SILENCE

Riporto, dal sito del Manifesto, l’articolo di Gilda Policastro di ieri, 20 luglio. Non lo commento, perchè chi ha seguito la discussione su Lipperatura è in grado, da solo, di trarre le proprie conclusioni. E perchè, come dice Lisa Simpson, citando Lincoln,   è meglio rimanere in silenzio ed essere considerati imbecilli che aprire bocca e togliere ogni dubbio.
Conclusa la stagione dei premi letterari, parte quella dei festival: l’occasione per riflettere sugli uni e sugli altri è il recente documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, Senza scrittori (prodotto da Rai Cinema), un’indagine che da premi e festival muove, mostrandone dall’interno alcuni tra i più noti passando dal Ninfeo di Villa Giulia, sede storica del Premio Strega, al Festival di Mantova, e sbarcando infine, provocatoriamente, alla Stazione di Topolò, in Friuli, dove da più di dieci anni ha sede un anti-festival di poesia eco-compatibile, ovvero con pochi ospiti scelti, alloggiati presso le case degli sparuti abitanti del paese. Un’indagine, quella di Cortellessa e Archibugi, ricca di informazioni e totalmente disincantata, che a partire dal «basso-materiale» sviscera i meccanismi e i parametri economici in base ai quali si regolano la produzione, la distribuzione e le vendite (il libro come merce in un sistema produttivo, cioè), oltre che la costruzione delle delle dinamiche del consenso (il libro come prodotto in un contesto concorrenziale). Meccanismi e dinamiche che vengono amplificati da premi e festival, ma che evidentemente sostengono, come lo scheletro il corpo, l’editoria italiana, orientandone o determinandone (quel che è più preoccupante) la progettualità, e limitando, di contro, gli spazi per la ricerca e le proposte eccentriche, relegate in ambiti di nicchia (editori semiclandestini, librerie in estinzione come la storica Tombolini di Roma, lettori-reduci impossibilitati a rinvenire libri che non siano best-seller).
Le questioni in esame nel documentario sono tutte di grande momento, a partire dalla constatazione dello strapotere ormai inarrestabile del mercato editoriale. Un’industria che fin dai suoi albori ha badato ai profitti, ma che mai come in questo momento parrebbe aver abdicato interamente alla qualità in favore del «successo», con la conseguenza perniciosa che sia l’idea stessa di letterario o di artistico a depotenziarsi, in nome del solo obiettivo della diffusione ad ampio raggio e dell’appeal generalista «che rende tutto più divertente», come sostenuto (e non dimostrato) nel documentario da Antonio Franchini, editor Mondadori (oltre che scrittore in proprio).
Se l’editoria senza mercato, rovesciando la tesi di Cortellessa, non potrebbe sopravvivere all’invadenza di altri media (nonché allo strapotere della rete presso le generazioni under 40), è vero altresì che i contrappesi storici al mercato (i luoghi della formazione e dell’analisi critica) si sono ridotti a zone del tutto marginali o ininfluenti. Le categorie dominanti all’interno del discorso letterario (sed commerciale) non sono così la qualità, il valore, la «longevità» (dicevano una volta i culturologi), o – volesse mai il cielo – le possibilità di canonizzazione di un’opera, bensì il successo quantificato dalle classifiche di vendita: «vera spada di Damocle settimanale per ogni editore», citando ancora dall’intervista a Franchini. Proprio nel web, da un articolo di commento a Senza scrittori apparso su «Repubblica» a firma di Francesco Erbani (e successivamente postato nel blog Lipperatura), si è sviluppato un dibattito tra lo stesso Cortellessa (insieme ad altri, tra cui chi scrive) e il gruppo bolognese dei Wu Ming, fenomeno mediale da oltre un decennio, con un’ampia produzione d’intrattenimento all’attivo. È dello scorso anno, ad esempio, l’edizione di un pamphlet costituzionalmente destrutturato e dichiaratamente scevro da ambizioni canonizzanti, intitolato New Italian Epic: etichetta di una qualche immediata fortuna mediatica, subito smontata però nella sua consistenza teorica dai critici «cartacei» (Emanuele Trevi, ad esempio, su «Alias»). Ma l’aspetto che in questo caso fa conto sottolineare è come i Wu Ming, da un’angolatura opposta, arrivino a sancire nei fatti uno status quo molto simile a quello delineato nel doc di Cortellessa-Archibugi, a partire dalla considerazione (in quel caso salutata con malcontenuto entusiasmo) che l’idea stessa di letteratura sia divenuta arbitraria o rinegoziabile in nome di altre urgenze (sociologiche, documentarie, o della famigerata «evasione»), sempre secondo i nuovi parametri «popolari», coincidenti, com’è superfluo ribadire, col successo commerciale.
Esisterebbe cioè una nuova genia di scrittori, a partire dai Wu Ming medesimi, formatasi più nella rete che nelle aule universitarie, e felicemente affrancata dal bellettrismo novecentista, come dagli eccessi della sperimentazione avanguardista e neoavanguardista. Categorie peraltro mai chiamate in causa, in quanto riconducibili a un metodo d’approccio – la vetusta critica cartacea, appunto – per niente al passo con le magnifiche sorti e progressive della tecnologia informatica, che tutto fagocita: tanto che i Wu Ming stessi arrivano a definire superato il loro Nie, di appena un anno fa. Il bando va anche all’idea romantica dello scrittore separato dalla massa «zotica e vil» in virtù della pregressa formazione: lo scrittore è, viceversa, pienamente integrato nelle dinamiche di produzione-smercio dei libri (o degli yogurt? per riprendere la metafora Cortellessa) e se non lo è, peggio per lui, perché intanto c’è una pletora di «scriventi» (citando stavolta Malerba) pronti a far valere le necessarie consapevolezze in termini tanto di produzione di una letteratura affabulatoria e accessibile (perché «piatta come un lago»: così un commentatore nel web) quanto di potere contrattuale, e dunque di influenza sul mercato.
Viene in mente l’antiapologia del successo di un saggio manganelliano sul best-seller, libro cordiale, comunicativo, «sciarmoso», con la pretesa di parlare a tutti, mentre l’auspicato worst-seller si consentirebbe ancora il «lei», rivolgendosi «a pochi, a pochissimi, a nessuno»: e come farà mai a farsi acquistare, vien da domandarsi coi Wu Ming, un libro così scorbutico, oggi. Ma acquistare o leggere? Un libro-vasetto può far figura in dispensa, cioè nella libreria di casa: manca un passaggio, perché si muti in libro «longevo», ovvero entri in un discorso estetico e non già (solo) economico. Bisogna intanto che sia superfluo guardargli la data di scadenza, ma, prima ancora, che possa arrivare a essere 1) scritto (il che non è banale, se l’influenza del mercato vale anche in termini prospettici; 2) pubblicato; 3) presente in libreria 4) resistente al quotidiano afflusso in essa di vampiri o romanzi criminali.
La prima edizione dei testi teatrali di Shakespeare, ricordava Manganelli, uscì dopo la sua morte: Shakespeare odiava il successo o si rammaricava della fama mancata coi poemetti giovanili? «Forse, voleva anche lui vincere un premio importante: dopo tutto non è detto che sapesse di essere Shakespeare».

