UNA MADRE NORMALE

Mi auguro che il Feminist Blog Camp che si apre domani a Torino (e purtroppo non riuscirò a esserci, ma mando un pensiero partecipe a tutte e tutti) trovi il modo di parlare anche di rappresentazione del materno in un paese che non supporta il materno, ma lo glorifica in un’immagine non scalfibile.
Penso che l’impegno delle donne contro l’uso del corpo femminile in pubblicità e in televisione dovrebbe rivolgersi, ora, anche alla decostruzione di quelle immagini di  madri angelicate quanto affannate, ma sempre adoranti, mai un dubbio, mai una ribellione, che si affacciano da ogni medium.
Ieri mi scriveva una lettrice:  “Sbaglio o da un po’ di tempo sono aumentate le pubblicità che fanno leva sull’amore materno per vendere? “Mamma sei un angelo” per il lievito per torte,  il portale mammeattente.it che mi manda una mail per ricordarmi di comprare lysoform per essere una mamma-modello (quelle che non lo comprano sono reprobe e sporcaccione) e poi sottilette, merendine… un mondo appiccicoso e vagamente ansiogeno dove trionfa la mammina giovane e saggia che sa cosa è meglio”.  Parallelamente, corre il filone della mamma stremata da “come fai a far tutto?” che comunque riesce a mettersi sempre in secondo piano. E se così non è, balza fuori il commento (femminile, ahinoi) che è la litania più dolorosa che si possa rivolgere al cuore di un genitore. Identica da millenni,  sia che sibili da una panchina di una piazza o che venga scritta su un forum: “Se non voleva sacrificarsi, perché ha fatto un figlio?”.
Questo è il motivo per cui non mi stupisco che nella Commissione che ha censurato Quando la notte di Cristina Comencini ci sia, pare, una maggioranza femminile.  Le motivazioni, dunque: “La violenza della madre sul suo bambino è inquietante perchè trattasi di una madre normale che, spinta dallo stress, diventa violenta verso il figlio pur non volendolo.  Si ritiene che il vuoto della volontà di una madre normale ingenera inquietudine nei minori di anni 14″.
Cosa significhi  madre “normale” e quale sia il modello accettabile di normalità materna è un mistero. Di fatto, intaccare l’icona dell’accudimento sorridente, insinuare i dubbi, raccontare quella che è, in effetti, la normalità, sembra scandaloso. E le conseguenze non sono belle: perchè inducono un numero non quantificabile di donne a rappresentarsi come eroiche a tutti i costi.  In molti casi lo sono, intendiamoci. In moltissimi. Ma non in quanto madri: in quanto persone che ogni giorno, in questo paese, cercano di mettere insieme i pezzi di una normalità davvero impossibile, fatta di servizi inesistenti, di scuole impoverite e allo sbando, di povertà e (tra brevissimo su questi schermi) di posti di lavoro a forte rischio.
Perchè non dirlo? Perché, per tornare a una vecchia questione, le reazioni furibonde lette in rete contro Elisabeth Badinter e chiunque provi a incrinare il mito confermano che Badinter ha ragione: esiste una rappresentazione del femminile che moltissime donne non sono disposte a prendere in considerazione. Meglio bocciarla.
Mala tempora.

101 pensieri su “UNA MADRE NORMALE

  1. Purtroppo la memoria non mi sostiene e chiedo venia, tuttavia ricordo di aver letto, quando avevo circa una decina di anni, un libro che aveva come protagonista un bambino e la sua difficile e crudele relazione con la madre. Era una normale edizione di libri per ragazzi/e. Temo che oggi sarebbe impossibile anche solo trovarlo in una libreria. E’ del tutto ridicolo vietare ai minori di 14 anni – i quali in TV e su Internet ne vedono di tutti i colori – un film, bello o brutto che sia – perché parla di violenza materna. Per altro tutto questo zucchero sul materno induce persone del tutto normali a non esternare nella comunicazione pubblica degli altrettanto normali sentimenti d’affetto verso i pargoli, propri o altrui. E’ una galera anche per chi madre non è.

