Giustamente, il bravo Gianluca Mercuri apre la newsletter del Corriere della Sera con una constatazione amarissima:
“In un Paese medio – un Paese che pur in un momento di crisi fluttua con contegno tra gli accadimenti e si interroga in modo serio sulle cose serie – questo allarme degli industriali (la crisi energetica più spaventevole della storia, ndl) sarebbe la notizia del giorno.
Invece siamo il Paese di Nicole Minetti”.
Già, e aggiungo che siamo ancora il Paese di Berlusconi. Qualche settimana fa sua figlia Marina ha smentito seccamente le ipotesi sulla sua discesa in politica accusando il giornalista che l’aveva ventilata di misoginia e rivolgendosi in tono sprezzante al Fatto Quotidiano (lo stesso alle cui inchieste si deve il probabile stop della grazia a Minetti) come quotidiano malato di ossessione antiberlusconiana.
Il punto è che auspicabilmente la maggior parte delle cittadine e dei cittadini di questo paese è stanca di Berlusconi, della sua famiglia, delle sue protette e dei suoi araldi, di cui non riesce, dopo decenni, a liberarsi: per paradosso, i vecchi partiti novecenteschi sono crollati prima di questo devastante avvelenamento collettivo. E il paradosso è che non discutiamo abbastanza di quanto siamo cambiati nei lunghi anni in cui Berlusconi fu presidente del Consiglio e in cui comunque ha avuto un ruolo chiave nella politica italiana, ma anche nel nostro immaginario. E questo è il suo maggior successo.
Mi è capitato a poche ore dal voto referendario di sbirciare almeno alcuni dei profili che si precipitavano sulla mia bacheca Facebook a ringhiare contro i fautori del NO: molte donne mature che si scattavano selfie davanti alla sede di Mediaset, molti uomini decisamente anziani che nei riguardi delle donne usavano parole molto simili a quello che Javer Marias chiamò, a proposito del berlusconismo, “linguaggio da caverna trasferito alla politica come forma superiore di demagogia”. Se qualcuno avesse dimenticato, la narrazione di Berlusconi sulle donne è quella che oggi prevale. Qui le belle tuse, di là il settore menopausa. O anche, qui la libertà sessuale, l’allegria, la felicità, di là le bigotte, le noiose, le moraliste. Le femministe.
Se abbiamo pensato di esserne immuni, o di aver superato quella fase, abbiamo commesso un errore mortale. Chi è nato all’epoca del primo governo Berlusconi ha oggi superato i trent’anni ed è vissuto immerso in quella palude: certo che se ne può uscire, ma se ne esce solo ricordando, analizzando, chiedendoci cosa possiamo fare.
Che oggi si debba ancora parlare di Nicole Minetti è, ha ragionissima Mercuri, quanto meno sconcertante, e dimostra che molti di quei semi che sono stati piantati a partire dagli anni Ottanta, sono germogliati, e parecchi veleni soffiano ancora sul presente e sul futuro.
Chiacchierando un tempo con Andrea Camilleri disse che il problema non era il Cavaliere, ma il cavallo. Ovvero noi, che gli abbiamo permesso di salirci in groppa e ci siamo abituati al peso. Non so se la frase fosse sua, ma è vera. E io sogno ancora la dérobade del destriero, che si imbizzarrisce, disarciona il cavaliere e finalmente si libera.