SILENCE

Riporto, dal sito del Manifesto, l’articolo di Gilda Policastro di ieri, 20 luglio. Non lo commento, perchè chi ha seguito la discussione su Lipperatura è in grado, da solo, di trarre le proprie conclusioni. E perchè, come dice Lisa Simpson, citando Lincoln,   è meglio rimanere in silenzio ed essere considerati imbecilli che aprire bocca e togliere ogni dubbio.
Conclusa la stagione dei premi letterari, parte quella dei festival: l’occasione per riflettere sugli uni e sugli altri è il recente documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, Senza scrittori (prodotto da Rai Cinema), un’indagine che da premi e festival muove, mostrandone dall’interno alcuni tra i più noti passando dal Ninfeo di Villa Giulia, sede storica del Premio Strega, al Festival di Mantova, e sbarcando infine, provocatoriamente, alla Stazione di Topolò, in Friuli, dove da più di dieci anni ha sede un anti-festival di poesia eco-compatibile, ovvero con pochi ospiti scelti, alloggiati presso le case degli sparuti abitanti del paese. Un’indagine, quella di Cortellessa e Archibugi, ricca di informazioni e totalmente disincantata, che a partire dal «basso-materiale» sviscera i meccanismi e i parametri economici in base ai quali si regolano la produzione, la distribuzione e le vendite (il libro come merce in un sistema produttivo, cioè), oltre che la costruzione delle delle dinamiche del consenso (il libro come prodotto in un contesto concorrenziale). Meccanismi e dinamiche che vengono amplificati da premi e festival, ma che evidentemente sostengono, come lo scheletro il corpo, l’editoria italiana, orientandone o determinandone (quel che è più preoccupante) la progettualità, e limitando, di contro, gli spazi per la ricerca e le proposte eccentriche, relegate in ambiti di nicchia (editori semiclandestini, librerie in estinzione come la storica Tombolini di Roma, lettori-reduci impossibilitati a rinvenire libri che non siano best-seller).
Le questioni in esame nel documentario sono tutte di grande momento, a partire dalla constatazione dello strapotere ormai inarrestabile del mercato editoriale. Un’industria che fin dai suoi albori ha badato ai profitti, ma che mai come in questo momento parrebbe aver abdicato interamente alla qualità in favore del «successo», con la conseguenza perniciosa che sia l’idea stessa di letterario o di artistico a depotenziarsi, in nome del solo obiettivo della diffusione ad ampio raggio e dell’appeal generalista «che rende tutto più divertente», come sostenuto (e non dimostrato) nel documentario da Antonio Franchini, editor Mondadori (oltre che scrittore in proprio).
Se l’editoria senza mercato, rovesciando la tesi di Cortellessa, non potrebbe sopravvivere all’invadenza di altri media (nonché allo strapotere della rete presso le generazioni under 40), è vero altresì che i contrappesi storici al mercato (i luoghi della formazione e dell’analisi critica) si sono ridotti a zone del tutto marginali o ininfluenti. Le categorie dominanti all’interno del discorso letterario (sed commerciale) non sono così la qualità, il valore, la «longevità» (dicevano una volta i culturologi), o – volesse mai il cielo – le possibilità di canonizzazione di un’opera, bensì il successo quantificato dalle classifiche di vendita: «vera spada di Damocle settimanale per ogni editore», citando ancora dall’intervista a Franchini. Proprio nel web, da un articolo di commento a Senza scrittori apparso su «Repubblica» a firma di Francesco Erbani (e successivamente postato nel blog Lipperatura), si è sviluppato un dibattito tra lo stesso Cortellessa (insieme ad altri, tra cui chi scrive) e il gruppo bolognese dei Wu Ming, fenomeno mediale da oltre un decennio, con un’ampia produzione d’intrattenimento all’attivo. È dello scorso anno, ad esempio, l’edizione di un pamphlet costituzionalmente destrutturato e dichiaratamente scevro da ambizioni canonizzanti, intitolato New Italian Epic: etichetta di una qualche immediata fortuna mediatica, subito smontata però nella sua consistenza teorica dai critici «cartacei» (Emanuele Trevi, ad esempio, su «Alias»). Ma l’aspetto che in questo caso fa conto sottolineare è come i Wu Ming, da un’angolatura opposta, arrivino a sancire nei fatti uno status quo molto simile a quello delineato nel doc di Cortellessa-Archibugi, a partire dalla considerazione (in quel caso salutata con malcontenuto entusiasmo) che l’idea stessa di letteratura sia divenuta arbitraria o rinegoziabile in nome di altre urgenze (sociologiche, documentarie, o della famigerata «evasione»), sempre secondo i nuovi parametri «popolari», coincidenti, com’è superfluo ribadire, col successo commerciale.
Esisterebbe cioè una nuova genia di scrittori, a partire dai Wu Ming medesimi, formatasi più nella rete che nelle aule universitarie, e felicemente affrancata dal bellettrismo novecentista, come dagli eccessi della sperimentazione avanguardista e neoavanguardista. Categorie peraltro mai chiamate in causa, in quanto riconducibili a un metodo d’approccio – la vetusta critica cartacea, appunto – per niente al passo con le magnifiche sorti e progressive della tecnologia informatica, che tutto fagocita: tanto che i Wu Ming stessi arrivano a definire superato il loro Nie, di appena un anno fa. Il bando va anche all’idea romantica dello scrittore separato dalla massa «zotica e vil» in virtù della pregressa formazione: lo scrittore è, viceversa, pienamente integrato nelle dinamiche di produzione-smercio dei libri (o degli yogurt? per riprendere la metafora Cortellessa) e se non lo è, peggio per lui, perché intanto c’è una pletora di «scriventi» (citando stavolta Malerba) pronti a far valere le necessarie consapevolezze in termini tanto di produzione di una letteratura affabulatoria e accessibile (perché «piatta come un lago»: così un commentatore nel web) quanto di potere contrattuale, e dunque di influenza sul mercato.
Viene in mente l’antiapologia del successo di un saggio manganelliano sul best-seller, libro cordiale, comunicativo, «sciarmoso», con la pretesa di parlare a tutti, mentre l’auspicato worst-seller si consentirebbe ancora il «lei», rivolgendosi «a pochi, a pochissimi, a nessuno»: e come farà mai a farsi acquistare, vien da domandarsi coi Wu Ming, un libro così scorbutico, oggi. Ma acquistare o leggere? Un libro-vasetto può far figura in dispensa, cioè nella libreria di casa: manca un passaggio, perché si muti in libro «longevo», ovvero entri in un discorso estetico e non già (solo) economico. Bisogna intanto che sia superfluo guardargli la data di scadenza, ma, prima ancora, che possa arrivare a essere 1) scritto (il che non è banale, se l’influenza del mercato vale anche in termini prospettici; 2) pubblicato; 3) presente in libreria 4) resistente al quotidiano afflusso in essa di vampiri o romanzi criminali.
La prima edizione dei testi teatrali di Shakespeare, ricordava Manganelli, uscì dopo la sua morte: Shakespeare odiava il successo o si rammaricava della fama mancata coi poemetti giovanili? «Forse, voleva anche lui vincere un premio importante: dopo tutto non è detto che sapesse di essere Shakespeare».