406 pensieri su “SILENCE

  1. Non tiri in ballo accoliti vili, in un attacco di acrimonia motivato dal fatto che è rimasto senza blog e quindi senza una identità ben precisa. Si scusi non con me, ma con la padrona del blog e con gli altri di quella fesseria mussoliniana, assolutamente “oscena”. Nemmeno mi va di spiegarle che cosa ha detto la Policastro di molti di noi, magari lo sa, sembrate così in sintonia. Insomma si scusi, in caso contrario mi resta gregario di Gilda. Lei, non noi dai WM. Cordialità.

  2. @Ansuini: non puoi aver letto solo se questo è un uomo di Primo Levi! La tregua, la tregua…a scuola eravamo costretto a leggerli insieme pena un bruttissimo voto (prima se questo è un uomo poi la tregua) e il disprezzo riservato ai pigri e agli scocciati. Dice che non capisci se lì c’è letterarietà, perché ti sembra un libro necessario. Pacatamente ti consiglio di riprendere Levi in mano poi di passare a Grossman, Abraham Yehoshua, Yaakov Shabtai, Meir Shalev e poi tanti altri poi ci dici 🙂

  3. Questa faccenda della firma è un meraviglioso argomento da tirare fuori quando la discussione langue. Se ti scegli un nom de plume, o se ti firmi col solo nome di battesimo, sei un pusillanime senza il coraggio delle proprie idee; se viceversa ti sottoscrivi con nome e cognome, sei un vanesio, oppure un arrivista in cerca di notorietà. Se i commenti comparissero senza firma, sarebbe la Lipperini che simula un dibattito inesistente.

  4. I troll restino tali.
    Qui si discute sul nulla, esisterà sempre chi fa bastian contrario per prendere visibilità e per puro gusto di contraddizione.
    C’è anche la possibilità che qualcuno sia dalla parte della giornalista del manifesto e veda una seria argomentazione come un linciaggio di una collega partigiana contro il satanico mercato e noi tutti manovali venduti al capitale.
    Potremmo saltare certe pietruzze e portare più in altro la discussione anziché, nostro malgrado, farci mettere nel sacco da piccole e deboli provocazioni.
    Cerchiamo di trovarci in una piazza ideale, digitale a parlare di una letteratura nuova, neonata, successiva ad una certa idea di cultura e di mercato mercato, sintesi del presente che spera di piegare a sé l’editoria anziché esserne prostituta, parliamo di tutte le sue virtù e vizi, come dei i suoi autori gente del ventunesimo secolo.
    E al contempo parliamo di racconto, identico a se stesso dalle nebbie del tempo.
    Io credo che se non aggiorniamo le nostre categorie ci sfuggirà sempre il meglio di mano.
    Evangelisti è militante eppure usa la narrativa di intrattenimento, a cavallo del mercato per esporre valori, riflessioni e rivoluzioni.
    Monicelli è stato il re del botteghino oltre che del cinema e eppure oggi è il meno borghese di tutti, noi per primi.
    I beatles hanno distrutto sul nascere questo tipo di querelle fin dagli anni sessanta fagocitando mercato e arte, rivoluzione e contenuti.
    Wharol ci ha mostrato quanto il prodotto sia, di fatto, per noi sacro sempre.
    D.

  5. @Talia: la discussione langue perché sono le quattro e mezza di un pomeriggio di fine luglio, ma concordo con questa vetusta storia dei nick e dei nomi e cognomi (che voglio su pagine bianche, però). Qualcosa bisognerà fare, ma “flaianamente”, la situazione per quest’impasse è disperata, ma non è seria.

  6. Loredana, io non ho detto che tu o chicchessia stiate facendo una figura da miserabili. L’hai detto tu.
    Io non ho detto che i componenti del commentario siano miserabili.
    L’hai detto tu, e per giunta mettendolo tra virgolette, ovvero facendo apparire la parola come citazione.
    E non ho tirato in ballo Mussolini, bensì la folla plaudente, che mi pare faccia una certa differenza. E sarei poi io a fomentare e a portare la discussione a livelli da stadio?
    Libera, poi, di non chiarire i messaggi obliqui come quello rivoltomi per denunciarmi alla turba come “tipo come minimo sospetto”; del resto non ammetterai mai di aver scritto qualcosa di fuori luogo, ancorché per te
    verissimo: ma è proprio la lettera morta a denunciarti.
    Fammi capire: e con questo modo di agire tu saresti la cacciatrice e fiera
    oppositrice, nei tuoi tanti e celebrati post, delle mille arti di delegittimare le
    persone a mezzo di sottigliezze e piccole trovate?
    Sembrerebbe che a forza di denunciare le astuzie della disniformazione tu ne
    sia inconsapevolmente caduta preda.
    Siccome so che non è così, ti prego di rassicurarci.
    Con amicizia (da parte mia non parziale).

  7. Sulla loro strada vi era un ponte che dovevano per forza attraversare, e sotto ci viveva un brutto Troll con occhi grandi come piatti ed un naso lungo, lungo, lungo…
    Per fortuna ‘scripta manent’, disse un capretto, andiamo oltre disse un altro, e poi rivolto ad un altro capretto, ‘fratello cosa dicevi della letteratura ?’ ..

  8. @Roberto Moroni
    Mi scusi, ma non penso stia facendo una grande figura. Ha espresso la sua opinione su alcuni commentatori di questo post. E va bene. Io mi sarei risparmiato il riferimento a piazza Venezia, ma è questione di stile e di capacità di soppesare fatti storici anche piuttosto tragici.
    Adesso forse, se lo ritiene interessante, potrebbe partecipare alla discussione, mettendo da parte questo approccio un po’ puerile. Io, per esempio, quando non abbaio e non applaudo sono solito ascoltare con interesse chiunque abbia una tesi diversa dalla mia.

  9. @Loredana: grazie della precisazione, scuse accolte.
    @Luigi: non credo davvero di aver fatto la figura che lei dice; ma se l’ho fatta, pazienza, può capitare.
    Quanto alla mia partecipazione alla discussione, ho già detto (e persin ripetuto) che non è mio interesse entrarci. Se l’ho fatto è stato solo per intervenire su una questione di metodo.