  2. Parteciperò al Feminist Blog Camp, e vorrei segnalare che sabato 29 si parlerà del diritto al trattamento antalgico nel parto, questione che risente moltissimo del clima culturale e dell’immaginario che circonda il materno.

  3. Per evitare che ci si aspetti la serenità dolcificata della mamma del Mulino biano e poi si scoprano d’un tratto le difficoltà della maternità. le nevrosi post-parto e simili (oltre ai disservizi di una condizione tutta italiana), bisognerebbe che relazioni familiari e maternità in particolare fossero oggetto di preparazione accurata, da inserire nei curricoli scolastici, almeno della scuola superiore.
    A questo punto, però, scatterebbe forse il neurone femminista del “condizionamento occulto” alla maternità come destino di genere.
    Sbaglio?

  4. sempre tenendo in mente l’immaginario, vedrei qui due facce del problema:
    – una macchina sociale/mediatica che produce una specie di superidentità codificata, facendo leva su codificazioni (leggi prodotte dalla macchina sociale), desideri e paure (media che colonizzano l’immaginario)
    – un numero crescente di persone, e soprattutto donne, che si trova presa tra la libertà vertiginosa di cercare/trovare/formare la propria identità (perché i vecchi modelli difficilmente reggono l’assalto dei tempi, nel bene e nel male – non che io parteggi per i vecchi modelli) e il bisogno di ancorarsi a qualcosa di solido, anche se non del tutto nostro.
    Il tutto, mentre la crisi economica mette alle strette il «noi 99%», il che non aiuta né a cercarsi né a trovarsi.
    Potrebbe andare peggio. Potremmo essere negli USA, dove l’immaginario dopo l’11 settembre è stato pesantemente ri-militarizzato. Ma non trovo altre grosse consolazioni.

  5. @ valter binaghi,
    non so se dipende da un “presunto” “neurone” “femminista”,
    non so se la tua è una battuta(?),
    ma questa storia qua della “maternità” inserita nel curriculum scolastico mi sembra una mostruosità…
    Il problema non è “la donna”, come “si sente” la donna, quanto “è preparata” una donna: il problema sono le aspettative della società nei confronti delle donne. Non generalizzo: il mio problema/interrogativo/rovello sono le aspettative della società nei miei confronti. Quanto corrispondono a quello che io mi aspetto da me? Quanto sono condizionata anche in rapporto ai condizionamenti della società?
    Ma questo discorso non è forse un discorso più generale? Che riguarda l’individuo, l’essere umano, nel suo rapporto tra individuazione e socializzazione?

  6. @Loredana
    Quando si fanno corsi di educazione sessuale si “studia” da esseri dotati di affettività, giusto?
    Studiare da genitori lo trovi tanto strano? Visto che i modelli a disposizione in famiglia sono molto meno statici e obbliganti di un tempo (e anche piuttosto fragili, direi), un supporto educativo lo troveresti così sbagliato?
    @Danae
    Come volevasi dimostrare, c’è chi capisce solo in termini di sociologia. E invece la psicologia ha il suo bel perchè. La maternità è cosa delicata, e non tutte le giovani donne sono ugualmente attrezzate ad affrontarla. Poi c’è l’immaginario sociale, più o meno devastante, ma questo è un problema diverso.

  7. è stato vietato ai minori di 14 anni, se fosse stato censurato non sarebbe in sala e non lo potrebbero vedere i maggiori di 14 anni

  8. Secondo me qualunque madre “normale” ha come compagni di vita dubbi, ansie, paure, conflitti, ambivalenze, difficoltà ad accettare, fissazioni, frustrazioni ecc. che un rapporto così forte come quello con un figlio fa necessariamente sorgere…Magari sono compagni piccoli, perlopiù silenziosi e discreti, addomesticati, che ci camminano a fianco insieme alle gioie e ai diciamo successi; ma credo che ogni madre “normale” abbia sentito a volte che può bastare poco perchè prendano il sopravvento anche solo per un attimo (questa ambivalenza del materno l’ho trovata rappresentata con grandissima felicità ed efficacia proprio in un film per ragazzi, Coraline e la porta magica).
    Credo che sia un punto fondamentale dell’educazione sentimentale, e alla vita, dei ragazzi, fare i conti con il lato oscuro che ci compete in quanto umani, e insomma capire che i genitori sono anche loro umani, fallibili, non è il punto d’inizio della crescita?

