a rivedere i propri parametri se necessario.
Anna Luisa, in effetti la frase da te riportata “né fiction nel senso del complicato intreccio o delle mille peripezie.” pare tagliare la testa al toro e alla juve, ma come si fa a essere così perentori? Io non intendo solamente la complessità dell’intreccio, alla quale pare rivolgersi la policastro, intendo la sua natura nuova, come ad esempio Fuoco Pallido o gli altri esempi portati. Non è questione di complessità, o di trama, ma di sovvertimento di alcune regole base.
@ Wu Ming 1: ma infatti il discrimine mi sembra piuttosto quello tra un’idea della narrazione come racconto e comunicazione, quindi sempre riferito a una comunità potenziale, e l’idea della narrazione come esperienza ed espressione individuale, lotta del Sé singolo con la lingua, quindi versus la comunità, ovvero a prescindere da essa. Non per niente a questa seconda visione si accompagna spesso un manifesto snobismo per il comune (i gusti letterari più popolari, la rete, la critica extra-accademica, etc.etc.). Per me è il non plus ultra della poetica letteraria borghese.
“Il fatto è che se togli la retorica (compreso il modo altamente scorretto di riassumere posizioni altrui, che era già percepibile nella discussione originaria) quello che rimane di condivisibile è davvero banale.
E a parte autoraffigurarsi come intellettuale coraggiosa, novella Ipazia assediata dai barbari, non mi sembra abbia proposto nulla. Anche volendo sposare in toto il suo punto di vista, inseguire chi compra i “vasetti scaduti” e dirgli di studiare Sanguineti e Manganelli, in modo da poter in futuro distinguere la vera letteratura da (gasp!) l’intrattenimento non mi sembra praticabile.
Il critico poi non si giudica da quanto ha studiato, dalle citazioni che spende, dalla carriera universitaria, ma dalla capacità di argomentare in maniera ragionata e non banale su un testo.
Se lo fa in modo continuativo e coerente, c’è caso che lo ascolti e, indipendentemente da differenze di gusto o di opinione, possa diventare nel tempo un utile punto di riferimento per orientarsi.
Nulla di quel che ho letto della Policastro – sul Manifesto, qui, su Nazione Indiana – mi ha convinto che abbia qualcosa di originale da dire.”
Al di là di eventuali posizioni e fazioni contrapposte e di certi toni sopra le righe, mi pare che il succo della questione sia perfettamente espresso nelle parole di questo commento (di marco). Io trovo piuttosto scarso, oltre che approssimativo, l’articolo di Policastro. Al netto della solita supponenza accademica (che tra l’altro non trova fondamento da nessuna parte, essendo l’interessata una delle tante inflazionate precarie in cerca di fissa dimora in qualche ateneo italico), Policastro si limita a ribadire, spesso in astratto, (pre)concetti vecchi di quarant’anni, e senza possedere il minimo talento ironico e autoironico di cui proprio Sanguineti e Manganelli facevano grande uso nelle loro brillanti polemiche. Policastro, in sostanza, è un’epigona triste di quei numi tutelari che evoca abusivamente e a ogni piè sospinto.
WM4 mi precede di un soffio…
la questione sta proprio tutta lì: nel riferimento di WM1 al gettare ponti.
Non so quanto possano servire, soprattutto oggi, pagine che ci lasciano più ammirati che persuasi…
@Alessandro Ansuini: Sì, direi che alla fine, su quel passaggio specifico, ci siamo capiti e aggiungerei pure che la pensiamo allo stesso modo 🙂
Già Sartre nel 1947 distingueva tra poesia (intesa come lavoro *sul* linguaggio) e prosa (intesa come comunicazione, lavoro *con il* linguaggio). Ma Sartre non si sognava minimamente di confondere questa distinzione, puramente tecnica, con la distinzione crociana tra poesia (bello) e non poesia (brutto). Tutto questo dovrebbe essere ovvio, ma siamo in Italia e Croce riciccia sempre fuori…
Bè, io continuo a pensare che si tratti di una definizione irrealizzabile (la letterarietà). Tuttavia si è trattato di un utilissimo pre-testo dal momento che ho grandemente apprezzato la discussione-monstre, ma per criteri prettamente descrittivi: lo status della condizione di una parte del mondo accademico-editoriale-autoriale etc… nell’estate del 2010.
La questione è mal posta (strumentalmente mal posta). Qualora dovessimo accettare che esistano criteri per definire (tout court) un oggetto narrativo alto o basso ciò presupporebbe un’autorità qualsiasi deputata all’assegnazione dell’ambito blasone.