406 pensieri su “SILENCE

  1. @ Larry,
    Deleuze si è occupato, in alcuni casi a fondo, di quasi tutti i suddetti. All’ultimo della lista ha dedicato anni di studi e un libro a tutt’oggi prezioso.
    Con questa precisazione, chiusa la parentesi-Deleuze.

  2. @ 4
    Guarda che quando tu hai rivendicato le vostre buone pratiche (copyleft ecc.), nell’altra famosa discussione, io ho detto che non avevo nulla in contrario. Semmai eri tu ad aver detto che un documentario ecc. ecc. (senza averlo visto) aveva un’impostazione ipocrita (ma lasciamo perdere, per carità). Io ho le mie (polemica critica, classifiche di qualità, ora il documentario), benissimo, si vedrà quali saranno più efficaci. Nessuna delle due, con tutta evidenza, «finge puerilmente che il mercato non esista». Più efficaci, a mio modo di vedere, saranno quelle pratiche che il mercato, i suoi meccanismi e la sua ideologia, provvedono a demistificare e, se possibile, a concretamente limitare. Ultima citazione dal tuo omonimo: «Riportare l’astratto (il Mercato, la Letteratura, la Lingua) al concreto è denunciato come violenza». È esattamente quanto si propone di fare Senza scrittori.
    Quella che contesto è una posizione teorica che «si propone di negare ogni distinzione tra il commerciale e il creativo» (Deleuze molto nettamente), e che a mio modo di vedere non demistifica, non tenta di limitare, ma preterintenzionalemente (forse) coonesta e incoraggia. Tutto qui.