  9. @valter binaghi,
    sociologia? no, scusa, non direi…
    Cercare di capire come “poter stare al mondo” districandosi tra le spinte interiori e quelle esteriori non ha a che fare con la psicologia? e non vale per uomini e donne? qualsiasi sia la loro scelta di vita (sposarsi, entrare in convento, dedicarsi alla scienza, andare in missione…)?
    puoi spiegarci cosa significa che occorre inserire “la maternità” nei curriculi scolastici?

  10. Posso chiederti, Loredana, cosa ne pensi del luogo in cui è stato organizzato l’evento, il centro sociale Askatasuna? E’ stato anche realizzato un servizio di La7 su di esso in merito ai disordini di Roma del 15 ottobre, e qui a Torino è oggetto di diverse polemiche… mi scuso per l’off topic.

  11. Questa domanda mi è già stata rivolta privatamente il giorno successivo alla scelta del luogo. Rispondo come ho risposto allora: non demonizzo alcun luogo, rispetto la scelta, evito le polemiche fini a se stesse, quando riesco.

  12. @Danae
    Prima di tutto, che la contestatissima educazione cattolica in materia affettiva e genitoriale è stata sostituita da NULLA, così come alla critica al femminile coniugale e materno di matrice cattolica, non segue alcuna positiva declinazione antropologica e psicologica alternativa.
    Se la mistica del sacrificio e della rinuncia è obsoleta, e d’altro canto si rifiuta l’approccio edulcorato e turistico alla maternità fornito dai media, non sarebbe il caso di affrontare non solo quello ma tutti i passaggi importanti della vita biologica e affettiva con un sostegno psicologico reale, preventivo prima che terapeutico, disponibile per tutti e non solo per chi ha i soldi per ricorrere al divano dell’analista quando i problemi si fanno drammatici?

  13. Una ‘educazione sentimentale’, alla vita, non credo possa fare a meno dei diritti acquisiti e dei valori di una comunità.
    Mettere il concetto di sacrificio dentro un immaginario che ha già la consapevolezza di aver raggiunto dei diritti fondamentali io allora lo chiamo ‘spostamento di priorità’.
    Penso che la violenza peggiore provenga sempre da una società che non si occupa adeguatamente di maternità e paternità. Considero questa violenza un ‘valore aggiunto’ di tutti i traumi, sommandoci pure frustrazione e impotenza. Anche nei bambini, che in realtà respirano la mancanza di diritti dei loro genitori: dal parto indolore agli asili nido, dal congedo parentale alla parità di genere (anche nell’educazione scolastica), e tanto altro.
    Non voglio generalizzare, è che la crisi sta mettendo in dubbio cose che da noi non si possono considerare acquisite perchè non sono mai state pienamente raggiunte. E la pratica non ha fatto in tempo a mutare la consapevolezza, i ruoli e l’immaginario. Scusate, ma io proprio non riesco a vedere paternità/maternità separati da tutto il resto.

  14. quoto walter: che poi equivale a quello che dico io da un pezzo, ovvero, polemicamente e ironicamente, che una bella psicoterapia de qualche annetto dovrebbe essere obbligatoria, come un vaccino da piccoli, e dispensata dal sistema sanitario nazionale, per tutti.

  15. Condivido il ragionamento di Loredana che bisognerebbe fornire strumenti educativi sia alle future madri che ai futuri padri. Se penso poi a com’ero da studente, sarebbe bene anche creare strutture alle quali poter accedere da genitori (sia pre-parto che post, anche dopo molti anni), ben oltre il tempo della scuola.

