Nel 1950 La pelle di Curzio Malaparte viene inserito nell’Indice dei libri proibiti del Santo Uffizio, per immoralità. Nello stesso anno, il consiglio comunale di Napoli aveva votato il bando morale dello scrittore dalla città (la riabilitazione arriverà soltanto il 4 giugno 1998). E’ un romanzo terribile e meraviglioso: diversi anni fa, Nicola Lagioia ne scrisse ricordando che “l’eredità più sconcertante che Malaparte scaraventa oggi ai nostri piedi non appartiene alla letteratura; riguarda piuttosto le somiglianze tra il mondo infero evocato da La pelle e l’aereo mercimonio da cui oggi sembra minacciata la vita civile e istituzionale dell’Italia”. In sostanza, Malaparte dice una cosa semplicissima quanto negata: quando gli esseri umani lottano per sopravvivere, sono capaci “di tutte le infamie, di tutti i delitti, per vivere.”.
C’è una scena difficilmente dimenticabile, nel romanzo: è quella del pranzo del Generale Cork, la cui moglie pretende che si cucini pesce per i suoi ospiti: così, dall’acquario di Napoli viene catturata una sirena, servita poi sull’insalata.
La relazione fra La pelle e la destra di cultura e di governo è più profonda di quanto sembri, e riguarda quell’essere disposti a tutto non solo in tempi di guerra, ma in tempi di cambio ai vertici E’ ben noto il mantra sul fatto che bisogna farla finita con la famigerata egemonia culturale della sinistra proponendo una visione alternativa. E, no, questa volta il caso Venezi è una nota a margine.
Quanto all’attuale ministro della cultura, Giuli, ha subito voluto presentarsi come il citazionista che viene da un’altra galassia rispetto a Sangiuliano: anche lui è però caduto nel trappolone evocando la famigerata egemonia culturale della sinistra in termini di potere e poltrone. E’ il discorso sbagliato, perché potere e poltrone, per quanto riguarda la cultura, sono semmai obiettivo trasversale e intramontabile dall’era Craxi in poi. Il discorso da fare, e che, se non Giuli, la sinistra stessa dovrebbe intraprendere prima o poi, è come rivitalizzarla, la benedetta cultura, come non farne il tableau vivant della Terrazza di Ettore Scola, come radicarla nei territori, come sottrarla alla tentazione di farsi brand. Roba seria, insomma.