SILENCE

Riporto, dal sito del Manifesto, l’articolo di Gilda Policastro di ieri, 20 luglio. Non lo commento, perchè chi ha seguito la discussione su Lipperatura è in grado, da solo, di trarre le proprie conclusioni. E perchè, come dice Lisa Simpson, citando Lincoln,   è meglio rimanere in silenzio ed essere considerati imbecilli che aprire bocca e togliere ogni dubbio.
Conclusa la stagione dei premi letterari, parte quella dei festival: l’occasione per riflettere sugli uni e sugli altri è il recente documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, Senza scrittori (prodotto da Rai Cinema), un’indagine che da premi e festival muove, mostrandone dall’interno alcuni tra i più noti passando dal Ninfeo di Villa Giulia, sede storica del Premio Strega, al Festival di Mantova, e sbarcando infine, provocatoriamente, alla Stazione di Topolò, in Friuli, dove da più di dieci anni ha sede un anti-festival di poesia eco-compatibile, ovvero con pochi ospiti scelti, alloggiati presso le case degli sparuti abitanti del paese. Un’indagine, quella di Cortellessa e Archibugi, ricca di informazioni e totalmente disincantata, che a partire dal «basso-materiale» sviscera i meccanismi e i parametri economici in base ai quali si regolano la produzione, la distribuzione e le vendite (il libro come merce in un sistema produttivo, cioè), oltre che la costruzione delle delle dinamiche del consenso (il libro come prodotto in un contesto concorrenziale). Meccanismi e dinamiche che vengono amplificati da premi e festival, ma che evidentemente sostengono, come lo scheletro il corpo, l’editoria italiana, orientandone o determinandone (quel che è più preoccupante) la progettualità, e limitando, di contro, gli spazi per la ricerca e le proposte eccentriche, relegate in ambiti di nicchia (editori semiclandestini, librerie in estinzione come la storica Tombolini di Roma, lettori-reduci impossibilitati a rinvenire libri che non siano best-seller).
Le questioni in esame nel documentario sono tutte di grande momento, a partire dalla constatazione dello strapotere ormai inarrestabile del mercato editoriale. Un’industria che fin dai suoi albori ha badato ai profitti, ma che mai come in questo momento parrebbe aver abdicato interamente alla qualità in favore del «successo», con la conseguenza perniciosa che sia l’idea stessa di letterario o di artistico a depotenziarsi, in nome del solo obiettivo della diffusione ad ampio raggio e dell’appeal generalista «che rende tutto più divertente», come sostenuto (e non dimostrato) nel documentario da Antonio Franchini, editor Mondadori (oltre che scrittore in proprio).
Se l’editoria senza mercato, rovesciando la tesi di Cortellessa, non potrebbe sopravvivere all’invadenza di altri media (nonché allo strapotere della rete presso le generazioni under 40), è vero altresì che i contrappesi storici al mercato (i luoghi della formazione e dell’analisi critica) si sono ridotti a zone del tutto marginali o ininfluenti. Le categorie dominanti all’interno del discorso letterario (sed commerciale) non sono così la qualità, il valore, la «longevità» (dicevano una volta i culturologi), o – volesse mai il cielo – le possibilità di canonizzazione di un’opera, bensì il successo quantificato dalle classifiche di vendita: «vera spada di Damocle settimanale per ogni editore», citando ancora dall’intervista a Franchini. Proprio nel web, da un articolo di commento a Senza scrittori apparso su «Repubblica» a firma di Francesco Erbani (e successivamente postato nel blog Lipperatura), si è sviluppato un dibattito tra lo stesso Cortellessa (insieme ad altri, tra cui chi scrive) e il gruppo bolognese dei Wu Ming, fenomeno mediale da oltre un decennio, con un’ampia produzione d’intrattenimento all’attivo. È dello scorso anno, ad esempio, l’edizione di un pamphlet costituzionalmente destrutturato e dichiaratamente scevro da ambizioni canonizzanti, intitolato New Italian Epic: etichetta di una qualche immediata fortuna mediatica, subito smontata però nella sua consistenza teorica dai critici «cartacei» (Emanuele Trevi, ad esempio, su «Alias»). Ma l’aspetto che in questo caso fa conto sottolineare è come i Wu Ming, da un’angolatura opposta, arrivino a sancire nei fatti uno status quo molto simile a quello delineato nel doc di Cortellessa-Archibugi, a partire dalla considerazione (in quel caso salutata con malcontenuto entusiasmo) che l’idea stessa di letteratura sia divenuta arbitraria o rinegoziabile in nome di altre urgenze (sociologiche, documentarie, o della famigerata «evasione»), sempre secondo i nuovi parametri «popolari», coincidenti, com’è superfluo ribadire, col successo commerciale.
Esisterebbe cioè una nuova genia di scrittori, a partire dai Wu Ming medesimi, formatasi più nella rete che nelle aule universitarie, e felicemente affrancata dal bellettrismo novecentista, come dagli eccessi della sperimentazione avanguardista e neoavanguardista. Categorie peraltro mai chiamate in causa, in quanto riconducibili a un metodo d’approccio – la vetusta critica cartacea, appunto – per niente al passo con le magnifiche sorti e progressive della tecnologia informatica, che tutto fagocita: tanto che i Wu Ming stessi arrivano a definire superato il loro Nie, di appena un anno fa. Il bando va anche all’idea romantica dello scrittore separato dalla massa «zotica e vil» in virtù della pregressa formazione: lo scrittore è, viceversa, pienamente integrato nelle dinamiche di produzione-smercio dei libri (o degli yogurt? per riprendere la metafora Cortellessa) e se non lo è, peggio per lui, perché intanto c’è una pletora di «scriventi» (citando stavolta Malerba) pronti a far valere le necessarie consapevolezze in termini tanto di produzione di una letteratura affabulatoria e accessibile (perché «piatta come un lago»: così un commentatore nel web) quanto di potere contrattuale, e dunque di influenza sul mercato.
Viene in mente l’antiapologia del successo di un saggio manganelliano sul best-seller, libro cordiale, comunicativo, «sciarmoso», con la pretesa di parlare a tutti, mentre l’auspicato worst-seller si consentirebbe ancora il «lei», rivolgendosi «a pochi, a pochissimi, a nessuno»: e come farà mai a farsi acquistare, vien da domandarsi coi Wu Ming, un libro così scorbutico, oggi. Ma acquistare o leggere? Un libro-vasetto può far figura in dispensa, cioè nella libreria di casa: manca un passaggio, perché si muti in libro «longevo», ovvero entri in un discorso estetico e non già (solo) economico. Bisogna intanto che sia superfluo guardargli la data di scadenza, ma, prima ancora, che possa arrivare a essere 1) scritto (il che non è banale, se l’influenza del mercato vale anche in termini prospettici; 2) pubblicato; 3) presente in libreria 4) resistente al quotidiano afflusso in essa di vampiri o romanzi criminali.
La prima edizione dei testi teatrali di Shakespeare, ricordava Manganelli, uscì dopo la sua morte: Shakespeare odiava il successo o si rammaricava della fama mancata coi poemetti giovanili? «Forse, voleva anche lui vincere un premio importante: dopo tutto non è detto che sapesse di essere Shakespeare».