  16. Quando c’erano i distretti scolastici, avevo proposto con il collega Zambon un corso per genitori fondato sulla “pragmatica della comunicazione” (Watzlavich & Co.), dove mi aiutavo con spezzoni di film per analizzare frammenti di comunicazione familiare, facendo emergere dinamiche patologiche come la “squalifica”, “l’evitamento” ecc. Il corso aveva come obiettivo quello di stimolare la consapevolezza intorno alle dinamiche della convivenza, ma anche di decodificare certi messaggi che giungono dalla comunicazione pubblicitaria, e ambiguità della comunicazione istituzionale (scolastica). Lo frequentarono per tre anni genitori di ragazzi delle elementari, medie e superiori, con un gradimento altissimo (è stata una delle esperienze più gratificanti della mia storia di docente). Naturalmente oggi i distretti scolastici hanno smesso di esistere e soldi per pagare di questi interventi non ce n’è più.
    Lo so che stiamo parlando di cose diverse, ma m’interessava evidenziare un metodo d’intervento, più che il contenuto. E comunque, avevo importato questi incontri anche a livello di gruppo-classe, e anche lì la cosa funzionava alla grande.
    La psicologia (non la teoria della personalità ma l’attenzione psicologica alla quotidianità e al linguaggio) è una delle cose che cattura l’attenzione anche dell’alunno più svogliato, perchè capisce che si tratta davvero di lui, della sua vita.

  17. Valter, volevo scrivere che ero d’accordo con te ancora prima di quest’ultimo commento, ora lo sono ancora di più. 🙂
    La lotta agli stereotipi nelle scuole è qualcosa a cui vari studi e documenti europei ci invitano, e non è solo per questo che la ritengo importante. L’approccio di Watzlavich e della sistemica di Bateson è stato utilizzato in un corso che sono riuscita a fare approvare nella quinta elementare di mia figlia, è stato un corso di educazione all’affettività nel quale tantissime domande dei ragazzi vertevano soprattutto su maternità e paternità, tra l’altro. Ed è piaciuto moltissimo a ragazzi e genitori.

  18. Vorrei solo capire una cosa: fosse stato un film su “un padre normale che, spinto dallo stress, diventa violento verso il figlio pur non volendolo” l’avrebbero vietato lo stesso?
    Perché è qui che casca l’asino.

  19. @Miriam
    Concretamente, dopo aver defenestrato un ministero ridicolo come quello della Gelmini e i suoi tagli di spesa mascherati da riforme, bisognerebbe mettere mano ai programmi scolastici e adeguarli ai linguaggi e alle condizioni della società del terzo millennio. Cosa che NON è stata fatta neanche dai governi di centro-sinistra, se non si vuole prendere per tale l’apertura indiscriminata ai nuovi media (=grandi affari per produttori di hardware e inutili software come Conchiglia, il programma specifico per i verbali dell’esame di maturità)

  20. Sto guardando Mi manda RAI 3. Caso molto interessante di una madre alla quale è stata tolta la figlia, affidata al padre, a causa di “disturbo istrionico della personalità” che la renderebbe inadatta alla genitorialità.
    Davvero molto interessante.

  21. Totalmente d’accordo con Barbara.
    Ne approfitto anch’io, tra l’altro, per fare un grande in bocca al lupo a tutt* coloro che parteciparanno al Camp. Avrei dovuto esserci anch’io, ma impegni mi tengono legato a Roma – mannaggia!
    Buon Camp!

  22. Perdonatemi non intendo essere polemica. La scuola o, se preferite, le agenzie educative non possono occuparsi di tutto. A quanto ne so io – e potrei sbagliare – non sono previsti neanche corsi di semplice educazione sessuale, figuriamoci dei corsi per la genitorialità. Di più, mi sembrerebbe terribile per un adolescente delle scuole superiori occuparsi di qualcosa che non sa se vorrà o no nella sua vita. Se si tratta di educazione “sentimentale” quella passa benissimo anche attraverso le materie tradizionali: matematica, letteratura, italiano, storia, filosofia, storia dell’arte. Con tutto il rispetto per Walter non è vero che la morale cattolica non è stata sostituita da nulla. Ci sono in circolazione varie morali e tendenze e quella egemone è la versione cattolica in salsa italica un poco rivista e corretta.