Io sono convinto che non sia una questione di autorità, ma di formazione: l’altezza o la bassezza di un oggetto non sta nell’oggetto medesimo ma nell’occhio di chi lo contempla. E’ possibile trovare brandelli di Verità nel più mendace dei testi, ma devo poter accedere agli strumenti che mi permettano una crescita intellettuale, cognitiva. E graduale. Visto che ci siamo riporto le parole di un intellettuale che mi piace molto, Lex Luthor:
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«Signorina Teschmaker, alcuni possono leggere “Guerra e pace” e pensare che sia solamente un libro d’avventure; altri leggono gli ingredienti su una cartina di chewing-gum e scoprono i segreti dell’universo».
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In più, in spregio a qualsiasi tatto linkatorio, mi permetto (si parva licet) di suggerire a Cortellessa (sono sicuro che biecamente lurka 🙂 ), la lettura di questo articolo di Chris Anderson (qui il testo originale su Wired http://www.wired.com/wired/archive/12.10/tail_pr.html e qui una comoda traduzione in italiano http://www.marcoganz.com/milestones/la_coda_lunga_-_chris_ander.html ).
E’ un articolo del 2004, quindi addirittura antico per i tempi che corrono, che parla del concetto di “coda lunga” in ambito (!) commerciale ma soprattutto editoriale: umilmente credo che potrebbe rivelarsi una lettura illuminante e che molto potrebbe contribuire alla riflessione sulla diffusione di testi di qualità, cioè al casus belli in oggetto. Senza polemiche.
Insomma non sarebbe proprio malaccio se una volta prodotto un testo “valido” fosse anche raggiungibile senza tante storie, in barba agli scaffali dei megastore.
Per finire, un Poeta, Michael Stipe:
«It’s the end of the world as we know it»
Credevo fosse chiaro che la mia era una critica al metodo, non al merito – nel merito non ci voglio proprio entrare. Anzi: ai modi, e alla violenza (perché di questo si tratta, piaccia o meno). Una faccenda di stile, di buona educazione.
Che poi si dica “eh, ma lei ha fatto, lei ha detto” non salva nessuno.
In ogni caso: una risposta a tono ci sta, due anche, dalla terza si è nel superfluo, oltre la quinta si scivola nello sberleffo e il commentario diventa una squallida esibizione di gregarismo.
Loredana, il tuo “solo parzialmente” mi coglie francamente impreparato, e credo necessiti di una spiegazione.
Roberto, perdonami: di metodo stiamo parlando. Se si interviene in una discussione in rete non si può pretendere di scegliere un solo interlocutore. La discussione è multipla e pubblica. Ho postato l’articolo – e, per cortesia, risparmiaci le banalizzazioni del “lei ha fatto” – per il semplice motivo che riportava altro rispetto a quanto detto qui. E questo, perdonami di nuovo, rientra nella correttezza dell’informazione, non nella netiquette.
@WM1: sono completamente d’accordo con te su quello che dici nella tua tassonomizzazione delle dinamiche di rete.
Ciononostante, ti segnalo che a stimolare il mio intervento è stato proprio l’atteggiamento di molteplici “accoliti WM” che hanno intorbidato il terreno della discussione con commenti e sberleffi riferiti al piano personale.
E onestamente ti dirò che non includere questa (tipica) deriva alla tassonomizzazione di cui sopra rende la stessa incompleta nel migliore dei casi, di parte nel peggiore.
“Accoliti WM” è una banalizzazione vieta e facile, caro Roberto. Da quando in qua chiunque sia d’accordo con un’esposizione diventa un accolito?
“Nella tassonomizzazione”, chiedo scusa.
Mr. Moroni,
si tenga pure per intero ‘stile ed educazione’. Nella sua declinazione io li traduco ‘maniera e perbenismo’, e non mi interessano.
Quanto alla ‘violenza’, non si permetta. E basta.
Trovo, opinione mia, molto più rispetto per l’interlocutore negli scambi diretti e anche duri. Ancora di più in una dimensione virtuale, dove l’assenza di prossimità fa mancare a una discussione i segni ‘fisici’, la gestualità, le espressioni facciali.
Se ritengo che un concetto, o un’argomentazione, per me sono ‘merda’, lo dico e stop. non voglio ‘abolire’ chi sta dall’altra parte, accetto il confronto e le controargomentazioni. Difendo ciò che ritengo necessario difendere.
Quello che trovo insopportabile nella gran parte dei talk show politici, e non solo, non è che gli ospiti si scannino verbalmente, ma sapere che al 99% dopo mezz’ora saranno a cena insieme a darsi di gomito.
Altrettanto mi fanno vomitare le discussioni all’insegna del bon ton, del prego si accomodi, no faccia lei, che appena concluse vedono bisbigliare, ciascuno con i suoi “quello è un coglione”.
Per questo trovo le sue bacchettatine da maestrino del tutto ridicole.
