Partiamo dalla fine: ho letto Arkansas di Chiara Tagliaferri, e fatelo anche voi, qualunque sia la vostra opinione sulla gestazione per altri e qualunque visione del mondo voi coltiviate. E’ un romanzo, sì, ma è un romanzo politico e non semplicemente un memoir su come Lula è arrivata dai suoi genitori, Chiara e Nicola: e a mio parere non ha proprio nulla a che fare con tutte le accuse, i giudizi, gli insulti e i disdegni, anche di parte dei femminismi. Perché ha un romanzo che si riassume in una parola semplicissima, e la parola è amore.
Com’è Arkansas? E’ un romanzo scritto in modo impietoso verso se stessa, dove ogni parola, ogni pensiero, sono fatti per non concedere attenuanti ai desideri, le paure, i ripensamenti. Come in Strega comanda colore, questa è la storia di una donna che è cresciuta desiderando, appunto, e cercando bellezza, e che non ha mai avuto paura di raccontarlo, sapendo benissimo che la bellezza è fatta di ombre, e il dono e forse il compito di chi scrive è di riconoscere quelle ombre e quegli abissi e di restituirli con sincerità.
E’, come dicevo, un romanzo politico, perché fa comprendere fino in fondo come funziona la GPA e come è regolamentata in altri paesi e quanto sia ossessivo e ingiusto e insomma privo di pietà e comprensione limitarsi a dire “ok, reato universale”. Ma non è un romanzo ideologico: è una storia, con tutte le emozioni e le passioni che le storie portano con sé.
Se potessi chiedere un favore, direi solo: prima di parlare, leggetelo. E dal momento che non succederà, aggiungo solo una nota personale. Ci sono molti dinosauri in questo libro: all’inizio sono un piccolo acquisto che Chiara fa da un gruppetto di bambini che vendono giocattoli, i dinosauri sono tre, uno rosa, uno giallo screziato e uno verde. Il terzo potrebbe essere il figlio o la figlia della coppia Chiara-Nicola, ma a un certo punto sparisce, sottratto da una bambina in visita. E poi ci sono i dinosauri raccontati dalle persone vicine, quando Lula è nata: un brachiosauro in fibra di vetro intravisto in aeroporto e un brontosauro bambino, Piedino della Valle incantata.
Sono sempre stata convinta che i dinosauri e i bambini si capiscano subito: i miei figli li amavano e li amano moltissimo ancora oggi, e a gennaio, quando sono andata a Londra con Carlotta, l’ho seguita al Museo di Scienze Naturali entusiasmandomi a ogni rettile (finto) e persino a ogni scheletro (vero) in cui ci imbattevamo.
I bei libri fanno scintillare l’amore che provi con l’amore che raccontano. Non dovrebbe servire altro.
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Ci tengo a dire una cosa, e riguarda la presentazione di Morgana-Il corpo della madre di ieri sera a Spazio Sette, con Chiara Tagliaferri, Alessandro Giammei, MP5, Valeria Solarino e tante, e tanti che erano presenti. Michela Murgia, non sembri retorico dirlo, su tutte, perché era presente davvero, con le sue parole e la sua voce e con qualcosa che non è solo ricordo, ma permanenza, non è solo nostalgia, ma riconoscimento e cammino comune.
Questo è quello che volevo dire, infatti: in un mondo spesso soffocante e a volte persino velenoso come quello della letteratura, può nascere e fiorire qualcosa che, banalmente, si chiama amore, ed è fatto di stima reciproca, di obiettivi comuni, di risate e di pianti, e di tutto ciò che si fa quando ci si vuole bene. Si dice così poco, quanto è importante volersi bene. Eppure, è quel che abbiamo.
Oggi pomeriggio alle 18.30 torno a Spazio Sette a Roma per un appuntamento gioioso: presentare Morgana-Il corpo della madre di Michela Murgia e Chiara Tagliaferri. Sarò insieme ad Alessandro Giammei e Valeria Solarino. Ci sarà molto, molto amore.
Approfitto per una nota. In questo ciclo di Morgana c’è anche un capitolo, ed episodio, dedicato a Elena Ferrante, come è giusto che sia. E per una di quelle straordinarie coincidenze (che poi tali non sono), esattamente un 3 settembre di otto anni fa esplodeva il “caso” Elena Ferrante. Ricordate? Fu il momento in cui si apprendeva quale sarebbe la vera identità (e già sulle parole “vera” e “identità” molto ci sarebbe da discutere) di Elena Ferrante. Avvenne con quello che si suol definire “scoop” da parte di Claudio Gatti per il Sole24Ore e altre testate.
L’inchiesta venne condotta con gelido professionismo, come se portare alla luce l’identità di una scrittrice che ha più volte chiesto di non essere svelata, ma di voler continuare a celarsi dietro l’anonimato fosse equiparabile a sbugiardare l’evasione fiscale di Trump.
L’anonimato è una scelta di libertà, il desiderio di non essere giudicata se non per quello che si scrive e non per la visibilità, l’età, il corpo, la postura, le parentele.
I lettori di Elena Ferrante lo sanno. E in otto anni hanno continuato a saperlo: leggete Morgana-Il corpo della madre per capirlo. E, certo, non solo per questo.