  10. Io devo ancora capire perchè sti belli dibattiti letterari a un certo punto si spezzano, e dopo una serie di commenti interessanti con cui si può essere più o meno d’accordo arriva il vortice cazzatacentrico, cioè e soprattutto il capo del vortice cazzatacentrico – che na volta è la Policastro medesima, n’antra è Moroni, n’antra ancora è Sasha, e hanno questo squisito bisogno di dire cose di media entità condivisibili in modo medio, come altrettanto opinabili (Palaniuk un’ mi piace, a me mi ci piace ir canone, a me non piace il modo con cui si parla del canone, Wuming 3 forse è brutto) però in maniera talmente roboante che poi il resto del dibattito finisce a chi ci ha voce più alta. Dopo di che, concentrandosi sul tono la qualità dei commenti s’abbassa. A parte la padrona di casa, che ha il diritto padronodicaso di strigliare i maleducati, io proporrei a noantri dibattitisti di fottersene delle provocazioni. Di fottersene delle piazze Venezie che lasciano il tempo che trovano. Ora io non so se Wuming1 quando citava Zizek alludeva anche a me e alla mia allergia ai toni forti – spero di no anche per lui: perchè è poco onesto credere che interlocutori che chiedono serietà, propongono ipocrisia. Forse perchè immagino la fatica che implica scrivere l’intervento in una conferenza arrivo anche a pensare che avere tatto, non vuol dire essere una mignotta. Si può dire interessante e subito dopo “però”, l’ego ne trae ugualmente beneficio.
    Niente questo era uno sfogo personale.
    Tornando al busillis. Pensavo a due cose: una era l’idea di diverse letterarietà concorrenziali. Per esempio esistono prose bellissime e molto asciutte e prose molto belle e barocche. Penso che il buon lettore sappia in cuo suo riconoscere la letterarietà in entrambi i casi, anche se può accadere che flirti più con un tipo piuttosto che con un altro. O con un terzo non so.
    O forse può essere utile pensare a un antiletterarietà. Come se lo scrivere fosse un fiore, e in mezzo c’è l’orrendezza delle prose fallite – cose che è bene avvertire, per me non arrivano manco al banco del mercato, e non riguarderanno mai neanche gli autori che non mi piacciono e che ho comprato – e poi ci sono i petali con le sfumature di mezzo e nell’ottica del critico che tende ad avere scale di valore, le diverse eccellenze delle punte dei petali. Io per dire, da una parte ci ho delle pagine dell’amaterrima Toni Morrison e da un’altra (mo la LIpperissima toglerammi il saluto e mi metterà in moderazione PPPP 🙂 certe pagine di Houellebecq.
    Però ecco, le cose malscritte: ma proprio brutte eh: vi siete confrontati con le cose bruttone? Non vi aiuta una cosa brutta a trovare il bandolo di qualcosa?
    Alla Loredana scrivevo in privato – onde sustanziare le mie esternazioni – che in passato ho scritto con degli amici in una rivista letteraria. Erano quasi tutti molto bravi e talentosi. Tuttavia, ecco c’era qualcuno meno bravo molto ma molto meno. Ecco aiuta. Magari il si non sai cos’è ma sul no, un’ ci piove.
    Qualcuno ci trova un bandolo?

  11. Comunque, questo era un dibattito stimolante prima dell’invettiva di quel tale. C’erano stati spunti che poi non sono stati ripresi. Bisogna sempre fare slalom tra le cazzate, ma le cose importanti vengono dette. Perché non continuare a discutere prescindendo totalmente non solo da Moroni e rompiMoroni vari, ma – sarebbe il caso – prescindendo anche da Raul (poli)Castro? Che altro c’è da dire su costei? Niente. E quand’anche ci fosse altro, perché dirlo? Mozione d’ordine: basta con las telenovelas de Veronica (poli)Castro. Lasciatevelo dire da Wu Minchia 1.

  12. @ Zauberei,
    tra l’altro, il discorso che fa Zizek a partire da quell’esempio *non è* un semplice discorso sull’ipocrisia, ma sui diversi livelli della comunicazione e le aspettative che abbiamo rispetto al discorso altrui.
    Zizek, pensa un po’, si serve di questi esempi per analizzare il dibattito su tortura, waterboarding etc. negli USA tra la fine del mandato Bush e l’epoca Obama.
    E’ divertente il momento in cui Zizek descrive l’ipotetica reazione del conferenziere a cui, una volta tanto, un collega ha parlato franco:
    – Ma se il mio discorso faceva schifo, perché non ti sei limitato a dire che era interessante?
    Zizek precisa che questo gioco di aspettative è importante, è un regolatore delle relazioni, ha a che fare con l’essere “civili” (offrirsi di fare una cosa sapendo che la persona a cui la offri non prenderà l’offerta alla lettera e quindi rifiuterà subito etc.)
    Però – qui mi inserisco io – oltre un certo livello diventa solo un regolatore di medietà e mediocrità. Se *qualunque* conferenza è “interessante” di default, quelle che sono davvero interessanti a che aggettivo avranno diritto? “Super-mega-strepitoso”?
    Tanto più che questa “civiltà” la maggior parte degli accademici (non tutti, per fortuna) la adotta soltanto all’interno della tribù. Ai non-accademici, invece, si può dire di tutto: che sono dei mentecatti, degli analfabeti, degli “acquirenti” e basta, degli obnubilati, degli schiavi eterodiretti dal mercato etc.
    Ma se a uno di loro dici che la sua conferenza e/o il suo articolo NON erano per niente interessanti, anzi, erano piuttosto mediocri, allora è “The horror! The horror!”, subito si stracciano le vesti per l’ignobile aggressione dei barbari in avanscoperta etc.
    Ecco, allora io mi ritengo il diritto di dire che un articolo o una conferenza fanno schifo.

  13. Quando si analizzano le questioni effimere come la letterarietà o la bellezza o l’intelligenza, quando si prova a porre delle coordinate entro le quali si tenta più o meno logicamente si stabilire dei parametri, mi viene sempre in mente questo:
    http://www.youtube.com/watch?v=Mc3xPql1ag0&feature=related
    Vincent, in effetti ho letto anche la tregua, ora che me lo dici, ma anche la tregua lo ritengo necessario, più che letterario, non riesco a scinderne la qualità artistica dalla potenza delle affermazioni. Non so quanto questo possa aprire un altro ramo nella distinzione biologica di cosa sia o non sia letterario, che vuole nel mio immaginario che le opere potenti “socialmente” in qualche modo possano fare a meno della natura “letteraria”, poiché sfondano in un altro campo. ma credo che fare una tassonomia entro la quale collocare le cose, vedi video, alla fine lasci il tempo che trovi, nonostante possa essere affascinante, pensa un po’, i critici ne fanno un mestiere.
    Wu Ming 1, grazie della dritta, provvederò sicuramente. Certo sarebbe bello fare un click e averli entrambi qui, però per questo stato paradisiaco di possibilità di accedere ai libri mi sa che dovremmo attendere un bel po’.