Ma non le abolirei da questo thread.
L.
Anche questa è una dinamica consueta, si era presentata tale e quale nella discussione-monstre. Siamo sempre nella questione dello “schieramento immaginato”. Nelle discussioni si afferma una (auto-)rappresentazione (in senso lato) “eroica”, per cui uno tende a vedersi (o almeno a presentarsi) come minoranza vessata (sincera nelle sue espressioni) in lotta col resto del mondo (che invece ha sempre secondi fini, o idee confuse).
Quindi: chi è d’accordo con me lo fa in piena indipendenza di pensiero; chi è d’accordo con altri è un “accolito”, un “fan” etc.
Che poi si dica “Ah, ma gli accoliti han fatto”, “gli accoliti han detto”, non salva nessuno.
Ok, “accoliti WM” è una formula inesatta e generica. Chiedo venga tolta dagli atti, o che agli atti vengano accluse le scuse (posto con un telefonino e in condizioni di rete precarie).
(La mia richiesta di spiegazioni su quel “parzialmente”, tuttavia, continua a rimanere lettera morta).
E lo rimarrà, Roberto: non sono tenuta a motivare nè ad accogliere richieste da parte di chi irrompe con questi toni (rileggiti, grazie) nel dibattito, banalizzandolo a “gregge di pecoroni contro critica”.
Ps. per facilitare la rilettura, riposto qui il commento di Moroni:
“Abbaiate in cento contro uno, dicendo tutti la stessa cosa solo per certificare la vostra appartenenza al gruppetto.
Vi attaccate ai dati anagrafici, alla provenienza geografica, ai prodotti del luogo di tale provenienza.
Siete ridicoli, vili, ma soprattutto volgari.
Sarete anche bravi scrittori – io non lo so – ma individui mediocri, davvero povera gente, eredi perfetti dei plaudenti di piazza Venezia.
(E di te, Loredana, che sembri approvare tutto questo, mi stupisco)”.
@ Roberto Moroni,
anche quella del “gregarismo”, perdonami, è una semplificazione da quattro soldi. Guarda il timing dei commenti. Molti sono praticamente simultanei. Io scrivo, pubblico, e spesso mi accorgo soltanto dopo aver pubblicato che, mentre scrivevo, altri due o tre commentatori esprimevano opinioni vicine alla mia.
Caro L, perché non difendere ciò che si ritiene necessario difendere firmando con nome e cognome?
Siamo da un po’ nel web 2.0, no?
Oh, Loredana, siamo a casa tua, e tu non sei tenuta a niente.
Figurati se non ti capisco: forse ricorderai che avevo un blog anch’io.
Probabilmente preferisci far la figura di quella che lancia il sasso e ritira la mano. As you like it.
Roberto, qui la persona che sta facendo una figura miserabile non sono io. Non sono io che io ho scomodato Mussolini. Non sono io che ha insultato un gruppo di persone che stanno discutendo a suon di “vili, miserabili, volgari”. Non sono io a cercare di portare la discussione alla rissa da stadio. Punto.
@ Roberto Moroni
Francamente non capisco. Proprio qui ci siamo detti tutti d’accordo che nel thread fiume sulla “letterarietà” i toni sono più volte sbracati. Gli stessi che in parte avevano partecipato a tale sbracamento lo hanno ammesso. In questo thread, invece, che commenta l’articolo di Policastro sul Manifesto, si sta cercando di riprendere a freddo alcuni fili di quella discussione e provare ad argomentare meglio. Certo non lo si può fare fingendo che il detto articolo non contenga una rappresentazione falsa della discussione per come è avvenuta (basta andarsela a rileggere). Quindi qual è il problema? Che la maggior parte di noi commentanti condivide un medesimo punto di vista? E perché questo dovrebbe essere dovuto a una volontà di accanimento e non piuttosto alla fumosità (e , appunto, falsità) di certe argomentazioni ribadite dall’autrice dell’articolo?
In stile Marzullo mi sono fatto una domanda e dato una risposta.
D: Ma si chiamerà poi davvero Roberto Moroni?
R: E chissenefrega!
In ogni caso, se ne ha proprio bisogno chieda pure a Loredana i miei dati anagrafici.
L.
Perchè, Loredana, “scomodando Mussolini” a quale pericolo si va incontro?
Ancora ‘sta storia dei nomi e dei cognomi? Ancora l’abolizione del nickname? Ancora???
Il ridicolo.