  3. Oh, messe così alcune affermazioni fanno pensare, in effetti.
    @Larry Massimo: ci sopravvalutiamo tutti, se non ti piace Deleuze non leggerlo. La tua lista di riletture per le vacanze mi sembra impegnativa, non ne soffrirai.

  4. @ Andrea
    “Quella che contesto è una posizione teorica che «si propone di negare ogni distinzione tra il commerciale e il creativo»”
    Il problema è che tale “posizione teorica” è una tua invenzione, o meglio, proiezione. La proietti su di noi (non soltanto su noi WM) allo scopo di poterla contestare. Perchè è più facile opporsi a qualcosa che conferma le nostre aspettative, piuttosto che faticare per analizzare ciò che le mette in crisi. Detto questo, tu puoi continuare tranquillamente (oddìo, mica poi tanto!) a usare noi come feticci del Male che nella tua visione combatti. Se ti è di qualche utilità, lieti di renderti questo servizio.

  5. @ Andrea Cortellessa
    L’equivoco sull’ipocrisia del documentario lo avevamo già chiarito e ti avevo già spiegato che io non mi riferivo affatto a qualcosa che non avevo visto, (caso mai alle affermazioni di alcuni intervistati nel documentario riportate nell’articolo di giornale).
    Se un’opposizione di principio deve essere trovata, allora sì, hai ragione, io non credo che ciò che è commerciale sia per forza di cose di bassa qualità e viceversa. Ergo non ipostatizzo una distinzione teorica che cade nella pratica, perché non mi servirebbe a niente. Ma anche tu “commericializzi” i i prodotti del tuo ingegno e non per questo, suppongo, li reputi di basso livello. Quindi al lato pratico anche tu confuti la dicotomia teorica.

  6. @ 1
    Dunque i «nomi dei Grandi» nientedimeno sono «bombe». Invece cosa sono le «pernacchie», lo «sgomitare nei dipartimenti», la «nonnetta di Alberto Sordi», «Berlusconi che dice “gògol”» (e naturalmente non sa cosa sia il name dropping), i «che andassero a ramengo», «le dicotomie, anzi, le dicotosue», «oligopoli, castronerie, discorsi di corte», i «lessa», i «frollata», i «Moroni e rompiMoroni», le «Mozione d’ordine: basta con las telenovelas de Veronica (poli)Castro» e, dulcis in fundo (è il caso di dire), le «torte di cacca in faccia»?

  7. @ 4
    Però per favore non giochiamo a non capire. Quando Deleuze distingue tra «commerciale» e «creativo», con tutta evidenza non propone che il secondo non venga messo in commercio (aggiunge persino, a scanso di equivoci postumi – ma non basta mai, cristo santo – «Ci sono anche arti che necessitano di maggiori o minori investimenti finanziari, c’è un commercio delle arti, ma non arti commerciali») ma che c’è un discrimine fra ciò che ha un fine prevalentemente non commerciale e ciò che ha un fine prevalentemente creativo. I testi che hanno quest’ultimo fine, conclude, si caratterizzano per «l’invenzione di nuove emozioni, che si distinguono dai modelli emotivi prefabbricati del commercio». A me pare così semplice, così limpido, così cristallino. Ma si sa, sono un violento. Io.

  8. uff
    «c’è un discrimine fra ciò che ha un fine prevalentemente commerciale e ciò che ha un fine prevalentemente creativo»

  9. @ Andrea Cortellessa
    Ti assicuro che non gioco a non capire, ma ogni sforzo di ulteriore chiarezza per me è il benvenuto. Anche perché, vedi, proprio questa tua ultima chiarificazione mi fa dire – col mio omonimo con cui ti piace litigare – che il diverbio potrebbe benissimo cadere qui, perché noi non abbiamo mai sostenuto il contrario di quanto affermi.