406 pensieri su “SILENCE

  1. sono molto orgoglioso del mio gesto situazionista (naturalmente e giustamente ignorato) che cercava di affrontare le ragioni al di là delle persone, nel tentativo di superare inutili contrapposizioni tra GP e WM, critica-in-bikini e comunisti-venduti-al-mercato, scrittura sincopata e scrittura normalizzata, ecc. A che serve?
    trovo molte cose interessanti, ma dietro uno scritto, come hanno sottolineato molti, a mio avviso, ci sono le esperienze e le idee, che vanno indagate e spiegate e discusse. Cos’è che spinge X a dire questo o quello? In che direzione va? Perché?
    ora mi sembra che la contrapposizione critici-lettori sia un’altra chiave fuorviante, come se si negasse al lettore il diritto di essere anche critico. Sia nel senso dell’esercizio critico sia nel senso dello stare contro. Il punto è che alcuni critici sono “ufficiali”, cioè scrivono sui giornali o parlano in cattedra, mentre altri no: perché? è giusto che sia così? qual è il modello di democrazia di cui stiamo discutendo (senza controllo, quindi lotta di tutti contro tutti e legge del più forte, oppure regolata, quindi con una componente aristocratica, col rischio del privilegio e della corruzione?).
    perciò mi sembrava opportuno introdurre rispetto al termine “qualità” o “letterarietà” (astratti) una riflessione politica (concreta) su schieramenti e dinamiche.
    sono d’accordo infatti con Simone Ghelli: “manca insomma lo sforzo per superare queste questioni e discutere d’altro, ma è chiaro che qua siamo già nel campo della politica e della rivendicazione di una “centralità” (come dice Larry Massino poco sopra) da cui proferire il discorso”

  2. @ Stefano Jossa
    Le tue considerazioni “non sono bruscolini”, e infatti ci sto pensando su da un bel po’… Insomma il tuo “se è vero che… borghese = consumo e popolare = creazione/azione, allora…” ha bisogno di un po’ di ruminazione, ed è decisivo nella discussione.
    Personalmente, comunque, non intendo negare al lettore il diritto di essere critico (se gli va). Talmente sono convinta di questo, che chiedo al critico di essere lettore.

  3. @Stefano Jossa:
    Forse il tuo intervento è stato “ignorato” proprio perché pone delle questioni assolutamente fondamentali, che necessitano non solo di un approfondimento, ma anche di svincolarsi da vecchie dietrologie.
    Personalmente mi è sempre interessato sia il come si parla che il luogo da cui si parla, e per questo penso che internet non possa essere liquidato come fenomeno di secondo piano, come spazio da colonizzare con la replica di strategie già abbondantemente testate altrove.
    Sulla critica e il suo ruolo, ad esempio: si parla di crisi della critica da trent’anni, ma non ci si può che riferire a un certo modo di fare critica, a un certo ruolo della critica, non certo alla pratica della critica tout court, che Foucault intendeva come “arte di non essere eccessivamente governati”. Dunque, in questo contesto specifico, come sottolinea danae, anche il diritto alla critica del lettore, il diritto a non farsi dire (leggasi governare) da qualcuno che si cala dall’alto cosa è lettura “di qualità” e cosa no. Questo non è il compito della critica, ma al massimo di chi compila recensioni (e non è scontato nemmeno in questo caso).

