VIVA LA FANTASCIENZA: VALENTINA FULGINITI E IL FUTURO INVECCHIATO MALE

Sono tornata e riapro il blog alla discussione sulla fantascienza. Oggi ospito l’intervento di Valentina Fulginiti, dottoressa di ricerca in italiano e Full Teaching professor of Italian presso la Cornell University (Ithaca, NY). Alla fantascienza si dedica da anni in sede critica, e ha pubblicato diversi interventi in libri e riviste,  tra cui la prestigiosa Science Fiction Studies. Quello che leggerete è un piccolo saggio  su un sottotema specifico della fiction speculativa e distopica, mi scrive, ovvero a la galassia di testi che si occupano – in chiave quasi bio-politica – dei limiti dell’umano, dell’invecchiamento e delle tecnologie assistive. “Penso a romanzi come Gli scaduti di Ravera o The Unit di Ninni Holmqvist, ma anche alle riflessioni (per certi versi opposte e speculari) sulla vecchiaia di Atwood (nel racconto “Torch the Dusties”) e di Ursula K Le Guin. Credo che sia un altro esempio di come la SF ha saputo innovare il nostro sguardo, non per forza prevedendo specifici gadget o fenomeni di massa, ma interpretando paure e tensione del presente, e invitandoci a una riflessione sui limiti dell’umano”.
Tutto vostro, e scusate l’assenza.

 

Un futuro invecchiato male: la fantascienza come pensiero della fine

 

Nei capitoli finali de La macchina del tempo (1895), H. G. Wells ci regala una delle più inquietanti visioni della fine del mondo. Dopo aver raggiunto l’anno 802.701, immaginando l’evolversi dell’umanità nelle due specie contrapposte dei Morlock e degli Eloi, la narrazione slitta in avanti di trenta milioni di anni, approdando a un futuro privo di qualsiasi traccia umana, tra sparute vegetazioni lichenoidi e creature dall’aspetto vagamente artropode; il Viaggiatore del Tempo, poi, si spinge ancora in avanti, fino all’orlo della distruzione planetaria, sotto la luce feroce di un sole ridotto a gigante rossa. In questa vertiginosa visione di una terra resa aliena si può ravvisare un archetipo del futuro imperniato non su classici temi di rinascita e sopravvivenza ma, al contrario, sull’imperativo radicale di pensare la fine. Questa pagina, tratta da un classico del genere, può offrire il punto di partenza per una possibile lettura della fantascienza come un dispositivo radicale di pensiero: Wells, con le sue siderali distanze, ci invita a ripensare il tempo su una scala geologica o astronomica e, per forza di cose, non più umana.

 

Prendere l’estinzione a figurazione dominante del futuro (anziché la grottesca rinascita dell’umano incarnata da Morlock ed Eloi) equivale, almeno in parte, a raccogliere la critica che Lee Edelman ha mosso, in un importante saggio del 2004, al “futurismo riproduttivo”: una fantasia implicitamente eteronormativa basata su una versione idealizzata dell’infanzia. In un saggio del 2016 intitolato The Child To Come: Life after the Human Catastrophe, la comparatista statunitense Rebekah Sheldon ha ripreso il concetto applicandolo alla rappresentazione del futuro in un nutrito gruppo di testi appartenenti alla fiction speculativa e alla climate fiction. “Il bambino”, scrive la teorica, “ci restituisce un’immagine del futuro privata delle stesse condizioni che rendono necessaria un’azione urgente.” (p. 40, traduzione mia). Col suo scarto in avanti, la luminosa utopia del Bambino Futuro permette di aggirare le responsabilità dell’azione presente, trasformando il racconto in una fantasia consolatoria. In questo contesto, pensare la morte e il declino, rappresentandoli in maniera impietosa, può diventare un atto politico.

