STATI GENERALI DELL’IMMAGINAZIONE: PAOLA RONCO SU “ESSERE PAMPERO”

Con tutto quello che succede nel mondo, e in Italia? Beh, sì: perché insistere sulle parole ha sempre senso, perché si può almeno provare a cambiare una narrazione, perché anche un romanzo può avere il suo sia pur piccolo effetto. Dunque, continuo a pubblicare gli interventi di sabato scorso agli Stati Generali dell’Immaginazione. Oggi tocca a Paola Ronco, che fa un interessante paragone su libri e rum (da bevitrice del medesimo, approvo).

 

“Sono una scrittrice, e sono anche un’impiegata. Come per il 99,9% degli autori e delle autrici in questo paese non sopravvivo di royalties e anticipi, e come più o meno il 99 o 98% ho un lavoro principale altrove.

Per metà delle mie giornate lavoro in un posto che non c’entra niente con l’editoria – scrivo testi e articoli di approfondimento per un’azienda che importa e distribuisce alcolici, rum soprattutto, e mi rendo conto che potrei farci una battuta sul fatto che in qualche modo gli alcolici c’entrano molto con la scrittura, soprattutto quando arrivano i rendiconti, ma non la farò. Questa cosa che vi racconto oggi, su quello che definisco il mio lavoro pagnotta principale, non vuole essere una confessione né una lamentela.

È un dato politico.

In ufficio lavoro con persone curiose, che come me si preoccupano per le sorti del mondo, che la sera hanno bisogno di distrarsi da questa apocalisse in tempo reale che abbiamo intorno – e che non aprono quasi mai un romanzo. Molte di loro però conoscono benissimo la differenza tra un rhum agricole e un rum di melassa. Sanno cos’è la doppia distillazione e come funziona l’invecchiamento tropicale. Sanno distinguere un prodotto commerciale da uno artigianale. Nell’azienda in cui lavoro ci sono persone capaci di raccontarti la storia di una singola piantagione caraibica con la stessa passione con cui potrei parlare di un romanzo che mi ha strabiliata.

La cultura non manca. Manca il ponte.

E allora ho cominciato a pensare al Pampero e al River Antoine.

Il Pampero, sapete, è un rum venezuelano; lo trovate in qualsiasi supermercato, in qualsiasi bar. È riconoscibile, è accessibile, è buono nel senso in cui è buono qualcosa che funziona esattamente come deve funzionare per il mercato a cui si rivolge. Viene prodotto in quantità enormi, parliamo di milioni di bottiglie annue, e vende moltissimo. È ovunque.

Il River Antoine viene prodotto a Grenada, nell’ultima distilleria al mondo che funziona senza elettricità, solo con l’utilizzo di energia che proviene da un mulino ad acqua.Viene prodotto in quantità ridottissime, al massimo centomila bottiglie per anno, perché non puoi aumentare la produzione senza snaturare il prodotto — senza smettere di essere quello che sei.

Ora per favore, non fraintendetemi; non sto per dire che il River Antoine è migliore del Pampero, e nemmeno il contrario. Sto dicendo che sono due cose diverse. Hanno logiche diverse, scale diverse, pubblici diversi, scopi diversi. Metterli in competizione diretta non ha nessun senso. È come confrontare un blockbuster con un film di Tarkovskij: puoi farlo, ma non ti dice niente di utile su nessuno dei due.

Il problema è che da anni sembra che molte e molti di noi scrittori e scrittrici vogliamo solo diventare popolari come il Pampero, anche se magari ci sentiamo intimamente dei River Antoine.

Non lo diciamo così chiaramente, non lo ammetteremmo mai, ma è quello che succede. Ci ritroviamo a inseguire la grande casa editrice, il contratto importante, la presenza in tutte le librerie d’Italia. Magari accettiamo di modificare i manoscritti su indicazione di editor che ci chiedono di semplificare, di rendere il finale più rassicurante, di togliere gli spigoli. E accettiamo condizioni economiche indecenti e spesso umilianti pur di entrare in un sistema che ci promette visibilità.