  4. ma infatti il critico è sempre un lettore, perchè fare finta di niente?
    non può chiamarsi fuori, e non si possono tracciare i confini, come con la qualità sopra citata, e soprattutto non si può spiegare l’inspiegabile, inventarsi i mostri va bene, ci divertiamo tutti e si imparano tante cose, però i mostri non esistono

  5. @ Stefano Jossa,
    chiedo venia, personalmente il tuo commento non l’avevo proprio visto! Non mi ero proprio accorto – pur avendoti nominato in questo stesso thread – che tu fossi intervenuto… E’ come diceva Vincent: il font piccolo, i post lunghi, il caldo e, non ultimo, il lavoro… :-/

  6. a me il cosa e il perchè spinge una persona a fare le cose, e il mondo dietro interessa sempre. Mi interessa come essere umano, come essere politico, come essere professionale. Ma come lettore mi interessa il come.
    Fatte bene o fatte male. La maledetta letterarietà non sceglie temi, sceglie modi. Il quiz è sull’estetica, sul diritto dell’estetica (quiz un pocherello antico lo ammetto). Tutto il resto è fuori discussione – nel senso di, condiviso da tutti – almeno credo.

  7. Per quel che mi riguarda, parlando del lettore, non volevo contrapporlo a ‘critico’.
    Per me, come credo di aver detto altre volte, la funzione critica è essenziale, specialistica o diffusa che sia, non saprei come dire.
    Ho sempre avvertito l’esigenza di un lettore critico e di un critico lettore, come ha detto Danae. E non capisco perchè tra i due dovrebbe esserci guerra.

  8. Perché c’è la guerra? Perché il critico lo si fa per professione (con internet questa spiegazione striminzita è forse sciocca), mentre fare il lettore è una scelta. Il lettore critico è uno che sa scegliere i libri e basta. Bisogna pur lavorare, no? Sono d’accordo in parte con quello che dice Ghelli, ma non tutti i lettori sono scrittori o critici, va da sé?

  9. Non va da sé, Ghelli è uno scrittore precario. L’ho appena scoperto. Voglio i nomi di chi non ha scritto nulla di pubblicato, alors. Oddio siamo una nicchia – essere solo lettore non può proprio bastare, n’est pas?

  10. Avevo già letto un articolo di Mauro Baldrati (da lui stesso richiamato con link in uno dei commenti precedenti) dove si applicava il concetto deleuze-guattariano di «letteratura minore» a Paolo Giordano, autore bestseller e premio Strega della maggiore collana di narrativa del Paese. Ora (http://www.nazioneindiana.com/2010/07/21/material-guys/#more-36200) il medesimo Baldrati applica lo stesso paradigma ad autori «classificati» nei «generi e sottogeneri, noir, thriller, fantascienza, black exploitation, narrativa d’evasione». Che in quanto “minori” dal punto di vista di un tradizionale concetto di letterarietà, sarebbero per Baldrati “minori” anche nel senso deleuziano (concetto, sarà bene ricordare, partorito per dar conto della scrittura di… Kafka): contro dunque «la letteratura maggiore» che per «la sua natura “elevata”, al di sopra dei generi» si candida a meraviglia al «piccolo privilegio di governante malinconica del padrone».
    Ora, in tutto questo discorso commendevolmente materialista, si omette di chiarire chi sia mai il «padrone» di cui si parla. Non pare sfiorato, Baldrati, dal sospetto che l’unico padrone visibile sia, qui, l’editoria «maggiore» che in questo momento foraggia incoraggia e onniformatta solo la letteratura appartenente a questo circuito presuntamente «minore» («genere» che, come si legge sul supplemento «R2 CULT» de «la Repubblica» dello scorso 26 giugno, «ha ormai conquistato l’egemonia del nostro immaginario»).
    Da lettore diuturno di Deleuze, di Kafka, per una letteratura minore nonché del meraviglioso libro ultimo Critica e clinica (da noi èdito da Raffaello Cortina nel 1996), nel quale la “minorità” (sarà bene ricordare) viene attribuita a Lewis Carroll, Samuel Beckett, Walt Whitman, Herman Melville, Alfred Jarry, Friedrich Nietzsche, T.E. Lawrence, e il cui esergo è preso da Contro Sainte-Beuve di Proust, ho avuto le traveggole – pensando a Giordano e, ora, ai noiristi all’italiana e, più in generale, ai «generi e sottogeneri, noir, thriller, fantascienza, black exploitation, narrativa d’evasione».
    Come in sogno mi è venuta in mente (nello stesso istante in cui veniva in mente a un acuto lettore di questo stesso thread) la scena di Io e Annie in cui Woody Allen, in fila al cinema, sente davanti a lui discettare per interminabili quarti d’ora un certo pseudointellettuale molto newyorkese di Marshall McLuhan; per confutarlo Woody sogna di poter avere lì, a propria disposizione, lo stesso McLuhan, allorché appare effettivamente McLuhan che apostrofa lo pseudointellettuale e gli dice a muso duro «lei non ha capito niente dei miei scritti; lei prende ogni mia espressione tipica per una topica».
    La stessa cosa mi era capitata, tempo fa: fantasticavo la risurrezione di Walter Benjamin, e che lui potesse leggere come Il dramma barocco tedesco veniva impiegato da un certo ben noto saggio «de cuyo nombre no quiero acordarme».
    Il caso vuole che, non già Gilles Deleuze sia apparso in carne e ossa ma – proprio poco dopo aver letto il testo di Baldrati – la sua viva voce mi sia venuta incontro: dalle pagine dello splendido volume di scritti sparsi Due regimi di folli. Testi e interviste 1975-1995 a cura di Deborah Borca, introduzione di Pier Aldo Rovatti, Torino, Einaudi, 2010. Cito dalle pp. 236-8 (da Il cervello è lo schermo, intervento a una tavola rotonda uscita sui «Cahiers du cinéma» nel febbraio del 1986; corsivi miei): «Oggi ci sono molte forze che si propongono di negare ogni distinzione tra il commerciale e il creativo. Più si nega questa distinzione e più si pensa di essere divertenti, comprensivi ed esperti. Di fatto si traduce soltanto un’esigenza del capitalismo, la rotazione rapida […]. Al contrario, l’arte produce necessariamente qualcosa di inatteso, di non riconosciuto, di non riconoscibile. Non esiste arte commerciale, è un non-senso. Ci sono arti popolari, certamente. Ci sono anche arti che necessitano di maggiori o minori investimenti finanziari, c’è un commercio delle arti, ma non arti commerciali […]. Si possono mettere in concorrenza i libri d’evasione con un grande romanzo, ma saranno inevitabilmente i libri d’evasione o i bestseller a vincere in un mercato unico a rotazione rapida o, peggio ancora, saranno loro che pretenderanno di avere le qualità dell’altro e lo prenderanno in ostaggio […]. È una promozione verso il basso, un allineamento di tutta la letteratura sul grande consumo […]. Non c’è arte che possa vivere senza la condizione di un doppio settore, senza la distinzione sempre attuale fra il commerciale e il creativo […]. Oggi, se ci si crede furbi nel negare la distinzione tra commerciale e creativo, è perché vi è un interesse […]. Se si dovesse definire la cultura, si potrebbe dire essa non è assolutamente la conquista di un campo difficile o astratto, bensì la consapevolezza che le opere d’arte sono molto più concrete, divertenti, commoventi dei prodotti commerciali: nelle opere creative c’è una moltiplicazione dell’emozione, uno sprigionamento dell’emozione, l’invenzione di nuove emozioni, che si distinguono dai modelli emotivi prefabbricati del commercio».