  10. Per noi la differenza, lo ribadisco, è tra una letteratura scritta col pilota automatico per rispondere in toto all’attesa del lettore (e quindi cerca di incontrare il lettore nel luogo più prevedibile, di salutarlo con le formule più collaudate e “affidabili” etc.) e una letteratura che lavora invece anche sull’inatteso, sugli slittamenti, sul tradire le aspettative (che non significa per forza “deluderle”: il tradimento di un’aspettativa può essere rivitalizzante e dunque, dopo il primo momento di trambusto, accettato di buon grado).
    Questa distinzione non corrisponde affatto a quella tra “popolare” e “alto”. Esiste un “genere-letteratura” che ripropone stancamente i clichés dello scrivere alto e/o sperimentale, e che quindi risponde in toto alle attese dei lettori che stanno in quella nicchia, come esiste una letteratura popolare che innova, sperimenta, forza le regole.
    Questa distinzione non corrisponde nemmeno a quella tra “più venduto” e “meno venduto”. Che a sua volta non è equivalente a “commerciale” e “non commerciale”.
    Un’ulteriore precisazione: se per letteratura commerciale si intende la prima che ho descritto (quella scritta per non deludere nessuna aspettativa, ergo: scritta unicamente per trarre il massimo profitto possibile da una formula), questo è esattamente l’uso del termine che faceva Deleuze. Questo “commerciale” noi lo rigettiamo.
    Se invece per “commerciale” si intende una letteratura che è scritta anche per vendere (perché vuole arrivare a tante persone anzichè a poche, e perché l’autore vuole vivere del proprio lavoro), beh, questo non è l’utilizzo del termine che faceva Deleuze, e quindi in questo non c’è alcuna continuità tra Deleuze e Cortellessa.
    Deleuze distingueva tra “commercio delle arti” (una necessità: “Ci sono arti popolari… e ci sono anche arti che necessitano più o meno di interventi finanziari, c’è un commercio delle arti”) e “arti commerciali” (per Deleuze “un non-senso”).

  11. Ah, poi mi spieghi tu con calma, cosa sono le «torte di cacca in faccia», se il name dropping è come il bomb dropping.

  12. scusa Cortellessa, ma questo discrimine, che comunque per la letteratura rimane più complesso, rispetto per esempio al cinema, e che non ha niente di rivelatorio, non determina di per sé il risultato finale. Se il più grande scrittore vivente fosse anche la persona più avida al mondo?

  13. @ paperinoramone
    Beh, c’è piena l’aneddotica, di grandi scrittori grandemente avidi. Il tanto citato Manganelli, per esempio (racconta il suo amico Citati), non parlava d’altro che di come turlupinare gli editori a suon di anticipi. Però poi il suo «divenire», le «linee di fuga» che trans-individuali lo attraversavano, gli facevano implacabilmente scrivere La palude definitiva, non La solitudine dei numeri primi. Se parliamo di grandi scrittori, parliamo di gente che – a dispetto delle apparenze – non ha scelte. Diceva Carmelo Bene che «il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può».

  14. Proponevo un pdf su Deleuze e gli ultimi posts, assai interessanti, ma quest’ultimo batti e ribatti è abbastanza sconfortante.
    @paperinoramone: già che stiamo sul name dropping parli di Zio Paperone?

  15. @ 1
    Va bene, non capire. Però spiegami le «torte di cacca in faccia». Sai, come già ti sei accorto l’altra volta, anch’io sono stupido. Non capisco. Allora fai il bravo, fammi il disegnino – tu che non sei giammai violento, sibbene pazientemente pedagogico.

  16. @ vincent
    Hai proprio ragione, sono sconfortante. Del resto, con tutti questi filamenti di cacca in faccia, fatico un poco a darmi un contegno.