  14. Wu Ming1! hai citato uno dei miei libri feticcio di sempre! L’Altrui Mestiere! in questo caso calza a pennello. Soprattutto quando parla di nascondere negli armadi altrui i propri scheletri. O ambizioni frustrate, a scelta…

  15. Mi preme dire anche un’altra cosa.
    Allo stato attuale, è un’impostazione ridicola, da torte di cacca in faccia, contrapporre l’essersi formati “nelle aule universitarie” e l’essersi formati “su Internet”. Solo una prospettiva asfittica e iper-provinciale può creare una simile dicotomia.
    Oggi le più importanti università del mondo mettono on line in podcast video e/o audio tutte le lezioni dei loro corsi più importanti. Ed è tutto gratis.
    Davvero oggi è possibile, attraverso la rete, accedere a uno scibile e a strumenti a cui, fino a pochi anni fa, accedevano soltanto pochissimi privilegiati.
    Scusandomi per l’autocitazione, faccio copia-incolla di alcune osservazioni fatte tempo fa su Giap. Tolgo le virgolette, a significare che le direi tali e quali anche oggi.

    Già adesso uno può rendersi conto quanto e in che misura la rete abbia permesso di accedere a uno scibile senza precedenti. Io che uso molto lo strumento podcast, e lo uso più per ascoltare parole che per ascoltare musica (quest’ultima la ascolto al computer mentre scrivo, le parole invece nel lettore mp3 mentre cammino), posso tenere una dieta quotidiana di lezioni registrate a Yale (lezioni? Interi corsi!) o in qualunque altra università, conferenze al MIT o in un sacco di altri posti, trasmissioni radio da diversi paesi del mondo, e tutto ciò era inimmaginabile anche solo dieci anni fa.

    Qualche esempio.
    Qui:
    http://www.openculture.com/freeonlinecourses
    ci sono le registrazioni di oltre 250 corsi di università come Yale, Stanford, Berkeley, UCLA, Johns Hopkins, Columbia…
    Tutto gratis. Fior di docenti. Storia, filosofia, psicologia, letteratura, scienza… Io da Bologna posso scegliere tra questo ben di Dio e ascoltarmelo passeggiando, mentre vado alla stazione, mentre aspetto il treno… Quando mai è stata possibile una cosa del genere?
    Ed è solo una delle tantissime risorse di questo tipo che offre la rete, perché ormai quello del podcast e delle audioteche digitali è un universo vastissimo.
    Ci sono tutti i corsi di Foucault al Collège de France:
    http://michel-foucault-archives.org/spip.php?article290
    Ci sono seminari di ogni tipo, che assecondano ogni sorta di perversione intellettuale! Una cosa che faccio ultimamente è estrarre le tracce audio dai video degli incontri che si tengono qui:
    http://bidieffe.net/
    (seminario permanente “Bateson Deleuze Foucault”)
    per ascoltarmele nel lettore mp3.
    E un altro sito incredibile, che frequento da anni, è:
    http://www.ubu.com/
    E questi sono solo i miei gusti. Chiunque può trovare di tutto.
    Ci sono ancora, incredibile a dirsi, intellettuali che snobbano la rete. Così si precludono l’accesso allo scibile che la più estesa comunità di pensiero di ogni tempo (e ci sono anche i morti, vivi nelle loro voci) trasmette su una colossale meta-radio il cui palinsesto è infinitamente personalizzabile, e che possiamo sentire quando vogliamo.

  16. Wuming – certo anche questa discussione è un giocherello eh:) , comunque. Non sono d’accordo su credo due cose. In genere detesto l’ingenuità della teoria della franchezza, che una volta su due chiama lealtà l’aggressività gratuita. Ora, ci sono occasioni etiche che meritano una congrua salva di calci in culo – ma sono in realtà rare, perchè devono avere addosso molta mala fede. Se no, ci sono delle cose che io ho sempre il dovere etico di rispettare – e anche l’intelligenza di recepire. Interessante si può dire con due voci diverse e il problema è abbondantemente risolto. Ma si può dire anche altro, si può dire non concordo con la maggior parte di questo scritto, si può dire trovo ingenui questi passaggi, si può dire tutto senza scalvalcare un certo limite, il quale funge sempre a se stessi e mai a ciò di cui si parla.
    La seconda cosa su cui non sono d’accordo – esula completamente da queste discussione tutto sommato – è l’ommagine wuminga del contesto accademico – pur sottolineando la solidarietà mia quando alcuni suoi rappresentanti possano essere stati supponenti o maleducati o dovessero aver superato quel limite parlando di voi. Però a me pare che hai e avete un’idea distorta dell’università: polarizzata, fumettistica – monolitica. Falsa ecco, alle volte mi ricordate me, quando dieci anni fa dicevo che l’america era brutta che l’americani erano tutti brutti, e come so superficiali l’americani, e come sono ingenui l’americani, e so ridicoli i filmi americani. Ignorando sostanzialmente non solo quella parte cattiva di cui parlavo astrattamente, ma anche quella buona, che a quella cattiva ha reagito da decenni – e che poi si è’ rivelata essere un mondo che ho amato.
    Alessandro Ansuini non sono convinta:)

  17. @ Zauberei, guarda che sul primo punto dici più o meno le stesse cose che dice Zizek. Io su queste basi sono d’accordo. Contesto l’abuso, il ricorso sistematico. E non banalizzerei la “franchezza”, la parresìa. C’è un dibattito millenario su di essa.