  11. @ Andrea Cortellessa
    E da questo ipse dixit, secondo te, quali conseguenze pratiche bisognerebbe trarne? Che per mantenere la qualità è necessario tenersi alla larga dalla quantità? Che per salvaguardare “l’arte” bisognerebbe tenersi lontani dal mercato? Si può fare: si mettono le proprie produzioni artistiche o prodotti dell’ingegno gratuitamente scaricabili da Inernet al costo (basso) di mantenimento di un sito. Oppure, se si è refrattari alla tecnologia, si potrebbero fare molte fotocopie e distribuirle per la strada a mo’ di volantino. Non credo però che sia ciò che tu proponi. Lo dico perché la rivista Alfabeta2 ha un prezzo di copertina, ha dei costi di produzione da coprire, e non per niente è stata presentata due sere fa nel bookstore di Romano Montroni, il primo importatore del modello “bookstore” in Italia.
    Quindi non sarà che anche tu, come noi altri stronzi, vorresti provare a mantenere alta la qualità di ciò che si pubblica senza fingere puerilmente che il mercato non esista?

  12. Quello che Deleuze pensava del e sul noir lo si può leggere nel testo Filosofia del noir: non c’è bisogno di estrapolare il suo pensiero da altre pagine, lasciando falsamente credere che la posizione politica di Deleuze implichi il rigetto del noir come letteratura d’evasione.

  13. «non sarà che anche tu, come noi altri stronzi, vorresti provare a mantenere alta la qualità di ciò che si pubblica senza fingere puerilmente che il mercato non esista?».
    Sì.

  14. “Che per salvaguardare “l’arte” bisognerebbe tenersi lontani dal mercato? Si può fare: si mettono le proprie produzioni artistiche o prodotti dell’ingegno gratuitamente scaricabili da Inernet al costo (basso) di mantenimento di un sito. Oppure, se si è refrattari alla tecnologia, si potrebbero fare molte fotocopie e distribuirle per la strada a mo’ di volantino. Non credo però che sia ciò che tu proponi.”
    Questa è la mia posizione, in poche parole.

  15. Certo le fotocopie sono un pochino scomode, però per chi proprio non potrà fare a meno della carta, si stanno sviluppando macchinari chiamati Espresso Book Machine (EBM, qui si possono osservare all’opera http://www.youtube.com/watch?v=Q946sfGLxm4 ) che permetteranno di acquistare e stamparsi in pochi minuti un libro qualsiasi (più o meno tale e quale a quelli “veri”) da un catalogo potenzialmente onnicomprensivo.
    Questo è Male?

  16. @ Andrea Cortellessa
    E allora il mio invito per il futuro è smettere di attribuire agli altri posizioni che nessuno sostiene, dismettere rappresentazioni guerresche e grottesche (e gli arruolamenti forzosi nella V.A.F. http://www.youtube.com/watch?v=iGb1A-z6uoU). Quando capiterà, discutamo “nel merito” della letteratura, delle opere, che ci interessa promuovere e delle modalità con le quali farlo.

  17. @ Girolamo
    Conoscevo il testo cui mi rimandi. Prego te e gli altri lettori di prendere nota delle date dei due interventi, e di riflettere. Quello che nel 1966 era un gesto intellettuale brillante e «spagnolesco» (come Canguilhem definiva quelli, coevi, di Foucault; e a qualche anno prima risalgono quelli, analoghi, di Eco) già vent’anni dopo s’era fatto moda stanca e risaputa, nonché evidentemente dettata dall’«interesse» di assecondare «un’esigenza del capitalismo». Figuriamoci cosa ne potrebbe dire, un Deleuze vivo, un quarto di secolo ancora dopo.