  17. @ Vincent,
    ma su, non c’è nessun “ultimo batti e ribatti”. Io mi sono ritirato dal simposio dopo aver precisato alcune cose su “commerciale”, “popolare” etc. Nel farlo ho citato Deleuze; facendo il reload, ho scoperto che quella citazione era appena stata fatta “contro” di noi. La divergenza è immaginaria, in realtà sugli assunti di base siamo d’accordo tutti, e allora non si capisce bene cosa ci venga insistentemente rimproverato da settimane (in realtà, ehm, da anni) a questa parte. Ho dunque espresso il mio stupore, poi (in dialogo unicamente con me stesso) ho concluso che forse non vale nemmeno interrogarsi su questo. Fine.

  18. @ andrea: no guarda, stavolta mi do io dello sconfortante. Insultare a casaccio non mi rappresenta e non ho niente contro di te. Anzi. Magari stempero. Ma sai, di Deleuze si sa talmente poco, lo saprai, tutti fanno finta di averlo letto ma temo che molti lo conoscono per finta. La tua entrata sul pensiero deleuziano sembrava una gran cosa, poi sono uscite le “ca..e in faccia”. C’est tout.

  19. No, guarda che ti sbagli. Le torte di cacca in faccia sono arrivate ben prima di Deleuze. Dài, fai uno sforzo, usa il «trova».

  20. però lo vedi che sei ingeneroso? come fai a sostenere con certezza che Giordano avrebbe scritto con il solo intento di vendere? è questo modo di fare che non capisco, sono mesi che si accostano li mejo nomi con Moccia, Giordano, Avallone, neanche riferito solo a te. Per dire finalmente grazie a Gilles forse è possibile accorgersi che tu e i wuming state proponendo la stessa cosa, solo che tu non t’accosti al piano se prima non vedi lo spartito invece loro se ne fregano e suonano.

  21. @ paperinoramone
    Io sono sconfortante, ma tu sei commovente. Non solo pensi che Giordano non abbia scritto col «solo intento di vendere», ma pensi addirittura che sia stato Giordano a scrivere il libro di Giordano. Eppure non per caso qui si parla di linee di fuga e divenire trans-individuali… Come dice Mauro Baldrati, la composizione di quel libro è un perfetto esempio di intelletto collettivo, di comunità delle menti, di grande oceano dell’individuale-plurale… puro Deleuze!

  22. Scusate, ma il mio intervento è prosaico e terra terra e, soprattutto vuole tenersi fuori, dai duelli. Vengo in pace.
    Mi pare che sia stato chiarito che Deleuze non identifica ‘commerciale’ con ‘popolare’ e neppure con ‘commerciabile’ («Ci sono anche arti che necessitano di maggiori o minori investimenti finanziari, c’è un commercio delle arti, ma non arti commerciali») e mi pare che la riformulazione di questo concetto da parte di Wu Ming 1 nel commento delle 4:29 sia condivisibile e, comunque, io la condivido.
    A me però ha colpito un altro spicchio dello scritto di Deleuze proposto da Andrea Cortellessa:
    «Se si dovesse definire la cultura, si potrebbe dire essa non è assolutamente la conquista di un campo difficile o astratto, bensì la consapevolezza che le opere d’arte sono molto più concrete, divertenti, commoventi dei prodotti commerciali: nelle opere creative c’è una moltiplicazione dell’emozione, uno sprigionamento dell’emozione, l’invenzione di nuove emozioni, che si distinguono dai modelli emotivi prefabbricati del commercio».
    Teendo ferme le accezioni di ‘commerciale’ e ‘creativo’ specificate sopra, io condivido pienamente questa affermazione.
    E, avendo sempre detto che io riconosco la funzione dei critici, mi chiedo: tra le funzioni dei critici non dovrebbe esserci anche quella di pubblicizzare il più possibile questa idea?
    E’ una funzione ancillare, di servizio e capisco che possa essere meno gratificante di tante altre che la critica attribuisce a se stessa.
    Temo che questa funzione non si eserciti attraverso il ‘name dropping’, che sa molto di intimidazione terroristico (la Kultura colpisce ancora), ma con pratiche diverse, probabilmente da individuare, ma io vedo nel web e in alcuni blog letterari delle indicazioni da non sottovalutare e soprattutto da non demonizzare.

