Sono tornata e riapro il blog alla discussione sulla fantascienza. Oggi ospito l’intervento di Valentina Fulginiti, dottoressa di ricerca in italiano e Full Teaching professor of Italian presso la Cornell University (Ithaca, NY). Alla fantascienza si dedica da anni in sede critica, e ha pubblicato diversi interventi in libri e riviste,  tra cui la prestigiosa Science Fiction Studies. Quello che leggerete è un piccolo saggio  su un sottotema specifico della fiction speculativa e distopica, mi scrive, ovvero a la galassia di testi che si occupano – in chiave quasi bio-politica – dei limiti dell’umano, dell’invecchiamento e delle tecnologie assistive. “Penso a romanzi come Gli scaduti di Ravera o The Unit di Ninni Holmqvist, ma anche alle riflessioni (per certi versi opposte e speculari) sulla vecchiaia di Atwood (nel racconto “Torch the Dusties”) e di Ursula K Le Guin. Credo che sia un altro esempio di come la SF ha saputo innovare il nostro sguardo, non per forza prevedendo specifici gadget o fenomeni di massa, ma interpretando paure e tensione del presente, e invitandoci a una riflessione sui limiti dell’umano”.
Tutto vostro, e scusate l’assenza.
“Quando Umberto Eco usa la fantascienza come un travestimento letterario, lo fa per scardinare, smascherandoli, i meccanismi della comunicazione di massa, mentre Ennio Flaiano, in quello stupendo pamphlet che è Un marziano a Roma, si serve del disco volante come di una reductio ad absurdum per tracciare un’immagine, ahimé, ancora attuale del dibattito culturale italiano; per non parlare di Luce d’Eramo, pubblicamente umiliata per la svolta fantascientifica del suo Partiranno, che ha sempre abbracciato il suo essere “aliena” come una dichiarazione di poetica trasversale a tutti i generi. Credo dunque che continueremo ancora a lungo a raccogliere l’invito della fantascienza a pensare la fine in tutte le sue declinazioni, seguendo le suggestioni di questo meraviglioso ordigno cognitivo.”