    Sul secondo punto, mi dispiace, ma davvero non ci siamo. Perdonami, lo dico amichevolmente ma lo dico: hai scritto delle cazzate. Capita, eh. Ti sei un po’ fatta trascinare.
    Se permetti, il mondo accademico lo conosciamo bene, non ne abbiamo un’immagine semplicistica né caricaturale solo perché parlando di quella italiana ne denunciamo senza problemi baronie, logiche feudali, chiusure, arretratezze, schiavitù, leccaculismi e schifezze varie.
    Che ci sono e sono innegabili. E, lo ripeto, moltissimi accademici (italioti) ragionano come ho scritto sopra. Ma ho anche specificato: per fortuna non tutti.
    Detto questo:
    WM2 e WM4 hanno una docenza a contratto all’Università di Pesaro e Urbino.
    WM2 tiene anche un corso alla NABA di Milano.
    Io ho tenuto lezioni al DAMS di Torino, due master all’Università di Torino e a quella di S. Marino, conferenze al MIT di Boston, alla McGill University di Montréal, al Middlebury College, alla New School del Greenwich Village, all’University of London.
    Collaboriamo normalmente con ricercatori, docenti, studiosi vari. Abbiamo dato una mano a costruire il laboratorio PolifoNIE, dove dialogano tra loro “cervelli in fuga” e ricercatori sparsi per il mondo.
    Ecco, l’immagine dei Wu Ming “nemici della critica” e “nemici dell’accademia” è una rappresentazione falsa e stupida. Non credere anche tu a chi la propina.
    E quando te la propinano, nel dubbio chiedi a noi. Ti diamo qualche contro-esempio, riportiamo l’Astratto al Concreto, e subito ti renderai conto che chi te l’ha propinata è ignorante o in malafede.

  18. :-O Urca, adesso che lo vedo messo in fila, ho un curriculum accademico di gran lunga superiore a quello della… Ah, no, scusate, avevamo detto di lasciarla perdere!

  19. Io intanto gradirei assai poter vedere ‘sto doc di Cortellessa: ma dove sta si puo’ sapere? Rai, sat, web, dvd? Si noleggia per proiezioni? Ci dicano gentilmente, che lo si faccia circolare, se no fa la fine del libro d’elite… mercato 2.0 dove sei?
    Ma quello che storce, in questa serata a 40 gradi col condizionatore rotto, è ancora la contrapposizione qualità/successo, due inesistenti, fantomatici fronti nemici contrapposti, “lo strapotere della rete sotto i 40” che naturalmente in molti comodi immaginari ha lavato la mente a tutti e ci siamo dimenticati la vita vera, inesistente quanto assurda e miope contrapposizione tra chi sta fuori e chi sta “dentro”, e la delegittimazione, questa si mi fa incazzare, di ogni tentativo, riuscito o no non è questa la questione, che vada oltre un’unica visione, che appunto è questo canone lettarario a cui inchinarsi. Che deve esistere, certo, la qualità esiste come esistono le ciofeche, ma appunto chi lo decide? chi la dà la patente? ma soprattutto, CHI può averla la patente? Qui io vedo la grossa questione. E possono convivere patenti diversificate?
    Il lettore, guardacaso quello per cui si fanno i libri (hello Gutenberg, sentiamo ancora le grida degli amanuensi all’apocalisse imminente e il prossimo crollo della civiltà), ha qualcosa da poter dire in tutto questa letterarietà, è “intitolato” a qualcosa, o è solo la pecora consenziente coi beeeh beeeh brucanti al successo programmato di cui sopra nell’articolo ma che sento a sfinimento da tempo?
    scusaz, sto sulla retorica ma in questo momento ho in mente un quadretto plastilinato di recinti e orecchie nere a sventola di quell’animale peloso di Shaun the Sheep…

  20. Va bene Wuningo1 ci hai ragione anche te sulle baronie, e forse puoi immaginare che sono d’accordo. E’ solo che non ve sento mai parlare bene de uno che sia che so armeno ricercatore!
    Ma magari – capiterà.

  21. @ Zauberei, ma che, scherzi? Nella famigerata sezione “New Italian Epic” la holding Carmilla/WuMinghi ha ospitato e ospita interventi di ricercatori, dottorandi, dottorati, dottorini, piaccadì e chi più ne ha più ne mette. Anche di dottoroni, addirittura.

  22. Allora, per riprendere il filo di alcuni discorsi..
    Sullo stile, trovo molto condivisibile quanto detto da un critico anglosassone (c minuscola porello, che non ha ambizioni di insegnamento universitario) che seguo. Traduzione veloce:
    “Sono giunto alla conclusione che quando parliamo di bella scrittura parliamo di una serie di opposizioni binarie che sembrano essere correlate fra loro ma in realtà non lo sono. C’è la bella scrittura trasparente, che sembra mettere il meno possibile tra il lettore e la storia, e la bella scrittura che richiama l’attenzione su se stessa, dove la prosa sembra più importante di ciò che viene raccontato.
    Poi c’è la bella scrittura che è piana e semplice, immagini nitide presentate in brevi frasi dichiarative che rifuggono gli avverbi e gran parte degli aggettivi, come in Hemingway e Coover, e la bella scrittura che è bellettrista, circonvoluzioni di prosa elaborata e complesse metafore che invitano il lettore a perdersi in vortici di immagini barocche. E c’è la bella scrittura demotica, parole di tutti i giorni, destinate ad essere immediatamente accessibili ad ogni lettore, e la bella scrittura che è ieratica, vocaboli straordinari e altisonanti che trasudano sfarzo e passione ed hanno lo scopo di sorprendere e stimolare il lettore. Queste non sono necessariamente le stesse cose: una prosa trasparente non è necessariamente né semplice, né popolare; immagini barocche non hanno bisogno di un linguaggio inusuale né necessariamente servono ad attirare l’attenzione su di sé sviandola dal testo. Prese assieme, però, queste opposizioni binarie escludono il centro, dove troviamo il 95% di quanto viene pubblicato, e insistono su una risposta netta e assoluta, mi piace/non mi piace, allo stile di scrittura.
    Quando leggiamo un passaggio di prosa veramente buono, d’altra parte, spesso scopriamo che non si inserisce esattamente lungo nessuno di questi binari, e riesce difficile assegnargli una collocazione precisa.”
    Poi, ribadisco che non mi interessa parlare di letterarietà, di alto e basso, di letteratura e paraletteratura. Mi interessa semmai discutere di obiettivi ed efficacia. Obiettivi nel senso di cosa vuol dire, raccontare, essere una determinata opera, che cosa ne giustifica l’esistenza.
    Ed efficacia dell’interazione fra storia, stile e struttura al servizio di quello che l’opera vuole comunicare.
    Se un critico discute in maniera seria ed onesta di questi aspetti e giustifica le sue asserzioni, non c’è nessun bisogno che concluda con frasi del tipo “dopo inizio promettente l’opera si assesta su un coefficiente di letterarietà di 0,75, causa vistoso caso nel finale dovuto a due metafore miste e quattro passaggi cacofonici”.
    Ognuno viene messo in condizione di farsi un idea.
    Quando qualcuno ha il complesso del Critico con la C maiuscola, invece, vengono fuori discorsi come “la letteratura deve parlarmi della verità nuda dell’esistenza” (per cui Alice in Wonderland, considerato un capolavoro da, tra gli altri, Borges Nabokov Bloom e lo stesso Manganelli, non è evidentemente letteratura) oppure scrivere come Kafka è più facile che scrivere come Balzac, o Saul Bellow è superiore a Flannery O’Connor perché quest’ultima non ambisce a raffigurare la totalità dell’esistenza ma ne dà piuttosto una visione distorta (!) oppure ancora Pynchon è superiore a Katherine Mansfield perché la sua lettura attiva più neuroni (!).
    Cioè, si finisce a discettare di categorie platoniche, si usa la critica come una sorta di pseudoscienza al servizio di assunti discutibili o si fa la classifica di mele e arance.
    @Zauberei,
    io sarei al primo a non essere obiettivo nel giudicare un amico – vedrei pregi e difetti ingranditi sotto il microscopio e avrei paura di essere o troppo buono o troppo cattivo.
    Riprendendo le 4 agenzie di Luigi, se viene da piangere a guardare la televisione, leggere le pagine culturali dei giornali o ascoltare certi critici, non è che le comunità online facciano venir molta voglia di ridere.
    Ci sono fenomeni di “volemose bene” fra gruppi di amici e colleghi, oppure polemiche terrificanti da parte di chi considera ogni tipo di critica un attacco personale.
    Elvezio, che era intervenuto nella discussione precedente, si interessa di e recensisce horror ed ha deciso da qualche mese di smettere di occuparsi della scena italiana perché non ne poteva più di insulti e trollaggini varie.
    Comunque io,ad esempio, faccio così: ho sentito parlare (bene) di Tononi da un paio di persone del cui giudizio ho una buona opinione. Adesso ho letto un condivisibile intervento di Binaghi che si conclude con un forte apprezzamento dello stesso Tononi.
    Ci avviciniamo alla massa critica. Quando e se mi deciderò a leggere Tononi, o verrà rafforzata la mia fiducia nel giudizio di queste persone , oppure se non condivido l’apprezzamento cercherò di capirne i motivi, in modo da capire meglio in futuro se un opera che raccomandano faccia per me o no.
    Che non c’è nulla di male, comunque, ad avere opinioni radicalmente differenti se si capisce su che basi poggiano.
    E’ così che va usata internet: ricerca, trial and error, col tempo fiducia.
    @Ansuini
    Consiglio anch’io il Sistema Periodico
    http://www.minerva.unito.it/Storia/Levi/LeviCarbonio.htm