  18. Hanno clonato Cortellessa. risponde in automatico su due siti diversi a persone diverse con le stesse risposte. 😉

  19. @ Andrea Cortellessa
    scusa ma dovresti spiegarmi almeno una cosa, perché il tuo ultimo commento mi fa capire che l’arte del cazzeggio ha fatto molti più danni di qualsiasi noir de noantri. Che vuol dire gesto intellettuale brillante e spagnolesco? Le parole di Deleuze scusa ancora, sono piene di affermazioni fiacche, insignificanti,

  20. @ paperinoramone
    Non so se stai cazzeggiando a tua volta, però ti invito a leggere con più attenzione gli interventi di coloro cui ti rivolgi; io ho detto che il testo del ’66 citato da Girolamo era «spagnolesco» (cioè, nell’accezione di Canguilhem, guascone, provocatorio, teatrale), non quello dell’86 citato da me. Che poi in quest’ultimo Deleuze sia «fiacco e insignificante», scusa me, ma sei tu a dirlo.
    @ Alessandro Ansuini
    Su due siti diversi, non a due persone diverse.

  21. si appunto, non ho confuso, anche perché l’intervento da te citato non ha niente di spagnolesco, è molto serio, è vero, mi andrò a leggere quello citato da Girolamo, ma rimane la mia sensazione.

  22. allora provo a spiegarmi, Deleuze scrive a proposito del noir alcune cose, da te ritenute sì brillanti e spagnolesche ( come direbbe Canguilhem ), solo che poi passati vent’anni non valgono più, ma non valgono più perché non erano vere già allora, o solo perché bisogna dire che non valgono più? E soprattutto se uno fa un intervento spagnolesco, è dunque insincero? mentre nell’86 era sincero, contestare, anzi insinuare l’obbedienza al capitalismo attraverso l’obbiedienza a cos’altro? Questo non è cazzeggio? Non sto riferendomi a te, per quel poco che ti conosco, tutto on-line tranquillo, sei uno sfrangimaroni di classe, e di qualità, quindi ecco, confusamente, pacatamente

  23. @ paperinoramone
    Pacatamente ma, se possibile, non confusamente. E, ad aggiungere didascalie ad ogni parola già detta, non è detto che confusione non se ne aggiunga. Quello che voglio dire è che la stagione aurorale e aurea del postmodernismo (trasgressivo nei confronti dei dogmi dell’high modernism, cioè: Warhol e gli altri del pop, per es., qui da qualcuno assai alla rinfusa evocati, vs la critica alla Greenberg, che aveva canonizzato l’action painting e l’Informale, massime punte del modernismo in arte) si colloca appunto all’inizio degli anni Sessanta, e questo clima culturale – molto hip e molto snob – contribuisce a dar conto del discorso del Deleuze 1966 (che poi non a caso non ci torna sopra in séguito, per es. evitando di raccogliere quel testo in volume, mentre il “canone” della letteratura minore – per usare un concetto ovviamente inadatto, diciamo allora il suo “livello” – lo fissa una volta per tutte con l’opera ultima e testamentaria, Critique et clinique). Quando questa attitudine si constata aver trionfato a tutti i livelli estetici, e comincia a farsi forza sul mercato dell’industria culturale (anni Ottanta, appunto), Deleuze torna sull’argomento e dice cose che a te parranno «fiacche» ma che hanno il pregio dell’inequivocità (e poi non sono «fiacche» se si tiene conto di chi le dice; e questo non per il terrore superstizioso dell’ipse dixit, per dirla con WM 4, ma perché ha importanza da dove venga chi dice quelle cose, da quali precedenti posizioni provenga). Negli anni Ottanta dire quelle cose non era affatto banale; era invece controcorrente – perché tutti i maestrini-à-pensare fighetti erano lì occupatissimi a sdoganare tutto lo sdogababile. Nessuno allora si era ancora reso conto che la confusione dei livelli ecc., che nel primo postmodernismo ruggente aveva avuto salutari effetti anti-autoritari, aveva fatto presto a divenire la più stucchevole delle pose accademiche (sì), ed era bell’e pronta pronta – il che sarebbe puntualmente avvenuto negli anni successivi – a farsi intrattenimento televisivo stracult e, insieme, rendita di posizione da retrospettiva veneziana (e saggistica stileliberistica).
    Ecco, spero di essere stato sufficientemente pacato – e non troppo confuso.

  24. sei stato chiarissimo, per niente confuso. Ma allora provo ad aggiungere, lo sdoganamento, i maestrini-à-pranzer, lo postmoderno, sono delle pose, un teatrino un cazzeggio accademico, c’est vrai? invece in ben più modesti blogghi litterari, frequentati da rozzi lettori, a me par di ravvisare sinceri e appassionati sguardi non le fosche trame e gli oscuri imbrogli
    della saggistica liberstilistica

