Siamo al Teatro La Fenice. E’ il 27 maggio 1866, vigilia della terza guerra d’Indipendenza: il tenore (un grandissimo Gino Penno) canta la famosa cabaletta di Manrico nel Trovatore di Verdi. Sul do di petto finale, piovono volantini antiaustriaci sulla platea. Il resto è raccontato nel film Senso di Luchino Visconti, girato nel 1954 e dotato, come si intuisce, di notevole preveggenza.
Siamo al Teatro La Fenice. E’ il 27 settembre 2025, anno di guerre: al termine della sinfonia n. 6 “Tragica” di Gustav Mahler piovono volantini sulla platea. C’è scritto: “La musica non ha colore, non ha genere, non ha età: la musica è arte, non intrattenimento”.
Così scrivevo qualche mese fa su L’Espresso, nel pieno di una vicenda lunga e amara che si è conclusa ieri, dopo mesi di battaglie degli e delle orchestrali e del coro della Fenice che si sono opposti al sovrintendente Colabianchi che ha nominato come direttrice musicale stabile Beatrice Venezi: come è noto, la questione si è chiusa con un azzeramento delle collaborazioni con Venezi, complice un’intervista assai opportunamente rilasciata dalla direttrice al giornale argentino La Nación,: “Io non ho padrini questa è la differenza. Non provengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra dove le posizioni si tramandano praticamente di padre in figlio”. Colabianchi ha colto la palla al balzo e il ministro Giuli ha approvato.
E però.
Chi ha una buona memoria sa che in questi mesi del caso Venezi si sono occupati commentatori di ogni provenienza, e tutte le grandi istituzioni musicali italiane hanno espresso solidarietà all’orchestra, perché non si può dirigere “contro”, ma si dirige “con”: a meno di non essere nell’amarissimo Prova d’orchestra di Federico Fellini, ma quella è un’altra metafora.
Tutto a posto, dicono tutti. Ma no, non è tutto a posto. Il caso Venezi è indicativo dei tempi che viviamo, anche nel mondo culturale e a prescindere dall’esito finale della vicenda. Che la nomina sia stata politica è abbastanza evidente. Che la protesta degli orchestrali riguardi il curriculum della direttrice, anche. E suo malgrado lo conferma quanto ha dichiarato un altro esponente di Fratelli d’Italia, Federico Mollicone, presidente della commissione cultura della Camera, quando sostiene che l’intenzione della destra è superare il concetto di egemonia e arrivare “a una sintesi tra diverse culture”. Se intenda sintesi alla maniera di Hegel o di Marx non è dato sapere: ma, ancora una volta, la questione non è l’estenuante tiritera sull’egemonia, ma quella parolina che piace tanto alle destre tranne quando devono metterla in atto. Merito.
Tutto questo è già noto, ma dà anche l’occasione per riflettere sull’accusa di misoginia che spetta a tutti coloro che contestano una donna, si tratti di una premier, dell’erede di una famiglia di imprenditori-politici, di una direttrice d’orchestra o di museo. Ecco, trincerarsi dietro il femminismo quando fa comodo per sostenere di essere attaccate in quanto donne è l’ultima cosa che si può definire femminista: perché è vero che le donne sono ancora viste come meno autorevoli, ma è altrettanto vero che esistono donne che vanno criticate con tutte le proprie forze, per le idee e per le azioni.
Quindi, bene, bravi: ma di tutti gli altri (e altre) che si fa? Di tutti coloro che esercitano poteri che non sono in grado di gestire, nel mondo culturale, e che sono stati nominati non per “merito” ma per vicinanza politica? Che si fa di Renata Cristina Mazzantini, direttrice della Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea? Mercoledì prossimo, 29 aprile, ci sarà un presidio davanti al museo statale dalle 13 alle 15 per protestare contro la gestione “impropria e privatistica” di un bene pubblico. Sono mesi che i lavoratori e le lavoratrici protestano perché la prestigiosa Galleria non solo viene usata per le feste de Il Tempo e per la presentazione di un grazioso libro dove Italo Bocchino spiega perché l’Italia è di destra, ma perché i dipendenti che non erano d’accordo sull’uso politico di un museo sono stati segnalati dalla direttrice Mazzantini (c’è una lettera a Mattarella in loro difesa, inviata da artisti e curatori, ma forse interessa anche al ministro Giuli). Non solo: quando venne dedicata una mostra a Palma Bucarelli, straordinaria direttrice della Galleria Nazionale di Arte Moderna a Roma dal 1942 al 1975, e a cui molto deve la storia dell’arte, e anche la Storia, dal momento che dal 1933 si oppose fieramente a Mussolini., la parola “antifascismo” venne fatta sparire. Si specificava, in comunicati e articoli, che Bucarelli era bella ed elegante. Ma antifascista no, figurarsi. Eppure, nel suo diario, annotò: “Mi convocarono alla Galleria Borghese […] per un incontro che Mussolini aveva fissato con tutti i soprintendenti d’Italia. Io però ero antifascista convinta; sapevo che quell’invito dal capo del governo era un privilegio, ma all’obbligo di indossare […] almeno il distintivo del fascismo, io rifiutai decisamente. Fui l’unica assente in quel convegno”. Peraltro all’inizio di quest’anno la direttrice ha fatto abbattere palme sanissime nel giardino centrale del museo, che erano un omaggio proprio a Palma Bucarelli. Il pretesto era trovar posto a delle sculture di Consagra, ma in realtà di spazio ce n’era in abbondanza.
Inoltre: a fine ottobre molti dipendenti sono stati allontanati dal posto di lavoro perché alla GNAMC si svolgeva un Forum, Incontri sul Processo di Aqaba, ideato dal Re di Giordania, e in quell’occasione non solo il museo ha dimenticato di essere tale, ma alcuni dei lavoratori (guarda caso, quelli che avevano protestato un anno fa) sono stati invitati a non presentarsi, con la scusa di un corso di formazione.
Infine, come è scritto nel comunicato:
“La direttrice ha, inoltre, previsto da tempo la chiusura di importanti servizi culturali interni alla Galleria come la Biblioteca specializzata e l’archivio destinati ad essere riaperti solo tra qualche anno nel progetto di riqualificazione del cosiddetto ‘ampliamento Cosenza’. Ma nel frattempo i servizi per studiosi e ricercatori sono sospesi.
Le condizioni di lavoro nella Galleria Nazionale sono inadeguate sotto vari punti di vista, la gran parte del personale lamenta sofferenza psicologica e molti pensano di inoltrare una richiesta di mobilità”.
Va benissimo la chiusura del caso Venezi: ma chissà cosa pensa il ministro Giuli del caso Mazzantini, che certamente fa meno notizia, ma non è meno grave.