  23. @ Ilaria
    Dare l’affido al padre non è peccato mortale. Dove sta scritto che la madre è il soggetto migliore per forza. Non conosco il caso. Di sicuro la soluzione migliore è l’affido condiviso ma ci sono situazioni in cui una donna, per il bene dei suoi figli e per se stessa, non deve essere la persona con cui il figlio vive. Perché anche questa è galera: che madri è bene sempre.

  24. qualche amica più anziana di me mi dice “che fatica di sisifo, si ricomincia sempre da capo, sono quasi quarant’anni che mi batto contro questo o quello stereotipo”.E’ vero, e quello delle mamme inossidabili ed estasiate comunque dalla maternità è uno dei più tenaci. Forse perché l’ambiguità materna è forse la più spaventevole esperienza umana, la più radicalmente angosciosa, perché una relazione di fondamentale dipendenza col corpo di una donna segna tutti/e noi che siamo vivi? Certo la risposta non può essere la rimozione e l’ossificazione in una icona senza vita in cui rinchiudere le donne (e gli uomini, mi verrebbe da dire). La libertà resta difficile, per tutt* e richiede la sua bella dose di coraggio e verità.

  25. @Barbara
    Non ho ancora visto tutta la puntata, però non partirei nemmeno dal presupposto che io l’abbia segnalata per difendere la madre a priori, cosa che ti assicuro non era nelle mie intenzioni. L’ho segnalata semplicemente perché mi sembrava interessante per ciò di cui stiamo discutendo e di cui si occupa Loredana – quando ho scritto avevo visto circa due minuti del programma. Non credo che fornisca elementi sufficienti, da quel poco che ho visto della seconda parte ieri sera. Però a me ha offerto uno spettacolo di violenza a diversi livelli. C’è, per cominciare, la cornice di “storia d’amore” che il conduttore negava di voler utilizzare mentre la utilizzava a piene mani, con tutta la retorica delle immagini e della ricostruzione dei fatti che si vede dall’inizio, che ho visto ora e non posso finire di guardare per il momento – qui il link, per chi fosse interessato/a: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-ba61c62c-080a-4c3e-86c8-bb5640bfd786.html?#=
    C’è stata poi la diagnosi di uno psichiatra che ha parlato, se non erro, di isteria. C’è il fatto che negli spazi neutri anche chi è stato in carcere per violenza – padre o madre – può incontrare i figli, e ci sono interventi che riescono a recuperare rapporti problematici.
    Insomma, intendo dire che non vorrei correre il rischio di scacciare uno stereotipo sostituendogliene un altro, di liberarmi da un pregiudizio sostituendogli lenti potenzialmente ugualmente inadatte. L’ideale sarebbe essere sempre molto attenti al fatto che si stanno utilizzando lenti, pregiudizi, premesse delle quali occorrerebbe essere ben consapevoli per cercare di trovare vie di uscita. Sottoporrò questa puntata a terapeuti della famiglia di formazione sistemica di Milano. Il lavoro sulle premesse e il tentativo di partire da una posizione neutrale (in senso complesso, naturalmente) è il loro approccio, e sono curiosa di spere cosa ne pensano.
    Quanto alla scuola che non può occuparsi di tutto, verissimo. E’ anche vero, come scrive Nadia Urbinati in “Liberi e uguali”, che “la società democratica è un progetto educativo, non soltanto una forma di governo”, di cui fa parte il lavoro sugli stereotipi. A me pare che Valter abbia chiarito che sta parlando di metodo e non, nello specifico, di corsi di genitorialità. Il tema della genitorialità potrebbe semplicemente venire affrontato lavorando sugli stereotipi di genere, e anche questo è solo un esempio.

  26. Condivido in pieno quello che dice Gianni Biondillo: perché un padre violento è un’immagine accettabile e una madre no?
    Siamo sempre alle solite: si parla solo di maternità, i padri sono figure assenti.
    Ai padri non è mai chiesto niente.
    Possibile?