Oggi, quando si pensa alle mille declinazioni della fantascienza (dallo slipstream alla fiction speculativa, dalla climate fiction alla distopia), si tende spesso ad assumere come punto di partenza proprio questa figurazione del futuro, centrata attorno a un’infanzia mitizzata. Che siano simboli di speranza o ribellione, eredi dichiarati di un mondo ridotto a macerie o costruttori di future utopie, bambini e ragazzi orientano il racconto a una temporalità postuma e, per definizione, a un orizzonte di sopravvivenza e rigenerazione. Ciò si traduce nella sterminata produzione distopica rivolta a un pubblico young adult e nel successo di franchise globali come le serie Divergent e Hunger Games. Di bambini e ragazzi (non per forza tutti innocenti, ma quasi sempre coinvolti in una lotta serrata tra bene e male) pullula anche la recente produzione distopica italiana: basta pensare a romanzi come Anna di Nicolò Ammaniti, Quando verrai di Laura Pugno, L’uomo verticale di Davide Longo, Bambini Bonsai di Paolo Zanotti. E chissà che questo nesso non sia tra i tanti motivi del sospetto con cui la cultura ‘alta’ guarda alle forme del racconto fantascientifico; visto, appunto, come un ballardiano “gioco da ragazzi”, un divertimento commerciale lontano dall’autentica letteratura.

Esiste tuttavia anche un filone di natura opposta: una fantascienza geriatrica (una geriatric fiction, forse?), che tematizza la vecchiaia facendone il centro della propria innovazione potenziale—quella deviazione dal reale che Darko Suvin chiama «novum» e che costituisce, appunto, il nucleo speculativo del genere. Mi riferisco a quei testi (e sono una nutrita minoranza) in cui l’anziano appaia come protagonista, non limitato a una ridotta casistica di cliché: il decrepito dittatore, funzionale alla ribellione del teenager predestinato; il bavoso e grottesco corpo della strega, minuziosamente descritto in modo da ispirare ribrezzo; il saggio vegliardo votato all’auto-sacrificio che peraltro, nella sua versione femminile, diventa quasi sempre un’aiutante bonaria e rimbambita in stile Fata Smemorina. Testi come “Bruciamo i vecchi” [“Torch the dusties”] (racconto di Margaret Atwood incluso nella raccolta L’altro inizio) e L’Unità di Ninni Holmqvist, o – per citare due interessantissimi romanzi italiani – Gli scaduti di Lidia Ravera e Time Deal di Leonardo Patrignani non si limitano a mettere in scena personaggi anziani: propongono un paradigma alternativo che interroga apertamente la decadenza del corpo (l’inevitabile futuro biologico che attende ciascuno di noi) invece di sublimarla in una rivalsa immaginaria.

Di che cosa parla la fantascienza geriatrica?

Alcuni memorabili grandi vecchi si possono trovare già tra i classici della cosiddetta “hard SF” (quella caratterizzata da temi di esplorazione spaziale e tecnologia, a differenza della successiva “soft SF” di impianto più speculativo e sociologico); I figli di Matusalemme (1958) di Robert A. Heinlein ne è un chiaro esempio. Tuttavia, le prime vere e proprie ondate di fantascienza geriatrica si concentrano intorno a due temi principali: da un lato, l’ansia per la sovrappopolazione e il consumo delle risorse, che si sviluppa soprattutto a partire dagli anni ‘60 e ‘70; dall’altro lato, l’estensione tecnologica della vita, che si afferma a partire dal cyberpunk e continua ancora oggi nelle finzioni del transumanesimo.

L’eliminazione della vecchiaia inscenata in La fuga di Logan (parlo del romanzo del 1967, non dell’adattamento cinematografico del 1976) ricorda la riduzione del corpo a materia prima vista in classici del genere come The wanting seed (1962) di Anthony Burgess o Make room, make room! (1966), la distopia satirica di Harry Harrison da cui è tratto Soylent Green (film che non avrà azzeccato nessuna delle sue predizioni ma che ha comunque saputo creare una metafora violentissima del ciclo prodotto-merce-rifiuto). Si tratta di vere e proprie demodistopie (felice port-manteau coniato dal sociologo brasiliano Andreu Domingu nel 2008) che riflettono le ansie demografiche di un Occidente opulento, scardinano l’illusione di una crescita illimitata e denunciano il rischio dell’ecocidio.

