Giustamente, il bravo Gianluca Mercuri apre la newsletter del Corriere della Sera con una constatazione amarissima:
“In un Paese medio – un Paese che pur in un momento di crisi fluttua con contegno tra gli accadimenti e si interroga in modo serio sulle cose serie – questo allarme degli industriali (la crisi energetica più spaventevole della storia, ndl) sarebbe la notizia del giorno.
Invece siamo il Paese di Nicole Minetti”.
Già, e aggiungo che siamo ancora il Paese di Berlusconi. Qualche settimana fa sua figlia Marina ha smentito seccamente le ipotesi sulla sua discesa in politica accusando il giornalista che l’aveva ventilata di misoginia e rivolgendosi in tono sprezzante al Fatto Quotidiano (lo stesso alle cui inchieste si deve il probabile stop della grazia a Minetti) come quotidiano malato di ossessione antiberlusconiana.
Il punto è che auspicabilmente la maggior parte delle cittadine e dei cittadini di questo paese è stanca di Berlusconi, della sua famiglia, delle sue protette e dei suoi araldi, di cui non riesce, dopo decenni, a liberarsi: per paradosso, i vecchi partiti novecenteschi sono crollati prima di questo devastante avvelenamento collettivo. E il paradosso è che non discutiamo abbastanza di quanto siamo cambiati nei lunghi anni in cui Berlusconi fu presidente del Consiglio e in cui comunque ha avuto un ruolo chiave nella politica italiana, ma anche nel nostro immaginario. E questo è il suo maggior successo.