  27. @ Ilaria. Forse c’è un equivoco di fondo, non era mia intenzione attribuirti alcun preconcetto o pregiudizio. Lasciamo da parte la trasmissione, in caso da analizzare in altra sede. A me perplime il terapeuta chiamato in tv o alla radio o su un media a dare un giudizio su una situazione particolare quando, lo sventurato, al massimo potrebbe esprimere delle sante e utilissime considerazioni di carattere generale. Però… la mia domanda resta. Non è detto che sia la madre ad essere il genitore più adatto in certe situazioni anche molto molto normali, ossia senza patologie conclamate. In questo caso al padre (scusa il linguaggio non tecnico) viene affidato il bambino/a ma non è che la mamma perda il diritto di vederlo o di relazionarsi. Questo particolare bambino abiterà con il suo babbo e vedrà la sua mamma a secondo degli accordi stabiliti col giudice. Ogni volta che si verifica un caso simile c’è un’alzata di scudi, come se proprio la mamma fosse l’unico riferimento possibile di un figlio (indipendentemente anche dall’età del medesimo). In barba a ogni considerazione sui singoli casi nei quali l’idea migliore sarebbe fare del padre il punto di riferimento principale: casa coniugale, e via dicendo. In questo non riesco a trovarci nulla di errato. Cultura corrente vuole invece madre comunque migliore, anche se bisognosa di momentaneo sostegno, anche se occorrente di pausa, anche se (ma davvero non mi riferisco allo specifico caso) pazza furiosa. Invece i padri pazzi sono giustamente bacchettati e si cerca di fargli vedere i figli con la compagnia/mediazione di esperti. Temo di essermi spiegata malissimo.
    Sul resto: non ho parlato di scuola ma di agenzie educative. Si possono certo – e sono auspicabili – dei corsi per decodificare gli stereotipi nel linguaggio e nelle pubblicità. Ma dubito ci siano agenzie capaci di costruire un’educazione sentimentale condivisa, proprio perché non siamo tutti uguali.
    La violenza delle madri esiste – si declina forse e non sempre in forme diverse. Bisogna prenderne atto e combatterla come si fa con quella maschile perché non esistono abusi di serie a e di serie b.

  28. @Barbara
    1) Non ho parlato affatto di morale ma di psicologia, cioè assistenza di un esperto a comprendere dinamiche della vita affettiva, familiare ecc
    2)”mi sembrerebbe terribile per un adolescente delle scuole superiori occuparsi di qualcosa che non sa se vorrà o no nella sua vita”
    Quindi neanche di droga, guerra, povertà…?
    3) “La scuola o, se preferite, le agenzie educative non possono occuparsi di tutto”. Infatti. Il problema è che oggi sono costrette – dall’inerzia dei nostri ministri della cultura – a occuparsi spesso di cose divenute futili, molto lontane dagli interrogativi dell’adolescente e dell’uomo contemporaneo.

  29. La presenza della figura di psicologo non garantisce nulla, purtroppo i professionisti competenti nell’ambito dell’identità sessuale sono pochissimi, e pochissime le pubblicazioni. Se un progetto di educazione sessuale deve essere preparato da incompetenti che divulgano pregiudizi eterosessisti e genderisti, è meglio non sprecare soldi pubblici e sperare che i giovani trovino informazioni, sostegno altrove.

  30. Che c’entro io? Le formazioni sociali in cui può svolgersi la personalità dei singoli sono molteplici, e il sapere della rete è collettivo.

  31. @ Walter
    senza alcuna polemica, scusami ma alcuni meccanismi della rete non mi piacciono e tento di disinnescarli a modo mio. 1. Da quel poco che ne capisco la psicologia lavora moltissimo su questi argomenti e il problema è come portarli in giro senza una eccessiva semplificazione. 2. La pratica clinica è diversa e ti rivolgi a uno specialista quando ne hai bisogno. Credo gli stessi psicologi sarebbero contrari a psicoterapia di massa. 3. Non capisco cosa intendi quando dici che le agenzie educative sono lontane dall’uomo del terzo millennio. Sono davvero (non ti sto prendendo in giro) lieta se mi aiuti. 4. Esistono moltissime teorie psicologiche sulle dinamiche familiari – alcune sono deleterie tuttavia legittimate dalla comunità scientifica di riferimento. Come si fa a scegliere a chi delegare la formazione sulle dinamiche familiari?