  23. Wumingo1 visiterolla!
    Marco: dipende. Rispondendoti mi accorgo di questa cosa – salvo rarissimi casi – io la critica l’amici il cosmo non li considero. La rete, solo nel caso in cui ho la possibilità di leggere l’autore direttamente. Dopo di che ci ho una specie di sindrome del figlioletto non cresciuto, e detesto i consigli. Li do eh:) Ma poi i libri me li itinero per conto mio.
    I confronti di rete sono pericolosi, temo che il non vedersi lasci lo spazio per una mancata mediazione dei risentimenti. Quell’esperienza di allora comunque diede luogo a un’amicizia, e sono in un paio di casi di reale affetto e significato – ma non fu originata da. Eravamo persone che scrivevano e avevano messo insieme una rivista e si leggevano tra loro. No io credo che funzionasse piuttosto bene. Ho lavorato poi in una redazione di una rivista, non è che il lavoro fosse tanto diverso poi, quando c’erano delle riunioni. Quando si lavora seriamente, ci si sa controllare, si sa scindere io credo.

  24. Urgerebbe una Riforma. Quasi quanto il sistema che ha generato Berlusconi, l’universita’ italiana, almeno in linea di massima, e’ uno schifo. Tutti noi in qualche modo ci abbiamo avuto a che fare. Anche solo per avere degli amici o dei parenti – magari lontanissimi – che ci insegnano. PoErini!
    Occhio, i WM non sono meno “titolati” della Policastro. Davo per scontato che lo sapeste. La professoressa salernitana risulta grottesca anche e soprattutto per questo. O no?

  25. Dovevamo lasciarla perdere, avete ragione, ma a me prudono i tasti del pc quando leggo affermazioni come questa:” il critico rispetto al proprio oggetto ha il solo obbligo della coerenza delle argomentazioni, e quanto al pubblico non ha il dovere dell’imparzialità, come il cronista. Il critico parla a un uditorio selezionato dal codice e dagli strumenti analitici, in nome dalla propria manifesta e dichiarata parzialità (ma rileggersi un po’ di Fortini, quelli del blog, no, eh)” .
    Sì, ho fatto copia e incolla da Facebook: mi autodenuncio.
    E se questa, signori, è la visione della critica, della letteratura, dei lettori e del “codice”, riportata da una mia coetanea, è un mondo infame quello che ci si stende davanti.

  26. @Lara, no, non è un mondo infame quello che si stende davanti a te e a tanti bravi della tua età. La posizione espressa in quello status fa solo un po’ ridere in quanto l’autrice di norma taccia di parzialità chiunque non sia d’accordo con lei, laddove “parzialità” assume naturalmente accezione negativa (anzi, io da fortinianamente parziale secondo il dettame ricordato in quello status mi sono beccata più volte della fanatica).
    Ad ogni modo, questo confronto fra due posizioni inconciliabili per quanto vedo non ha nulla di costruttivo. Il commento di Stefano Jossa meritava davvero una risposta ma è stato ignorato. Si ignora pure che l’autrice di questo articolo ha un romanzo in uscita ed utilizza ad arte la visibilità che le concede il Manifesto per creare scompiglio, in modo tale che si generi curiosità attorno alla sua figura e quindi alla sua produzione letteraria. Mi stupisce che commentatori scafati come quelli di lipperatura non abbiano riconosciuto una delle strategie più vecchie dell’editoria (almeno da Oscar Wilde: bene o male purché se ne parli).

  27. @Ansuini: come vedi il sistema periodico di Levi ti è stato consigliato da tanti e linkato, te lo regalo se vuoi. Non puoi prescindere e vogliamo una breve recensione (a proposito posts troppo lunghi, gli occhi fanno male e fa caldissimo e qualcosa mi sfugge); continuo a non capire la dicotomia necessario/letterario, cioè Levi è necessario in se questo è un uomo, Proust è letterario nella Recherce per dire? Al povero Levi, gli togliamo la patente di scrittore e ne facciamo l’amanuense dell’indicibile “orrore” ? Togli di mezzo il concetto di necessario, non mi persuade.
    @Moroni: No, scusi, ma lei ha già partecipato alla discussione scrivendo il suo commento. Quali questioni di metodo vuole impartirci? O entra o esce, non rimanga sulla porta.
    E non faccia il guardone, alors.