  25. Premesso che un approccio esegetico/filologico a (e un dibattito “ipse-dixesco” su) Deleuze rischia di essere quanto di più sterile, impoverente e inopportunamente “talmudico” che si possa proporre, perché rischia di proporre un’immagine statica e “trascendente” di quello che era un pensiero dinamico e “selvaggiamente” dentro l’immanenza, e dunque premesso che tocca andare con passo felpato e umiltà, vorrei far notare alcune cose:
    1) Deleuze non ha mai preteso di essere un’auctoritas in alcun campo, men che meno nel campo della cultura e letteratura popolare (termine che non disprezzava e che distingueva nettamente da “commerciale”, e comunque la condanna del “commerciale” non veniva estesa alla nozione stessa di un “commercio delle arti”, cosa che Deleuze accettava). Non ha mai inteso fornire pezze d’appoggio autoritative per dibattiti interni al mondo letterario. Lo ha anzi escluso esplicitamente. La sua impostazione era molto chiara:
    «L’incontro fra due discipline non avviene quando l’una si mette a riflettere sull’altra, ma quando una si accorge di dover risolvere per conto proprio e con i propri mezzi un problema simile a quello che si pone anche in un’altra. E’ pensabile che problemi simili, in momenti diversi, in occasioni e condizioni diverse, scuotano diverse scienze, come pure la pittura, la musica, la filosofia, la letteratura e il cinema. Sono le medesime scosse in terreni completamente diversi.»
    (G. Deleuze, intervista ai Cahiers du Cinéma, gennaio 1986.)
    Quindi: più che citare Deleuze come pezza d’appoggio “filosofica” dentro il dibattito sulla letteratura, bisognerebbe usare la letteratura per risolvere problemi specifici ma simili a quelli che Deleuze affronta in filosofia: il divenire, le linee di fuga dai dispositivi, il cercare nuove armi durante la fuga o lo spostamento nomadico, la “doppia cattura”, spazio liscio e spazio striato, macchina da guerra e apparato di stato etc. Sono più o meno i problemi affrontati, ad esempio, nel dibattito sul NIE. Ed è l’approccio che, sinceramente, preferisco. Ho scelto di non fare mai pesare a nessuno, a colpi di citazioni come randellate, il mio interesse per la filosofia e, nello specifico, per la filosofia di Deleuze & Guattari. E credo di non averlo fatto. Ho fatto altro, bene o male: ho cercato di pormi problemi letterari simili a quelli che D&G si ponevano in filosofia.
    2) In una conferenza del 1987 Deleuze si sforza di evitare qualunque aut aut tra lingua e storia, sperimentazione e narrazione. Ripete più volte, con puntiglio, che:
    «Non si tratta di far ricorso a una storia o di rifiutarla. Tutto ha una storia. Anche la filosofia racconta storie. Racconta storie con dei concetti. Il cinema racconta storie con blocchi di movimento/durata.»
    Dopodiché sviluppa altre riflessioni, ma sempre lavorando su autori molto “narrativi” (Kurosawa, Dostoevskij) e addirittura ultra-popolari (il suo amato Vincente Minnelli).
    3) Per quel che riguarda la critica, in quella che credo sia la sua ultima intervista (rilasciata a Didier Eribon nel 1993), Deleuze dichiara:
    «Non scrivo contro qualcosa o qualcuno. Per me scrivere è un gesto assolutamente positivo: significa dire ciò che si ammira, non combattere ciò che si detesta. Scrivere per denunciare è il più basso livello di scrittura. In compenso, bisogna riconoscere che scrivere implica il fatto che vi sia qualcosa che non funziona nello stato del probema che si vuole trattare. Che non si è soffisfatti. Direi dunque che scrivono contro l’idea toute faite [finita]. Si scrive sempre contro le idee toutes faites
    Infatti, se c’è un autore che ha operato per sganciare l’insoddisfazione dalla negatività, e la critica dalla lamentazione apocalittica, quello è proprio Deleuze.
    4) Nel suo ultimo scritto conosciuto, il micro-saggio Una vita… (1995), Deleuze ricorre a un autore popolare, “seriale” e feuilletonesco come migliore esempio possibile per far capire cosa intenda dicendo “una vita”. Deleuze dice: «Nessuno meglio di Dickens ha raccontato cos’è una vita […]» (occhio anche al verbo scelto: raccontare).
    5) Le innovazioni avvenute negli ultimi venticinque anni non erano prevedibili venticinque anni fa. Chiunque sostenga il contrario, e affermi che chi è morto prima di vedere il dispiegarsi di Internet oggi ne penserebbe questo o quello, compie un errore madornale, spiegato molto bene da Ludwig Wittgenstein in uno dei suoi Pensieri diversi:
    «Ogni volta che pensiamo al futuro del mondo intendiamo il luogo in cui esso sarà se continua a procedere come ora lo vediamo procedere, e non pensiamo che esso non procede seguendo una linea retta, ma una linea curva, e che la sua direzione muta costantemente.»
    Nel 1986 (ma anche nel 1993, e nel 1995) l’Internet di oggi era al di là di una linea curva, non in fondo a un corridoio rettilineo.

    Bibliografia minima
    Gilles Deleuze, Una vita… (incluso nell’appendice a: M. Guareschi, Gilles Deleuze popfilosofo, ShaKe, Milano 2001, pagg.138-142; ora anche in: G. Deleuze, Immanenza, Mimesis, Milano 2010, pagg. 7-13).
    G. Deleuze, Che cos’è l’atto di creazione?, conferenza del 1987 che apre l’omonimo libro edito da Cronopio, Napoli, 2003, pagg.7-24.
    G. Deleuze, Il cervello è lo schermo, Ibidem, pp.25-38.
    G. Deleuze, “Mi ricordo”, conversazione con D. Eribon, in appendice a: Alain Badiou, Oltre l’uno e il molteplice. Pensare (con) Gilles Deleuze, Ombre corte, Verona, 2007, pagg. 111-116.
    L. Wittgenstein, Pensieri diversi, Adelphi, Milano, 1980, pagg. 20-21.