  32. Per esempio Valter, quella ricerca che vedi linkata poco sopra. scientificamente poco plausibile per il modello comportamentale rozzo, è presentata nell’ambito di una università, e condotta da un un gruppo di psicologi. Oppure, se vogliamo un esempio macroscopico: il rettore di Harvard che sostiene che le femmine biologicamente non sono portate per la matematica. Harvard è una scuola, e che scuola… Allora trovi cretino auspicare che le persone cerchino altrove informazioni utili sul genere?

  33. @Andrea e Barbara
    Faccio solo presente che tutte le vostre legittime preoccupazioni valgono non solo per la psicologia delle relazioni di genere ma per qualsiasi disciplina insegnata o utilizzata a scuola e fuori di scuola: storia, filosofia, biologia ecc. dove la componente ideologica e quella scientifica sono molto difficilmente separabili. La garanzia, come sempre, sta nell’onestà intellettuale del docente. Se la si mette in discussione in linea di principio, non c’è comunicazione pubblica che tenga.

  34. Walter, perdona, ma storia, filosofia e affini hanno grandi scuole di interpretazioni dietro di loro. E i programmi scolastici, quando va bene, ne propongono un “assaggio” perché le complessità sono possibili solo dopo aver acquisito gli strumenti base. Non sono psicologa ergo potrei scrivere la cazzata del secolo, ho la sensazione, invece, che al di fuori della pratica clinica, per approcciarsi correttamente alle grandi visioni della psicologia sia necessario un sapere di base assai complesso. Di più – esemplifico arrampicandomi su un terreno che non è il mio – ma se ti capita lo psicologo persuaso di poter guarire i gay? O quelli che solo con mamma fino a cinque anni? Per questo trovo migliore un insegnamento diffuso di educazione sessuale: come funziona, come si evitano le malattie sessualmente trasmesse, quali sono i contraccettivi e come funzionano, che fare se finisci in guaio. Chiedo scusa a tutti gli psicologi che frequentano questo blog per l’eccesso di semplificazione.

  35. Barbara, intanto grazie per il chiarimento. effettivamente da come mi avevi risposto temevo che avessi interpretato male la mia segnalazione. Quanto ai pregiudizi, mi riferivo, oltre che a una pratica che condivido, a quelli messi in gioco nella trasmissione, che io ho guardato, per così dire, da una certa distanza, come oggetto culturale in cui tanti stereotipi entravano in gioco (incluso quello dell’amore materno che faceva da cornice prepotente, almeno a mio avviso) e avevano attirato la mia attenzione.
    Sulla necessità di non avere pregiudizi in fatto di affidamento, perfettamente d’accordo. Ti dirò, sono reduce dalla lettura del resoconto dell’esperienza di un team di psicologi che sono riusciti a trasformare gli invii coatti di genitori violenti (nel caso specifico un padre) in uno spazio neutro, in una possibilità di costruire spazi di cambiamento. Io credo davvero che la stessa cosa si possa applicare nel caso di una madre, per portarla ad accettare e riconoscere le risorse paterne e trovare gli spazi per essere madre a distanza. Ma all’interno di una cornice che si preoccupi di aiutare e non di giudicare e punire.
    Quanto alle garanzie sulla qualità dei corsi, la mia esperienza personale è stata la valutazione di diverse proposte da parte dei genitori, del consiglio di classe e di quello di istituto. I genitori hanno poi scelto – e pagato. Il criterio era che occorreva l’unanimità nell’accettare che i ragazzi seguissero il corso: un solo genitore contrario, per qualunque motivo, e la cosa sarebbe saltata. Potrei cercare di recuperare una descrizione generica per offrire un esempio. L’idea di base del corso scelto non era offrire una determinata interpretazione , ma permettere ai ragazzi di lavorare sulla comunicazione, sulla relazione e sul rispetto dei limiti, di sé e dell’altro. Soprattutto rispondere a domande. Ma ti dico che l’approccio informativo tecnico sulla contraccezione e poco più lo trovo molto limitato, le domande dei ragazzi, come hanno riportato le psicologhe, erano molto più profonde e sofisticate. E le risposte sono state degli strumenti per ragionare e scegliere, non delle ricette.