  23. guarda tempo fa ( adesso ti faccio sbellicare ) seguivo il blog di Andrea De Carlo ( si lui ) e qualcuno disse che la solitudine l’avrebbe scritto un editor, insomma una truffa. Ora non avendo le prove e non avendo letto il libro che m’importa? E comunque il libro è stato scritto e chissà quanti lo hanno anche apprezzato. Sarà letteratura d’intrattenimento, va bene, ma la letteratura mi dispiace per te, anzi sono contento per te, è obbligatoriamente d’intrattenimento. Non sei sconfortante, anzi sei generoso quando vuoi, quando scrivi per e non contro, forse riesci anche ad effettuare bombardamenti intelligenti, però occhio!

  24. @ Vincent se leggesse invece di ironizzare pregiudizialmente? Non ho mai detto che non mi piace Deleuze (d’altra parte sarebbero pure fatti mia!). Né ho detto che non lo leggo. L’ho letto, quasi in tempo reale, fino a mille plateaux. A distanza di anni mi sembra sgonfiato. Posso dirlo o devo chiedere il permesso a lei? Ripeto che usato come è stato usato Deleuze passa da mentecatto, al solo fine di far passar da gigante chi lo cita. La malattia si chiama, mi pare d’aver capito, avere i nomi sul groppone.

  25. @ Valeria: la verità è che, entrambi i fronti scrivono cose condivisibili, ma poi si perdono pedantescamente in dietrologie di sfottò e sciabolatine.
    Tu scrivi: “Tra le funzioni dei critici non dovrebbe esserci anche quella di pubblicizzare il più possibile questa idea?”. Ovvero vuoi che qualcuno per te legittimi un criterio unico di valutazione? Cioè dico anche se molti di noi sanno che Giordano non ha scritto La solitudine dei numeri primi, se a paperinoramone il leggere quel libro porta sollievo e benessere, glielo impediamo con la supponenza? Non vorrei si arrivasse all’educazione delle masse con la storia della creatività.

  26. @ Larry: non se la prenda con me. Nessuno ha ironizzato, anzi leggevo con interesse gli autori che ha citato. Ho il permesso di chiederle scusa non so bene di cosa?

  27. Va detto che nel commento del famigerato RompiMoroni (di cui ringrazio WM: una vera e propria madeleine, anzi una Girella Motta, un Trasferello, un TintenBlitz, un Big Josh Mattel, insomma: una discesa nel maelstrom della terza elementare) era presente anche un WuMinchia 🙂

  28. Il trauma più grosso per me che sono portiere d’albergo è scoprire che alla fine D & G sono Deleuze e Guattari, che se tanto mi da tanto si pronuncerà Guattarì. Essendo di spirito portinaio, d’altronde, ho anche dimistichezza nelle questioni litigiose. Propongo questo: prendetene uno per uno, o al limite fate mezzo Deleuze per uno, e di Guattarì chissenefrega, ha avuto il nome nel duo e pare che non abbia detto niente, si accontenti, un po’ come quello che ballava soltanto degli 883.
    Diviso il Deleuze, restano sul tavolo il “commerciale” contro il “creativo” che, in un’azienda di moda, per dire, vanno di pari passo, mentre qui si antepongono e non capisco da dove saltino fuori, vista la passata discussione. Se il discorso si è spostato sul politico, sulla prassi, sull’etica, sul “travirgolette” metodo di lotta, vi metto d’accordo io cominciando a litigare con entrambi, così forse si tornerebbe a procedere nella discussione ma da un lato credo poco proficuo, perché le vostre posizioni, dal mio punto di vista, sono ben piazzate dalla parte del mercato e non è che ne fate un mistero, quindi si arriverebbe a sentire quello che entrambi mi avete già detto, sull’argomento, vado a memoria: Cortellessa mi disse che secondo me, da come parlavo, il più pulito dell’ambiente letterario aveva la rogna, e confermo, e Wu Ming 1 mi disse abbiamo capito quello che dici hai rotto i coglioni non ci interessa. Perdonate la brevità, “ermetizzo”.
    Io sostenenevo e sostengo che per mettere in pratica tutte quelle belle frasi di D&G bisogna porsi al di fuori del mercato, è una scelta di campo.
    Chi è dentro viene fagocitato dal sistema. Di Ruscio, tirato fuori da Cortellessa, non a caso sono 57 anni che è a Oslo.
    Un esempio da seguire? Banksy.

  29. @ Vincent,
    beh, ma dal momento in cui si è tirato per la giacchetta Deleuze, mi sembra che siamo stati *rigorosamente* alle argomentazioni. Le argomentazioni c’erano anche prima, comunque: in questo thread si sono scritte cose molto serie sulla rete etc.
    Io credo che in questa ultima batteria di commenti abbiamo reso un buon servizio a Deleuze, al pensiero di questo filosofo, che proprio negli ultimi anni sta suscitando un rinnovato interesse, anche in chi percorre strade molto diverse. Penso ad Alain Badiou, che pur fondando la sua filosofia su concetti radicalmente diversi da quelli deleuziani, pensa che il corpo-a-corpo con Deleuze sia un passaggio imprescindibile, e infatti ha dedicato a G.D. molti interventi e un libro che è un caposaldo, Deleuze. Il clamore dell’essere (2004).
    Non mi sembra che Valeria abbia predicato la “supponenza”, anzi, l’ha proprio esclusa a priori come forma di intimidazione “terroristica”. Quel che ha fatto è auspicarsi che una rinnovata critica torni a svolgere funzioni in apparenza più umili (“ancillari”), in primis quella di far capire ai lettori che un libro non commerciale (nel senso retrivo di cui sopra, quindi può trattarsi anche di un libro popolare e commerciabile) sarà sempre preferibile a uno formulaico, prevedibile, pre-confezionato etc. Ha anche aggiunto che forse nel web questo sta succedendo, almeno in embrione. E infatti esistono dinamiche di comunità critiche orizzontali, di confronto e scambio, dove si tenta un’auto-educazione. Sono dinamiche contrastate, anche al loro interno, perché la rete favorisce anche tendenze degenerative, trollaggio, spam. Negli ultimi tempi Anobii sta vivendo una crisi di crescita che crea molti problemi. Però cosa dovrebbe fare un critico (inteso stavolta come figura professionale e specializzata)? Vedere solo i problemi e quindi snobbare, oppure vedere le potenzialità e quindi aiutare a risolvere i problemi? Chi l’ha detto che queste comunità siano a priori e unanimemente nemiche di critici e studiosi? Questo stesso blog è frequentato al tempo stesso da lettori “puri” e addetti ai lavori, compresi ricercatori, critici, editor etc.

  30. @vincent. mai e poi mai vorrei che qualcuno facesse qualcosa per me, meno che mai l’educazione delle masse.
    Oltretutto quel concetto di Deleuze non è un criterio di valutazione, ma un’osservazione di carattere generale.
    Come ho detto più volte, rivendico per me lettrice, e per tutti gli altri lettori, il diritto di leggere qualsiasi cosa (oltretutto il libro di Giordano mi è piaciuto, anche se non lo considero un capolavoro).
    Ma se i critici si accorano perché il lettore, ‘pilotato soltanto dal mercato’ , legge male, be’, dovrebbero fare qualcosa perché legga meglio.
    Comunque, Vincent, tra noi non mi pare ci sia possibilità di dialogo.
    E siccome non amo le schermaglie, direi che sarebbe opportuno da qui in poi ignorarci a vicenda.

  31. @ Alessandro Ansuini,
    a me Banksy piace molto, ma scusa, in che senso sarebbe fuori dal mercato? Banksy ci ha fatto i milioni (di sterline) con la sua arte. Fare le copertine per gli album dei Blur, esporre in gallerie prestigiose, produrre un film che viene presentato al Sundance e poi esce nelle sale di USA e UK, vendere le proprie opere all’asta tramite Sotheby’s (Space Girl & Bird fetching è stata venduta a 288.000 sterline, Bombing Middle England a 103.000, Ballerina With Action Man Parts a 96.000 etc. etc.), mettere all’asta falsi biglietti da 10 sterline e venderli a 24.000 (duemilaquattrocento volte il finto valore nominale)… tutto questo è “porsi fuori dal mercato” per “non essere fagocitati dal sistema”? Banksy è più dentro il mercato di tutti gli scrittori italiani messi insieme.

  32. Wu Ming 1 basta andare sul sito di banksy per leggere che non prende soldi dalle sue opere. Tutto ciò che vedi di venduto, di esposto, di reclamizzato, a suo dire non gli frutta guadagno. Le mostre che ha fatto, organizzate per lui, sono state due, e non era presente a nessuna delle due.
    Quanto di questo sia vero o falso lo sa Banksy.
    Quanto sia potente il suo messaggio, anche a livello di anonimato, è per me la cosa più importante.
    Dire che ci guadagna dei soldi senza saperlo mi pare affrettato.
    Sul film mi piacerebbe anche discutere, visto che sono stato a Berlino quando l’ha presentato, e ci sono state belle polemichei, una fra tutte il perché dell’esclusione di Blu dal suo film. Io una teoria e ce l’ho, ma purtroppo adesso sto uscendo.
    Per dire, non avrei potuto pubblicare io Banksy con la mia editrice clandistina, come ho fatto, se ci fosse del copyright sulle sue opere e, per quanto ne so io, non c’è. Non metto link perché la pubblicità è l’anima del commercio, e io col commercio quando si parla d’arte non ci voglio avere a che fare. E in fondo non voglio convincere nessuno e credo, come te, anche se ci ho messo un po’ a capirlo,possano esistere varie forme di “resistenza” per salvare quello che “amiamo”.
    Se non sono d’accordo sulla vostra posizione in Einaudi non posso non riconoscere quelle che avete fatto prima e che continuare a fare con sta cosa dello stare in mezzo alla contraddizione. Sarebbe bello se anche Cortellessa lo capisse, perché oguno può imparare qualcosa dall’atro, proprio perché si lavora su campi diversi.
    Buonaserata.

  33. Non l’ho mica ben capito perché è spuntato a un certo punto Deleuze, mentre si cominciava a riflettere sul ruolo della critica. Però va bene eh, a me Deleuze continua a garbare parecchio, anche usarlo per fare le liste davvero no… magari le tassonomie 😉

  34. Ripeto: Banksy mi piace, mi piace l’atteggiamento, mi piace l’effetto che hanno i suoi graffiti e le sue installazioni. Ma quelle opere Sotheby’s le ha vendute, e per di più a cifre stellari. E’ tutto documentato, non è un segreto per nessuno.
    Elusive artist Banksy sets record price
    http://uk.reuters.com/article/idUKL2531915420070425
    Persino l’originale della copertina di Think Tank dei Blur è stata venduta all’asta per 62.000 sterline:
    Banksy artwork sets new benchmark
    http://news.bbc.co.uk/2/hi/entertainment/6087120.stm
    Dopodiché, poco mi importa se lui dà tutti quei soldi in beneficenza (o, chissà, forse ci finanzia le FARC in Colombia) e personalmente vive con le pezze al culo. Ne dubito però fortemente, perché per fare le cose che fa (e le fa in tutto il mondo) servono fondi consistenti, grossi investimenti.
    Quel che conta è: Banksy non è assolutamente “fuori dal mercato”, è ingenuo affermare una cosa del genere. La sua attività è pienamente dentro il ciclo merce-denaro-merce, dentro l’economia capitalistica, dentro il glamour del mercato dell’arte. Ormai da qualche anno, “Banksy” è in tutto e per tutto un logo, un’industria, e intorno a quell’industria c’è un indotto: ci mangiano galleristi, case d’aste, mercanti, e ci spendono soldi miliardari che vogliono arredarsi il maniero con pezzi di contemporanea “sovversione”.
    Quindi: massimo rispetto per le sue idee e come le realizza, massimo rispetto per il suo “stile”, però onestamente non puoi prenderlo come modello di “esternità” al mercato. Perché è impossibile, c’è poco da fare: nessuno è fuori dal capitalismo. Nessuno.

  35. Nelle mani di Cortellessa il povero Deleuze diventa simpatico quanto San Tommaso. Ci vuole davvero uno sforzo intellettuale notevole per riuscire in una simile impresa di trasfigurazione del filosofo in sommo trombone. Naturalmente, si tratta di operazione oltremodo interessante da un punto di vista sintomatico. Dice moltissimo in merito alle trasformazioni in atto nel panorama culturale italiano.

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