In romanzi come La matrice spezzata (1985) di Bruce Sterling, Altered Carbon (2002) di Richard Morgan, Morire per vivere (2005) di Johnatan Scalzi e La possibilità di un’isola di Michel Houellebecq (2005) la vecchiaia viene invece eliminata attraverso l’estensione di vita transumana, in una negazione della mortalità. La giovinezza diventa un travestimento prezzolato, accessibile solo a un’élite di privilegiati; per tutti gli altri, il ringiovanimento artificiale è un desiderio proibito oppure una merce comprata a credito, da ripagare attraverso un umiliante stato di subalternità. Una fantasia, quest’ultima, che troppo ultraricchi del nostro presente tardo-capitalista vorrebbero trasformare in realtà, e che quindi vale davvero la pena di esplorare attraverso le narrazioni di genere.

A questi due filoni ne va poi aggiunto un terzo, che interroga la vecchiaia attraverso fantasie biopolitiche. I temi dominanti, in questo gruppo di opere, sono l’imperativo alla salute, la svalutazione e lo sfruttamento impliciti nel lavoro di cura, l’aderenza obbligata a determinati canoni estetici e, quasi sempre, una radicale critica alla retorica dell’ageismo. Oltre ai già citati “Bruciamo i vecchi”, L’Unità e Gli Scaduti, penso a incubi narrativi come il Diario de la guerra del cerdo [1969] dell’argentino Adolfo Bioy Casares (ripubblicato da poco in italiano per SUR, in una nuova traduzione di Francesca Lazzarato), al recente romanzo satirico italiano Verso l’abisso fischiettando di Marco Presta e a Plum Rain (2015) di Andromeda Lax-Romano, in cui il corpo è ridotto a insieme di pezzi di ricambio e il lavoro di cura (svalutato in quanto femminile) sottoposto a una progressiva robotizzazione. Si tratta di narrazioni stimolanti e vertiginose, ricche di consonanze con i dibattiti interdisciplinari del presente (in campi che spaziano dalla geriatria alla bioetica, dall’analisi letteraria agli Science and Technology Studies) su temi quali la privacy, il rispetto per l’autonomia nelle tecnologie assistive, l’accesso alle cure e la reale qualità di vita degli anziani.

Data l’importanza di questa figurazione non stupisce, poi, che al tema della vecchiaia abbia dedicato pagine lucidissime Ursula Kroeber LeGuin (autrice che tra l’altro, nel corso della tetralogia di Earthsea, ci ha regalato una delle più belle parabole di invecchiamento di un personaggio). In un saggio del 2013 intitolato “The Diminished Thing” (disponibile in italiano nella raccolta Non c’è tempo da perdere, tradotto da Serena Daniele per NNE), LeGuin rifiuta i pietosi eufemismi insiti nel paradigma di una “buona” vecchiaia: «Un sacco di giovani, considerando la realtà della vecchiaia in modo puramente negativo, vedono l’accettazione dell’età come un problema. E, nel tentativo di rivolgersi agli anziani in uno spirito costruttivo, si spingono a negare la realtà vissuta dagli anziani» (p. 15, traduzione mia). L’autrice conclude il suo appello con il coraggio tipico di chi è, da sempre, allenato a pensare la fine: «A chi anziano non lo è ancora, chiedo solo questo: […] di non diminuire la vecchiaia in quanto tale. Lasciamo che l’età rimanga fedele sé stessa. Lasciate che quel vostro vecchio parente, quel vostro vecchio amico, siano sé stessi. La negazione non serve a nessuno e non serve a nessuno scopo» (p. 17, traduzione mia).

 

La fantascienza è un invito a pensare il futuro

Che senso ha, dunque, discutere di come una manciata di testi variamente afferenti alla galassia della fiction speculativa abbia rappresentato la vecchiaia? E che impatto può avere questo discorso su un panorama editoriale che guarda ancora con sospetto alla narrativa di genere?