  36. Ilaria ti ringrazio per la risposta, soprattutto per non aver trasformato l’equivoco in una rissa -))) Come ho scritto, non è il mio campo quindi la cantonata è dietro l’angolo ma leggerò volentieri – e credo sarà utile a tutti e tutte – ogni tipo di materiale. Non dubito la capacità dei ragazzi di essere sofisticati nel domandare e ogni risposta in questo senso non può essere che positiva. Tuttavia, molti ginecologi, lamentano la mancanza di informazioni basiche, per così dire. Forse unire le due esigenze non si escludono a vicenda.

  37. Dunque io credo che la prospettiva che ha in mente Loredana, esula dalle possibilità di intervento psicologico – anche se su questo in molti so che non sono d’accordo. Non perchè non possa esserci una cultura psicologica sana, e la buona psicologia di tutte le scuole si costella in un’area di serena convergenza e di riconoscibile sinonimia (es. per quanto possa sembrare strano : il concetto di archetipo di grande madre junghiano si sovrappone piuttosto bene all’idea di immagine del materno di scuola kleiniana.) Ed è giusto e sano che a posteriori la prospettiva intervenga. A priori però no, a priori vuol dire politicizzare la psicologia e renderla braccio di una cultura che si impone tramite la coercizione dei modi di intendere la famiglia. Ma la psicologia esattamente come quando non deve mettere bocca sull’opportunità che una schizofrenica generi, che una coppia di border abbia un figlio, persino che una tossicodipendente e una donna malata concepisca, non ha il diritto etico di intervenire sulla generazione, non deve a priori cominciare a dire come la gente deve vivere. Non so se mi spiego.
    Questo è beninteso il problema che molti hanno da sempre avuto conn il pensiero cattolico. Il problema infatti non era tanto l’essere un corpus ideologico e culturale, ma il modo con cui storicamente si impone e pretende regolarmente di dire a chi cattolico non è come vivere.
    E l’idea della psicologia della genitorialità a scuola, che pare tanto bella e seduce anche me, tradisce il problema sdi cui parla loredana, la difficoltà a sopportare che l’umanità è varia e la maternità anche. Ossia, come diceva Bowlby, esistono le cattive madri. Non sono un modello, sono una variabile concreta e possibile.

  38. @Barbara
    E se ti capita lo storico che sostiene che Mussolini è stato un grande statista fino al ’36?
    O il filosofo dello UAAR che sostiene che il pensiero medioevale è solo folklore perchè si parla sempre di Dio?
    Il tuo ragionamento non tiene, perchè presuppone una fiducia indiscriminata nelle scuole di pensiero (che sono astrazioni) e una sfiducia preconcetta nei docenti.
    Inoltre c’è un equivoco di fondo. La psicologia (quella che serve a sostenere un’indagine sul sè, le relazioni e le situazioni critiche dell’esistenza) non prescrive comportamenti, ma induce a fare attenzione, a diventare consapevoli dei fenomeni psichici.
    Tu confondi psicologia, terapia e morale.

  39. @ valter binaghi,
    “La psicologia (quella che serve a sostenere un’indagine sul sè, le relazioni e le situazioni critiche dell’esistenza) non prescrive comportamenti, ma induce a fare attenzione, a diventare consapevoli dei fenomeni psichici”
    Mi scuso, ma non capisco queste tue righe…
    Anche alla luce di quel che @zauberei ha scritto praticamente in contemporanea con te, non riesco a capire le tue righe: “la” psicologia non esiste, esistono le scuole di psicologia. Credo allora che, per sgombrare il campo e confrontarsi serenamente, sia opportuno che tu aggiunga un aggettivo qualificativo alla parola “psicologia”. Cioè, quale psicologia tu vorresti far entrare nel curriculum scolastico? E di quali fenomeni psichici dovrebbe rendere consapevoli i ragazzi e le ragazze?

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