  26. «bisognerebbe usare la letteratura per risolvere problemi specifici ma simili a quelli che Deleuze affronta in filosofia: il divenire, le linee di fuga dai dispositivi, il cercare nuove armi durante la fuga o lo spostamento nomadico, la “doppia cattura”, spazio liscio e spazio striato, macchina da guerra e apparato di stato etc.». Benissimo, ottimo, perfetto. Infatti Deleuze non ha aspettato i suoi cyberdiscepoli postumi, perché venisse fatto questo. Ci ha pensato da solo, per fortuna, scrivendo Critica e clinica. Dove gli autori sono: Franz Kafka, Marcel Proust, Louis-Ferdinand Céline, Louis Wolfson, Raymond Roussel, Arthur Rimbaud, Lewis Carroll, Samuel Beckett, Friedrich Nietzsche, Paolo di Tarso, D.H. Larence, Walt Whitman, Herman Melville, Robert Musil, Henry James, Sigmund Freud, Martin Heidegger, Alfred Jarry, Gherasim Luca, Andreij Belij, T.E. Lawrence, Leopold von Sacher-Masoch, Platone, Baruch Spinoza, Antonin Artaud.

  27. Chiarisco meglio la mia premessa: non mi interessa una polemica con nessuno a colpi di citazioni, non mi interessa dire quale Deleuze sia più “vero” degli altri etc. Il mio commento è finalizzato a spiegare cosa, dal punto di vista di un autore di letteratura “popolare ma esigente, esigente ma popolare”, io trovo importante, stimolante, commovente e utile nell’approccio di Deleuze descritto sopra. Liberissimo chiunque altro di cercare e trovare tutt’altro, saranno le nostre prassi a dire cosa ha ispirato cosa, e dove c’è divenire e dove no. Ma non usiamolo come pezza d’appoggio, non tiriamo fuori il “vero” Deleuze, quello dell’86 più “vero” di quello del ’66 etc. (Tra l’altro, tutte le citazioni che ho fatto io sono successive all’86.)

  28. @ Andrea
    Ecco, appunto. E’ proprio questo giochino qui che a me non interessa. Non è ben chiaro in cosa quel che scrivi tu a proposito di Critica e clinica (che è una raccolta di interventi sparsi, non un trattato che vuole imporre un “canone”) dovrebbe smentire quel che ho scritto io anziché co-esistere con esso. Qual è il senso dell’elenco telefonico di autori? Vuoi dire che Deleuze riteneva questi gli unici di cui ci si dovrebbe occupare? Ciò è smentito da tutto il suo percorso: Deleuze non ha mai compilato “canoni d’eccellenza”, e quando ha parlato di “superiorità della letteratura anglo-americana” (cap. 2 di G. Deleuze – C. Parnet, Conversazioni, Ombre corte, Verona, pagg.43-84) lo fa in un senso davvero peculiare (e tra l’altro in quel dialogo cita una plètora di autori anche molto “pop”, come Kerouac, non trattati in Critica e clinica). Allora cos’è questo commento? Che mi significa? E’ l’asserzione di un modello alternativo a noialtri (nella tua visione) “monnezzoni”? In quella lista di autori sono davvero pochi quelli che io non abbia letto (anche grazie a Deleuze), amato, citato, e alcuni di essi sono anche autori popolari (Carroll) e/o scrivevano per comunicare e farsi capire dai più (Paolo su tutti: il fondatore dell’apostolato universalistico!). Davvero non capisco questa bile, quest’uso violento del name-dropping, questa voglia di dire “è così e basta”.

  29. Oltre al fatto che in letteratura (come in ogni altro ambito dello scibile e dell’attività umana) i problemi non si presentano ovunque sempre uguali, non si presentano una sola volta, non li si risolve una volta per tutte (e per conto di tutti). I problemi cambiano nel tempo, divengono altro, li si affronta su nuovi terreni. Quindi il fatto che Deleuze, a suo tempo, abbia affrontato in filosofia problemi specifici simili a quelli che si presentavano in letteratura (usando in filosofia esempi presi dalla letteratura), in cosa dovrebbe impedire a noi, nel nostro tempo, di affrontare in letteratura problemi specifici simili a quelli che Deleuze affrontò in filosofia? E’ questo che intendo quando parlo del rischio di rendere Deleuze “trascendente”, è proprio quello che lui temeva: che il suo pensiero fosse ridotto precisamente a quell’idea toute faite che era per lui negativa e da evitare.

  30. Tutte le citazioni che hai fatto tu, che conosco bene e sono bellissime e addirittura strazianti, non dicono un fico secco sulla «distinzione tra commerciale e creativo». Quella che ho fatto io, invece, sì.

  31. L’ho detto, sei libero di pensarlo e di selezionare dall’opus deleuziano quel che ti pare. Saranno le nostre rispettive prassi a far capire cosa ha ispirato cosa. Solo, non pretendere che il “tuo” Deleuze sia “più vero”. Tutto qui. Ciao.

  32. Una postilla.
    Deleuze provò una delle emozioni più intense di tutta la sua vita il giorno in cui incontrò Bob Dylan. Jean-Jacques Lebel disse che lui e Guattari erano “eccitati come ragazzini”.
    «Non è facile essere un uomo libero: fuggire la peste, organizzare gli incontri, aumentare la potenza d’azione, commuoversi di gioia, moltiplicare gli affetti che esprimono o sviluppano un massimo di affermazione.» (da Conversazioni, cit., p. 69)

