ARKANSAS O DELLA VALLE INCANTATA

Partiamo dalla fine: ho letto Arkansas di Chiara Tagliaferri, e fatelo anche voi, qualunque sia la vostra opinione sulla gestazione per altri e qualunque visione del mondo voi coltiviate. E’ un romanzo, sì, ma è un romanzo politico e non semplicemente un memoir su come Lula è arrivata dai suoi genitori, Chiara e Nicola: e a mio parere non ha proprio nulla a che fare con tutte le accuse, i giudizi, gli insulti e i disdegni, anche di parte dei femminismi. Perché ha un romanzo che si riassume in una parola semplicissima, e la parola è amore.
Partiamo dal prima: ho conosciuto Lula prima di conoscerla in carne e ossa e prima, in effetti, che nascesse. Eravamo al teatro Quirino, in una lettura collettiva di “Dare la vita” di Michela Murgia, e Chiara mi disse che c’era qualcosa di meraviglioso in arrivo. Vita. Più tardi l’avrei vista in fotografia, ma era già l’inizio dell’autunno, e qualche mese dopo l’avrei vista di persona, che traballava sulle gambe nei primi passi, ed era allegrissima e felice.
Specifico il prima perché sono una delle persone che conosceva la storia, e che stava aspettando, con speranza e anche paura, questo libro. La speranza è molto semplice quanto fievole: che chi giudica, prima di tornare a farlo, legga e comprenda, che chi sale su piedistalli e si avvinghia a quelle due orrende parole, “reato universale”, comprenda davvero cosa significhi la scelta della gestazione per altri, e che tutte le persone che parlano di sfruttamento delle donne conoscano la storia di Daisy, che è colei che ha portato in grembo Lula. La paura era ovviamente fondata: spero che Chiara non legga mai i commenti che vengono lasciati sui social, in compenso li ho letti io, ho scoprendo che anche persone che conosco e consideravo belle hanno tirato fuori il fiotto più velenoso dalla propria anima. Non era diretto a me, ma mi ha fatto male lo stesso.
Com’è Arkansas? E’ un romanzo scritto in modo impietoso verso se stessa, dove ogni parola, ogni pensiero, sono fatti per non concedere attenuanti ai desideri, le paure, i ripensamenti. Come in Strega comanda colore, questa è la storia di una donna che è cresciuta desiderando, appunto, e cercando bellezza, e che non ha mai avuto paura di raccontarlo, sapendo benissimo che la bellezza è fatta di ombre, e il dono e forse il compito di chi scrive è di riconoscere quelle ombre e quegli abissi e di restituirli con sincerità.
E’, come dicevo, un romanzo politico, perché fa comprendere fino in fondo come funziona la GPA e come è regolamentata in altri paesi e quanto sia  ossessivo e ingiusto e insomma privo di pietà e comprensione limitarsi a dire “ok, reato universale”. Ma non è un romanzo ideologico: è una storia, con tutte le emozioni e le passioni che le storie portano con sé, e racconta anche cosa significhi sottoporsi alla fecondazione assistita (dopo una menopausa precoce che aveva precluso ogni altra possibilità) e fallire, e soffrirne nel corpo e nell’anima.
E’ un romanzo scritto da una madre per sua figlia. Nella bella intervista rilasciata a Simonetta Sciandivasci sulla Stampa, Chiara Tagliaferri dice:

“Ho fatto i conti con tutto quello che Lula criticherà di me e delle mie scelte in generale, come è capitato a me da figlia, ma anziché vaticinare le reazioni possibili di Lula, preferisco prepararmi a spiegarle le mie ragioni. E sono queste: viviamo in un tempo che discrimina i bambini anche per come nascono, e allora una storia come la sua va raccontata per dimostrare l’infondatezza e la crudeltà di quella discriminazione. Quando le dirò che 8 mesi dopo la sua nascita, questo Paese ha stabilito che lei è figlia di un reato universale, come lo sono il genocidio e i crimini di guerra, capirà. Mesi fa ho ascoltato una donna nata nel 1994 da una madre single che aveva potuto beneficiare della procreazione assistita, oggi preclusa alle single dalla legge 40: raccontava la sua storia per dimostrare l’importanza di abrogare quella legge”.

Se potessi chiedere un favore, direi solo: prima di parlare, leggetelo. E dal momento che non succederà, aggiungo solo una nota personale. Ci sono molti dinosauri in questo libro: all’inizio sono un piccolo acquisto che Chiara fa da un gruppetto di bambini che vendono giocattoli, i dinosauri sono tre, uno rosa, uno giallo screziato e uno verde. Il terzo potrebbe essere il figlio o la figlia della coppia Chiara-Nicola, ma a un certo punto sparisce, sottratto da una bambina in visita. E poi ci sono i dinosauri raccontati dalle persone vicine, quando Lula è nata: un brachiosauro in fibra di vetro intravisto in aeroporto e un brontosauro bambino, Piedino della Valle incantata.
Sono sempre stata convinta che  i dinosauri e i bambini si capiscano subito: i miei figli li amavano e li amano moltissimo ancora oggi, e a gennaio, quando sono andata a Londra con Carlotta, l’ho seguita al Museo di Scienze Naturali entusiasmandomi a ogni rettile (finto) e persino a ogni scheletro (vero) in cui ci imbattevamo.
I bei libri fanno scintillare l’amore che provi con l’amore che raccontano. Non dovrebbe servire altro.

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