  28. @ Vincent
    “posts troppo lunghi, gli occhi fanno male e fa caldissimo e qualcosa mi sfugge”
    è uno dei motivi per cui la volta scorsa facemmo quella tanto vituperata impaginazione in pdf 🙂
    Se vuoi, facciamo subito un pdf anche di questa!

  29. La critica che modestamente amo è quella che costruisce ponti, che collega, opere ed autori e di tempi anche diversi per costruire impianti poetici ulteriori e aprire vedute talvolta inedite.
    La critica che osa dare patenti di legittimità è roba morta, viene da un mondo positivista di macchine a vapore dove le cose si catturavano in natura, si ingabbiavano, vivisezionavano e catalogavano, dove si misuravano crani per cercare la criminalità o si catalogavano le razze dividendo quelle industriose da quelle fannullone.
    Aiuto.
    Consiglio a tutti:
    W. H. Auden ‘gli irati flutti’ Fazi Editore.
    Antonio Prete: il demone dell’analogia, studi da Leopardi a Valery: studi di poetica. Feltrinelli.
    D.

  30. Tonon, non Tononi. Gli è che al mio editor interno i cognomi veneto- friulani sembrano sempre monchi. 😉
    Per il resto, non è che io pensi a critica amici mondo in quel senso.
    Però, appunto per il fatto che gran parte dei discorsi sui libri, da qualunque agenzia provengano ed elogiativi o dispregiativi che siano, tendono a uniformarsi in un rumore bianco indistinto, anche per iniziare il mio percorso personale di lettore da qualche parte una scintilla d’interesse deve accendersi.
    Che fra l’altro, vivendo in un piccolo paese, non posso neppure dire vado a curiosare in libreria e aspetto che un libro mi chiami, che l’offerta non è particolarmente ampia.
    La serendipidità in base alla quale 2-3 persone, anche molto diverse fra loro per gusti, parlano di un autore in precedenza sconosciuto è uno di questi possibili stimoli.

  31. Correggo un errore del mio commento di ieri mattina. Pensavo a Lope de Vega e ho scritto Calderon. Il senso del discorso non cambia, ma il riferimento alle regole chiuse nel cassetto sì.
    Visto che vado pontificando a destra e a manca contro la sciatteria questa precisazione mi pareva doverosa.

  32. Ci stiamo avvicinando al cuore della domanda: perché leggiamo ciò che leggiamo? In un certo senso, perché troviamo risposte (che riteniamo valide) per domande-guida che ci ronzano in testa.
    Se per Andrea Cortellessa può forse valere la domanda-guida “ci sarà ancora qualcuno che scrive tenendo cara la letterarietà, nonostante il dannatissimo mercato?”, per Wu Ming 4, come per milioni di altre persone che adorano Il Signore degli Anelli, la domanda-guida può essere “A che prezzo si può fare epica nel nostro tempo?” e per chi divora Stephen King la domanda-guida può essere “Come fa la gente comune a rapportarsi con l’assolutamente fuori dal comune?”. Chi adora Joyce o DFW forse si chiede principalmente “come si può radiografare il farsi del pensiero linguistico al dispiegarsi degli eventi” e così via.
    Non ci sono accessi privilegiati o secondari al mistero di cui la letteratura (ma anche altre ehm… vi va bene se dico “altre manifestazioni dello zeitgeist”?) continua a parlare, “che cos’è l’uomo” – o forse meglio “che cos’è l’uomo per me oggi”. Devo dire che ho visto film, serie televisive, cartoni animati (e ovviamente varia saggistica) che indagano bene e in modo intrigante la questione, più di tante mediocrità stampate.
    Dalla mia prospettiva è già buono che la gente continui a porsi la domanda e a cercare risposte sempre più valide – e spero che sempre più gente si ponga la domanda. Se poi qualcuno mi dice “leggo Patterson” o Dan Browne, colto dai sudori freddi, cerco di scoprire che ci trova di buono e provo a suggerirgli qualcosa che potrebbe fargli muovere qulche passo in più…

  33. @ Paolo S
    la “e” in piu’ sono i rimasugli dei sudori freddi….
    consiglio anch’io di Primo Levi: La chiave a stella, straordinaria epica del lavoro… (e vorrei anch’io capire meglio questa cosa che Levi è necessario ma non letterario)

  34. @Paolo S: “Devo dire che ho visto film, serie televisive, cartoni animati (e ovviamente varia saggistica) che indagano bene e in modo intrigante la questione, più di tante mediocrità stampate.”
    Pensavo a cose simili proprio qualche giorno fa, osservando un episodio di una delle mie serie televisive preferite: Dexter. È, a parer mio, una fiction splendida dove il tema del bene e del male viene affrontato con maestria e sottigliezza. Una delle puntate, tra l’altro, include una scena di eutanasia delicatissima che mi ha molto emozionato.
    Un vero peccato che la fiction italiana sia così poco coraggiosa.

  35. @Paolo S:”Dan Browne? E chi è Dan BrownE????”
    Dan Brown… sarà mica un cognome veneto-friulano e quindi monco… ;-))

  36. Condivido l’impostazione di Paolo S. Una delle domande chiave è “Perché leggiamo ciò che leggiamo?”, a cui aggiungo: “perché ne traiamo godimento?”. E se trovare risposte alle nostre domande-guida è sicuramente appagante, in alcuni straordinari casi capita che un libro ci sconvolga facendoci balenare nuove domande, che mai ci saremmo sognati di porre.
    Non c’è dubbio: l’approccio ingegneristico alla letteratura proprio non regge.

  37. Paolo, dici che ci stiamo avvicinando al cuore della domanda, ma temo che questo cuore sia molto evidente ai lettori e poco ai critici.
    ‘Perché leggiamo quello che leggiamo’, ovvero la relazione che un lettore instaura con un libro, credo che abbia poco a che fare con la ‘letterarietà intrinseca a un’opera’ e che sfugga a indagini di tipo generaliste, come quelle che ponevi con le tue domande.
    Non perché ‘la gente’ legge King, ma perché ‘tu’ leggi King. E, posta in questi termini, la domanda non interessa neppure il mercato, almeno quello che segmenta i lettori/consumatori in target ben definiti e individuabili.
    E questa relazione intima e individuale fa parte, secondo me, del nostro modo di stare al mondo, dove troviamo libri che ci nutrono (o che ci intossicano, fate voi), ma pure altre cose, come film, telefilm, fumetti, quadri, videoinstallazioni ecc. ecc. ecc. ecc.
    La letterarietà io non l’ho mai incontrata, libri film telefilm fumetti ecc. ecc. ecc. con cui sono entrata in una felice relazione invece sì.
    .
    p.s. dei miei refusi non chiedo mai scusa perché sono talmente tanti, che i miei interventi si moltiplicherebbero all’infinito 🙂