  33. «Uso violento del name-dropping». Quiz. A quale commentatore appartengono le seguenti espressioni? Di name-dropping, in effetti, nemmeno l’ombra.
    «non c’è cattedra che tuteli dalle pernacchie […] La nostalgia per tempi più “facili” informa un insieme di enunciati e di retoriche. L’adesione a queste retoriche e la gara a chi le propone con maggiore, apocalittica acredine sono le condiciones sine qua non per ottenere un certo status, poter frequentare certi giri (quelli giusti), mettere in fila pubblicazioni, sgomitare nei dipartimenti e nelle scuole di dottorato, vincere eventuali concorsi» (mercoledì, 21 luglio 2010 alle 9:56 am)
    «A mettermi tristezza è una 35enne che parla della rete manco fosse la nonnetta di Alberto Sordi (o Berlusconi che dice “gògol”, e non intende lo scrittore de Le anime morte) […] Chissenefrega di Letteratura e Letterarietà, ma che andassero a ramengo, loro e i loro miti, riti e detriti di un’epoca idealizzata fino al vaneggiamento» (mercoledì, 21 luglio 2010 alle 1:43 pm)
    «[…] un frame che rafforza le dicotomie, anzi, le dicotosue, della Gilda, e oligopoli, castronerie, discorsi di corte. Lessa, questa roba. Frollata.» (mercoledì, 21 luglio 2010 alle 5:23 pm)
    «Perché non continuare a discutere prescindendo totalmente non solo da Moroni e rompiMoroni vari, ma – sarebbe il caso – prescindendo anche da Raul (poli)Castro? Che altro c’è da dire su costei? Niente. E quand’anche ci fosse altro, perché dirlo? Mozione d’ordine: basta con las telenovelas de Veronica (poli)Castro» (giovedì, 22 luglio 2010 alle 7:56 pm)
    «Allo stato attuale, è un’impostazione ridicola, da torte di cacca in faccia, contrapporre l’essersi formati “nelle aule universitarie” e l’essersi formati “su Internet”. Solo una prospettiva asfittica e iper-provinciale può creare una simile dicotomia» (giovedì, 22 luglio 2010 alle 9:21 pm)

  34. Sono frasi mie e le rivendico dalla prima all’ultima sillaba, ma che c’entrano, scusa? Guarda, Andrea, che non hai capito cos’è il “name dropping”. Cito da Wikipedia (grassetti miei):
    «Name dropping is the practice of mentioning important people or institutions within a conversation,[1] story,[2] song, online identity,[3] or other communication. The term often connotes an attempt to impress others; it is usually regarded negatively,[1] and under certain circumstances may constitute a breach of professional ethics.[4] When used as part of a logical argument it can be an example of the appeal to authority fallacy.[5]»
    http://en.wikipedia.org/wiki/Name-dropping
    Allora, se io nomino Gilda Policastro, quello non è “name dropping”. E’ name dropping solo se si menzionano “persone o istituzioni importanti […] per impressionare gli altri [e/o] come parte di un’argomentazione logica” .

  35. C’erano due lemmi, nel tuo sintagma a me riferito. Uno era «name-dropping», e di quello ti ho dato atto di essere mondo. L’altro era «violenza». Anche tu leggi i commenti di fretta, mi pare.

  36. @ Andrea Cortellessa e Wu Ming 1:
    scusate un attimo. L’esegesi sugli scritti di Deleuze può essere senz’altro interessante, ma si era partiti da un’ammissione proprio da parte di Cortellessa. E cioè che con il commerciale, volenti o nolenti, occorre confrontarsi. Anche chi sembra demonizzarlo, appunto, ci va a sbattere il grugno e presenta le sue riviste “a casa” di Romano Montroni (che poi è un bookstore-ristorante). Quindi, mettendo un attimo da parte le questioni accademiche (absit iniuria), dove si vuole andare a parare al lato pratico? Perché è la prassi, come dice il mio socio, che dovrebbe interessarci, o no?

  37. @ Cortellessa: stai ancora preparando la sacca da viaggio? Magari puoi anche leggere qualcosa d’altro prima di chiudere, bile e non bile.
    In Critica e clinica, pubblicato in Francia nel 1993, Deleuze che sarebbe morto suicida nel 1995 a Paris scrive di esempi che vanno oltre il letterario per divenire sinestesia (in poche parole, scusate il mio tono pedagogico ma mi piace sentirmi massaia tra le massaie, le parole diventano suoni, visioni, colori e odori), dunque fossilizzarlo nella dicotomia commerciale/creativo, in soldoni, mi sembra quanto meno azzardato. In ogni caso scrivi cose degnissime, ma hai attacchi di permalosità bizzarri (e chi ti conosce sai invece che hai una voce da angelo e un fisico da mature bear).
    WM1: Oh lo fai apposta 🙂

  38. No, Andrea, ho detto che il tuo era “uso violento del name-dropping”. Una critica *specifica* a un modo di argomentare, non una generica condanna di toni forti descritti come “violenza”. “To drop” è anche il verbo che si usa quando si sgancia una bomba dall’aereo. Tu usi i nomi dei Grandi come delle bombe che, nella tua visione, dovrebbero radere al tappeto ogni posizione/postazione altrui. Tutto qui.

  39. Deleuze era a mio modico parere sopravvalutato, ma non al punto di divenire addirittura un mentecatto adoperandone i concetti a questo modo, da renderli irriferibili: «bisognerebbe usare la letteratura per risolvere problemi specifici ma simili a quelli che Deleuze affronta in filosofia: il divenire, le linee di fuga dai dispositivi, il cercare nuove armi durante la fuga o lo spostamento nomadico, la “doppia cattura”, spazio liscio e spazio striato, macchina da guerra e apparato di stato etc.»
    Credo che la lista della spesa di Deleuze fosse assai parziale: secondo me un lettore/scrittore decente deve amoreggiare, anche, almeno con Shakespeare, Swift, Stendhal, Gogol, Lautréamont, Dostoevskij, Joyce, Simone Weil, Wittgenstein, Simenon, Queneau e Foucault

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto