Ho veduto più di quanto tu non sappia, Grigio Stolto.
La tua speranza non è che ignoranza.
(Denethor a Gandalf, Il signore degli anelli, J.R.R.Tolkien)
E’ capitato, ieri sera, di ritrovarmi a guardare vecchi album di fotografie, scattate negli anni Novanta e dunque non conservate in forma digitale. Guarda, mi dicevo, i figli bambini al mare, a Serravalle, con i pattini, alle feste dei compagni di classe. E guardandomi mi dicevo che certamente ero giovane, con il pacco dei quotidiani sulle ginocchia e occhiali da vista con la montatura di metallo. E guardando e ricordando mi dicevo: ho detto ero, ed è così, e il verbo al passato vien bene per tutti coloro che pensano che l’età giustifichi la diffidenza verso l’AI, di cui spesso ho parlato. Gente vecchia uguale gente che non capisce. Gente che guarda indietro, esattamente come coloro che nei secoli hanno accolto con disdegno il cinema sonoro, la fotografia, il magnetofono, internet.
Mi è arrivata fra le mani l’immagine dei figli bambini che giocavano con il game-boy, e mi sono detta che ero stufa di questa semplificazione, proprio io che sono stata fra le primissime, nel 1991, ad avere un telefono cellulare e che tre anni prima avevo il mio primo pc, un MacIntosh, e che nel 1995 smanettavo con l’Internet dei primordi, e che questa narrazione secondo la quale chi non grida al miracolo davanti all’AI è un cavernicolo è malaccorta, ingenerosa e a volte furba. Perché, banalmente, questo salto non è come gli altri. E ci mette molto più a rischio degli altri salti.
Faccio ancora una piccola considerazione: io uso Chatgpt e Gemini e Claude, con parsimonia perché esistono un paio di conseguenze che non posso ignorare (le risorse ambientali e, come vedremo, la proprietà di questi strumenti), e li uso anche io quando non ho voglia di perdere tempo con la burocrazia di alcune scartoffie, o quando voglio sottoporre una diagnosi in attesa del referto definitivo (ah: una volta su due hanno sbagliato, e al referto definitivo hanno chiesto scusa per l’errore, e probabilmente sarà pure colpa mia però così è).
Ma il punto è che mi sta benissimo usarle, con molta parsimonia, per le faccende noiose, ma non le userei mai per scrivere e per attività creative.
Precisato, ancora una volta, il punto, e sperando che finalmente entri nella capoccia di chi mi infila nella schiera dei cavernicoli, passo alle cose importanti.
Su Giap! Roberto Laghi fa un’analisi molto interessante del punto in cui siamo, ricorda la sbronza degli ultimi vent’anni dove le novità tecnologiche si sono infittite, e dice:
“La sensazione, oggi, è che quella sbronza non sia mai passata, ma che a essa si siano affiancati, allo stesso tempo, i postumi e che, inoltre, siamo sempre al lavoro. Ci troviamo così – e il noi plurale si riferisce alla società intera – entusiasti e storditi, eccitati come bambini in un negozio di giocattoli dove tutto sembra gratis, e allo stesso tempo con il fastidioso mal di testa e il costante sfinimento dato dal sovraccarico cognitivo che deriva dall’essere connessi 24 ore su 24, dal flusso di notifiche e notizie in tempo reale, dall’imperativo alla partecipazione a cui sembra non ci possiamo sottrarre, dall’accelerazione del nostro vivere a cui il digitale ha contribuito in misura significativa.
Non solo: sembra che le cose possano andare solo così. Non è un caso che il determinismo tecnologico sia una delle idee che le aziende spingono di più per convincerci che quello che fanno segue il corso inevitabile del progresso e a noi non resta che adattarci: molto del marketing intorno alla cosiddetta «intelligenza artificiale» gira proprio intorno a questo e, noi, ci dicono, o saltiamo sul treno in corsa o saremo esclusi – da tutto, o quasi.”
Anche Laghi chiarisce, anche se sono sicurissima che non verrà capito, di non essere contrario ad “applicazioni delle tecnologie che vengono promosse e vendute sotto il termine di «intelligenza artificiale» che hanno un’utilità concreta, come i sistemi usati in ambito medico, per esempio, che sono addestrati in modo preciso e puntuale per essere di aiuto ai professionisti che operano negli ospedali, così come strumenti per l’analisi di grandi quantità di dati”, ma è evidentemente contrario all’idea di sostituire un essere umano nelle attività, come la scrittura e quel che si muove in ambito culturale, perché non sono che il tentativo di tagliare ulteriormente i costi generati da queste attività.
Leggetelo tutto, perché parla apertamente di tecnofascismo, ma anche delle alternative.
E a proposito di tecnofascismo. In questi giorni si è discusso molto del manifesto in 22 punti pubblicato dalla Palantir di Peter Thiel. Sono punti prevedibili, per chi ha seguito un po’ l’ascesa del Signor Anticristo e della sua azienda: le Big Tech devono partecipare alla difesa nazionale, il servizio militare deve tornare obbligatorio, le culture non sono uguali, e quindi inclusività e pluralismo sono scatole vuote di cui liberarsi, il software militare è il futuro. Eccetera.
Non ve lo linko perché non voglio contribuire ad aumentare i milioni di visualizzazioni, ma lo trovate un po’ ovunque. E’ interessante quanto Thiel batta sulla “tirannia delle app” chiedendo di pensare in grande, e ribadendo che chi produce tecnologia ha il potere, e che l’intelligenza artificiale è quel potere. E invita ad avere fede in chi lo produce. Per i distratti, la bio di Palantir su X è Software that dominates. E il punto 12 del manifesto dice:
“Un’era di deterrenza, l’era atomica, sta finendo, e una nuova era di deterrenza costruita sull’AI sta per iniziare”.
Ora, fatte salve le scelte personali di ognuno, su cui non si può sindacare, non si può neanche ignorare quello che sta accadendo. Ovvero, che non stiamo parlando di una mutazione come quelle precedenti, e davvero, lo ripeto, piantatela di tirare in ballo la fotografia, il cinema e la ruota: è qualcosa di completamente diverso, molto più insidioso e concentrato nelle mani di pochissimi, e quei pochissimi magari non saranno il diavolo, come ha scritto Yanis Varoufakis, ma non sono, neanche un po’, benefattori dell’umanità.
Poi, per carità, se volete intraprendere attività creative (ripeto, creative) con l’AI, auguri e accomodatevi. Ma senza ignorare tutto il resto.
Gandalf: Un Palantir è un attrezzo pericoloso, Saruman.
Saruman: Perché? Perché dovremmo noi temere di usarlo?