Cosa mi aspetto, io che leggo, da chi scrive? In questo momento, non certo un piagnisteo sulla sorte dei libri: intendiamoci, che ci sia moltissimo da discutere sullo stato delle cose nel mondo editoriale è noto, scritto, riscritto più volte e sicuramente occorrerà scriverne ancora. Ma intervenire sul sistema editoriale è una questione (che, oltretutto, coinvolge molti aspetti della vita sociale e lavorativa di chi fa parte della filiera ma anche di chi acquista i libri), lamentarsi perché la critica sottovaluta gli autori popolari è un’altra faccenda. E, secondo me, al momento è una delle ultime cose di cui abbiamo bisogno.
Stamattina, fra un colpo di tosse, uno starnuto e il diluvio universale che dall’alba si è abbattuto su Roma, leggevo (non in onda, per conto mio)  l’intervento di Manuel Vilas su Repubblica: ho molto amato il suo In tutto c’è stata bellezza, uscito qualche anno fa. Non ho amato affatto questo articolo, che prende spunto dall’assegnazione del premio Nadal a David Uclés, scrittore andaluso vendutissimo e amatissimo (per La penisola delle case vuote), il che ha suscitato in patria una discussione sul fatto che chi vende non può essere un autore letterario. Vilas conclude l’articolo invitando a comprare libri.

“Tutti i libri sono importanti. Quelli che vendono cento copie, quelli che ne vendono centomila, quelli che ne vendono dieci e quelli che ne vendono dieci milioni. Leggiamo tutti quanto più è possibile. Ora, naturalmente, nel capitalismo la cosa migliore che puoi fare per un libro è comprarlo. E poi, magari, leggerlo. Ma prima di tutto comprarlo. Ed evitiamo atteggiamenti ipocriti o scioccamente romantici: gli scrittori hanno bisogno di mangiare tre volte al giorno. Non facciamoli morire di fame, perché anche loro sudano davanti allo schermo dei loro computer. Amiamo i libri con passione e celebriamo sempre il trionfo della letteratura sull’ignoranza e la storia”.

Ed è qui che mi sono arrabbiata: va bene, non facciamo morire di fame gli scrittori, ma è questo di cui dovremmo parlare oggi? In un mondo dove in moltissimi casi mangiare tre volte al giorno è un’utopia, un mondo che sta andando molto rapidamente verso i totalitarismi, palesi o striscianti? Non dovremmo forse interrogarci su cosa la letteratura, venduta o non venduta, potrebbe e dovrebbe fare e dire e raccontare? Sapendo che è ininfluente ma che è quanto meno risonanza e racconto di quel che avviene? Perché, messa così, vien voglia di lasciarli là, gli scrittori che piangono, nella famosa torre tutta d’avorio dove il genio studia le sue carte, come cantava Gaber nel “Dente della conoscenza” (ma era l’inizio degli anni Settanta, era un altro tempo, e mai avrei creduto che le torri d’avorio avrebbero resistito così a lungo, mai).