  38. sì, Valeria, penso proprio che il problema sia questo. Solitamente il lettore (“un” lettore) sa bene di cosa parla quando “legge quello che legge”.
    Voglio dire che la lettura ‘non crea problemi’, e tra lettori ci si capisce bene, con semplicita’, solitamente non si litiga, non ci si insulta. Ci si scambiano opinioni e pareri, consapevoli che sono opinioni e pareri, pronti a cambiare idea, pronti a lasciarsi sorprendere…
    Il problema, invece, e davvero un grande problema, ce l’ha la critica. Per dirla con la religione di Quèlo: “c’è grossa crisi!”. E che la critica sia in crisi un po’ è un paradosso, un po’ è una boutade, un po’ è la sua ragion d’essere (elenco le prime valutazioni che si potrebbero fare), ma è comunque un nodo che va sciolto.
    La critica non può più essere platonica (a parer mio non avrebbe mai dovuto esserlo, ma lasciam correre…). Non può farlo perché non può non situarsi in una società. In questa società che si dà in questo tempo, intendo. Una società in cui, nonostante tutte le spinte verticistiche, autoritarie, dittatoriali, la comunicazione si è fatta “orizzontale”. Che non significa evocare la notte in cui tutte le vacche sono nere, ma semplicemente che molte persone (sempre di più) hanno accesso alla “cultura”, si informano, conoscono, vogliono sapere, si danno strumenti di lettura e comprensione.
    La critica, quindi, non può più calare dall’alto, non può più “imboccare” il lettore: mi dai da mangiare qualcosa che non mi piace? Posso dirtelo, anzi posso capirlo anche prima di assaggiarlo…
    C’è un dibattito feroce tra i critici per capire come deve essere la nuova critica: convegni, seminari, incontri…non potete neanche immaginare… La critica si è fatta meta-critica, cioè critica (nel senso di “giudica”) se stessa, il suo modo di essere critica. E i testi? Boh! E i lettori? Boh! Sta succedendo qualcosa di nuovo nella letteratura? E che ne so?
    Per questo sono sempre più convinta che l’unica possibilità che ha la critica di sopravvivere a se stessa sia “aprire mille questioni”, lasciarsi interrogare dal testo, ma sul serio.
    Aggiungo, di lato, che bisogna stare attenti (lato critica) a evocare la categoria del “bello”, perché troppo facilmente ci fa scivolare nella triade sacra del vero, buono, bello. Troppo platonismo! Troppa metafisica!

  39. Valeria, rimbalzo su quanto dice ottimamente Luigi e provo a risponderti che per molti critici il godimento è forse “secondario”, non sta più nel leggere in sé e nmmeno nel domandarsi e nel trovare (parziali, provvisorie, sconvolgenti) risposte, ma nel ritrovare quanto sanno già che vogliono trovare. È un’immagine ingenerosa, forse, quella che propongo, ma è la prima che mi viene in mente: sono come i cani che riportano le pigne scagliate dal padrone. Dovrebbero gustarsi liberamente il movimento, o la relazione col padrone, e invece insistono a riproporre un gioco sempre uguale.
    (Divertente, oltretutto, il fatto che una critica ben poco sperimentale nel ricercare apprezzi lo sperimentalismo come valore.)
    @ Zauberei, per quel pochissimo che ho frequentato gente rimasta nei dipartimenti di italianistica dopo la laurea, posso dirti che pochissime volte ho visto passione e creatività andare di pari passo nel loro ricercare. Doti rare anche fra i professori. Un po’ meglio fra i filosofi.
    Dialogo-tipo [V-E-R-O] con una dottoranda letterina: dottoranda «Ieri ho finito di leggere La recherche» matricola: «Però! E che ne dici?» dottoranda: «magnifica!» matricola «?…» [seguono minuti di attesa] dottoranda «È un capolavoro!»
    L’espressione “cervelli in fuga” assunse d’un tratto moooolti significati in più di quella comunemente usata nei quotidiani.

  40. PaoloS. Io diffido dalli stereotipi che sparigliano l’aurea distribuzione dei cretini, secondo le vicissitudini professionali. Le persone che trovo interessanti nel loro modo di essere professionali (perchè, se no a mettersi di buzzo buono tutti sono interessanti) sono sempre poche. All’università come altrove ecco – perchè all’università come altrove chi spigne non sempre lo fa per amore degli oggetti che manipola, ma molto spesso per amore di se stesso che spigne, dello status delle cazzate. Però io ho conosciuto un sacco di gente in gamba, o forse una media di gente in gamba ragionevole. E pure fior di scemi.

  41. Ma insomma questo critica letteraria sui quotidiani ha sempre meno spazio, in ogni caso. Il diktat di tot caratteri la rende un poco “consiglio per gli acquisti”. Si fa fatica. La Nostra o un Paolo Di Stefano ormai comunicano più
    CON IL FORUM CHE CON LA CARTA STAMPATA. Antonio D’Orrico si accontenta di due righe e non è più vivente ma già AVATAR. Chiaberge sta andando in pensione a coltivare il suo orto, Escobar è surclassato dagli strilloni o strillone (Danna docet). Non è un gran momento, poi tutti questi giornalisti sono anche scrittori (scrittrici), un conflitto di interessi che a volte può essere imbarazzante. Poi il consiglio è seguito realmente? Ci si trincera dietro un “leggo quello che voglio dunque sono”? Insomma più scriventi che lettori, forse.

  42. @ danae [“bisogna stare attenti (lato critica) a evocare la categoria del “bello”]:
    d’accordo, ma se era a me che ti riferivi, ho evocato la dicotomia bello/brutto non per fare del platonismo, ma per indicare quell’elemento che di solito è presente, anche in modo implicito, nella disamina critica, e che consiste nel giudizio di valore. Intendevo dire che il concetto di “letterarietà” proposto da Cortellessa si risolve, alla fine, in un giudizio di valore non fondato sull’analisi concreta del testo, e pertanto in un pre-giudizio. Scusami per la terminologia imprecisa: è che non parlo dal lato-critica ma dal lato-pubblico. Spero di essere riuscito comunque a spiegarmi.

  43. @Salvatore Talia.
    Certamente! Premesso che non esiste una “terminologia precisa” e una “imprecisa”, proprio come dici mi riferivo al “lato critica”, e al rischio (che in alcuni casi diventa concreto) per la critica di vaticinare giudizi di valore pre-concetti, pre-giudizi. Sono d’accordo con te! Chiarissimo!

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