Ricominciano le partenze: domani pomeriggio sarò a Reggio Emilia per chiacchierare con Giulia Paganelli, ed è una gioia. Venerdì a Torino, per cose di scrittura, sabato a Moncalieri per Rivelazioni, grazie a Nicola Lagioia, e in ottima compagnia.
Dunque il blog sarà aggiornato lunedì. Nel frattempo, una mia lettura dei racconti di Edith Wharton fatta per La Stampa, un po’ di tempo fa ma sempre valida.
“Come sarà per Shirley Jackson, Edith Wharton amava le case. al punto di dedicare loro il suo primo libro, scritto con l’architetto Ogden Codman Jr, che si intitolava La decorazione della casa. Quella di Wharton era a Lenox, Massachusetts, e venne decorata dall’autrice stessa, giardino incluso, dopo la fine del suo infelice matrimonio. Le case sono vive, e non solo la Hill House di Jackson sogna e aspetta (“Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta”), ma anche la villa di Dopo: “Ma la casa sapeva. La biblioteca dove trascorreva le sue lunghe serate solitarie sapeva […] e c’erano momenti in cui la coscienza delle vecchie pareti polverose pareva sul punto di dischiudersi per rivelare a voce alta il suo segreto”.
Naturalmente Wharton è moltissimo altro: anzi, è la scrittrice imprendibile, non incasellabile, che gioca con le questioni letterarie e si rappresenta segretamente nella Donna selvaggia, la creatura vitale che l’Eremita (in realtà Henry James, che la chiamava Scribbling Princess, Principessa Scribacchina) non potrà mai capire fino in fondo, perché è piena di vita e di curiosità, e per questo può infischiarsene persino dei canoni letterari, come fecero altre donne, Virginia Woolf (che non la amava), e Djuna Barnes. Selvagge anche loro, in modo diverso.”