E ci chiediamo poi perché non riusciamo a essere quello che intuivamo di voler essere quando abbiamo cominciato a scrivere.

E c’è una cosa ancora più insidiosa: quando qualcuno di noi ce la fa — quando diventa abbastanza visibile, abbastanza Pampero — lo guardiamo con invidia ma anche con sollievo, come se il suo successo ci dicesse che un giorno potrebbe succedere anche a noi. Ma non è questo il punto. Stiamo facendo una grande confusione tra sistemi incompatibili. Un River Antoine che produce e vende milioni di bottiglie non esiste. O smette di essere River Antoine, oppure il mercato lo distrugge nel tentativo di replicarlo.

La domanda allora non è come diventare più Pampero. E la domanda non è sul modo migliore di accettare una marginalità presunta o reale. Questa è la domanda sbagliata.

La domanda è come esistere restando quello che siamo. Ed è anche come smetterla una buona volta di combattere sul terreno sbagliato.

E questo richiede due cose che non facciamo abbastanza.

La prima: portare un po’ di realtà nell’editoria. Smettere di parlare tra di noi come se il problema fosse la qualità della scrittura altrui. Smettere di fare gli squali nella vasca da bagno di cui parlava Foster Wallace. Capire che o ci salviamo insieme — ritrovandoci, costruendo reti, creando massa critica, difendendo il diritto di chi lavora nel settore a essere pagato equamente per il proprio lavoro — oppure non si salva nessuno. Come in qualsiasi altra battaglia sul lavoro.

La seconda: portare un po’ di editoria nella realtà. Spiegare alle persone come funziona questo sistema — non per lamentarci, non per fare vittimismo — ma perché chi legge ha diritto di sapere. Per esempio ha diritto di sapere come funziona la distribuzione attuale, e ha diritto di sapere come e perché alcuni libri occupano le vetrine delle librerie di catena e altri no.

I miei colleghi in ufficio, e qui torno all’altra parte di mondo in cui abito, non bevono tutti River Antoine. Alcuni di loro si comprano il Pampero al supermercato perché costa meno, per esempio, o perché è più semplice da bere. Tutti, però, sanno che non esiste solo il Pampero, e sanno che tra quello e il River Antoine esiste un’enorme, straordinaria varietà di rum: bianchi, invecchiati, commerciali, con o senza zucchero aggiunto, lavorati a mano. E tutti sanno anche, permettetemi, che se uno di questi rum distribuiti dalla mia azienda non vende bene succede che è il produttore di rum a lamentarsi con la mia azienda per le vendite basse, non il contrario. Il contrario, è evidente in qualsiasi settore tranne che in editoria, è abbastanza assurdo.

Io e i miei colleghi conosciamo questa varietà di rum perché ci troviamo in un ambiente in cui qualcuno, a un certo punto, ci ha spiegato la differenza. Ci ha dato gli strumenti. Ha fatto passare la conoscenza.

Quella cosa lì — quella trasmissione di strumenti, quella costruzione di consapevolezza — è un atto politico. Forse il più concreto che abbiamo a disposizione.

Il River Antoine non ha bisogno di diventare Pampero (così come peraltro Pampero non ha bisogno di diventare River Antoine). Ha bisogno di trovare le persone giuste. E quelle persone hanno bisogno di sapere che esiste”.

Un pensiero su “STATI GENERALI DELL’IMMAGINAZIONE: PAOLA RONCO SU “ESSERE PAMPERO”

  1. Paola Ronco descrive qualcosa che riconosco. Ho pubblicato I sentimenti orfani da solo, senza semplificarlo, sapendo che non sarebbe diventato Pampero. Non so ancora se troverò le persone giuste — ma so che cercarle è l’unica cosa che ha senso fare.

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