Una possibile risposta riguarda il ruolo dell’immaginario collettivo nell’orientare i termini del dibattito pubblico: tema di enorme rilevanza in un Paese minacciato da una strisciante crisi demografica, in cui il rapporto tra generazioni è imbevuto di un conflitto carsico e troppo spesso una retorica intrisa di ageismo si sostituisce a categorie di analisi politica. Pensare il futuro significa anche mettere in discussione i bias impliciti delle nostre rappresentazioni. Mettendo in scena le conseguenze dell’ageismo o di un artificiale prolungamento di vita, la fiction speculativa ci insegna a riconoscere l’uso strumentale e manipolatorio della retorica distopica, dispiegato a piene mani nel dibattito pubblico.

Una seconda risposta, forse meno ovvia ma per me più interessante, proviene dalla storia stessa della fantascienza italiana. Nel 2015, Arielle Saiber e Umberto Rossi hanno curato un numero monografico di Science Fiction Studies dedicato per l’appunto alla specificità della fantascienza italiana: un monumentale e meritorio lavoro di ricognizione, per molti aspetti ancora insuperato. I due studiosi tracciano un panorama del genere che affiora le sue radici «nel pellegrinaggio oltremondano di Dante, nei viaggi spaziali di Ariosto, nelle macchine volanti di Leonardo, nello spazio infinito di Bruno, nell’utopia di Campanella, nel cambio paradigmatico di Galileo, nella tecnologia comunicativa di Marconi, nel reattore nucleare di Fermi e nella tecnofilia dei Futuristi» (p. 209, trad. mia). Una genealogia, questa, che individua la via italiana alla fantascienza proprio nel suo carattere speculativo, sospeso tra filosofia della scienza e utopia politica: un invito potentissimo a pensare il possibile.

Del resto, non occorre guardare alle demodistopie del passato recente o agli incubi senicidi del futuro prossimo per apprezzare la portata filosofica del genere. Film come L’ultimo uomo sulla terra (1964) di Ubaldo Ragona, La decima vittima (1965) di Elio Petri o I cannibali (1969) di Liliana Cavani non abbracciano i topoi del genere per ‘fare cassetta’, ma come un ingranaggio visivo e narrativo che permette di guardare al presente in prospettiva straniante, parlando di alienazione e conformismo senza mai nominarli in modo esplicito; peraltro, il fatto che certe carrellate di periferie milanesi o dei palazzoni fantascientifici dell’EUR siano ‘invecchiate male’ (esattamente come il serbatoio di nafta adorato dai 700 intellettuali brechtiani) non toglie nulla alla loro ricchezza visiva ed anzi, ne rende il taglio critico ancora più affilato.

Lo stesso vale anche per le produzioni letterarie. Attraverso un uso speculativo del fantastico capace di abbracciare tanto la fantascienza sociologica quanto la distopia politica, Dino Buzzati esprime l’ansia antimoderna degli anni Sessanta e ci ricorda la censura di un fascismo ancora recente– si pensi a quel capolavoro narrativo che è “La parola proibita”, racconto che oggi appare di un’attualità lancinante. Nelle sue Storie Naturali Primo Levi (pur nascondendosi, inizialmente, sotto lo pseudonimo di Damiano Malabaila) non si è limitato ad anticipare con preveggente acume le tecnologie immersive di VR e la nostra dipendenza dai dispositivi, ma ha fotografato il nesso tra il pensiero strumentale della tecnologia e il potenziale omicida della modernità, ricordandoci che la memoria (concreta e storica, viva e sensoriale) è ciò che rende unico l’umano. Quando Umberto Eco usa la fantascienza come un travestimento letterario, lo fa per scardinare, smascherandoli, i meccanismi della comunicazione di massa, mentre Ennio Flaiano, in quello stupendo pamphlet che è Un marziano a Roma, si serve del disco volante come di una reductio ad absurdum per tracciare un’immagine, ahimé, ancora attuale del dibattito culturale italiano; per non parlare di Luce d’Eramo, pubblicamente umiliata per la svolta fantascientifica del suo Partiranno, che ha sempre abbracciato il suo essere “aliena” come una dichiarazione di poetica trasversale a tutti i generi. Credo dunque che continueremo ancora a lungo a raccogliere l’invito della fantascienza a pensare la fine in tutte le sue declinazioni, seguendo le suggestioni di questo meraviglioso ordigno cognitivo.

 

 

 

 

 

 

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