Mi permetto di pensare che la professoressa Policastro starebbe antipatica a Giorgio Manganelli, non fosse altro perché fa di tutto per accomunarlo ai suoi antipatizzanti di questo blog, che mi sembrano tanti, a dire il vero troppi. Ma il problema non è questo. Il problema è che il dibattito sulla letterarietà ne nasconde uno ben più decisivo, quello sulla centralità. La Policastro e i suoi simili mal tollerano di non essere più centrali non tanto nel dibattito letterario, quanto nella società italiana. Invece se ne devono fare una ragione, non lo sono più, e non lo saranno per secoli se continueranno ad appoggiarsi violentemente agli scheletri dei loro antenati, rivelandosi così feroci conservatori. Se vogliono proprio essere centrali – ma Manganelli non li capirebbe – debbono produrre pensiero adeguato alla loro epoca, il più possibile lontano dai propri immediati bisogni, no prendersela con la supposta centralità Wu Ming, con atteggiamento vendicativo da asilo nido. Quanto a Wu Ming auguro loro la dannazione della centralità a lungo, perché mi sono antipatici. Vorrei anche far sapere loro che al giorno di oggi la fama è una delle prima causa di malattia e di morte.
@Roberto Moroni (che è l’omonimo di sé stesso):
questa cosa del nick che spesso torna come indice di vigliaccheria telematica non mi sembra una questione sostanziale. Io potrei firmarmi Mario Rossi o Clemente Mastella o Mariarosa Trementini: cosa cambierebbe per te? Sul web conta la qualità delle parole (tanto dei contenuti quanto della forma) e non il presunto autore delle medesime. Tanto più che, nell’unico commento lasciato, non mi pare di aver assunto atteggiamenti insultanti nei confronti di nessuno. Anzi, ho cordialmente preso le distanze da alcuni toni che reputo discutibili. Non mi sento accolito di qualcuno soltanto per aver sollevato forti dubbi di metodo e di merito sull’articolo in oggetto…
cause…
@Wu Ming 4:
“In questo thread, invece, che commenta l’articolo di Policastro sul Manifesto, si sta cercando di riprendere a freddo alcuni fili di quella discussione e provare ad argomentare meglio.”
Il problema sta nell’astrattezza dei concetti, non se ne esce. L’articolo in questione non sposta di una virgola la precedente discussione, ma la riavvita su se stessa. La questione che avevo posto nel mio pezzo su Carmilla, ad esempio, a proposito del web, la si continua ad ignorare, salvo etichettare internet come una giungla, quella degli “zotici e vil” contrapposta all’idea romantica dello scrittore solitario (forse ai tempi delle carovane). L’idea assolutamente falsata, insomma, che chi scrive qui non abbia una formazione, che internet sia come un mercato in cui si fa a chi grida di più contrapposto al clima civile dell’aula universitaria o della sala da convegno… manca insomma lo sforzo per superare queste questioni e discutere d’altro, ma è chiaro che qua siamo già nel campo della politica e della rivendicazione di una “centralità” (come dice Larry Massino poco sopra) da cui proferire il discorso… E’ come in quel piano-sequenza di “Piccole volpi” di Wylliam Wyler di cui parlava André Bazin, dove le cose importanti accadevano nel retropiano e non in primo piano, con la differenza che l’obiettivo usato da Wilder permetteva di vedere e davanti e dietro, lasciando la libertà di scelta allo spettatore, mentre qua allo spettatore gli si vogliono mettere gli occhiali…
Una breve nota su ’stile ed educazione’ = ‘maniera e perbenismo’.
Lo stile che ognuno adotta, oltre a rispecchiare il suo pensiero, influisce sulla qualità media del thread intero, sulla valutazione che gli altri danno al thread, al sito e al commentarium, e a cascata, sulla voglia o meno di intervenire di chi ha qualcosa da dire.
E poi, se le posizioni di un commentatore sono appena un filo più articolate o meno mainstream di ‘questo è una merda’, un minimo di bon ton nell’esporle dispone gli altri lettori ad avvicinarsi al suo pensiero e vagliarlo equamente, n’est pas?
@ Moroni: in un attacco di egocentrismo eccessivo credo che Moroni abbia innescato questa deprimente polemica chiamando in causa cento volte Loredana (che non è una preside, al massimo modera contestualmente a cento altre cose da fare, presumo), da un mio intervento di mercoledì 11:29 pm. Infatti scrive:”Vi attaccate ai dati anagrafici, alla provenienza geografica, ai prodotti del luogo di tale provenienza”. Infatti io ho scritto che la Policastro ha 35 anni (vero), che è nata a Salerno (vero, bellissima città che conosco), che da quelle parti è pieno di bufale (vero, le mozzarelle d.o.p. di Battipaglia sono ottime e non diventano ancora blu per ora). Da qui la sequela di insulti e cosa pessima, il riferimento a Palazzo Venezia. Dunque Moroni è pregato di scrivere questo tizio senza cognome ha scritto questo e questo.